<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>EJO - European Journalism Observatory &#187; Cultura Professionale</title>
	<atom:link href="http://it.ejo.ch/category/cultura-professionale/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://it.ejo.ch</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 16 May 2012 12:31:10 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator>
		<item>
		<title>Il sito rumeno dell&#8217;EJO si presenta  e ci parla dei media nel suo Paese</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5445/cultura-professionale/il-sito-romeno-si-presenta-e-ci-parla-dei-media-nel-suo-paese</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5445/cultura-professionale/il-sito-romeno-si-presenta-e-ci-parla-dei-media-nel-suo-paese#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 10:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alina Vasiliu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[Press Freedom Index]]></category>
		<category><![CDATA[Romania]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5445</guid>
		<description><![CDATA[Il 1989 è un anno di svolta per i mass media della Romania: ogni singolo aspetto della società viene trasformato e le istituzioni mediatiche comuniste scompaiono per lasciare il posto a quelle democratiche. Quasi tutti i media cambiano il proprio nome, sostituendo le vecchie etichette comuniste demagogiche e aggiungendo la parola “libero” nei titoli delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://en.ejo.ch/wp-content/uploads/2615334635_febb67bbb8-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" />Il 1989 è un anno di svolta per i mass media della Romania: ogni singolo aspetto della società viene trasformato e le istituzioni mediatiche comuniste scompaiono per lasciare il posto a quelle democratiche. Quasi tutti i media cambiano il proprio nome, sostituendo le vecchie etichette comuniste demagogiche e aggiungendo la parola “libero” nei titoli delle testate, ad esempio: Gioventù Libera (quotidiano nazionale), Televisione Rumena libera (televisione pubblica), Vita Libera (quotidiano di Galati), Pensiero Libero (quotidiano in Costanza) e il quotidiano La Scintilla diventa La Verità. L’unica testata che non ha necessitato di un cambio di nome è stata România Liberă (“Romania Libera”), sebbene si tratti di un epiteto che ha acquisito un significato ben diverso a partire da questa data.</p>
<p>Sfortunatamente, nonostante il cambio di nome, nella maggior parte dei casi lo staff è rimasto sempre lo stesso. Giornalisti pre-revoluzionari, obbligati a scrivere ciò che veniva impartito per timore della censura, sono diventati post-revoluzionari e sufficientemente aggressivi da compensare la docilità impostagli in passato. Durante il breve passaggio verso il governo democratico i giornalisti si sono sentiti liberi di violare qualsiasi tipo di regola e di scrivere di ogni su chiunque senza il pericolo di alcuna sanzione.</p>
<p><span id="more-5445"></span>Sono cambiati i titoli delle testate, ma coloro che hanno coordinato e censurato i giornalisti prima della rivoluzione non sono scomparsi nel nulla, bensì rimasti in una sorta di letargo per riapparire alcuni anni più tardi al timone di diverse imprese mediatiche. Ma dal momento che le abitudini e i comportamenti indotti da numerosi anni di sopravvivenza al regime comunista non possono svanire tutto ad un tratto, chi nel 1989 ha occupato posizioni di comando è difficilmente etichettabile come giornalista modello.</p>
<p>La prospettiva più promettente per il futuro del giornalismo rumeno è pertanto quella di riuscire a sostituire in toto la generazione educata durante l’“età dell’oro” e di contare così su giovani giornalisti pronti ad applicare ciò che hanno studiato in università piuttosto che “usi e costumi” presi a prestito dai colleghi più anziani.</p>
<p><strong>Quale deontologia?</strong></p>
<p>Un importante studio sociologico (“<a href="http://media.hotnews.ro/media_server1/document-2009-10-23-6340228-0-raport-cercetare-cantitativa.pdf">Media Self-Regulation in Romania</a>” realizzato nel 2009 da IMAS, dal Centre for Independent Journalism e da Active Watch) ha rivelato molte anomalie rispetto ai doveri professionali generalmente accettati. Il 31% dei giornalisti ha, ad esempio, ammesso di essere obbligato ad andare in cerca di contratti pubblicitari alla stregua di agenti commerciali; molti hanno denunciato impedimenti nell’eventuale rettifica di errori; il 43% concorda sulle difficoltà a verificare le informazioni presso più fonti indipendenti e il 33% afferma quanto sia problematico presentare tutti i punti di vista delle parti coinvolte in una determinata questione.</p>
<p>La maggior parte dei giornalisti riconosce che le norme deontologiche non vengono rispettate e il 60% sostiene che il motivo sia di natura politica. Altre potenziali cause citate riguardano la scarsa formazione dei giornalisti, l’influenza esercitata dai datori di lavoro, la pressione del mercato e l’opacità delle istituzioni statali. La metà dei giornalisti non è consapevole dell’esistenza di un “codice etico” e il 17% afferma che certi argomenti sono un vero e proprio taboo nelle proprie redazioni.</p>
<p>Le questioni di etica professionale sono culminate in diversi scandali e sono state soprattutto sollecitate dalla pubblicazione, nel 2009, di ricettazioni che documentano il tentativo di due famosi giornalisti, Sorin Roşca Stănescu e Bogdan Chirieac, di ricattare una figura pubblica.</p>
<p>L’anno successivo è la volta di controverse ricettazioni di conversazioni di Sorin Ovidiu Vântu, proprietario di Realitatea TV, una delle più importanti stazioni televisive rumene, con giornalisti e politici. Al di là della rilevanza politica di tali episodi, questi scandali non hanno fatto altro che palesare il livello di subordinazione, se non di servilismo, che tende a regolare i rapporti tra i giornalisti e i proprietari dei media.</p>
<p>A una conferenza a Bucarest, nel 2011, tenuta dalla Federazione Rumena di Giornalisti MediaSind, il presidente e CEO della TVR Alexandru Lăzescu mette luce su questa delicata situazione: “I media non sono deboli solo dal punto di vista economico, bensì anche da quello etico. Determinati principi sono completamente collassati facendo guadagnare un’aria di normalità a un tale ribaltamento dei valori. In che misura i media sono realmente media e un giornalista è effettivamente un giornalista e non una sorta di arma? Se qualcuno viene definito giornalista non è detto che questi faccia realmente giornalismo. Per quasi 10 anni è imperata una pratica immorale, capace solo di minare la credibilità dei media. I ricatti della stampa in Romania – un po’ meno a Bucarest – sono organizzati con arguzia e maestria e seguono precise linee d’azione. Conosco persone esasperate da questo sistema, ormai diventato un attacco sofisticato e orchestrato in ogni dettaglio”.</p>
<p>Funziona più o meno in questo modo: i giornalisti investigano sugli scandali relativi a una particolare figura pubblica e poi garantiscono di non svelare mai le informazioni scoperte in cambio di denaro o di pubblicità a favore delle loro testate. Esistono anche casi in cui individui ricattati che ricoprono incarichi importanti all’interno di organizzazioni statali sono obbligati a fornire informazioni riservate.</p>
<p>Lăzescu – che nonostante la sua nomina di direttore della televisione pubblica rumena ha mantenuto il suo incarico di professore di giornalismo – confessa di avere molte difficoltà di comunicazione con i suoi studenti, dal momento che riconoscono ben presto la contraddizione tra ciò che viene insegnato in università e ciò che invece contraddistingue effettivamente la pratica giornalistica.</p>
<p><strong>Quale libertà di stampa?</strong></p>
<p>Tutte le organizzazioni non governative e le associazioni di stampa rimangono aggrappate all’idea che i giornalisti non debbano essere regolamentati da un punto di vista giuridico, al fine di evitare l’imposizione di condizioni che limitino la libertà di espressione. Sebbene si prevedano lo sviluppo e la discussione di un disegno di legge, persiste la convinzione che una volta dentro “i guazzabugli” del parlamento rumeno, quei politici che percepiscono la stampa come una minaccia tentino irrimediabilmente di “contaminarne” la regolamentazione.</p>
<p>Grazie alla costante pressione esercitata dalle organizzazioni industriali &#8211; soprattutto contro gli articoli 205 e 206 del Codice Penale, che condannano l’ingiuria e la calunnia &#8211; a partire dal 2006 la legge non ha rappresentato una minaccia per la libertà di stampa. Nonostante ciò, la Romania è classificata in 52esima posizione nel Press Freedom Index<span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"> </span>(2010), redatto da Reporter senza Frontiere, due posizioni ancora più giù rispetto all’anno scorso. Secondo la classifica, infatti, la Romania è digradata per il terzo anno consecutivo  (2007: 42° posizione; 2008 – 47° posizione,; 2009: 50° posizione, 2010: 52° posizione).</p>
<p>Non è la legge a limitare la libertà giornalistica in Romania, bensì le imprese mediatiche in cui si lavora. L’assenza di una regolamentazione o di istituzioni auto-regolamentate può avere incrementato la pratica dei ricatti e “soffocato contenuti editoriali di qualità  a favore di un giornalismo di manipolazione, opinionismo di parte e un servizio di informazione ormai trasformato in intrattenimento”, così come rivela l’indagine del Press Freedom Index <a href="http://www.activewatch.ro/uploads/FreeEx%20Publicatii%20/Press%20Freedom%20in%20Romania%20Report%20May%202011.pdf">“Press Freedom in Romania – 2010″</a>.</p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>Traduzione di Maria Elena Caiola</strong></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5445/cultura-professionale/il-sito-romeno-si-presenta-e-ci-parla-dei-media-nel-suo-paese/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Carta deontologica e precariato al centro della convention fiorentina</title>
		<link>http://it.ejo.ch/4896/cultura-professionale/carta-deontologica-e-precariato-al-centro-della-convention-fiorentina</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/4896/cultura-professionale/carta-deontologica-e-precariato-al-centro-della-convention-fiorentina#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 05:59:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio Pasteris</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Carta deontologica]]></category>
		<category><![CDATA[Fieg]]></category>
		<category><![CDATA[Firenze]]></category>
		<category><![CDATA[ordine dei giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=4896</guid>
		<description><![CDATA[Due giorni passati al cinema Odeon di Firenze a parlare dei problemi gravi del giornalismo italiano soprattuto di quello precario. Molte discussioni anche fortemente accese. Una denuncia forte e vibrante contro le pratiche di editori e colleghi. La presa di coscienza che in Italia ci sono delle nuove generazioni di giornalisti che lottano e non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.pasteris.it/blog/2011/10/06/un-vademecum-per-giornalismi-e-giornalisti-a-firenze/"><img class="alignleft size-full wp-image-4899" title="giornalismi-e-giornalisti" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/giornalismi-e-giornalisti.jpg" alt="" width="214" height="220" /></a>Due giorni passati al cinema Odeon di Firenze a parlare dei problemi gravi del giornalismo italiano soprattuto di quello precario. Molte discussioni anche fortemente accese. Una denuncia forte e vibrante contro le pratiche di editori e colleghi. La presa di coscienza che in Italia ci sono delle nuove generazioni di giornalisti che lottano e non molleranno per un giornalismo vero e diverso. Il primo sciopero dei collaboratori delle redazioni dell’Unità. La fotografia di un “vecchio giornalismo” e dei relativi editori ancora arroccati. Una Carta di Firenze redatta in bozza, discussa, poi rivista e ora al vaglio del Consiglio dell’Ordine. Queste le immagini più nitide rimaste nella memoria della due giorni a Firenze per parlare di <a href="http://precariato.odg.it/">“Giornalismi e Giornalisti, Libera stampa liberi tutti”</a>.</p>
<p><span id="more-4896"></span>Alla convention fiorentina del 7 e 8 ottobre hanno partecipato circa 300 giornalisti.  La mattinata di venerdì è stata dedicata ad una specie di grande confessione collettiva delle ingiustizie subite con racconti a microfono aperto di collaboratori, free lance, precari e non solo. A seguire il video di una serie di interviste che hanno cercato di indagare quanto i cittadini giudichino essere i guadagni dei giornalisti italiani, con risposte spesso interrogative o decisamente imprecise.</p>
<p>Nel primo pomeriggio del venerdì in piazza della Signoria quasi 200 giornalisti hanno realizzato un presidio in cui i diversi coordinamenti di precari hanno raccontato le loro storie ai cittadini. (<a href="http://youtu.be/TDLJIzEP678 ">video youtube</a>) “Noi siamo quelli che ci mettono la faccia. Siamo quelli che gli editori guardano in cagnesco”. – Raccontano i precari – “Senza il nostro lavoro molte testate non uscirebbero. Metà dei giornalisti che lavorano nei giornali non hanno un contratto regolare. Chiediamo più dignità” – E poi “Non è solo un problema dei giornalisti. L’equa retribuzione è un diritto per tutti i cittadini. Perché un’informazione precaria è una democrazia precaria. Che siano i direttori e gli editori dei giornali a pagare”. Dopo il presidio i partecipanti si sono divisi in quattro diversi gruppi che hanno discusso la carta di Firenze proponendo delle modifiche e delle migliorie al testo.</p>
<p>Nelle stesse giornate i collaboratori delle redazioni di Roma, Milano, Firenze e Bologna e i corrispondenti regionali dell’Unità hanno scioperato per protestare contro le loro condizioni di lavoro. In una lettera al direttore hanno lamentato “Una situazione che non siamo più disposti ad accettare &#8230; Chiediamo che venga riconosciuta da questa azienda la nostra esistenza e con essa il rispetto e la dignità che ne consegue”.</p>
<p>La giornata di sabato si è aperta con una tavola rotonda sul tema “Cinquanta centesimi a pezzo? E’ dignità?” con tra gli altri Carlo Malinconico della <a href="http://www.fieg.it">Fieg</a>, il deputato Enzo Carra, relatore del decreto sull’equo compenso e Franco Siddi, segretario della Fnsi. Come previsto l’ambiente si è surriscaldato con vivaci polemiche fra molti precari e la Fieg che non ha dato risposte molto concrete per un futuro diverso.</p>
<p>La mattinata si è conclusa con la revisione della bozza finale della Carta di Firenze. Anche qui il clima si è animato per una serie di modifiche proposte dai gruppi di lavoro che non sono state successivamente recepite. In ogni caso il documento realizzato dovrà ancora andare al vaglio dei legali dell’Ordine per poi essere ratificato dal voto del Consiglio nazionale Odg per diventare carta deontologica.</p>
<p>Tutta la manifestazione è stata trasmessa in streaming dal <a href="http://www.intoscana.it/intoscana2/opencms/intoscana/sito-intoscana/Contenuti_intoscana/Canali/News/visualizza_asset.html?id=1117854&amp;pagename=704617">portale Intoscana.it</a>  ed è stata seguita da 4000 visitatori in Rete.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/4896/cultura-professionale/carta-deontologica-e-precariato-al-centro-della-convention-fiorentina/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Twittate o sarete licenziati&#8221;</title>
		<link>http://it.ejo.ch/4773/cultura-professionale/twittate-o-sarete-licenziati</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/4773/cultura-professionale/twittate-o-sarete-licenziati#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 07:27:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natascha Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Bbc]]></category>
		<category><![CDATA[BBC editorial guidelines]]></category>
		<category><![CDATA[Boston Globe]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Information radiator]]></category>
		<category><![CDATA[NZZ]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Horrocks]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=4773</guid>
		<description><![CDATA[Corriere del Ticino, 23.09.2011 Queste le parole di Peter Horrocks un anno fa (nel frattempo i followers di twitter della BBC da 0,6 milioni sono passati a 1,8 milioni) ai suoi giornalisti per espri­mere il cambiamento culturale in at­to nel mondo del giornalismo. Un&#8217;espressione forte per far intendere che un giornalista oggi non è comple­to, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.bbc.co.uk/editorialguidelines/page/guidance-blogs-bbc-summary#editorial-guidelines-issues"><img class="alignleft size-medium wp-image-4777" title="Guardian Editorial Guidelines" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2011-09-26-at-9.19.50-AM-300x150.png" alt="" width="300" height="150" /></a><strong><span style="color: #888888;">Corriere del Ticino, 23.09.2011</span></strong></p>
<p><a href="http://www.bbc.co.uk/journalism/blog/2011/05/bbcsms-changing-journalists-mi.shtml">Queste le parole di Peter Horrocks un anno fa</a> (nel frattempo i followers di twitter della BBC da 0,6 milioni sono passati a 1,8 milioni) ai suoi giornalisti per espri­mere il cambiamento culturale in at­to nel mondo del giornalismo. Un&#8217;espressione forte per far intendere che un giornalista oggi non è comple­to, non è in grado di leggere gli even­ti nella loro complessità e nella velo­cità con la quale accadono <a href="http://www.guardian.co.uk/media/pda/2010/feb/10/bbc-news-social-media">se non ha familiarità con i social media e le lo­ro dinamiche.</a></p>
<p><span id="more-4773"></span>Dalla Primavera araba al caso Strauss Kahn, allo scandalo estivo del dome­nicale inglese di Murdoch<em> News of the World </em>e alle rivolte urbane di Londra, la tesi di Horrocks trova conferma: in tutti questi casi, se anche la notizia inizialmente è stata data dai media tradizionali (come nel caso delle in­tercettazioni telefoniche di News of the World è stato il <em>Guardian</em>), ad agire da detonatore, a imprimere velocità alla notizia, a diffonderla a macchia d&#8217;olio e a creare attenzione, discussio­ne e mobilitazione intorno ad essa so­no stati i social network.</p>
<p>«È l&#8217;ultimo esempio di come i social media pos­sono agire da forti acceleratori delle crisi politiche» ha commentato il gior­nalista Peter Apps in una analisi del­la Reuters dal titolo «<a href="http://www.reuters.com/article/2011/07/14/us-newscorp-networking-idUSTRE76D5CA20110714">Press barons lo­se information monopoly in Twitter era</a>» (Nell&#8217;era di twitter i baroni del­la stampa perdono il monopolio del­l&#8217;informazione) in merito alla vicen­da del giornale di Murdoch.</p>
<p>E se l&#8217;impatto dei media sociali sulle recenti vicende è stato enorme, altret­tanto lo è stato sulla cultura redazio­nale nelle aziende editoriali rivoluzio­nando radicalmente il loro modo di raccogliere, interpretare, verificare e pubblicare le notizie.</p>
<p>Il <em><a href="http://bostonglobe.com/">Boston Globe</a></em> ha dato il via al progetto redaziona­le «<a href="http://wallblog.co.uk/2011/08/03/boston-globe-creates-a-twitter-information-radiator/">Information Radiator</a>» (Radiato­re di informazioni) che punta ad in­crementare la diffusione delle infor­mazioni all&#8217;interno del giornale, ac­crescere la familiarità della redazio­ne con il nuovo mondo e incoraggia­re un maggior numero di redattori ad utilizzate Twitter. Una delle novità è l&#8217;account<a href="http://twitter.com/#!/BostonUpdate/bostonglobe">@BostonUpdate/bostonglo­be</a> che tramite un wall screen infor­ma i redattori via tweet 24 ore al gior­no e permette loro di vedere tutti i col­legamenti e i rapporti che Twitter con­sente di realizzare al giornale e ai suoi giornalisti.</p>
<p>La BBC news invece per aiutare i gior­nalisti a sfruttare al meglio le poten­zialità dei social media nel rispetto dei valori (etica, privacy, anonimato) e della linea editoriale della testata ha creato un documento contenente delle <a href="http://www.bbc.co.uk/editorialguidelines/page/guidance-blogs-bbc-summary#editorial-guidelines-issues">linee guida</a> da seguire nel lavo­ro redazionale quotidiano.Perchè i so­cial media ricoprono ormai un ruolo fondamentale nell&#8217;attività giornalisti­ca: aiutano a reperire molte più in­formazioni, spesso anche qualitative, a sentire più voci e a contattare più velocemente i testimoni di una vicen­da; danno la possibilità di avere un contatto diretto e continuativo con il pubblico e di coinvolgere audience di­versi, soprattutto giovani; sono una piattaforma per pubblicare e diffon­dere i contenuti.</p>
<p>Togliendo con que­sto una prerogativa importante ai me­dia tradizionali, che vedono dare le «breaking news» su Twitter, pubblica­re i primi fotogrammi di un eroe ca­duto su facebook e il primo video sul­le rivolte in Siria postato su youtube. Ma lasciandogli anche la competen­za più importante: quella della sele­zione e della verifica delle fonti, delle notizie e l&#8217;approfondimento.</p>
<p>Persino un quotidiano svizzero tradi­zionalista come la<a href="http://www.nzz.ch/"> <em>Neue Zürcher Zei­tung</em></a> si è accorto dell&#8217;importanza dei social media. Da qualche tempo an­che sulla sua homepage campeggia vistoso il logo di facebook.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/4773/cultura-professionale/twittate-o-sarete-licenziati/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Si, la rete è sicuramente l&#8217;alternativa&#8221;- Intervista a Massimo Fini</title>
		<link>http://it.ejo.ch/4613/cultura-professionale/si-la-rete-e-sicuramente-lalternativa-intervista-a-massimo-fini</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/4613/cultura-professionale/si-la-rete-e-sicuramente-lalternativa-intervista-a-massimo-fini#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 05:30:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[La voce del Ribelle]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Fini]]></category>
		<category><![CDATA[Mullah Omar]]></category>
		<category><![CDATA[Parolario]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=4613</guid>
		<description><![CDATA[Nella cornice della rassegna letteraria Parolario, dove ha presentato il suo libro &#8220;Mullah Omar&#8221;, abbiamo chiesto a Massimo Fini che cosa ne pensa dello stato di salute del giornalismo in Italia. Lo scorso aprile una giornalista di Libero, una deputata PDL e alcuni rappresentanti di associazioni hanno annunciato di intraprendere le vie legali contro la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nella cornice della rassegna letteraria <a href="http://www.parolario.it/">Parolario</a>, dove ha presentato il suo libro &#8220;Mullah Omar&#8221;, abbiamo chiesto a Massimo Fini che cosa ne pensa dello stato di salute del giornalismo in Italia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Massimo-Fini.jpg"><img title="Massimo Fini" alt="" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" class="alignleft size-medium wp-image-4616" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Massimo-Fini-300x206.jpg" width="300" height="206" /></a>Lo scorso aprile una giornalista di <em>Libero</em>, una deputata PDL e alcuni rappresentanti di associazioni hanno <a href="http://www.libero-news.it/news/713361/Mullah-Omar1--Caro-Massimo-tu-stai-con-i-terroristi-.html">annunciato</a> di intraprendere le vie legali contro la sua biografia sul leader dei talebani, <em>Mullah Omar</em>. Nel 2003 il suo programma tv <em><a href="http://archiviostorico.corriere.it/2004/settembre/28/Fini_mio_Cyrano_contro_censura_co_7_040928027.shtml">Cyrano</a> </em>per il servizio pubblico viene improvvisamente bloccato  per &#8220;veto politico aziendale&#8221;, come verrà poi serenamente ammesso dai vertici Rai. Massimo Fini è una delle firme e delle menti più spigolose del giornalismo italiano. Apertamente antisistemico, polemicamente non allineato e strenuo antimodernista in quarant&#8217;anni di carriera Fini ha preso parte ad alcune fondamentali esperienze della stampa italiana. Oggi Scrive per <em>Il Fatto Quotidiano</em>, <em>Il Gazzettino</em> e <em>La Voce del Ribelle</em>, mensile in abbonamento da lui ideato. Come saggista ha scritto <em>Il vizio oscuro dell&#8217;Occidente</em>, <em>Sudditi</em> e <em>Il conformista</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-4613"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Qualche mese fa l’ Osservatorio Europeo di giornalismo ha ospitato un <a href="http://it.ejo.ch/?page_id=3823">dibattito</a> con Gad Lerner e Marcello Veneziani in cui ci si chiedeva se oggi &#8220;vince il giornalismo d&#8217;opinione&#8221;. Una testata con cui lei collabora come </em>Il Fatto Quotidiano <em>con una linea editoriale forte ha ottenuto recentemente una visibilità ragguardevole. È d&#8217;accordo con questa analisi?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Solo in parte, nel senso che la stragrande maggioranza del giornalismo in Italia è schierata o con la banda berluscones o con l&#8217;altra. <em>Il Fatto</em> è effettivamente una novità che mi ricorda <em>l&#8217;Indipendente</em> degli anni &#8217;70. Anche lui è schierato ma non è legato a un partito o a una congrega di partiti. <em>Il Fatto</em> è un&#8217;eccezione. La normalità è questo schierarsi apertamente da una parte o dall&#8217;altra. Il giornalista dovrebbe essere critico a 360 gradi per non diventare un agit-prop&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Prendendo spunto da un suo <a href="http://www.massimofini.it/articoli/i-bambini-afgani-uccisi-sono-ben-pi-importanti-dei-nuovi-sindaci-in-italia">articolo</a> uscito sul </em>Gazzettino <em>lo scorso giugno in relazione all&#8217;attenzione riservata alle vittorie di Pisapia e De Magistris che avevano oscurato la notizia di un raid Nato responsabile di vittime civili in Afghanistan, si potrebbe affermare che persista in Italia una tendenza nel sottovalutare gli avvenimenti di politica estera.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ovviamente. Se si apre ad esempio il <em>Corriere Della Sera</em>, non solo in situazioni particolari come questa, ci sono 12 o 13 pagine dedicate alla politica interna. Ma una politica interna che non si capisce bene cosa sia perchè ci dicono cosa ha mangiato Berlusconi piuttosto che Bersani. Se si leggono i giornali francesi, al contrario, si può leggere  che cosa effettivamente è stato fatto dal Primo Ministro o dal capo dell&#8217;opposizione. Da noi invece il segnale che si percepisce è che gli interessi stiano nella politica di bottega&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ciò che sembra mancare agli organi di informazione italiani è spesso una visione sistemica sui fatti del mondo che invece come nel caso della biografia sul Mullah Omar, ha sempre caratterizzato i suoi libri. Il nuovo tg di Mentana su La7, ad esempio, fatti salvi gli eventi fondamentali di cui non può non parlare, è quasi esclusivamente dedicato alla politica italiana. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sostanzialmente non sono interessati, o lo sono poco, per le ragioni che citavo prima. L&#8217;interesse vero in Italia è il potere. Per questo motivo anche fatti molto importanti che in realtà potrebbero avere un rilievo forte anche su di noi vengono sottovalutate o addirittura ignorate. Non è stato sempre così. Per esempio ho lavorato in un grande giornale, <em>L&#8217;Europeo</em>, che si occupava molto di fatti italiani, anche se in modo diverso. Ci interessavamo di piccoli fatti di provincia e con una grande lente ne facevamo un fatto nazionale. Ci occupavamo della società, del mondo, della realtà. La realtà non è solo quella politica. E <em>l&#8217;Europeo</em> si occupava molto anche di esteri. All&#8217;epoca era anche più semplice, naturalmente. Mi vengono in mente i reportage di viaggi di avventura del mio collega Ongaro, all&#8217;epoca avevano un senso diverso. Ora che tutti viaggiano, forse meno. La differenza è che allora i partiti non avevano ancora messo le mani sui giornali, né i giornali si erano così immiseriti da essere agit-prop dei partiti. Il mio direttore all&#8217;<em>Europeo</em> non voleva, a parte la redazione romana, che avessimo contatti con i politici. Proprio per evitare un&#8217;influenza, perché a furia di guardare il mostro finisci per assomigliargli&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La rete può essere una riposta a questo meccanismo? Lei è presente online da molto tempo con un suo sito, cura un blog.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sì, la rete è sicuramente l&#8217;alternativa. I ragazzi non leggono i giornali, ma vanno online. Naturalmente Internet ha un limite. Prendendo la cosa più semplice, Wikipedia, ognuno può aggiungere qualsiasi cosa a una pagina, senza verifica. Il problema della rete rimane la non verificabilità. Ma visto che la situazione generale è questa, ben venga Internet. Pur essendo un antimodernista, uso chiaramente Internet e il mio giornale, <em><a href="http://www.ilribelle.com/">La Voce del Ribelle</a></em>, esce anche sul web&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Voce del Ribelle</strong>, <strong><em>invece, come sta andando?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Male in questo momento. Siamo una testata che vive di abbonamenti. La formula è interessante ma non abbiamo possibilità di farci pubblicità. La rivista non è ideologica, cerca di fare il giornale. Nell&#8217;ultimo numero, ad esempio, avevamo una bellissima intervista a Battiato e diverse inchieste. Non siamo riusciti ad andare nelle librerie, escluse le cinque dove siamo distribuiti e il giornale va sempre esaurito. Pareggiamo con 2800 abbonati e quest&#8217;anno siamo scesi a 2300. Stiamo decidendo proprio in questi giorni cosa fare, se andare, anche se io non vorrei, perchè mi dispiacerebbe per i ragazzi che ci hanno lavorato, solo online. Perchè la carta comunque rimane e il giornale è fatto piuttosto bene&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Invece come giudica l&#8217;attuale situazione della Rai alla luce della fuga attuale verso il terzo polo?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il problema è un problema di sistema che avrebbe dovuto essere messo a posto tempo fa. C&#8217;é un oligopolio Rai e Mediaset che ora si sta incrinando. In realtà la cosa doveva essere risolta da tempo con un disarmo bilaterale: una rete, come la BBC inglese, che dipende dal governo e che ha il diritto di fare una politica culturale di un certo tipo, una rete Mediaset e le altre messe sul mercato a disposizione di soggetti diversi. Questa è la cosa elementare che andava fatta, ma interessava poco ai partiti, poco a Berlusconi e addirittura in un certo momento si era arrivati a una situazione di quasi monopolio perchè Berlusconi, non facendo nulla di diverso da quello che era stato fatto dagli altri, una volta a capo del governo, controllava altre due reti. La situazione è anomala da sempre e questa classe dirigente non la affronterà mai. Non si muoveranno mai dalle loro posizioni, non c&#8217;è una forza politica interessata, nemmeno la Lega, entrata in politica con l&#8217;idea di spazzare via questa situazione, è ora perfettamente rientrata nel sistema&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Cosa può dirci invece sulla sua biografia sul Mullah Omar che ha causato scompiglio nella stampa italiana.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Una giornalista, Maria Giovanna Maglie e una deputata del PDL (Souad Sbai, ndr) e altri hanno addirittura detto che ne avrebbero chiesto il sequestro. In realtà io non ho ricevuto nulla. Loro sostenevano che insultassi l&#8217;Occidente, cosa che a me non sembra di fare e che non mi sembra un reato. E poi che ero un terrorista. Non avevano letto il libro e lo si capisce da alcuni particolari. In realtà mi hanno fatto pubblicità. Questo fatto è segno di un&#8217;intolleranza che c&#8217;è verso un pensiero eterodosso che non è detto sia giusto, per carità, ma che però è diverso. Negli anni cui facevo riferimento c&#8217;erano i cosiddetti &#8220;bastian contrari&#8221;, Bocca è stato uno di questi, Montanelli lo è stato, Pasolini certamente. Era gente che sosteneva cose vagamente laterali rispetto alla <em>comunis opinio</em>. Io stesso sul <em>Giorno </em>di Zucconi, siamo negli anni &#8217;80, e <em>Il Giorno</em> era il giornale dell&#8217;Eni, avevo una rubrica in cui potevo sostenere le cose più pazzesche. Mi ricordo quanto evocai provocatoriamente la scelta fatta in Turchia dal generale Evren che aveva sospeso tutti i partiti per poi riaprirli cinque anni dopo. Zucconi usava questa rubrica in modo molto intelligente. Teneva presenti un paio di punti di riferimento e per il resto ci lasciava il più ampio margine. E quando gli dicevano &#8220;tu sei troppo prono ai partiti&#8221; lui rispondeva &#8220;ma guardate cosa scrive Fini!&#8221;. Quando aveva delle grane per quello che scrivevo diceva &#8220;lui è un pazzo, ha una rubrica sua&#8221;. Erano delle forme un po&#8217; paracule ma in realtà potevamo scrivere quello volevamo. Cosa che adesso che non esiste più&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/4613/cultura-professionale/si-la-rete-e-sicuramente-lalternativa-intervista-a-massimo-fini/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le ricerche scientifiche sull&#8217;informazione tra teoria e realtà</title>
		<link>http://it.ejo.ch/4107/cultura-professionale/le-ricerche-scientifiche-sullinformazione-tra-teoria-e-realta</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/4107/cultura-professionale/le-ricerche-scientifiche-sullinformazione-tra-teoria-e-realta#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 May 2011 05:44:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natascha Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[il futuro dei media in Svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[Medienspiegel]]></category>
		<category><![CDATA[NZZ]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca sui media]]></category>
		<category><![CDATA[Tagesanzeiger]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=4107</guid>
		<description><![CDATA[Corriere del Ticino, 03.05.2011 Da qualche giorno sulle pa­gine dei più importanti giornali svizzeri si svolge un acceso dibattito sulla necessità, l&#8217;utilità e soprattutto l&#8217;atten­dibilità degli studi e delle ricerche scien­tifiche applicati al mondo dei media e dell&#8217;informazione. Ad innescarlo è sta­ta la ricerca commissionata dal Ba­com, Ufficio federale delle comunica­zioni, assegnata a cinque team [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #888888;">Corriere del Ticino, 03.05.2011</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/media-studies.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4110" title="media-studies" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/media-studies-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" /></a>Da qualche giorno sulle pa­gine dei più importanti giornali svizzeri si svolge un acceso dibattito sulla necessità, l&#8217;utilità e soprattutto l&#8217;atten­dibilità degli studi e delle ricerche scien­tifiche applicati al mondo dei media e dell&#8217;informazione. Ad innescarlo è sta­ta la ricerca commissionata dal Ba­com, Ufficio federale delle comunica­zioni, assegnata a cinque team prove­nienti da diversi centri di ricerca sviz­zeri. Titolo: «Il futuro dei media in Sviz­zera». Scopo: indagare le basi economiche sulle quali poggiano le im­prese mediatiche svizzere, le conseguen­ze della concentrazione mediatica sul­la pluralità d&#8217;opinione, le opportuni­tà future dei diversi media così come le conseguenze del web su stampa, ra­dio e Tv, in particolare sulle pratiche giornalistiche e le norme che regolano la professione, così come degli svilup­pi economici nell&#8217;ambito del panora­ma mediatico svizzero.<br />
Budget totale messo a disposizione per il progetto: 385.900 franchi.<br />
Risultato finale dello studio: la tiratu­ra dei quotidiani è in costante dimi­nuzione mentre aumentano invece pubblicità e utenti nei media elettro­nici; confermato il postulato secondo il quale i media svizzeri sono poco qua­litativi e anzi c&#8217;è una tendenza a peg­giorare; necessità di introdurre sovven­zioni statali dirette per salvare quei me­dia indispensabili per la salvaguardia della democrazia. Non stupisce che chi sul campo fa in­formazione tutti i giorni si sia sentito punto nel vivo e non ci stia a prende­re lezioni dall&#8217;accademico di turno che non ha idea di quello che succede nel mondo reale.<br />
<span id="more-4107"></span>Secondo Kurt Zimmermann, editoria­lista della Weltwoche, la ricerca con­tiene luoghi comuni irrilevanti, Thier­ry Meyer nel blog del <a href="http://tagesanzeiger.ch/" target="_blank">Tagesanzeiger.ch</a> accusa i ricercatori di egotismo e «le scienze di screditare i media».<br />
Norbert Neininger-Schwarz, editore e direttore di Schaffhauser Nachrichten, critica invece la metodologia usata e lamenta la poca chiarezza espositiva della ricerca rendendone difficile la comprensione della stessa e dei suoi ri­sultati.<br />
Più diretto il commento di Andrea Ma­süger su <a href="http://medienspiegel.ch/" target="_blank">medienspiegel.ch</a> che si dice preoccupato della crescente tendenza in atto nel mondo scientifico a pren­dere posizione contro l&#8217;operato dei me­di e vede i giornalisti «accerchiati da esperti» che fanno degli studi che non servono a nessuno.<br />
Di certo non è la prima volta che i ri­sultati di una ricerca sui media non vengano ben accolti da chi opera nel settore. La tendenza generale solita­mente è quella di ignorarli accurata­mente e comunque di diffidare. Per di­versi motivi: sono spesso troppo com­plessi, pubblicati in riviste scientifiche e di settore, ma solo raramente comu­nicati in modo chiaro alla stampa ge­neralista, si discostano troppo dalle questioni urgenti del mondo professio­nale e difficilmente sono di pubblico interesse. Ma sono altresì vitali e pre­ziosi per comprendere le dinamiche, le evoluzioni e i problemi che sottendo­no il mondo dell&#8217;informazione e dei media e possono avvalersi di mezzi, ri­sorse, conoscenze specifiche qualifica­te dei quali i media non dispongono.<br />
Dunque ben venga il dibattito pubbli­co innescato dalla stampa generalista, in particolare dalla <em>NZZ</em>, perché indi­ca che i tempi sono maturi per un con­fronto aperto e costruttivo tra profes­sionisti ed esperti.<br />
Certo solo una collaborazione, una co­municazione più attiva tra le due par­ti potrà in futuro migliorare la quali­tà dei risultati di ricerca e far sì che essi possano davvero essere indispen­sabili e utili all&#8217;atto pratico, non solo nella teoria, a chi tutti i giorni fa in­formazione.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/4107/cultura-professionale/le-ricerche-scientifiche-sullinformazione-tra-teoria-e-realta/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Se il futuro del giornalismo in Italia vale 5 euro</title>
		<link>http://it.ejo.ch/4011/cultura-professionale/se-il-futuro-del-giornalismo-in-italia-vale-5-euro</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/4011/cultura-professionale/se-il-futuro-del-giornalismo-in-italia-vale-5-euro#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 10:38:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natascha Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Jacopino]]></category>
		<category><![CDATA[Fnsi]]></category>
		<category><![CDATA[giornalista freelance]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Anselmi]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[ordine dei giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[precario]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Pasteris]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=4011</guid>
		<description><![CDATA[Come si fa a parlare di nuovo giornalismo, di giornalismo di qualità, del giornalismo del futuro insomma, se le annose questioni della professione che in Italia si trascinano da tempo, rimangono irrisolte e peggio, non si avverte nemmeno una sincera volontà da parte di chi oggi rappresenta la professione, e soprattutto ne regola l’accesso, di voler entrare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4015" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Journalism-Lab.jpg"><img class="size-medium wp-image-4015" title="Nella foto da sx: Roberto Natale FNSI, Enzo Jacopino ODG, Paola Caruso giornalista precaria, Roberto Zarriello giornalista e autore di &quot;Penne Digitali 2.0&quot;, Raffaella Cosentino giornalista freelance, Francesca Ferrara giornalista e blogger freelance e Cristiano Tassinari giornalista e autore di &quot;Volevo solo fare il giornalista&quot;" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Journalism-Lab-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Antonio Rossano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Come si fa a parlare di nuovo giornalismo, di giornalismo di qualità, del giornalismo del futuro insomma, se le annose questioni della professione che in Italia si trascinano da tempo, rimangono irrisolte e peggio, non si avverte nemmeno una sincera volontà da parte di chi oggi rappresenta la professione, e soprattutto ne regola l’accesso, di voler entrare davvero nel merito dei problemi?</p>
<p style="text-align: justify;">Come è possibile concludere un ciclo di appuntamenti &#8211; quelli del <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/journalism-lab/">Journalism Lab</a> a cura di <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/menu/ospiti-2011/pasteris-vittorio/">Vittorio Pasteris</a> all&#8217;interno del <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/">Festival di Perugia</a> - in cui in modo brillante e appassionato  per giorni si è parlato di nuove iniziative digitali, blog, social media, di modelli di business sostenibili, discutendo di precariato e di compensi che oggi i giornalisti freelance ricevono in Italia?</p>
<p style="text-align: justify;">Significa che il giornalismo italiano non è pronto per una sana e qualitativa rivoluzione digitale dell’informazione e  che alla base del sistema c&#8217;è qualcosa che non funziona.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-4011"></span>In Germania un giornalista freelance percepisce in media 2147.00 euro al mese (<a href="http://www.djv.de/Tageszeitungen.867.0.html">dato dell’associazione dei giornalisti</a> in Germania) e 127 euro al giorno per un reportage; in Inghilterra si parla di <a href="http://www.londonfreelance.org/rates/">170 sterline a pezzo</a>, in Svizzera per un normalissimo pezzo di cronaca, diciamo di 3.500 battute, siamo sui 78 euro, 200 euro o più se si tratta invece di un reportage. E in Italia? In Italia come ha recitato il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Jacopino, ci sono testate che retribuiscono i loro collaboratori 4.30 euro al pezzo lordi o 325.00 euro lordi per due mesi di lavoro al <em>Mattino di Napoli</em>. E parliamo della carta stampata perchè per l’online c’è chi sostiene che non ci sia nemmeno bisogno di pagare un giornalista perchè in fondo gli si dà visibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per risolvere questa penosa situazione  Jacopino e Roberto Natale, presidente FNSI, propongono leggi per migliorare il contratto, il riconoscimento del contratto autonomo, fare uscire gli editori dalle forme di capolarato nelle quali si trovano, creare una sensibilità diversa nelle redazioni.  C’è in merito una proposta di legge in parlamento che prevede di togliere i finanziamenti pubblici, il diritto a ricevere contributi, a quelle testate che non retribuiscono degnamente i loro collaboratori.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.pasteris.it/blog/">Vittorio Pasteris</a> è invece a favore di una pulizia a fondo del sistema e di una riorganizzazione centralizzata dell’Ordine per avere una maggiore efficacia e immediatezza nella risposta. E perchè no, anche di una protesta a testa bassa di tutti i precari contro gli editori con l’appoggio dell’Ordine e del FNSI.</p>
<p style="text-align: justify;">E abolire l’Ordine, come tra gli altri ha proposto Giulio Anselmi presidente ANSA, che non esiste negli altri Paesi e anzi viene guardato sempre con grande scetticismo?</p>
<p style="text-align: justify;">Impensabile secondo il presidente dell’Ordine dei giornalisti perchè il vero pericolo è rappresentato dagli editori.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure della inadeguatezza dell’Ordine ne parlò già Luigi Einaudi (Il buongoverno, Laterza 1973, Vol. II pagg. 627-629) molto tempo fa: “Albi di giornalisti! Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla propria testa.”</p>
<p style="text-align: justify;">E se allora i tempi potevano non essere  maturi per prendere in considerazione le parole di Einaudi,  nell&#8217;era dell&#8217;informazione digitale non ci sono più scuse per non cambiare ed agire in tempi rapidi.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/4011/cultura-professionale/se-il-futuro-del-giornalismo-in-italia-vale-5-euro/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pensare a informare o a soccorrere? Il duro mestiere del fotoreporter</title>
		<link>http://it.ejo.ch/3947/cultura-professionale/pensare-a-informare-o-a-soccorrere-il-duro-mestiere-del-fotoreporter</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/3947/cultura-professionale/pensare-a-informare-o-a-soccorrere-il-duro-mestiere-del-fotoreporter#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 05:13:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone della Ripa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Afgahnistan]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Romenzi]]></category>
		<category><![CDATA[Armadillo]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Festival del giornalismo di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[fotoreporter]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[peacekeeping]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=3947</guid>
		<description><![CDATA[Questa settimana a Perugia, nella consueta cornice del Festival del Giornalismo, tra i molti temi si discuterà anche circa la figura, ritenuta paradossale, del peacekeeping in Afghanistan. Lo sfondo che animerà tale dibattito è la visione del documentario bellico &#8220;Armadillo&#8221;, girato dal danese Janus Metz. Una pellicola criticata da più parti per le immagini choc riprese stando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3955" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/rr.jpg"><img class="size-medium wp-image-3955 " title="Il fronte di Sidra" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/rr-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Il fronte di Sidra. Foto di Roberto Schmidt</p></div>
<p style="text-align: justify;">Questa settimana a Perugia, nella consueta cornice del <a href="http://it.ejo.ch/?page_id=3965">Festival del Giornalismo</a>, tra i molti temi si discuterà anche circa la figura, ritenuta paradossale, del peacekeeping in Afghanistan. Lo sfondo che animerà tale dibattito è la visione del documentario bellico &#8220;Armadillo&#8221;, girato dal danese Janus Metz. Una pellicola criticata da più parti per le immagini choc riprese stando accanto ad alcuni soldati danesi in missione di pace per la forza internazionale ISAF nella regione di Helmand, nota per le coltivazioni di oppio. Le sequenze ritraggono violenza, isteria, impotenza e desolazione umana, riportando al centro l&#8217;annoso dilemma circa la necessità di mostrare ciò che accade senza filtri. Ogni fotoreporter, ogni cameraman hanno la propria personale risposta circa la necessità di mostrare immagini crude e di solito non rispondono solo cinicamente &#8221; è il nostro lavoro&#8221;. Sempre più spesso al solo mestiere si aggiunge un forte sentimento di solidarietà umana, apparentemente in conflitto con il dovere di testimoniare la verità tramite immagini.  Esistono casi, inutile dirlo, in cui i giornalisti possono trovarsi a dover scegliere tra informare o soccorrere. Ciò che accade in quei secondi, in quei minuti, a volte, potrebbe cambiare la vita professionale di un fotografo o del malcapitato bisognoso di aiuto. Abbiamo provato a chiedere lumi sul tema a qualcuno che da poco si è avvicinato alla professione di fotoreporter che opera nella zone più &#8220;calde&#8221; del mondo, si tratta del collega Alessio Romenzi. Lo scoviamo in una capitale del Medio Oriente, ormai sua base operativa di una professione intrapresa con molta passione e curiosità.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3947"></span> <strong>Alessio cosa ti ha spinto ad intraprendere questo lavoro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-weight: normal;">&#8220;Che domanda impegnativa. Io non sono un veterano, in Libia ho avuto la mia prima esperienza con la fotografia di guerra e mi dedico al fotogiornalismo da poco più di un anno. Non ultimo non sono molto avvezzo con le parole, scritte o parlate che siano, ma prima di rispondere alla domanda faccio alcune precisazioni. Non è un caso che io lavori soltanto con le immagini e l&#8217;ho fatto specializzandomi nella copertura di eventi sportivi in principio, in particolare salto ostacoli di cavalli. Nel 2008 ho poi frequentato un master di fotogiornalismo all&#8217;ISFCI in Roma e questo mi ha aperto gli occhi su quello che volevo e potevo fare con la mia fotografia. Potevo raccontare quello che vedevano i miei occhi con un linguaggio nuovo, diverso, in un contesto pericoloso, spesso con tempi davvero ridotti. Potevo far guardare la gente nel mirino della mia macchina fotografica. Mi sono così trasferito a Gerusalemme, grazie anche all&#8217;appoggio di Marco Longari, fotografo AFP, vivendo dall&#8217;interno la vita dell&#8217;agenzia fotografica, adattandomi a quei ritmi e quel dinamismo che giorno dopo giorno hanno formato e continuano a formare la mia figura di professionista e di uomo in territori dove ciò che vediamo è giusto mostrarlo al mondo. Il Medio Oriente è stato un serio banco di prova per me, così denso di contrasti e stimoli da formare più di qualunque altra scuola. Posso dire che lì ho cominciato veramente a fare questo lavoro e forse solo a queste latitudini ci si pone la domanda circa la necessità di mostrare senza mediazione quanto si fotografa. A questo aggiungi che negli ultimi tempi, a proposito di Nord Africa, si è delineata una nuova configurazione di rapporti tra il reporter di guerra e l&#8217;operatore umanitario, con un parziale avvicinamento tra queste figure pure creando nuove competenze e responsabilità per entrambe le figure professionali.&#8221;</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti sei mai trovato a dover scegliere tra informare e soccorrere?</strong></p>
<div style="text-align: justify;">&#8220;Si e non ho dubbi: sono prima di tutto un uomo, quindi, quando è servito veramente il mio aiuto ho spostato la macchina fotografica sul fianco e ho usato le mani per fare quel che c&#8217;era da fare, forse perdendo qualche buono scatto di cui non mi sono certo pentito.&#8221;</div>
<div style="text-align: justify;"><strong>Non solo fotografare la guerra e raccontarla, insomma, ma anche documentare e mediare tra le due parti in conflitto. A Gerusalemme la Search for Common Ground, un’organizzazione non governativa americana, ha ideato un canale informativo sul web, il <a href="http://www.commongroundnews.org/index.php">Commond Ground News Service</a>,  utilizzato per monitorare la produzione giornalistica araba e israeliana ed estrarne gli interventi sull’opzione non violenta, su possibili soluzioni non conflittuali ed iniziative pacifiche per poi diffonderli tra la popolazione</strong>. <strong>Ma sono davvero utili questi enti e non si rischia una contaminazione tra le diverse professioni?</strong></div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">&#8220;Conosco questo genere di figura e conosco il canale di cui parlate Search for Common Ground può anche funzionare perché tutto aiuta a farsi un&#8217;opinione ma, come sempre, nel marasma e nell&#8217;eccesso di informazioni fornite dai media, è utile che l&#8217;utente finale implementi le sue conoscenze con news bilanciate, l&#8217;utilità finale è determinata dall&#8217;utente. Per ciò che riguarda la contaminazione ho un&#8217;idea precisa. Anche io divido le mie giornate lavorative tra AFP, come stringer, e organizzazioni non governative o UN che operano sul territorio israelo-palestinese. Lavoro sia in Israele che West Bank e Gaza.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dunque sei stato anche in Egitto e in Libia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Si e lì mi sono misurato per la prima volta con eventi che troveremo nei libri di storia. Dire che è stato interessante essere testimone di questi fatti epocali e respirare quelle situazioni e tanta polvere è dire poco. Mi sono ritrovato coinvolto in un mare di sensazioni che non potevo neanche immaginare prima di trovarmici dentro ed è stato anche troppo facile fotografare. A chi mi chiede cosa ci sia di così attraente nello stare in mezzo alla calca di Tahrir o cosa si provi a stare sotto le bombe del colonnello libico, io rispondo che sono state le situazioni umane dove ho respirato più sincerità. Voglio dire che questi eventi sono fatti da uomini che io considero &#8220;nudi&#8221;, tanto erano e sono chiare le loro intenzioni. Nei loro occhi, e a volte nella loro incoscienza, c&#8217;era la sola volontà di raggiungere uno scopo, un desiderio di libertà. Parlo di uomini disposti a perdere la vita per ottenere quel che volevano, in grado di immolarsi anche davanti ad un obiettivo di macchina fotografica, sempre per tornare all&#8217;argomento di apertura.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quella gente avrebbe fatto le stesse cose anche senza gli occhi dei fotografi internazionali puntati su di loro</strong><strong>? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La risposta a tale domanda è utile per rispondere alla liceità o meno di mostrare tali eventi all&#8217;opinione pubblica internazionale. Qui accadrebbero lo stesso, come sempre è avvenuto in questo angolo di mondo. In Libia abbiamo visto uomini mettere in campo le loro povere doti di strateghi e guerrieri e per fare un buon lavoro fotografico credo fosse sufficente stare al loro fianco. Non parlo solo dei momenti d&#8217;attesa e di organizzazione ovviamente perché la guerra &#8211; o come volete chiamarla voi in Occidente &#8211; bisogna documentarla tutta, stando lì anche quando le cose accadevano, quando c&#8217;erano gli attacchi, quando le opzioni per i combattenti erano scappare o attaccare. A quel punto la foto, la testimonianza viene da sola, quasi come una registrazione in presa diretta che capta tutti i rumori. Cadono le maschere e ti ritrovi nell&#8217;inquadratura gente pulita e onesta, che si mostra, che lo voglia o meno, nella propria natura animale. Le immagini crude, dolorose, quelle che fanno strizzare gli occhi o girare dall&#8217;altra parte, fanno parte di una storia da raccontare, sono in quella storia e quindi devono esserci ed essere mostrate. Forse sono ripugnanti ma la guerra è cruda, cinica, bastarda e se qualcuno, anche tra chi fa informazione, non l&#8217;avesse ancora capito è ora che ci faccia i conti. E non parlo solo delle immagini dal fronte, ci sono anche le retrovie, le popolazioni che anche se non sono attaccate direttamente subiscono le conseguenze del conflitto. Ci sono i bambini, e concludo, che faranno le spese di quelle terribili esperienze anche negli anni seguenti. C&#8217;è la fame, il freddo, il caldo torrido, la povertà perché non di solo bombe e mutilati è fatto questo mestiere e lo sanno bene anche le organizzazioni umanitarie che operano accanto ai reporter. A volte le immagini più difficili da mettere in macchina sono proprio quelle.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_3959" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/bomba.jpg"><img class="size-medium wp-image-3959" title="Grad" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/bomba-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Neanche il tempo di realizzare che il grad ci aveva mancato di 20 metri e giù a fare foto. Foto Roberto Schmidt</p></div>
<p style="text-align: justify;">*<a href="http://alessioromenzi.photoshelter.com/">Alessio Romenzi</a>, freelance in Medio Oriente, è rappresentato dall&#8217;agenzia fotografica <a href="http://www.corbisimages.com/">CORBIS</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/3947/cultura-professionale/pensare-a-informare-o-a-soccorrere-il-duro-mestiere-del-fotoreporter/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ossigeno per l&#8217;informazione e i cronisti sotto scorta</title>
		<link>http://it.ejo.ch/3695/cultura-professionale/ossigeno-per-linformazione-e-i-cronisti-sotto-scorta</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/3695/cultura-professionale/ossigeno-per-linformazione-e-i-cronisti-sotto-scorta#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 08:02:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone della Ripa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fnsi]]></category>
		<category><![CDATA[Lirio Abbate]]></category>
		<category><![CDATA[minacce]]></category>
		<category><![CDATA[Odg]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio Ossigeno 2010]]></category>
		<category><![CDATA[Ossigeno per l'Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[professione giornalista]]></category>
		<category><![CDATA[Rosaria Capacchione]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Ruotlo]]></category>
		<category><![CDATA[sotto scorta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=3695</guid>
		<description><![CDATA[Scrivere, fare domande, elaborare inchieste, è diventato pericoloso anche a latitudini prima impensabili. Questo è il risultato dell&#8217;indagine condotta dall&#8217;Osservatorio Ossigeno 2010*, un rapporto completo ed esaustivo che fotografa quanto anche in Italia, fatte le dovute proporzioni, la professione del giornalista sia oggetto di pericolosi attacchi. E non ci riferiamo alle leggi all&#8217;esame dell&#8217;Esecutivo italiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/link8_MetaRapporto_2010.pdf"><img class="alignleft size-medium wp-image-3697" title="Cartina casi segnalati" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Cartina-casi-segnalati-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Scrivere, fare domande, elaborare inchieste, è diventato pericoloso anche a latitudini prima impensabili. Questo è il risultato dell&#8217;indagine condotta dall&#8217;<a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/link8_MetaRapporto_2010.pdf">Osservatorio Ossigeno 2010</a>*, un rapporto completo ed esaustivo che fotografa quanto anche in Italia, fatte le dovute proporzioni, la professione del giornalista sia oggetto di pericolosi attacchi. E non ci riferiamo alle leggi all&#8217;esame dell&#8217;Esecutivo italiano che tanto fanno discutere, niente &#8220;legge bavaglio&#8221;, qui si parla della possibilità di morire per aver compiuto il proprio mestiere. Il rapporto, presentato recentemente al Circolo della Stampa di Milano, si focalizza su centinaia di giornalisti che, negli ultimi due anni, ha ricevuto pesanti minacce, pressioni, intimidazioni di ogni genere, fino alle più gravi che, tutt&#8217;oggi, costringono molti colleghi a vivere sotto scorta.</p>
<p style="text-align: justify;">Le dimensioni del fenomeno in Italia parlano da sole: almeno 12 giornalisti sotto scorta, 78 casi di minaccia censiti, 23 di questi investono intere redazioni, coinvolgendo oltre 400 giornalisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3695"></span>Chiaro, i numeri registrano solo chi ha denunciato il fenomeno ma il timore è che questo &#8220;tumore&#8221; sia molto più vasto. A farne le spese maggiori, per giunta, sembrano essere quei cronisti free-lance, precari, isolati pure dal resto della redazione. Il rapporto Ossigeno segnala che 52 colleghi tra quelli che hanno sporto denuncia hanno un lavoro stabile, 18 precario e ben 8 sono liberi professionisti o free-lance. Le aggressioni fisiche sono state 13 con 15 danneggiamenti alle cose. I casi di minacce ed intimidazione, verbali e fisiche, sono state 34 con 16 denunce legali. Per molti di questi si va dalle auto bruciate ai proiettili recapitati nelle redazioni quando non teste di animali, insomma tutto ciò che occorre per imprimere una sentenza di morte. Dalle carte emergono lettere di minacce inquietanti, come quelle rivolte al giornalista Sandro Ruotolo e per le quali la Digos di Roma sta indagando. Ruotolo non ha un servizio di scorta e dai suoi racconti traspare una certa preoccupazione, che comunque non gli impedisce di continuare a fare il proprio mestiere e di raccontare l&#8217;Italia a modo suo.</p>
<p style="text-align: justify;">Atri colleghi hanno la scorta ma il potere di penetrazione di messaggi fin troppo chiari sembra inarrestabile. Sempre il rapporto cita l&#8217;esempio di Rosaria Capacchione, la giornalista de <em>Il Mattino</em> di Napoli sotto scorta da tempo per le numerose minacce  subite dai Casalesi. Lo scorso 11 febbraio &#8211; attesta il rapporto 2010 &#8211; durante la presentazione di un libro alla libreria Feltrinelli di Napoli, è stata avvicinata dal cugino del superlatitante Antonio Iovene che le ha contestato  alcuni articoli scritti un anno prima su un altro congiunto «eccellente», Riccardo Iovene, arrestato assieme all’autore della strage di Castelvolturno, il boss Giuseppe Setola, nel gennaio del 2009. Oltre alla scorta &#8211; conclude il racconto &#8211; in libreria erano presenti decine di persone, carabinieri graduati e il magistrato italiano Raffaele Cantone.</p>
<p style="text-align: justify;">Lirio Abbate non gode di più fortuna, autore di numerose pubblicazioni di grande diffusione in Italia sui legami mafia-politica, soprattutto di un volume intitolato &#8220;I Complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlmamento&#8221;. La sua capacità di fare inchieste e di &#8220;scovare&#8221; elementi oscuri gli è valsa una bomba sotto la sua auto a Palermo nel settembre 2007. Da quel tentativo si è passati a minacce sventate e riportate su lettere anonime giunte nelle redazioni presso le quali Abbate lavora. Questi sono solo tre esempi eclatanti in uno scenario molto più ampio che ha il denominatore comune in bravi colleghi impegnati giornalmente a raccontare i fatti. Sicilia, Calabria e Campania sono spesso balzate agli onori delle cronache per il controllo che alcuni gruppi criminali operano su una parte del territorio ma dalle associazioni dei giornalisti arriva forte il segnale che anche all&#8217;ombra della Madonnina le cose non vanno bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nel Nord Italia si insinua lentamente un comportamento inaccettabile nei confronti della categoria, soprattutto, evidenziano i giornalisti, a danno di coloro facilmente individuabili, cronisti magari in testate minori, corrispondenti in piccole porzioni di territorio, conosciuti dalla gente. Non sempre, come detto, si viene raggiunti da buste di minacce. Ci sono altri deterrenti come le preventive richieste di risarcimento, la gogna politica nel caso l&#8217;oggetto delle inchieste siano gli amministratori politici sul territorio. Taluni denunciano addirittura l&#8217;impossibilità di intervistare questo o quel rappresentante delle istituzioni, irritato con loro per alcuni articoli apparsi sui media. Poco lusinghieri nei confronti loro, poco inclini ad assecondare linee o programmi amministrativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben vengano dunque rapporti come quelli stilati da &#8220;<a href="http://www.fnsi.it/Osservatorio/1_PercheOsservatorio.pdf">Ossigeno per l&#8217;informazione</a>&#8220;, l&#8217;Osservatorio della Federazione nazionale stampa italiana e dell&#8217;Ordine dei giornalisti. E&#8217; un modo per rendere noto e amplificare quanto sta accadendo a molti colleghi senza risparmiare pure una proposta al legislatore: l&#8217;ipotesi di reato per ostacolo all&#8217;informazione, dal momento che quest&#8217;ultima è sancita dalla Costituzione italiana. Censure e minacce &#8211; secondo l&#8217;osservatorio &#8211; dovrebbero entrare con urgenza nell&#8217;agenda della politica italiana.</p>
<p style="text-align: left;">* Se non dovesse aprirsi la pagina il link diretto allo studio dell&#8217; <strong>Osservatorio Fnsi-Ordine Giornalisti sui CRONISTI SOTTO SCORTA E LE NOTIZIE OSCURATE, </strong>è questo<strong>:</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-weight: normal;"><a href="http://www.fnsi.it/Osservatorio/link8_MetaRapporto_2010.pdf">http://www.fnsi.it/Osservatorio/link8_MetaRapporto_2010.pdf</a></span></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/3695/cultura-professionale/ossigeno-per-linformazione-e-i-cronisti-sotto-scorta/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Terra Project, il fotogiornalismo si fa collettivo</title>
		<link>http://it.ejo.ch/3527/cultura-professionale/bio-terra-project-il-fotogiornalismo-si-fa-collettivo</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/3527/cultura-professionale/bio-terra-project-il-fotogiornalismo-si-fa-collettivo#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 08:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone della Ripa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Bio Terra Project]]></category>
		<category><![CDATA[fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia digitale]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia documentaria]]></category>
		<category><![CDATA[Rocco Rorandelli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=3527</guid>
		<description><![CDATA[Da più parti, con l&#8217;allarme lanciato per la crisi della carta stampata, si è ventilata pure l&#8217;ipotesi di un ridimensionamento del lavoro svolto dai fotogiornalisti. Per la verità, alcuni indicatori, ancor prima dell&#8217;annunciata rivoluzione dei media digitali, annunciavano l&#8217;esigenza di un diverso approccio della fotografia all&#8217;interno dell&#8217;informazione. I temi forti messi in discussione tramite appelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="mceTemp" style="text-align: justify;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/TerraProject-Photographers.png"></a><a href="http://www.terraproject.net/en/home"><img class="alignleft size-medium wp-image-3539" title="Bio Terra Project" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Page-Capture-8-259x300.png" alt="" width="259" height="300" /></a>Da più parti, con l&#8217;allarme lanciato per la crisi della carta stampata, si è ventilata pure l&#8217;ipotesi di un ridimensionamento del lavoro svolto dai fotogiornalisti. Per la verità, alcuni indicatori, ancor prima dell&#8217;annunciata rivoluzione dei media digitali, annunciavano l&#8217;esigenza di un diverso approccio della fotografia all&#8217;interno dell&#8217;informazione. I temi forti messi in discussione tramite appelli in rete, lettere agli editori e vere e proprie manifestazioni, sono il riconoscimento professionale, il diritto d&#8217;autore e la garanzia della qualità dell&#8217;informazione &#8220;visuale&#8221; proposta ai lettori, strettamente legata, quest&#8217;ultima, ad un riconoscimento giuridico professionale. Si sono occupati in molti del tema, federazioni internazionali di giornalisti, ordini, per parlare dell&#8217;Italia, sindacati della carta stampata soprattutto in relazione alla libertà di esercizio della professione, spesso messa in discussione da leggi sulla privacy. Ma qualche considerazione, fuori dai denti, è  doverosa.</div>
<div class="mceTemp" style="text-align: left;"><span id="more-3527"></span></div>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">Se si è giunti ad alcuni livelli di &#8220;prevaricazione&#8221; nei confronti di chi fa questo mestiere, talvolta anche a rischio della sua stessa vita, è anche per una forte disattenzione da parte delle associazioni e degli organismi di categoria che governano la professione giornalistica nei rispettivi paesi.</div>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">Scarse retribuzioni guardando al rapporto qualità/rischio, minori mezzi economici e tariffe bloccate, deregolamentazione della professione hanno fatto in modo che i giornalisti diventassero pure fotografi all&#8217;occorrenza. &#8220;Già che sei sul posto per il pezzo, fammi qualche scatto&#8221;: questa è una delle frasi che tanti cronisti spesso si sentono dire da molte redazioni, un modo di fare che ha abbassato la qualità dei lavori depauperando il lavoro dei professionisti. Agenzie fotografiche, internet, photoshop, strumenti che, se bene usati, potrebbero arricchire la vita del fotogiornalista, usati in malo modo rischiano di minare la sopravvivenza di questi professionisti. Del tema ha promesso di occuparsene con urgenza e la serietà che la contraddistingue, pure la Federazione europea dei giornalisti. Fin qui la cronaca di quello che i pessimisti considerano una morte annunciata. Abbiamo voluto inoltrare le nostre perplessità ad un gruppo di fotografi attivi a livello internazionale per sapere se condividono il grido d&#8217;allarme.</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Sono i professionisti di Terra Project. <a href="http://www.terraproject.net/en/home">TerraProject Photographers</a> è un collettivo italiano di fotografia documentaria fondato nel 2006 a Firenze. I membri sono quattro: Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini e Rocco Rorandelli. Proprio questo gruppo, nonostante le difficoltà di cui sopra,  è stato tra i primi a livello internazionale a decidere di presentarsi in questa veste e di aprire la strada a una nuova metodologia operativa che prevedesse la realizzazione di reportage non solo individuali, ma anche di gruppo. Un vero e proprio lavoro di squadra che, basato sul confronto e la collaborazione reciproca, relativizza le capacità del singolo individuo a favore del risultato finale utilizzando le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie con progetti pensati appositamente per la rete e realizzati sotto forma di multimedia. Questo, in parte, mostra che i lavori di qualità possono superare la piattaforma di presentazione, sganciando in parte il pensiero che &#8220;finita la carta&#8221;&#8230; finita la fotografia.</p>
<p style="text-align: justify;">Rocco Rorandelli, a nome del collettivo, prova a raccontarci la loro esperienza. &#8220;La chiarezza rappresenta una delle regole fondanti di ogni rapporto sociale &#8211; ha detto a EJO. Sarà per questo che il mestiere del fotografo è da molti considerato uno strano orpello, senza una precisa collocazione giuridico-legislativa, se non altro in Italia. Artigiano? Giornalista? E ancora, fotoreporter, documentarista o fotogiornalista? La mancanza di &#8220;contenitori&#8221; quali albi professionali o l&#8217;assenza di una definizione univoca della propria professione è stata una delle tante ragioni che ci ha spinti, nel 2006, a riunirci sotto un nome – TerraProject: una sorta di agenzia, meglio definita come collettivo, il quale ci ha fornito in questi anni di uno strumento per delimitare con maggior precisione i nostri rapporti lavorativi con alcuni clienti, permettendoci di far parlare una quinta entità, rispetto alle quattro individuali, in possesso di un&#8217;unica voce collettiva. Il nostro ingresso in alcune agenzie fotografiche è avvenuto chiarendo sin dal principio l&#8217;unicità del gruppo, e quindi la necessità di rappresentare il collettivo in toto, e non una sua parte&#8221;. Rorandelli non demonizza mezzi e soluzioni che possono portare ad un lavoro di qualità, quale che sia il supporto ma chiede qualcosa che sembra essere proprio l&#8217;anello debole: la chiarezza. &#8220;L&#8217;evoluzione dell&#8217;uso delle immagini  &#8211; ha precisato &#8211; nella carta stampata si svolge invece surrettiziamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel 2001 James Natchwey ci ricordava che da qualche anno era difficile veder pubblicati reportage di spessore su un supporto &#8211; il settimanale &#8211; che riceveva la maggior parte dei propri ricavi dalla pubblicità di beni di consumo e di lusso. A dieci anni di distanza, con gli acciacchi propri di un supporto (quello cartaceo) precocemente invecchiato, e con la diffusione delle fotocamere digitali, si compilano epitaffi al fotogiornalismo. In realtà è nostra opinione che precisamente questa pletora di nuovi canali di diffusione possa permettere la visibilità di ogni lavoro, persino quelli &#8216;&#8221;scomodi&#8221; e non commerciali. Adesso la sfida è un&#8217;altra, e cioè riuscire ad emergere e rendersi visibili nel nodo gordiano di lavori fotografici più o meno professionali&#8221;. Di sfide si parla perché il nuovo decennio cui andiamo incontro deve necessariamente vedere risolti alcuni nodi, non da ultimo quello di un ritorno delle redazioni a lavori professionali in grado di riportare l&#8217;immagine nella pagina per raccontare i fatti. I tanti professionisti del settore, anche in Italia, si appellano ai loro colleghi più anziani che, spesso, lavorano all&#8217;interno di importanti riviste internazionali come photo editor e chiedono a questi di continuare la tradizione di racconto visivo che ha contraddistinto un secolo di storia dei media, permettendo loro di essere testimoni del proprio tempo. Chiedono che gli editori non facciano la corsa a spendere il meno possibile ma a spendere il necessario  per il diritto ad un&#8217;informazione di qualità.</p>
<p style="text-align: justify;">I reportage del collettivo Bio Terra Project sono stati pubblicati sulle pagine di riviste nazionali ed estere tra le quali <em>Newsweek</em>, <em>Der Spiegel</em>, <em>GEO</em>,<em> D di Repubblica, Io Donna, Vanity Fair, Magazine del Corriere della Sera, Financial Times Magazine, Internazionale, L’Espresso, Le Monde Magazine, Paris Match, TIME</em> ed altre. I loro lavori sono stati esposti a New York, Beijing, Berlino, San Paolo, Barcelona, Dublino ed in numerose città italiane, ed i membri del collettivo sono stati ospiti di vari festival fotografici. Il loro lavoro è stato distribuito per 3 anni dall’agenzia Grazia Neri, e dal 2010 sono rappresentati dall&#8217;agenzia francese PictureTank.Alcuni membri del collettivo sono stati premiati con prestigiosi riconoscimenti internazionali tra cui il <a href="http://www.worldpressphoto.org/?bandwidth=high">World Press Photo</a> (2010) ed il <a href="http://www.canon.it/about_us/advertising__sponsorship/events__exhibitions/consumer_event_08_premi_giovani_fotografi.asp">Premio Canon</a> (2010).</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/3527/cultura-professionale/bio-terra-project-il-fotogiornalismo-si-fa-collettivo/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il 33% degli italiani non è in grado di comprendere un articolo di giornale</title>
		<link>http://it.ejo.ch/3502/cultura-professionale/il-33-degli-italiani-non-e-in-grado-di-comprendere-un-articolo-di-giornale</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/3502/cultura-professionale/il-33-degli-italiani-non-e-in-grado-di-comprendere-un-articolo-di-giornale#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 06:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Macri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura Professionale]]></category>
		<category><![CDATA[analfabetismo]]></category>
		<category><![CDATA[copie vendute]]></category>
		<category><![CDATA[crisi carta stampata]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[informazione soft]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[numero lettori]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Ricca]]></category>
		<category><![CDATA[Tullio De Mauro]]></category>
		<category><![CDATA[tv]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=3502</guid>
		<description><![CDATA[In base a quanto affermato dal linguista Tullio De Mauro il 70% degli italiani fatica a leggere e scrivere. Nel dettaglio: il 5% è assolutamente analfabeta, il 33% stenta a decifrare un semplice articolo di giornale, e un altro 33% sta slittando nelle sabbie mobili dell’analfabetismo. A rafforzare quanto affermato da De Mauro e a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/gossip1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1354" title="gossip" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/gossip1-150x150.jpg" alt="" width="183" height="183" /></a>In base a quanto affermato dal linguista Tullio De Mauro il 70% degli italiani fatica a leggere e scrivere. Nel dettaglio: il 5% è assolutamente analfabeta, il 33% stenta a decifrare un semplice articolo di giornale, e un altro 33% sta slittando nelle sabbie mobili dell’analfabetismo. A rafforzare quanto affermato da De Mauro e a lanciare l&#8217;allarme è la commissione europea che  in base alle indagini svolte rivela che un quindicenne su cinque è analfabeta. Sia chiaro, come afferma <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/29/lignoranza-degli-italiani/65755/">Piero Ricca</a>, a commento dei dati forniti da De Mauro, la tendenza al declino delle competenze e all’analfabetismo di ritorno riguarda tutte le società occidentali. Ma in Italia il fenomeno ha un impatto maggiore. Tant’è vero che siamo in coda all’Europa per lettura di libri e giornali. Secondo l’Istat più della metà degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno, mentre la tv generalista, pur in declino, rimane il mezzo di comunicazione dominante.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3502"></span>Certo non aiuta a migliorare questa situazione un Presidente del Consiglio che afferma ripetutamente che i giornali fanno disinformazione. Dal 2000 ad oggi le copie vendute sono diminuite del 32%: da circa 6 milioni si è passati a poco più di quattro milioni (4.067.843, calcolando i 57 quotidiani censiti da Ads). Da queste, come suggerisce <a href="http://www.linkiesta.it/perche-nasce-linkiesta-quotidiano-senza-carta">l&#8217;articolo</a> de linkiesta, se si sottraggono le copie vendute da i tre grandi quotidiani sportivi, ne rimangono tre milioni 461 mila copie. Il Censis, in un rapporto pubblicato un anno fa definisce marginale il ruolo della carta stampata nel processo dell&#8217;opinione pubblica nel nostro Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi della carta stampata deve quindi essere analizzata anche al di fuori degli schemi classici che circoscrivono la disaffezione dall&#8217;acquisto del quotidiano solo e semplicemente in conseguenza alla maggiore disponibilità delle persone a rivolgersi a internet come fonte di informazione. L&#8217;edizione online dei quotidiani non moltiplica il numero di persone che vogliono essere informate con frequenza giornaliera su fatti e accadimenti importanti che scandiscono la vita dei cittadini. Moltiplicano semmai l&#8217;informazione soft, in tutte le accezioni attraverso le quali può essere declinata, testo-voce-immagini.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dimostrano i dati sull&#8217;analfabetismo – totale, parziale o di ritorno – espressi da De Mauro &#8211; il numero di potenziali lettori tende costantemente a diminuire non solo in virtù dell&#8217;alternativa internet, ma dalla presenza di un pubblico che si dimostra privo di quelle conoscenze e capacità che permettono di comprendere un articolo di natura politica, economica e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Viviamo in una società ipertecnologica, che ha moltiplicato e potenziato i mezzi di informazione, ma che in definitiva sembra perdere progressivamente un pubblico capace di interpretare il prodotto che essa stessa produce.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/3502/cultura-professionale/il-33-degli-italiani-non-e-in-grado-di-comprendere-un-articolo-di-giornale/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

