The Newsroom: la vita di redazione in una serie tv

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13 luglio, 2012 da  

Dopo Le idi di marzo di George Clooney, il giornalismo torna protagonista sugli schermi. Questa volta non siamo al cinema ma in una serie tv che di cinematografico, però, ha molto a cominciare dall’ideatore, Aaron Sorkin. Il commediografo statunitense già in passato aveva lavorato su temi mediatici: basti pensare alla serie West Wing, incentrata sulla politica e la sua comunicazione, e in tempi più recenti al film The Social Network ispirato alla storia di Facebook e del suo fondatore Mark Zuckerberg. Con The Newsroom, però, si entra nella sede di un network tv americano e ci si siede nella grande redazione open-space: la serie, prodotta dalla Hbo e andata in onda la prima volta lo scorso 24 giugno, narra le vicende dello staff di giornalisti della Atlantis Cable News che si occupa di News Night, il programma all-news serale dell’emittente condotto dall’americanissimo anchorman Will MacAvoy (Jeff Daniels).

Oltre ai numerosi motivi formali e di sceneggiatura per i quali The Newsroom è un prodotto interessantissimo, ve ne sono altri, contenutistici, che rendono la serie peculiare. Sulla base di un intreccio di trama serrato – che tiene nelle prime puntate andate in onda, ma è all’apice nella prima – la serie costruisce un discorso sulla professione giornalistica e finisce per trattarla in più passaggi anche apertamente, mettendone in scena alcune delle dinamiche. Will MacAvoy e MacKenzie McHale, la produttrice esecutiva con il passato da reporter di guerra, già di per sé rappresentano due diversi modi di intendere il giornalismo, entrambi reali, entrambi contemporanei. Lui, il professionista popolare e stimato, il mago della notizia capace di fare il programma da solo con la sua persona, è per un giornalismo senza opinioni che non disturbi nessuno, è ossessionato dal collega del marketing da cui pretende costantemente dati di ascolto e di distribuzione del pubblico per misurare il suo trasversale apprezzamento. Disincantato e cinico, è un uomo d’azienda. Lei accetta il lavoro perché “mentalmente e fisicamente esausta” del suo lavoro di cronista di guerra, si è fatta sparare addosso in diversi paesi del Medio Oriente e non lesina lezioni sulla qualità del giornalismo al suo collega e a tutta la redazione. Stimata e rigorosa, vuole rivoluzionare News Night per creare il prodotto giornalistico perfetto: uno show informativo serio, rigorosissimo, alternativo e d’inchiesta ma che accontenti gli ascoltatori per l’ottimo servizio e gli uomini della pubblicità per gli ottimi ascolti.

La prima puntata del nuovo serial Hbo non è piaciuta troppo a Jeff Jarvis che sul suo blog BuzzMachine ha criticato Sorkin per voler reinventare l’informazione televisiva limitandosi però a rimescolare stilemi vecchi e già superati. L’accademico statunitense scrive come il modo in cui la redazione di News Night ha messo in piedi il servizio sulla Deepwater Horizon sia il medesimo che ha fatto commettere alla CNN e alla Fox il recente errore sull’annuncio del Senato Usa su Obamacare: sapere troppo poco dire troppo, troppo presto. Vero, il servizio dello staff di The Newsroom viene messo in piedi di fretta, al limite della crisi di nervi, fidandosi ciecamente dei contatti di un collaboratore e messo in onda senza scaletta: non esattamente i buoni consigli che si troverebbero in un buon manuale di giornalismo, ma il risultato finale è comunque brillante e preciso. Il merito di questa nuova serie, da un punto di vista giornalistico, è proprio quello di mettere in scena quelle che sono le dinamiche concrete di una giornata in una redazione. In The Newsroom troviamo quella che è la costante mediazione di questa professione: mediazione tra qualità e visibilità, new e old media, accademia e sporcarsi le mani.

Si può leggere come anche un grande network commerciale possa permettersi di mandare in onda in prima serata un bel pezzo di giornalismo investigativo coraggioso e ben fatto se ha e sa utilizzare al meglio i talenti e i mezzi di cui dispone. Anche da questo aspetto, ancora una volta una mediazione, tra difficoltà, crisi, coraggio e nuove leve si può imparare una lezione. The Newsroom è fiction, non c’è dubbio. Ma anche una realtà possibile.

Non è forse anche questa una buona rappresentazione di quel famoso e spesso abusato sporcarsi le mani tanto caro ai giornalisti e altrettanto guardato con sospetto dai teorici del mestiere? Quel buon servizio non è forse questa la migliore rappresentazione dell’incontro tra quei due mondi?

Web Editor del sito italiano dell’Ejo, PhD Candidate e giornalista freelance, Philip Di Salvo è dottorando presso l’Università della Svizzera italiana. Ha ottenuto una laurea triennale in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Milano e un Master in Scienze della Comunicazione presso l’Università della Svizzera italiana. Come giornalista freelance scrive di media, Internet, tecnologia e cultura per la versione italiana di Wired. I suoi campi di ricerca includono il whistleblowing digitale e la diffusione del “modello-WikiLeaks”, la censura dei media, il giornalismo online e l’impatto delle nuove tecnologie sull’informazione.

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