La ricetta del Financial Times:
specializzazione e valore dei contenuti

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14 maggio, 2012 da  

Questa settimana la disamina delle strategie di alcune delle principali testate giornalistiche riguarda un giornale non generalista: Il Financial Times, scelto, anche, per confronto rispetto alla case study effettuata per Il Sole24Ore. 

La testata di informazione economico-finanziaria è controllata da Pearson editore internazionale con subsidiaries in tutto il mondo, Italia compresa, che detiene marchi di grande notorietà nel settore editoriale (anche libri) e della formazione.

Per leggere il Financial Times bisogna sempre e comunque pagare, che si tratti della versione cartacea o delle edizioni digitali, in mobilità o sul Web, tutta l’informazione del giornale è a pagamento. Un tentativo che era stato fatto anche dal  Il Sole24Ore che ha dovuto prontamente fare marcia indietro sulla decisione presa.

Il giornale ha una readership di oltre 2,2 milioni di lettori nel mondo e nel periodo tra il 02 gennaio ed il 01 aprile di quest’anno ha venduto mediamente 604,856 copie tra digitale e cartaceo. Viene stampato in 22 città nel mondo, l’edizione cartacea a marzo 2012 ha venduto, secondo quanto dichiarato,  una media di 319,381 copie dell’edizione cartacea e ben 285,475 copie della versione digitale. Il sito web del quotidiano anglosassone ha 4,5 milioni di utenti registrati ai quali si aggiungono 1,7 milioni di utenti registrati per versione cinese.

L’applicazione per iPad, realizzata in html 5, anche per non sottostare ai vincoli dello store della Apple, ha tassi di adozione straordinari ed ha raggiunto recentemente i 2 milioni di downloads, confermando la definitiva affermazione della componente mobile, ovvero tutto ciò che attiene la distribuzione su dispositivi mobili, che ora pesa il 12% degli abbonamenti al quotidiano.

Il quotidiano economico finanziario londinese rappresenta uno dei rarissimi casi di successo in ambito editoriale nella  valorizzazione dei contenuti online. Primo tra tutti i giornali internazionali a passare anche nell’edizione digitale esclusivamente a pagamento, già nel 2010, pur partendo da una circolazione e da accessi online decisamente più contenuti rispetto ai due quotidiani generalisti precitati, ha totalizzato numeri da record a dispetto di un prezzo di vendita decisamente non “popolare” incrementato del 25% dall’ottobre 2011 ad inizio anno.

Minor dipendenza dalla pubblicità e grande concentrazione sui contenuti, il cui valore è cresciuto sino ad un’incidenza del 58% portando il bilancio 2011 ad un profitto di 76 milioni di sterline (pari a oltre 86 milioni di euro) con una crescita del 17% rispetto al 2010.

La chiave di un successo che dura ormai da anni sembra risiedere essenzialmente in due fattori: forte specializzazione e valore dei contenuti combinata con una grandissima attenzione, in termini di monitoraggio, delle informazioni ottenute grazie al tracking dell’utenza online, ai quali, con specifico riferimento ai dati finanziari, va aggiunta l’importanza dell’informazione in tempo reale, e dunque necessariamente digitale/online, che rappresenta sicuramente un valore aggiunto in tale ambito.

Non vi è dubbio che il  Financial Times abbia trovato la strada giusta, resta da vedere se i processi di innovazione ed internazionalizzazione siano replicabili anche per per le iniziative editoriali italiane.

 

 

Pier Luca Santoro

Pier Luca Santoro è esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Dal 1998 ha operato come consulente per progetti di posizionamento strategico, organizzazione, comunicazione & formazione per aziende pubbliche e private. Sperimentatore e creativo ha sviluppato un’esperienza significativa nell’ambito dell’edutainment (education + entertainment) con particolare riferimento ai mass communication games. Dal 2008 si trasforma (anche) in Giornalaio sperimentando direttamente le logiche dell’editoria italiana di cui parla quotidianamente sul suo blog.

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