La scimmia che vinse il Pulitzer

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30 agosto, 2011 da  

“La scimmia che vinse il premio Pulitzer. Personaggi, avventure e (buone) notizie dal futuro dell’informazione”,

Non è una battuta di fine estate ma il titolo del libro di Nicola Bruno e Raffaele Mastronardo, edito quest’anno da Bruno Mondadori. Una rassegna sul futuro dell’informazione che in meno di duecento scorrevolissime pagine elenca una selezione di best practice del giornalismo che sarà, e che – questa la chiave interpretativa dei due autori – nel migliore dei mondi mediatici possibili è già realtà. Bruno e Mastronardo non svelano più sorprese di quante non ne lascino da investigare, ma il testo ha grandi pregi se si accetta in partenza di rimandare all’autunno gli interrogativi più complessi. Ogni capitolo aggiorna su un caso d’eccezione, associandovi l’elemento distintivo, la chiave di lettura (e di successo). Qual è il filo che tiene insieme le eccezioni? Saprà il mondo dei media ristrutturarsi in funzione delle novità? Sono questioni che il libro sfiora solo in superficie, facendo del difetto una virtù: il tono del racconto, la scelta di casi straordinari ha il fascino di intrigare anche chi l’informazione non la fa né la studia di mestiere. Ecco una passerella dei casi raccontati da Bruno e Mastronardo.

Precisione. PolitiFact nasce nel 2007 in USA, o meglio world wide web. Bill Adair ha avuto l’idea che tanti lettori in Italia vorrebbero vedere realizzata: fare piazza pulita del rumore da talk show politico, fare ordine nel vocio confuso delle opinioni e dei dati, per dire come stanno davvero le cose. Fare ai politici le domande giuste e scovare le menzogne. Niente di più vecchio e di più nuovo, nel mondo del giornalismo, il cane da guardia del potere. E se il giudizio sui governanti è negativo? Con il Truth-O-Meter di PolitiFact lo sberleffo virale sui social media è garantito.

Velocità. Nell’era di Twitter, vince chi tiene sott’occhio con più rapidità cosa succede nel mondo. E’ la lezione di Breaking News, prima account Twitter (@BreakingNews), poi vera e propria agenzia di stampa (BNO News). Michael van Poppel, il fondatore, usa parole dure verso i colossi dell’informazione: “La struttura delle organizzazioni tradizionali non funziona. Sono troppo complesse e troppo lente”. Alla Breaking sono in pochi, svegli, non arrivano ai vent’anni e hanno fatto del microblogging la loro fonte privilegiata: chi meglio di questi nativi del web può cavalcare il cambiamento?

Intelligenza. E’ il caso che dà il titolo al libro. Si tratta di una macchina, Stats Monkey, in grado dal 2008 di produrre cronache sul baseball migliori di quelle di un cronista in carne e ossa. Questo suggerisce il capitolo, spiegando che il software è stato elaborato in collaborazione con una scuola di giornalismo e con grande attenzione per le sfumature del linguaggio naturale. Ma può la vera professione giornalistica dimenticare le emozioni tutte umane, gli umori del pubblico allo stadio? La diavoleria più incredibile manderà in pensione i giornalisti, gli garantirà semplicemente il riposo domenicale oppure si rivelerà un flop?

Partecipazione. Ushahidi (“testimoni” in swahili) è nato in Kenya quattro anni fa, all’epoca del black out mediatico imposto dal governo. Il software utilizza tecnologie rigorosamente open source e raccoglie i dati provenienti da blog e social network, per poi trasformarli in mappa interattiva e monitorare le situazioni di crisi. La Tuft University di Boston assicura che la copertura è immediata, ampia e con un’attenzione insolita alle zone periferiche.

Trasparenza. L’eccezionale di questo capitolo è Julian Assange, padre di Wikileaks, incontrato dagli autori “prima della bolla di notorietà”. Con note di colore sul personaggio, sulla sua appartenenza al mondo hacker e su quella creatura che “come lui è pubblica e segreta, è ovunque e da nessuna parte”. Nelle note in fondo al capitolo, un interessante interrogativo viene dallo stesso Assange: che fine ha fatto il giornalismo investigativo, “quel lavoro fatto con scrupolo per il quale si viene minacciati o persino uccisi”?

Libertà. 16 giugno 2010, l’Islanda approva una legge “rifugio” per il giornalismo: il contrario della legge bavaglio, ovvero la massima libertà, e in più l’opportunità di goderne anche dall’estero per chi voglia mettere al sicuro sull’isola la sua verità. Ecco la libertà di espressione made in Iceland, figlia della parlamentare Birgitta Jonsdottir e, indovinate un pò? Di Julian Assange.

Bellezza. Jacek Utko è un grafico che ha fatto salire di più di dieci punti percentuali le vendite di una rivista polacca. Non è tenero con la carta stampata, colpevole di resistere ostinatamente al cambiamento: “I giornali sono dei pazienti, spesso gravi”, dove il mezzo (sia esso carta o web) non viene compreso né valorizzato. Il mutamento secondo Utko può partire dall’involucro: il design della testata.

Cambiamento. L’ultimo capitolo è dedicato ai journo-hacker, esperti di tecnologia arruolati nella difficile missione di adattare il vecchio continente del giornalismo a un mondo web dove le capitali sono i social media. Interviste ai cittadini trasformate in un’interfaccia, mappe interattive per comprendere fenomeni complessi: “se non è giornalismo questo”, dice l’équipe di Pilhofer, pirati le cui incursioni potrebbero trasformarsi nel viaggio obbligato del giornalismo.

Francesca De Benedetti

Giornalista professionista. Nel 2013 ha vinto la borsa Formenton e attualmente lavora nella redazione di RNews (Repubblica). Ha all’attivo esperienze in testate di rilievo (Repubblica e Il Fatto Quotidiano), con riviste specializzate (Micromega, Historia Magistra) e in campi innovativi come il giornalismo civico e partecipativo (Orfeo tv, Fai Notizia-Radio radicale). Specializzata in manipolazione dell’informazione, stampa e opinione pubblica europea, nuovi media, è laureata con lode in Relazioni internazionali e Discipline semiotiche all’Università di Bologna, con borsa di ricerca a Sciences Po per tesi all’estero sulla comunicazione dell’Ue.

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