“Si è perso il rapporto di amore e di orgoglio con i propri giornali”

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26 aprile, 2010 da  

Da sx: Megan Garber, Justin Peters, Luca Sofri e Mark Glaser

Anche nell’ultima giornata, il Festival di Perugia, conclusosi ieri, ha offerto altri spunti interessanti dei quali vale la pena dare conto e sui quali riflettere.

Come  il rapporto di fiducia e di credibilità del lettore con il proprio giornale e con le notizie che vengono pubblicate. In America, secondo una ricerca condotta e pubblicata dalla Knight Foundation, i cittadini credono meno nei media che nei rivenditori di automobili. In Italia, a causa di un’informazione politicizzata e spesso faziosa,  è noto come da tempo il livello di fiducia nella stampa e nell’informazione televisiva sia a dir poco imbarazzante. Come rimediare?

Per Mark Glaser, direttore di Mediashift della PBS, il rapporto di fiducia e credibilità può essere recuperato grazie a internet, ai social media e all’interazione con gli utenti. Per diverse ragioni:

- nella rete tutti hanno accesso alle informazioni. La rete  dà la possibilità di leggere e consultare più fonti

- non solo: in rete tutti possono esprimere le proprie idee e pubblicare

- nella rete non c’è un rapporto verticale tra giornalista e utente ma orizzontale che permette l’interazione e il confronto. Gli utenti infatti spesso aiutano a trovare e segnalare le informazioni inesatte

- questo impone a chi scrive e pubblica online ad essere responsabile, trasparente, accurato e a verificare i fatti di cui scrive e le fonti dalle quali attinge

- la fiducia certamente si guadagna  sul lungo periodo. La miglior conferma sono i link (“cover what you do best, link to the rest”): più gli altri ti segnalano e rimandano a te più diventi attendibile

- in questo hanno un enorme potenziale i social media come Twitter e Facebook dove conta molto il passaparola

D’altra parte, coma ha segnalato Megan Garber della Columbia Journalism Review e del Nieman Journalism Lab, non tutti sono in grado di trovare online tutto quello che cercano, non tutti hanno gli strumenti  per discernere e selezionare le migliaia di informazioni e notizie che ci bombardano sul web. Soprattutto i non addetti al settore e i non nativi digitali. Per questo è fondamentale un’educazione digitale. Negli Stati Uniti infatti ci sono molte iniziative che vanno in questo senso introducendo corsi di educazione digitale  nelle scuole.

In Italia rispetto a tutto questo c’è ancora molto da fare anche a detta del giornalista  Luca Sofri che scrive per diverse testate cartacee, sul sito  Wittegenstein.it ed è direttore del nuovissimo quotidiano online Il Post.it.

Innanzitutto i giornalisti italiani devono aprirsi di più ai lettori, essere meno pigri, scendere dal predellino e dismettere i panni dell’educatore saccente per vestire invece quelli del giornalista al servizio dell’opinione pubblica pronto anche ad accettare consigli dai lettori e, se è il caso, ad ammettere e corregere i propri errori. Perchè i giornalisti sbagliano e spesso, come ha potuto osservare conducendo una rubrica quotidiana sulle “Non notizie”. Un buona abitudine questa di segnalare gli errori che alcuni giornali come il New York Times hanno da tempo ma che fatica purtroppo a prendere piede su gran parte della stampa mainstream. Eppure anche secondo lui il segreto stà nel creare un rapporto di fiducia e complicità grazie a delle elementari “best practices”:

- operare una buona e coscienziosa scelta di notizie e informazioni tra i molti contenuti a disposizione

- coinvolgere il lettore in una conversazione paritaria e costruttiva

- coltivare i lettori più fedeli, quelli che  danno un feedback puntuale e opportuno (perchè capita naturalmente anche di finire sotto un “capriccioso assedio” da parte dei lettori per questioni minori o affatto rilevanti)

- smetterla di nascondersi dietro alla falsa convinzione che “tanto questo è quello che il pubblico vuole” e mostrare maggior rispetto

- usare il verbo “educare” con più serenità e comprendere che l’insegnamento può venire da entrambe le parti: dal giornalista come dal lettore

E come ha giustamento osservato una ex giornalista della BBC intervenuta dal pubblico, in Italia si dovrebbe perdere la cattiva abitudine di parlarsi addosso, reimperando a  riportare semplicemente i fatti. Usare meno il “si dice che”, “persone a lui vicine hanno riferito” e soprattutto il tempo condizionale…

Nata in Germania nel 1976, cresciuta biligue italiano-tedesco, ha conseguito una laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università Cattolica di Milano e un Master in Comunicazione e Nuove Tecnologie per i Beni Culturali all’USI. Giornalista freelance scrive di media, giornalismo, nuove tecnologie e cultura per diversi quotidiani e settimanali svizzeri, collabora con l’EJO e con Rete Due della RSI. Ha un blog: notadaywithoutculture.wordpress.com

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