I social media spopolano
ma i giornalisti quanto ci credono?

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9 gennaio, 2012 da  

E quanto li usano nel loro lavoro quotidiano in redazione?

Queste le domande al centro della ricerca condotta dalla Cision, società internazionale di pubbliche relazioni, in collaborazione con la Canterbury Christ Church University, che ha rilevato quale sia, allo stato attuale, la effettiva influenza dei social media sul giornalismo ed i giornalisti in Europa.

L’influenza dei social media e delle reti sociali non attiene solo a nuove forme di comunicazione e di relazione ma è ormai parte integrante dell’ecosistema dell’informazione. I Blog, Facebook e Twitter, per citare solo i più noti, sono mezzi di ampissima diffusione che selezionano, rielaborano e aggregano notizie, informazioni, costituendo così elemento di integrazione ormai imprescindibile del sistema informativo.

Influenza che ha stravolto il processo di comunicazione top down tra mezzi di informazione e lettori rendendo le persone partecipattive (non è un refuso), in grado non solo di esprimere opinioni ma anche, addirittura, di divenire loro stesse emittenti.

Il rapporto «2011 Social Journalism Study»  si basa su 1560 interviste ad altrettanti giornalisti, prevalentemente occupati nel settore della carta stampata (giornali e riviste), di Germania, Gran Bretagna, Finlandia e Svezia, durante l’estate del 2011.

I risultati, pubblicati l’anno scorso, consentono di comprendere quale sia il vissuto e l’utilizzo fatto dai giornalisti delle reti sociali.

Complessivamente emerge come i social media ed i social network costituiscano una risorsa aggiuntiva, un’integrazione alle fonti d’informazione tradizionalmente usate che si somma senza sostituirle.

L’obiettivo di utilizzo è duplice, sia in termini di fonte d’informazione o, almeno di “ispirazione”, che di promozione della propria immagine. Escludendo Wikipedia, che costituisce la prima fonte in termini di intensità e frequenza di utilizzo, si conferma lo strapotere di Facebook, utilizzato dal 68% del campione, seguito dai Blog (54%), YouTube (50%), Twitter (45%) e Linkedin (36%).

Nonostante due terzi degli intervistati ritenga che le informazioni siano diffuse più rapidamente dai social media rispetto alle fonti tradizionali,  il livello di fiducia che vi ripongono è decisamente ridotto nel complesso. Come mostra il grafico di sintesi, emerge infatti che solo un terzo si affida ad essi come fonte informativa, percentuale che cala ancor di più all’ora di utilizzarli come elemento di verifica e validazione delle notizie scendendo mediamente al 15%. In generale, i social media sono visti più come elemento di arricchimento delle storie, delle notizie che non come fonte primaria affidabile, strumento di monitoraggio di secondaria importanza. Vissuto che le polemiche sull’attendibilità di Twitter come fonte d’informazione che hanno caratterizzato tutta la settimana scorsa non potranno che confermare.

Orientamento che si conferma anche nella differenza che intercorre tra quanti ritengono che le reti sociali siano strumento di coinvolgimento dell’audience e quanti le utilizzano effettivamente allo scopo presidiando attivamente, pubblicando il proprio lavoro, o parte di esso, al loro interno.

Sono aspetti che anche per chi fruisce di informazione sembrano essere confermati da un sondaggio paneuropeo che conferma come i media tradizionali continuino a dominare il panorama informativo con il prevalere dell’accesso  alle edizioni online rispetto a quelle tradizionali cartacee ma con l’assoluta marginalità dei social network come fonte principale d’informazione.

Una tendenza che Tom Foremski, autorevole (ex) giornalista del Financial Times, ha riassunto con l’acronimo di SoDOMM (The Social Distribution of Mass Media) e che l’ampiezza delle maglie del paywall del New York Times pare ulteriormente attestare.

L’attuale fase pare dunque essere nella realtà prevalentemente di distribuzione sociale dei mass media. Se questa sia una fase transitoria verso la piena maturità dei social media, che riusciranno ad assolvere al ruolo di civic media, piattaforme sulle quali i cittadini e giornalisti sviluppano informazione condivisa ed affidabile, o meno, non può ottenere una risposta certa e definitiva in questa fase. Quali che siano le evoluzioni future una cosa è certa non potranno prescindere da trasparenza e fiducia. Su questo le reti sociali hanno già messo una pietra miliare.

 

Pier Luca Santoro

Pier Luca Santoro è esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Dal 1998 ha operato come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment (education + entertainment) con particolare riferimento ai mass communication games. Dal 2008 si trasforma (anche) in Giornalaio sperimentando direttamente le logiche dell’editoria italiana di cui parla quotidianamente sul suo blog.

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  • http://www.myweb20.it Roberto

    Penso (e spero) anch’io che si tratti di una fase transitoria.
    Ho l’impressione che i giornalisti facciano tutt’ora un uso discutibile dei social media come fonte d’informazione (specie quando le fonti non vengono citate), come social media monitoring (non pervenuto), come canale di promozione (utilizzato solo da chi è già noto), come curation (what’s curation?), per creare nuove opportunità (do you know storytellyng? what about data journalism?).
    Non è solo questione di mentalità del singolo ma anche (in buona parte) di contesto (organizzativo e strategico), estremamente radicato.
    Spesso nei gruppi editoriali manca la visione d’insieme (persone, reparti e prodotti), manca la cultura della condivisione della conoscenza all’interno e all’esterno, mancano le scuole interne, mancano i visionari, manca il coraggio di sperimentare, fallire e rialzarsi.
    Ogni iniziativa fallita (evento tutt’altro che raro, in mancanza di pianificazione specifica) è un passo indietro, ma rispetto al punto di partenza perché le posizioni si radicano maggiormente.
    Le metriche mainstream adottate dagli editori (quanti like e quanti fan al chilo?) non agevolano il cambiamento, cosicché i social media vengono trattati come un altro canale pull o come cash cow (ma con prodotti inadeguati al canale).
    Un discorso a parte merita l’aspetto qualitativo, cioè quali tipi di contenuti provenienti dai social media trovano spazio sui media mainstream: di solito si tratta di gossip, curiosità e stramberie varie, situazione che migliora solo in parte se esaminiamo le versioni on-line delle testate cartacee.
    Speriamo che il 2012 ci riservi iniziative dove un certo tipo di giornalismo non cavalchi le mode ma, al contrario, si faccia promotore di nuovi trend.

  • http://www.etalia.net Aldo Daghetta

    ….. Speriamo che il 2012 ci riservi iniziative dove un certo tipo di giornalismo non cavalchi le mode ma, al contrario, si faccia promotore di nuovi trend…..

    A questo proposito posso anticipare che qualcosa di veramente innovativo sta per arrivare….si chiama EtAlia.net
    EtAlia si basa sulla libertà di conoscere, di aggiornarsi, di confrontare punti di vista, ma anche di creare, pubblicare e condividere contenuti originali. EtAlia sostiene l’informazione di qualità remunerando gli autori e tutti coloro che hanno apportato un valore al processo editoriale. EtAlia nasce da tre anni di ricerche, attualmente in fase di test e sarà presto online. Stay tuned!

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