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La stampa fotografa l’Europa dei protagonisti
Scritto da Francesca De Benedetti in Giornalismi, Giornalismo sui Media il 25 maggio 2012

Valzer fotografici, parole, discorsi e aree tematiche: sin dai tempi del duo Merkozy, passando per le elezioni presidenziali di Francia, sulla stampa le coordinate nazionali e quelle internazionali si intersecano sempre più. Cronaca nazionale ed estera si sono fuse e, in questi giorni che seguono alla vittoria di Hollande, conquistano con costanza la prima pagina in Europa. Una presa in carico delle dinamiche sovranazionali che non riguarda solo il caso di quotidiani come Le Monde, i quali da sempre e per tradizione prestano particolare attenzione a ciò che avviene fuori confine. In un precedente approfondimento pubblicato su Ejo, abbiamo valutato gli indizi che lasciavano supporre un avanzamento nella costruzione di una opinione pubblica europea. La elezione francese di questa primavera appariva come l’esatto converso del referendum sulla Costituzione europea svoltosi oltralpe nel 2005: tanto europei i discorsi dominanti del più recente confronto elettorale nazionale, quanto nazionali le dinamiche che sancirono sette anni fa il “no” francese alla carta europea. Abbiamo però anche segnalato alcuni elementi controversi. Uno fra questi è il carattere ciclico con cui sulla stampa prende piede il processo di integrazione delle opinioni. Inoltre, a suggerire interpretazioni meno monolitiche sulla costruzione di una “voce europea”, rimaneva ingombrante il ruolo che la dinamica tra potenze continuava a mantenere sulla stampa.
Gli sviluppi più recenti alimentano questa lettura dei fatti (mediatici). Proprio sulla stampa era stato coniato il termine “Merkozy”, e la rappresentazione che questa ha dato del presunto divorzio tra Francia e Germania non fa che corroborare la rilevanza, tuttora, delle dinamiche tra Stati e tra potenze.
Ha ancora senso sovvenzionare la carta stampata?
Scritto da Piero Macri in Editoria il 23 maggio 2012
Entrato in vigore il decreto legge con le nuove norme per i contributi all’editoria. Effettivo da subito e per i prossimi due anni. Per una riforma più completa si dovrà invece attendere l’approvazione del disegno di legge che ha iniziato il suo iter parlamentare. I tempi di approvazione? Sicuramente lunghi, lunghissimi. Nel frattempo ragioniamo sulle nuove regole. Ci sono innanzitutto meno soldi, circa 50 milioni di euro, una cifra di gran lunga inferiore a quella dei tempi passati, basti pensare che nel 2006 si era arrivati a spendere 600 milioni di euro e in precedenza somme ancora maggiori. I dati più recenti, resi disponibili sul sito della presidenza del consiglio dei ministri, sono quelli relativi al 2010 e corrispondono a una cifra complessiva di 150 milioni di euro.
Il giornalista ha una responsabilità sociale
Scritto da Sara Sbaffi in Etica e Qualità, Giornalismo sui Media il 22 maggio 2012
Secondo lo scrittore marocchino Ben Jelloum “gli immigrati sono poco fotogenici” ma molto fotografati e in pose quasi sempre negative. La loro visibilità è spesso legata a condizioni difficili. L’atteggiamento di diffidenza che i media contribuiscono a costruire con la rappresentazione simbolica della realtà non aiuta a superare i conflitti. Da queste premesse ha preso il via la tavola rotonda “I richiedenti asilo nello specchio dei media” tenutasi all’Università La Sapienza presso il Dipartimento Comunicazione e Ricerca Sociale.
C’è innanzitutto, da parte dei giornalisti, una confusione nell’utilizzo dei termini tra richiedenti asilo e rifugiati, si tende a dividere migranti di serie A e di serie B. Quella del richiedente asilo è una figura molto particolare nella nostra società cui spesso dal punto di vista mediatico, non viene dato il giusto spazio e la giusta attenzione, sia in termini qualitativi che quantitativi. Il richiedente asilo è raffigurato come una minaccia, alimentando gli stereotipi di rischi e paure che i media creano nell’immaginario delle nostre società. Si riscontrano in Italia, grossi problemi di rappresentazione sul tema, i giornalisti trovano difficoltà ad attingere ad un patrimonio che potrebbe fornire invece svariati spunti. “Siamo di fronte ad un appiattimento e a una monodimensionalità del modo di rappresentare il fenomeno migratorio” ha affermato Marco Bruno, ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi, che nel suo intervento ha parlato anche di “responsabilità sociale del giornalista”, mettendo al centro l’accuratezza nella scelta dei termini: “Usare l’espressione “tsunami umano” per descrivere la situazione degli sbarchi a Lampedusa, oltre che scorretto, è irresponsabile”.
La filosofia del Guardian: digital e open
Scritto da Pier Luca Santoro in Nuovi Media e Web 2.0 il 21 maggio 2012
Continua il percorso di analisi delle principali testate europee. Dopo aver analizzato, in ordine cronologico di pubblicazione, Il Sole24Ore, Le Monde, El Pais ed in ultimo il Financial Times, questa settimana vengono esaminati i risultati e le motivazioni di uno dei quotidiani generalisti più autorevoli a livello internazionale: il The Guardian.
Quasi un anno fa il quotidiano anglosassone annunciava la strategia per il futuro prossimo venturo riassumendola in “digital first”. Un cambio in termini di filosofia di approccio e di organizzazione teso a trasformare la media company da una basata sulla carta stampata ad una la cui filosofia, e pratica, si fonderà, appunto sul digital first.
Scelta guidata dall’analisi dei comportamenti dei lettori che sono sempre più transmediatici, multipiattaforma, consultando diverse volte nell’arco della giornata la stessa fonte informativa utilizzando device, supporti diversi: dal tablet alla carta passando per pc e smartphones.
Gli ex vincitori di Monopoly diventano trofei per i collezionisti
Scritto da Stephan Russ-Mohl in Etica e Qualità, Giornalismo sui Media il 18 maggio 2012

Corriere del Ticino, 16.05.2012
Chi si arrischia alle attuali condizioni ad acquistare ancora i quotidiani? David Carr, il più famoso giornalista di media del New York Times, ha messo in evidenza il drammatico cambiamento che si sta delineando negli USA nell’assetto societario e nella proprietà dei media.
I primi a scappare a frotte dai giornali sono stati i lettori, poi seguiti dagli inserzionisti. Infine se la sono data a gambe le famiglie dei proprietari. A queste sono subentrati gli hedgefund e altri attori del settore della finanza. Costoro si erano illusi di comprare quando il mercato aveva toccato il fondo. Saccenti investitori arrivati con grandi proclami, come riportare questo settore ai fasti del passato e a nuovi profitti, se ne sono andati, incassando perdite milionarie, ridotti in braghe di tela e con la coda tra le gambe. Carr prende a esempio il Philadelphia Inquirer. In cinque anni la proprietà è passata di mano quattro volte. L’ultimo prezzo di vendita che è stato possibile spuntare, 55 milioni di dollari, è appena il dieci per cento di ciò che questo giornale valeva nel 2006.






