La sfida di Internet all’informazione

7 marzo 2014 • 10 anni di Ejo • by

In occasione del decennale dell’Osservatorio europeo di giornalismo, il Corriere del Ticino di Lugano ha pubblicato un’intervista con Stephan Russ-Mohl, direttore dell’Ejo. La ripubblichiamo nella sua interezza)

In questi dieci anni il mondo del giornalismo e dell’informazione si è trasformato come mai prima nella sua lunga storia e si sono innescate le rivoluzioni epocali che cambieranno per sempre il panorama mediatico internazionale. Ne abbiamo parlato con il professor Stephan Russ-Mohl, cofondatore e direttore dell’Osservatorio europeo di giornalismo nonché docente all’Università della Svizzera italiana.

Professor Russ-Mohl, come è cambiato il panorama mediatico dal 2004 ad oggi? Quali sono stati i principali punti di svolta?
Direi che il cambiamento epocale che abbiamo registrato nel decennio appena trascorso è l’affermazione definitiva di Internet anche nel mondo dei media e la convergenza, spesso conflittuale, tra i nuovi mezzi di comunicazione e i media tradizionali. Con tutte le conseguenze che ciò comporta e ha comportato per questi ultimi. Penso soprattutto alla difficoltà nel finanziare il giornalismo tradizionale, problema che si è andato manifestando proprio perché chi fruisce di notizie via Internet si è abituato a non pagare nulla e quindi anche gli inserzionisti in questo settore pagano molto meno di quanto facevano per ottenere pubblicità tramite i media tradizionali”

La grande domanda è quindi come potrà sopravvivere a questa trasformazione il giornalismo di qualità. Come saprà finanziarsi?
Guardi, in Svizzera e particolarmente qui in Ticino, dove i media tradizionali sono (fatto piuttosto eccezionale) ancora abbastanza forti e in positiva concorrenza tra loro, tutto questo processo è arrivato in modo più lento e forse più attenuato, ma non c’è dubbio che prima o poi anche qui bisognerà trovare utenti che scelgono di pagare per il buon giornalismo anche se non sono costretti a farlo. I giornalisti e i media devono essere bravi e capaci così da convincere il pubblico che vale la pena di pagare per poter fruire di informazione di qualità. In fondo che cosa sarebbe un mondo senza giornalisti professionisti? Sarebbe un mondo di pubblicità, di comunicati stampa, di esperti di pubbliche relazioni, dove nessuno avrebbe più interesse a cercare di scoprire la verità. Tutto cambierebbe in peggio. Sarebbe un mondo meno libero e ma il pubblico deve capire che la libertà di stampa ha un costo che merita di essere pagato”

Proprio in nome della libertà di stampa…
La libertà di stampa è un diritto fondamentale, ma non basta che venga proclamato in astratto. Perché sia effettivo, servono finanziamenti e serve una legittima concorrenza tra media che hanno posizioni diverse. Altrimenti rimangono solo belle parole e dichiarazioni di principio. La problematica, lo abbiamo ben visto in questi anni, è diventata sempre più grave. Oggi il rischio è che chi ne ha la possibilità finanzi un giornale o una televisione soltanto per ottenere dei vantaggi per sé. Se un investimento nei mass media non conviene più, allora in futuro l’informazione cadrà sempre più sovente nelle mani di persone che hanno molti soldi e vogliono cambiare la politica, orientando l’opinione pubblica e cercando consensi per proteggere il proprio gruppo editoriale, industriale o finanziario. Dal caso di Berlusconi a quello dei tanti oligarchi dell’Europa dell’est ma anche all’operazione Blocher- Basler Zeitung gli esempi non mancano

La colpa quindi non è delle nuove tecnologie…
Direi di no. Anzi gli strumenti tecnologici o gli istituti di ricerca come il nostro, che si articolano e si sviluppano attraverso il web, servono anche per gettare dei ponti tra le diverse culture dei media e dell’informazione. Vogliamo dimostrare che ci può essere un giornalismo di qualità anche grazie alle nuove tecnologie. Tutto, come sempre, dipende dall’uso che se ne fa: se preferiamo pagare per la nuova suoneria del nostro telefonino piuttosto che per avere informazione di qualità, è evidente che la causa dell’impoverimento generale della qualità siamo noi”

Quindi è l’opinione pubblica, utente finale dei mass media, che deve essere sensibilizzata alla qualità del prodotto «informazione»?
“Oggi al pubblico manca di un’educazione su come funzionano i media e su quali meccanismi regolano il mondo dell’informazione. Inoltre, gli editori, puntando da subito sulla gratuità dell’online, hanno innescato un meccanismo perverso che produce conseguenze negative a più livelli. Se le nuove tecnologie ti regalano tutto gratis e la vecchia informazione (più o meno di qualità) rimane a pagamento, si ottengono i risultati che tutti vediamo. Questo non può funzionare. Le nuove generazioni hanno imparato che l’informazione è tutta gratis e che oltre a quella non c’è nulla. Tutto qui, ma ora sarà molto difficile cambiare la loro mentalità e il loro modo di vedere le cose”

Quindi per la cara vecchia carta il futuro è segnato?
A lungo termine dobbiamo convincerci che tutti useranno le nuove tecnologie e le notizie le leggeremo sui nostri piccoli schermi digitali. La carta probabilmente potrà sopravvivere come strumento di approfondimento. Credo però che per informarci nel corso della giornata sulle news di cronaca, politica, sport e attualità, finiremo tutti a doverci adattare ai nuovi mezzi a disposizione. Certo, se fossi un imprenditore dei media anch’io insisterei con la carta stampata: gli inserzionisti pagano di più e c’è ancora una discreta domanda di informazione cartacea presso importanti fette di pubblico di nicchia o semplicemente tradizionalista. Ma dobbiamo prepararci a un domani diverso e completamente digitale; la sfida, torno a ripetere, sarà piuttosto come finanziarne la qualità dell’offerta. La ricerca sui modelli a pagamento nei diversi Paesi europei, alla quale anche noi partecipiamo, può indicare la strada su cosa può funzionare e cosa no, dando un’idea di come muoversi in prospettiva”

Secondo lei come sta la libertà di stampa nel mondo rispetto a dieci anni fa?
Nel mondo libero occidentale direi complessivamente peggio anzi forse molto peggio se pensiamo a quello che hanno scoperchiato Snowden o Assange e a tutto quello che è venuto fuori. Abbiamo creduto di essere liberi ma non è più certo che sia davvero così. In Occidente abbiamo cominciato a renderci conto di avere un grande problema che forse ignoravamo. Conviviamo con una grande minaccia ma ne siamo coscienti solo ora. Certo sapevamo che Google e Facebook avevano troppi nostri dati personali, ma non potevamo immaginare a cosa questi dati sarebbero serviti. Nel resto del mondo invece ci sono paesi dove la libertà è aumentata e altri dove al contrario continua ad essere negata e soffocata dalle dittature che li governano. D’altro canto i nuovi mezzi tecnologici rendono più facile comunicare le notizie e testimoniare ciò che accade anche nei paesi dove libertà e democrazia sono ancora utopie. Il cosiddetto citizen journalism, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione tra moltitudini offerta da Internet fa una certa concorrenza ai professionisti dei media ma è molto produttivo. Pensiamo a come vengono raccontate le grandi crisi del mondo dall’Egitto all’Ucraina. Ma non bisogna dimenticare che qui è più difficile stabilire ciò che è vero e ciò che è falso. Più notizie e meno filtrate richiedono più cautela negli utenti e nel pubblico. Per farle un esempio sull’attività concreta dell’Ejo, in questo periodo abbiamo una collaborazione con una ragazza russa che è nostra fellow a Berlino e sta osservando e documentando i cambiamenti nei media tedeschi come pure quelli nei media russi. Dalle sue corrispondenze ci accorgiamo sbalorditi di come i media russi hanno riportato le vicende ucraine e così ci accorgiamo che il quadro è esattamente opposto a quello che riceviamo noi in Occidente”.

Quindi il mestiere di giornalista ha ancora un senso?
“Più che mai, anche se è diventato sempre più difficile per molte ragioni. Si guadagna sempre meno ed è sempre più complicato ma ci sarà sempre un posto di lavoro per qualche giornalista altamente qualificato e credo che ci sarà sempre un pubblico disposto a pagare per questo. Meno posti di lavoro di prima e sempre di più nuove forme di giornalismo e di collaborazione coi media. In questo senso quanto facciamo noi con l’Ejo va proprio in questa direzione. Puntiamo verso il futuro. Noi ricercatori in definitiva siamo pagati dai cittadini attraverso le tasse e quindi abbiamo anche un obbligo etico di comunicare con correttezza quanto osserviamo e forse anche di dare certi contenuti di qualità ai media. Se manca un corrispondente in Russia, ma noi abbiamo un partner, questo può comunque raccontare ciò che accade. Non è la soluzione ideale ma in un momento in cui si tagliano i costi e si riducono gli organici perché mancano soldi, la cooperazione tra istituzioni di ricerca e redazioni si fa sempre più stretta. Questo vuol dire che anche noi ricercatori dobbiamo imparare a rivolgerci a un pubblico vasto e non soltanto a quello delle pubblicazioni specializzate. Non possiamo sostituire i giornalisti professionisti, ma una cooperazione più intensa tra media, istituzioni di ricerca e università ritengo che potrà essere importante per il futuro”

Ma come definire oggi il giornalismo di qualità?
Al di là delle caratteristiche di base di indipendenza, correttezza e onestà intellettuale direi che ce ne sono diversi tipi a seconda del genere di pubblico che si intende raggiungere. Un giornale regionale generalista e un giornale che si rivolge ad una élite come la Nzz sono intrinsecamente diversi. Un giornale regionale deve farsi capire da un pubblico più ampio senza diventare troppo populista e senza abbassare il proprio livello. Qualità è anche saper spiegare a tutti che il mondo politico e quello economico sono diventati molto complicati e raccontare le conseguenze catastrofiche che un piccolo cambiamento da una parte potrebbe avere sugli equilibri di un’altra. Raccontare ciò che non viene raccontato nei comunicati stampa e andare oltre le notizie preconfezionate. Il buon giornalismo deve saper aggiungere un valore che aiuti chi legge a capire. Ma certo mi rendo conto che questo, se ci sono poche risorse, non è per nulla facile”

Anche argomenti specifici come la cultura, la scienza o la tecnologia rimangono importanti per il giornalismo tradizionale e possono rivestire il ruolo di valore aggiunto?
Credo che le scienze e i media dovrebbero essere al centro del discorso giornalistico e mediatico. Se siamo bravi a farci capire ci sarà sempre interesse per queste tematiche così attuali. Vogliamo sapere come funzionano le grandi novità e le scoperte che hanno un effetto così immediato sulla nostra quotidianità. Questo farà la differenza tra giornalismo di qualità e indistinta massa gratuita di informazioni che si possono trovare su Internet. La cultura, intesa come pagina di letteratura, poesia, storia, arte e così via, ha almeno una tradizione per cui si sa che un buon giornale deve dedicarle uno spazio specifico, mentre scienza e media ormai sono sempre più trascurate. Ci vorrebbero ad esempio persone con una buona cultura scientifica in ogni redazione, con capacità di divulgazione che vadano oltre le pubblicazioni specialistiche, ma in tempo di tagli sembra quasi un discorso da sognatori”

Per concludere, professor Russ-Mohl, come si immagina il panorama mediatico tra dieci anni, nel 2024?
No, guardi, non mi chieda di cadere nella trappola delle profezie, vorrei rimanere un ricercatore serio e quindi mi limito ad osservare ciò che accade. E poi in fondo anche il grande economista britannico John Maynard Keynes disse: ‘In the long run we are all dead'”.

Articolo pubblicato originariamente l’1 marzo 2014 dal Corriere del Ticino

Nella foto, l’opera “To Mallarmé” di Mario Mertz. Photo Credits: Cle0patra / Flickr CC

Speciale 10 anni di Ejo:
“Osservando il quarto potere”, di Stephan Russ-Mohl
“Quel ponte tra redazioni e accademie”, di Marcello Foa

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