La gamification è una cosa seria, anche per le news

9 settembre, 2013 da · 5 Comments 

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La gamification consiste nell’applicare i meccanismi caratteristici del gioco ad altri contesti come il lavoro, la comunicazione o l’informazione. Si tratta di un’area che, seppur abbia delle comunanze, ben poco ha a che vedere con i serious game, le simulazioni, i business game, o, per restare in ambito editoriale, newsgame ed editorial game.

Lo scorso agosto, come ogni anno, Gartner ha esaminato il livello di maturità, il ciclo di vita di 1900 tecnologie e le tendenze di novantadue settori, valutandone e prevedendone il livello e i tempi di diffusione nell’adozione. Read more

Newsgame, quando la notizia è un videogioco

29 luglio, 2013 da · 4 Comments 

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I newsgame e gli editorial game sono videogiochi interattivi che associano la trasmissione di notizie e informazioni a un format che consente di coinvolgere gli utenti in un modo più attivo rispetto alle tecniche classiche finora utilizzate. Il gioco soddisfa infatti motivazioni sociali, coinvolge, crea un senso di comunità, spinge alla condivisione dei contenuti e può aumentare, ad esempio, il tempo trascorso sul sito di un quotidiano online, al pari di altri formati multimediali di diffusione delle notizie. Read more

Agenzie stampa, sempre più media online

15 luglio, 2013 da · 3 Comments 

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Le agenzie di stampa assomigliano sempre di più a giornali online. Secondo un recente studio condotto da Estudio de Comunicacion, società di consulenza internazionale con sedi in oltre 20 nazioni, e Servimedia, terza agenzia stampa per dimensione in Spagna. La ricercaIl ruolo delle agenzie di stampa nel XXI secolo”, presentata di recente durante il giorno di apertura del corso “Il Futuro delle agenzie di stampa”, organizzato presso l’Università Computense di Madrid, mostra chiaramente quanto sia condivisa l’idea (addirittura nel 97% dei casi), secondo la quale il rapporto tra le agenzie e i loro clienti sia cambiato radicalmente con l’avvento delle “nuove” tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
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Se il modello di business del Reversed Paywall funziona

1 luglio, 2013 da · Leave a Comment 

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La ricerca di un modello di business sostenibile nell’evoluzione in corso dell’attuale ecosistema dell’informazione è, tra tutti, quella che ancora non ha trovato una soluzione univoca.

Tra tutte le possibili soluzioni l’introduzione dei paywall pare essere la più naturale. I lettori, anche nel digitale devono pagare l’informazione così come è sempre stato per la versione cartacea dei quotidiani e l’ argomento è divenuto caldo anche in Italia ad inizio 2013 quando si erano fatte sempre più insistenti e concrete le voci di una sua adozione anche da parte delle principali testate nazionali. Voci che, ad oggi, non hanno trovato un riscontro effettivo.

I modelli fondamentalmente, sin ora, sono stati due: full paywall, con blocco totale di accesso al sito senza una sottoscrizione, ed il metered paywall, caso nel quale viene concessa la lettura gratuita di un numero definito di articoli contati nell’arco di una settimana o di un mese, superato il quale diviene necessario effettuare un pagamento per andare avanti nella lettura.

Dei due è certamente il secondo il più diffuso poiché consente di evitare un crollo dell’audience e dunque dei ricavi provenienti dall’advertising online. Il caso di maggior successo in tale ambito è quello del The New York Times. Secondo i dati citati  da Bloomberg infatti il paywall pesa il 12% del totale dei ricavi delle vendite del giornale. Successo controverso e tutto da interpretare poiché, come ha dichiarato Paul Smurl,Vice Presidente di NYTimes.com Paid Products al New York Times Media Group, a due anni di distanza dall’introduzione del metered paywall, sembra che in realtà il muro a pagamento sia elemento di supporto più per la tenuta delle vendite del cartaceo. Tesi che trova conferma anche nei dati forniti dalla National Newspapers Association che dimostrano come gran parte dell’aumento dai ricavi della diffusione per i quotidiani statunitensi provengano dagli aumenti dei prezzi delle edizioni su carta piuttosto che da reali redditi digitali.

Le persone sono abituate prevalentemente  a non pagare per l’informazione online e sono in molti a credere che nel complesso l’idea di costringere i lettori a pagare non sia una ipotesi di successo. Anche il “Digital News Report 2013” diffuso dal Reuters Institute for the Study of Journalism una decina di giorni fa mostra come mediamente vi sia una propensione al pagamento che attualmente non supera il 10% del totale di coloro che fruiscono di informazione online. Propensione che peraltro, come sempre avviene, necessita di una abbondante taratura tra dichiarato e realizzato.

Che fare dunque? Una possibile alternativa era già stata suggerita da Jeff Jarvis a fine 2011 che, in relazione alla scelta di introdurre il metered paywall da parte del  The New York Times, suggeriva di non penalizzare i lettori fedeli con un paywall bensì di premiarli introducendo l’idea del “reversed paywall” secondo il quale invece di far pagare il lettore gli si assegna un bonus economico iniziale che, se da un lato viene consumato con la lettura degli articoli, dall’altro lato viene incrementato premiando una serie di comportamenti “virtuosi” quali:

  • guardare un’inserzione pubblicitaria
  • cliccare un determinato link
  • tornare spesso e leggere molte pagine
  • promuovere il giornale su Twitter, Facebook, Google+, sul suo blog
  • comprare prodotti e/o servizi dalla sezione e-commerce
  • comprare biglietti per un evento del giornale
  • offrire dati personali al giornale in modo tale che il giornale possa fare della pubblicità più su misura
  • scrivere buoni commenti
  • sostenere progetti
  • rispondere a una domanda di un giornalista su Twitter che sia utile a quel giornalista  per fare un articolo
  • segnalare e correggere un errore
  • offrire uno spunto per un articolo

Si tratta di un’ipotesi che è stata dibattuta anche più recentemente all’ultimo Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia durante il panel “Modelli di business 2.0: oltre l’advertising” nel quale, in particolare, Garrett Goodman, responsabile dello sviluppo della startup Worldcrunch, ha citato diversi esempi in tal senso.

Se, come ho ribadito più volte, la vera lezione che si può trarre sinora è che non esiste più un modello di business unico per tutti i giornali così come avveniva una volta con il binomio vendite-pubblicità, il reversed paywall sembra un’alternativa davvero interessante per conciliare il superamento della scarsa propensione al pagamento da parte delle persone con la naturale necessità di monetizzare da parte degli editori.

 

Il nuovo avanza ma a fatica

17 giugno, 2013 da · 1 Comment 

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È stato pubblicato la scorsa settimana “The new normal for news. Have global media changed forever” titolo scelto per la sesta edizione del rapporto annuale di Oriella-PR-Network, realizzato per la prima volta nel 2008, che offre una fotografia dell’utilizzo dei social media e delle tecnologie digitali nel mondo dei media.

La ricerca di quest’anno è stata realizzata tra aprile e maggio 2013 in base alle risposte di 550 giornalisti in 15 paesi tra cui Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, Nuova Zelanda, Russia, Spagna, Svezia, Gran Bretagna e Stati Uniti, con una media di 38 giornalisti intervistati per ogni singolo paese.

Il rapporto conferma le tendenze evolutive in corso e le difficoltà legate alle stesse sia come abitudini di lavoro che di approccio culturale nel suo complesso. Insomma il nuovo avanza ma a fatica.

In particolare emerge che:

Un quarto dei giornalisti intervistati esegue più versioni di una stessa storia, adattandone i contenuti in funzione della piattaforma, mentre un quinto ha dichiarato che il giornalismo partecipativo, il citizen journalism, ha per la propria testata la stessa credibilità delle testimonianze tradizionali. Se certamente si tratta di un’evoluzione altrettanto certamente resta comunque una minoranza in entrambi i casi.

Lo studio rileva che i giornalisti utilizzano i social media per raccogliere notizie, ma le fonti attendibili e le relazioni pre-esistenti vengono considerate come le più rilevanti. Per esempio, il 51% dei giornalisti dichiara che la propria fonte di notizie sono i microblog, come Twitter e Weibo, ma solo quando la fonte è già considerata attendibile da altri. Quando la fonte è sconosciuta, l’utilizzo da parte dei giornalisti è dimezzato, circa il 25%. Al contrario, il 59% degli intervistati ha dichiarato che gran parte delle notizie che trattano derivano da “conversazioni con esperti del settore.”

Cresce l’utilizzo dei social media, ed in particolare quello di Twitter che passa a livello globale dal 47% dell’indagine del 2012 all’attuale 59%, ma è una dinamica che continua ad interessare l’Italia in maniera inferiore rispetto alla media generale, ed ancor più rispetto a Nazioni come USA, Uk e Francia. Infatti nel nostro Paese sia l’utilizzo di un blog personale che quello di Twitter e Google Plus sono nettamente sottodimensionati attestandosi rispettivamente al 19%, 38% e 8%.

L’unità di misura del successo degli articoli prodotti per l’online restano gli utenti unici e le pagine viste, solamente in Francia viene utilizzato come parametro il numero di follower quale elemento di engagement del lettore.

Circa il 50% dei giornalisti intervistati affermano che la parte più rilevante della propria audience è online ma, giustamente, restano perplessi di fronte alle reali opportunità economiche che questo comporta. Soprattutto è più della metà dei rispondenti ad affermare che comunque la carta stampata resta più prestigiosa rispetto all’online.

Diceva Woody Allen in Without Feathers: Non c’è dubbio che ci sia un mondo invisibile. Il problema è, quanto dista dal centro storico e qual è l’orario di chiusura? Potrebbe essere raccolta in questa frase la sintesi delle difficoltà verso la nuova normalità per l’ecosistema dell’informazione.

 

 

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