Zigzagare tra Divieti
e Socialità della Notizia

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13 febbraio, 2012 da  

Twitter, alcuni dei principali media internazionali ed i giornalisti anche questa settimana al centro del dibattito, non senza polemiche, trasversale a tutto il mondo del giornalismo.

Se i responsabili della piattaforma di microblogging cercano di smarcarsi dalla questione, non vi è dubbio che il valore attribuito dalla maggior parte delle persone sia sempre più di carattere informativo. Dopo i risultati della ricerca della Carnegie Mellon University, del Mit e del Georgia Institute of Technology  che attestano proprio come, in generale, i tweet maggiormente apprezzati sono quelli a contenuto informativo, arriva ora, ad ulteriore conferma della rilevanza del mezzo, uno studio che spiega come predire il successo della trasmissione sociale di informazioni su Twitter.

Processi e dinamiche alle quali le imprese, e le organizzazioni editoriali in primis, arrivano disorientate, impreparate. Da un lato desiderose di sfruttare al meglio le potenzialità offerte dallo strumento a fini promozionali dall’altro incerte, insicure sull’impatto reale che lo stesso può avere sul loro futuro. Lo testimoniano i due veti posti, a breve distanza l’uno dall’altro, da Sky News e dalla BBC, che seguono quello altrettanto recente emanato dall’ Associated Press,  proprio di  stretta disciplinare da parte delle aziende del comparto delle notizie sull’utilizzo di Twitter da parte dei proprio collaboratori, dei giornalisti che lavorano per loro.

Al di là dei diversi accenti, la questione di fondo pare essere tendenzialmente identica nei diversi casi: la richiesta di dare priorità alla propria azienda, di non diffondere prima su Twitter e poi altrove, ovvero nelle edizioni online dei notiziari o nei comunicati d’agenzia, le notizie. Divieto che in alcuni casi si applicherebbe addirittura ai retweet di fonti che non siano aziendali.

E’ una questione che impatta, almeno, da tre punti di vista diversi sul lavoro dei giornalisti e di riflesso sull’ecosistema dell’informazione nel suo complesso.

Sono implicazioni di naturale legale, già emerse nel caso della sostanziosa richiesta di indennizzo avanzata da un impresa alle dimissioni di un proprio dipendente, alle quali si aggiungono, soprattutto, dalla mia personale prospettiva, aspetti più generali relativi all’ambiente mediatico nel suo insieme.

Se infatti non solo è assolutamente normale e legittimo ma anche auspicabile che un’impresa definisca con chiarezza una social media policy, è l’insistenza su Twitter e sulla tempestività dell’informazione che fa riflettere.

Di fatto la natura dei limiti posti all’utilizzo del mezzo evidenzia come Twitter venga vissuto prevalentemente come un rivale, come un concorrente invece che come un media di per se stesso neutrale a disposizione di chi sappia utilizzarlo al meglio sfruttandone, nel senso positivo, le potenzialità. Altrettanto evidente,  l’enfasi posta sulle “breaking news”, sulla immediatezza dell’informazione, che viene chiarita senza dubbio di interpretazione dall’affermazione dell’editor della BBC sulla questione quando afferma che:“la nostra prima priorità rimane quella di assicurarci che l’informazione raggiunga i colleghi della BBC e via tutto il nostro pubblico il più velocemente possibile, e tutto questo certamente non dopo che abbia raggiunto Twitter”(“that our first priority remains ensuring that important information reaches BBC colleagues, and thus all our audiences, as quickly as possible – and certainly not after it reaches Twitter”).

E’ questo forse l’aspetto più preoccupante della questione. Il perdurare, la persistenza di fatto di un orientamento da parte delle imprese attive nel comparto editoriale, e più specificatamente dell’informazione, che si basa non sul valore riconosciuto e meritato ma su logiche protezionistiche tanto antiquate quanto anacronistiche. La forte concentrazione sul timing dell’informazione, sull’essere primi nella diffusione di notizie fondamentalmente, continua a porre l’accento su un criterio che di per se stesso non è complessivamente espressione di qualità, se si escludono eventi atmosferici di eccezionale gravità o dinamiche finanziarie specifiche, bensì di quantità.

E’ un’ attitudine, un orientamento che definire deludente è un eufemismo, che fornisce gli elementi e la misura della distanza ancora da colmare. L’interazione delle persone, il “word of mouth” virtuale esercitato attraverso le diverse piattaforme di social networking, e tutti i fenomeni ad esso collegati, ha cambiato e continuerà a cambiare inevitabilmente l’attuale modalità di diffusione delle notizie che saranno sempre meno divulgate anonimamente ad una massa eterogenea di soggetti, sempre più diffuse attraverso l’interazione delle persone in funzione del livello di fiducia di cui queste persone godono tra i membri della propria comunità virtuale.

E’ su questo terreno che si gioca la partita del valore dell’informazione, inutile continuare a privilegiare lo zigzagare.

Pier Luca Santoro

Pier Luca Santoro è esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Dal 1998 ha operato come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment (education + entertainment) con particolare riferimento ai mass communication games. Dal 2008 si trasforma (anche) in Giornalaio sperimentando direttamente le logiche dell’editoria italiana di cui parla quotidianamente sul suo blog.

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