Ferruccio De Bortoli: “È l’ora del giornalista globale”

9 aprile 2014 • 10 anni di Ejo • by

L’Ejo è particolarmente affezionato a Ferruccio De Bortoli. Diciamo che è il nostro amuleto o, se preferite, colui che ci ha battezzato. Fu infatti lui a inaugurare, nel 2004, la serie di conferenze e incontri con i grandi protagonisti della stampa internazionale, serie che prosegue felicemente ancora oggi. Ferruccio De Bortoli è il giornalista di grandi direzioni, avendo guidato due volte il Corriere della Sera (dal 1997 al 2003 e dal 2009 ad oggi) e una volta il Sole 24 Ore (dal 2003 al 2009). È un uomo riflessivo, di grande visione, fedele alla propria missione e ai propri valori.

Dieci anni fa Lei fu uno dei pochi direttori a prevedere con precisione il declino della carta stampata. Oggi il Suo fiuto cosa le suggerisce? La carta stampata ha ancora un futuro?
Dobbiamo prima di tutto dire che i giornali non sono mai stati così letti – nelle loro varie versioni – come oggi. La loro centralità, fatta di autorevolezza, credibilità, originalità delle inchieste, irradia la rete che spesso discute ciò che viene pubblicato sulla stampa, magari solo per attaccarla e irriderne il ruolo. Gli user generated content sono certamente di importanza crescente e condizionano le scelte delle redazioni ma necessitano ancora di una certificazione di qualità che viene loro conferita per ora solo dai media tradizionali. La carta è in declino inesorabile, ma le copie perdute sono più che compensate dagli abbonamenti alle edizioni digitali. La qualità paga, insieme all’indipendenza e all’onestà della trasparenza”.

Fino a pochi anni fa i media tradizionali e in primis grandi testate come il Corriere della Sera, New York Times o Le  Monde avevano il potere di condizionare l’informazione e di determinare quali notizie meritavano di essere pubblicate. Se i grandi media non davano spazio a certi avvenimenti, per il pubblico era quasi impossibile venirne a conoscenza. Oggi questo privilegio è andato perso e ci si può informare anche “saltando” le grandi testate. Questa la tendenza La preoccupa? E l’informazione veicolata da blog, aggregatori di news, social media o da siti animati da pochi giornalisti rappresenta davvero una valida alternativa alle testate tradizionali?
La diffusione dei media digitali, dei social network e del citizen journalism ha rivoluzionato il nostro modo di operare e di pensare i giornali. Ideazione e fattura. Una notizia va data subito, anche quando la prudenza richiederebbe maggiori controlli. E, talvolta, la tempestività fa premio sull’accuratezza. Ma sbaglieremmo nel considerare gli impulsi della rete, che sono sempre dovuti all’attività di frange organizzate, spesso su posizioni estreme, come i movimenti attendibili della media del nostro pubblico. Un giornale deve mantenere le proprie posizioni, anche se apparentemente impopolari. Non deve inseguire i social network, perderebbe identità. Blog e aggregatori sono fenomeni interessanti e innovativi, alcuni sono di qualità, altri pescano a strascico fra i malumori della società. Vedendo il successo di teorie complottiste, razzismi vari, falsità che si trasformano, grazie alla condivisione, in verità incontestabili, si può apprezzare ancora di più il ruolo di un giornalista professionista che, come diceva un vecchio detto, separa il grano dalla pula. E pubblica solo il grano. Utile per fare il pane dell’informazione”.

Le rivelazioni di Snowden rendono sempre più realistiche e inquietanti i timori di un controllo delle nostre società, in uno scenario addirittura peggiore di quello del Grande Fratello immaginato da George Orwell in 1984. Condivide questi timori? Ha ancora senso parlare di libertà di stampa in società dove il diritto alla privacy e alla libertà personale può essere facilmente violato tramite email, iPhone, account Google e Facebook?
La privatezza non esiste più, ma è un diritto soggettivo costituzionalmente tutelato, in Italia e in Europa. Negli Stati Uniti è invece una semplice tutela del consumatore. Qui sta il grande tema della libertà dell’individuo nella società dell’informazione. Perché i nostri dati finiscono proprietà di società americane sottratte al diritto internazionale e messe a volte a disposizione dei governi, non sempre democratici?  Snowden è un whistleblower? Bene, sono d’accordo, ma il nostro mestiere non è quello di trafugare file e di filtrare le informazioni al pubblico senza selezione, discernimento senza separare ciò che è importante da ciò che è inutile o futile. Siamo cronisti non agenti segreti”.

Lei ha avuto una carriera rapida e molto brillante. Ma oggi, se avesse 20 anni, ricomincerebbe daccapo? Ne varrebbe ancora la pena?
“È il miglior mestiere del mondo, anche se qualche volta ho la sensazione che sia il secondo più antico mestiere del mondo. A differenza di ciò che è accaduto in altri settori dell’economia investiti dalla rivoluzione tecnologia, l’era digitale nella stampa non ha tagliato fuori i giornalisti. Non li ha resi obsoleti. Anzi, le nuove piattaforme hanno bisogno di bravi giornalisti , preparati e indipendenti. Altrimenti reti e canali sarebbero vuoti e insignificanti o pieni di liquame autogenerato di varia natura. È l’era del giornalista globale, a tutto tondo, che possiede le tecnologie e non porta il proprio cervello all’ammasso della condizione e della falsa popolarità. Si amministra con maggiore libertà su modalità diverse. Un’occasione straordinaria, purché non si ceda alla nostalgia luddista e alle paure corporative”.

Articolo pubblicato originariamente su Square, il magazine dell’Università della Svizzera italiana

Photo credits: Niccolò Caranti / Wikimedia Commons

 

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