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	<title>EJO - European Journalism Observatory &#187; Etica e Qualità</title>
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		<title>Un decalogo hacker per giornalisti</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 12:31:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Ziccardi]]></category>
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		<description><![CDATA[Il lavoro del giornalista necessita spesso di segretezza. Proteggere una fonte, mettere al sicuro informazioni e coprire un&#8217;inchiesta prima della sua pubblicazione sono attività comuni per chi si occupa di giornalismo investigativo. La storia dell&#8217;informazione è fatta anche di discrezione e a volte misteri: i Pentagon Paper, lo scandalo Watergate fino al più recente lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="https://mail.google.com/mail/u/0/?ui=2&amp;ik=d262497b4a&amp;view=att&amp;th=1374848ec50b3068&amp;attid=0.0.1&amp;disp=emb&amp;zw&amp;atsh=1" alt="" width="248" height="354" />Il lavoro del giornalista necessita spesso di segretezza. Proteggere una fonte, mettere al sicuro informazioni e coprire un&#8217;inchiesta prima della sua pubblicazione sono attività comuni per chi si occupa di giornalismo investigativo. La storia dell&#8217;informazione è fatta anche di discrezione e a volte misteri: i <a href="mailto:http://en.wikipedia.org/wiki/Pentagon_Papers">Pentagon Paper</a>, lo scandalo <a href="mailto:http://en.wikipedia.org/wiki/Watergate">Watergate</a> fino al più recente lavoro redazionale svolto nel &#8220;bunker&#8221; della redazione del Guardian per preparare la pubblicazione dei <a href="mailto:http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_diplomatic_cables_leak">cablo di WikiLeaks</a> sono stati possibili anche perché i giornalisti coinvolti hanno potuto lavorare con i dovuti accorgimenti di sicurezza per proteggere il loro lavoro da intrusioni. Ma nell&#8217;era della Rete è ancora possibile mantenere un livello sufficiente di segretezza o il giornalismo e le campagne degli attivisti sono in costante pericolo per via delle insidie poste dal Web? In una recente panel discussion di <a href="http://re-publica.de/12/">re:publica</a>, l&#8217;appuntamento berlinese dell&#8217;anno, il più importante in Germania, dedicato a censura, Internet e hacking, <a href="mailto:https://twitter.com/%23!/ioerror">Jacob Appelbaum</a> e il cyber-attivista <a href="mailto:http://twitter.com/%23!/dmytri">Dmytri Kleiner</a> <a href="mailto:http://daily.wired.it/news/internet/2012/05/04/re-publica-appelbaum-kleiner-rete-privacy-69421.html">hanno discusso</a> di come Internet sia divenuto un luogo in cui la sorveglianza sulle comunicazioni si è fatta sempre più stretta per via della tecnologia disponibile e della mutazione del Www stesso, oggi privatizzato e controllato da grandi corporation affamate di dati sensibili dei loro utenti. Ovviamente, a essere più a rischio sono proprio quelle persone che operano sulla Rete e che si occupano di informazione o attivismo politico. I casi di <a href="mailto:http://it.ejo.ch/5926/etica/google-oscura-22-siti-in-india">censura</a> in paesi poco o per nulla democratici sono noti e sempre più diffusi, insieme alle <a href="mailto:http://it.ejo.ch/6368/liberta-di-stampa-2/censura-e-blocco-della-rete-non-dimentichiamo-liran">incarcerazioni</a> di dissidenti che si sono esposti troppo in Rete.</p>
<p><span id="more-6594"></span>Come proteggersi, quindi? A questa domanda ha dato risposta <a href="mailto:http://www.ziccardi.org/">Giovanni Ziccardi</a>, giornalista, docente e scrittore che ha pubblicato Il giornalista hacker, un ebook gratuito (si trova in molti store online, o <a href="mailto:http://blog.marsilioeditori.it/2012/04/24/ebook-gratis-il-giornalista-hacker/">qui</a>) edito da <a href="mailto:http://www.marsilioeditori.it/">Marsilio</a> che vuole essere una guida minima all&#8217;<a href="mailto:http://it.wikipedia.org/wiki/Hacking">hacking</a> per giornalisti fornendo alcune nozioni base utili per rendere sicure le proprie attività in Rete. Nel volume, che è stato presentato al Festival del Giornalismo di Perugia, Ziccardi fornisce un decalogo di buone pratiche: crittografia, anonimato, cancellazione di dati, applicazioni portable, software come <a href="mailto:https://tails.boum.org/">TAILS</a> e hardware come i firewall che dal mondo dell&#8217;hacking possono tornare utili anche ai giornalisti. I file sono al sicuro? I recapiti di fonti sensibili sono sufficientemente protetti sul nostro hard disk? Ecco come cifrare dei dati per renderli inutilizzabili in caso di furto o intrusione: usando <a href="mailto:http://www.truecrypt.org/">TrueCrypt</a>, un software che crea delle chiavi per cifrare hard disk o chiavette Usb.</p>
<p>Ma l&#8217;esempio forse più preciso riguarda la possibilità di navigare in Rete nel completo anonimato senza esporsi al rischio di essere tracciati: Ziccardi fornisce una buona introduzione a <a href="mailto:https://www.torproject.org/">Tor</a>, il software ideato proprio da Jacob Appelbaum, che in modo molto intuitivo garantisce una connessione sicura a prova di intrusioni esterne. Ziccardi nella sua Piccola guida per un uso sicuro e consapevole della tecnologia espone in modo semplice e sintetico concetti che potrebbero, almeno sulla carta, spaventare i lettori: nel volume digitale non ci sono tecnicismi eccessivi e il testo risulta accessibile anche per chi a malapena mastica le basi dell&#8217;html, rendendolo un efficace bignami per un primo approccio alla materia.</p>
<p>È lo stesso Ziccardi, infatti, a suggerire un metodo: come l&#8217;hacking e la programmazione informatica sono sfide costanti al miglioramento di competenze, allo stesso modo il libro vuole essere un percorso verso l&#8217;accrescimento della consapevolezza tecnologica e non un manuale. Un buon punto di partenza per cercare di superare quel gap che spesso caratterizza i giornalisti: non riuscire ad affiancare alla competenza professionale e deontologica, una precisa conoscenza degli strumenti, anche quelli di utilizzo quotidiano.</p>
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		<title>La Corte libera il blog</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 08:17:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[blogosfera]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Severino]]></category>
		<category><![CDATA[sentenza]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ l’editoriale in veste digitale, è la voce dei territori oppure quella fuori dal coro. O ancora è lo strumento di punta per il giornale digitale globale (vedi alla voce Huffington Post). Si presta ai contesti più svariati, si incastona nelle pagine online dei giornali mainstream ma si trova al suo posto anche in quelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://losmercadosfinancieros.es/analisis-blogosfera-dow-jones-e-inditex.html"><img class="alignleft size-medium wp-image-6582" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Foto di Los Mercados Financieros.es, Ricardo Gonzalez" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/blogosphere1-300x228.jpg" alt="" width="240" height="182" /></a>E’ l’editoriale in veste digitale, è la voce dei territori oppure quella fuori dal coro. O ancora è lo strumento di punta per il giornale digitale globale (vedi <a href="http://it.ejo.ch/5171/nuovi-media/huffpost-cronistoria-di-un-successo">alla voce Huffington Post</a>). Si presta ai contesti più svariati, si incastona nelle pagine online dei giornali mainstream ma si trova al suo posto anche in quelli di nicchia o anche senza nessun cappello sulla testata. Che lo si dica giornalismo oppure no, c’è sempre lui sotto tutte queste vesti: è il blog. Uno strumento nato libero assieme alla libera rete e che più di una volta, nelle fasi evolutive del world wide web, ha rischiato di finire intrappolato in qualche groviglio legislativo. Durante l’autunno 2011, sul finire del governo Berlusconi, si era tornati a discutere dell’obbligo di rettifica anche per i blogger, con tempi rapidi o altrimenti una sanzione pecuniaria. Era la disposizione soprannominata “ammazza-blog”. Questa primavera e a governo cambiato, il ministro della Giustizia Paola Severino ha rilanciato la necessità di regolamentare la blogosfera ammiccando di nuovo all’ipotesi di rettifica obbligatoria.</p>
<p><span id="more-6577"></span>In un contesto tecnologico ed editoriale che non può fare a meno di mutare, la tensione tra libera sperimentazione e rigida regolamentazione produce la ricerca di un equilibrio. E come avvenne per la televisione in Italia, anche per ciò che riguarda il blog, se la tecnologia e la pratica vanno più veloci della legge, è la giurisprudenza a tentare di compensare le distanze. Anche in questo caso, infatti, è la Corte di Cassazione a mettere qualche punto fermo nella miriade delle ipotesi e delle interpretazioni. La stella polare appuntata il 10 maggio nel firmamento dell’informazione dice che il blog non ha obbligo di registrazione in tribunale. Una sentenza che ribalta la valutazione del tribunale di Modica e la sentenza d’appello. Protagonista della contesa giuridica che si è protratta per circa sette anni è lo storico, giornalista e saggista siciliano Carlo Ruta. Una voce impegnata contro la mafia, la sua, e che ha resistito a minacce, pressioni, denunce.  Ma laddove le pressioni illecite non sono riuscite, è arrivato per uno strano paradosso lo Stato, il che ricorda <a href="http://it.ejo.ch/6503/giornalismo-sui-media/frequenze-tv-i-dubbi-ancora-sul-tavolo">le ultime vicende della siciliana Telejato</a>. Il blog <em>accaddeinsicilia.net</em> è stato oscurato non perché la voce di Ruta si sia affievolita a causa delle minacce, ma perché stando a quanto ha sentenziato il tribunale di Modica nel 2008 in primo grado, il blogger era colpevole di stampa clandestina.</p>
<p>L’appiglio giuridico era la legge sulla stampa, ovvero la n.47 dell’8 febbraio 1948, la quale stabilisce che nessun giornale o periodico possa essere pubblicato senza venir prima registrato in tribunale. Una norma, questa del dopoguerra tuttora in vigore, che è stata dichiarata estensibile anche ai prodotti editoriali telematici da una più recente norma del 2001, la numero 62. Ma questa legge sull’editoria del 2001 lascia di fatto aperte le interpretazioni, al punto che un esperto del settore come Guido Scorza non ha esitato a sottolineare come in virtù di questa <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=331">“da un giorno all&#8217;altro l&#8217;intera Rete avrebbe potuto essere ritenuta clandestina”</a>. L’interpretazione della legge adottata con la sentenza di Modica ha fatto scalpore, suscitando massicce reazioni di blogger, cultori e frequentatori della rete, oltre che un certo sconcerto suggerito dal ritorno dopo trent’anni di una condanna per stampa clandestina. Il sito <a href="http://www.censurati.it/">Censurati.it</a> aveva definito la sentenza “oscurantista” e lanciando una petizione chiamava a raccolta “le realtà delle reti, le sedi dell&#8217;informazione, le espressioni del paese civile” perché ”rispondessero con la massima determinazione&#8221;. La condanna è stata però confermata dalla prima sezione penale della Corte d’appello di Catania a fine maggio 2011. Anche in appello quindi la giustizia sembrava dar ragione al procuratore ragusano Agostino Fera, dichiaratosi parte lesa nel processo e che si riteneva danneggiato dai post di Ruta. Nel frattempo, per il mondo dell’opinione e dell’informazione online si presagiva un profondo scompiglio: se il blog dello scrittore siciliano era clandestino perché a tutti gli effetti paragonabile a titolo di legge a un quotidiano cartaceo, allora tanti altri blog si sarebbero trovati nella medesima condizione di illegalità.</p>
<p>Ma la sentenza d’appello, che l’avvocato di Ruta Giuseppe Arnone aveva attaccato come “gravemente illiberale”, viene ribaltata un anno dopo dalla Corte di Cassazione. Arriviamo così al 10 maggio 2012. Il giudizio di legittimità della Corte stabilisce che un blog, pur se afferibile alla categoria informativa, non sia affatto tenuto a registrarsi in tribunale. L’unica eccezione si riscontrerebbe in quei casi in cui vengono percepiti finanziamenti pubblici. Il reato di stampa clandestina quindi non riguarda affatto Ruta né gli altri blogger con storie analoghe alle sue. Il protagonista della vicenda ha esultato per una sentenza che ritiene “determinante per il destino della comunicazione in rete, e che ripaga i sacrifici fatti e l’impegno di tutti”.  “D’ora in poi possiamo dirci davvero più liberi”, ha annunciato. Ma all’entusiasmo per questa sentenza fa seguito anche una certa cautela se si considera nel suo complesso la storia tormentata del blog. Il giurista Scorza ad esempio <a href="http://blog.wired.it/lawandtech/2012/05/10/%E2%80%9Cblog-clandestini%E2%80%9D-addio.html">fa notare che</a> “in un Paese civile e moderno, non possono essere necessari quattro anni perché un Giudice scriva l’ovvio in una Sentenza”.</p>
<p>All’amarezza sui tempi lunghi si aggiunge poi la necessità di dare forza alla posizione già espressa con la sentenza. Articolo 21 per voce di Giuseppe Giulietti <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/media/15311_la-cassazione-i-blog-non-sono-stampa-clandestina.htm">dichiara infatti che</a> “per evitare qualsiasi equivoco, anche per il futuro, in occasione della ridefinizione della legge sull&#8217;editoria annnunciata proprio in questi giorni dal sottosegretario Peluffo presenteremo insieme a Vincenzo Vita provvedimenti abrogativi specifici, e anche tali da evitare che qualche altro magistrato possa essere indotto in tentazione in futuro”.</p>
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		<title>Ma il Vaticano sa ancora comunicare?</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 10:17:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natascha Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[Cos’è cambiato da Giovanni Paolo II, un Papa molto mediatico, a Benedetto XVI, che invece è stato al centro di molte polemiche? E’ possibile per un’istituzione millenaria adeguarsi alle necessità dell’era della Comunicazione 24 ore su 24? La Chiesa è accusata talvolta di nascondere la verità all’opinione pubblica, talaltra di essere fin troppo ingenua nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-05-07-at-12.15.33-PM.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-6498" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Screen shot 2012-05-07 at 12.15.33 PM" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-05-07-at-12.15.33-PM-300x213.png" alt="" width="300" height="213" /></a>Cos’è cambiato da Giovanni Paolo II, un Papa molto mediatico, a Benedetto XVI, che invece è stato al centro di molte polemiche? E’ possibile per un’istituzione millenaria adeguarsi alle necessità dell’era della Comunicazione 24 ore su 24? La Chiesa è accusata talvolta di nascondere la verità all’opinione pubblica, talaltra di essere fin troppo ingenua nel modo di porsi, dove sta la verità? E in che modo le diocesi tentano di adeguarsi al web, ai social network, al linguaggio digitale?</p>
<p>Queste alcune delle domande alle quali si cercherà di rispondere nell&#8217;incontro che riapre il ciclo di conferenze promosse ogni anno dall&#8217;Osservatorio europeo di giornalismo dal titolo <strong>&#8221; Ma il Vaticano sa ancora comunicare? Da Giovanni Paolo II a Bendetto XVI: l’informazione cattolica tra nuovi media e tradizione&#8221;.</strong></p>
<div>All’evento in programma questo giovedì 10 maggio, ore 18.15 presso l’Aula A11 dell’Università della Svizzera italiana (palazzo rosso), parteciperanno <strong>Andrea Tornielli</strong>, Vaticanista del quotidiano <em>La Stampa </em>e autore di numerosi saggi, <strong>Lorenzo Cantoni</strong>, Decano della Facoltà di scienze della comunicazione dell’Usi e <strong>Marcello Foa</strong>, direttore generale <em>TImedia </em>e cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo, che introdurrà e modererà l’evento.</div>
<div><span id="more-6493"></span>L’entrata è gratuita e aperta al pubblico.</div>
<p>Seguirà un rinfresco per il quale è gradita la prenotazione a natascha.fioretti@usi.ch</p>
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		<title>Media lettoni sempre più trasparenti</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 07:57:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ievina Ancena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Lettonia]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[redazione aperta]]></category>

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		<description><![CDATA[I media lettoni sono diventati più accessibili al pubblico, che può gettare uno sguardo dietro le quinte della redazione. Il principio della redazione aperta vuole dimostrare ai lettori che sono i benvenuti, che la loro opinione è importante e che ora i media non sono più un’identità astratta bensì sono accessibili a tutti. L’esperta lettone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://en.ejo.ch/wp-content/uploads/293_1024-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />I media lettoni sono diventati più accessibili al pubblico, che può gettare uno sguardo dietro le quinte della redazione.</strong></p>
<p>Il principio della redazione aperta vuole dimostrare ai lettori che sono i benvenuti, che la loro opinione è importante e che ora i media non sono più un’identità astratta bensì sono accessibili a tutti.</p>
<p>L’esperta lettone di media Anda Rozukalne asserisce: “Abbattere la barriera tra le redazioni e la società è un segnale chiaro. Per tutti i media è importante avere un pubblico che si senta parte del prodotto che consuma. Questa collaborazione può assumere molte forme. La trasparenza aumenta se gli utenti partecipano attivamente alla redazione e alla routine quotidiana. Diventa più facile costruire rapporti personali profondi.”</p>
<p><span id="more-6404"></span>Rozukane è convinta che l’apertura sia un trend positivo che offre al lettore l’impressione di essere un interlocutore trattato alla pari all’interno di un reciproco dialogo. Il favore accordato alle redazioni aperte viene incentivato dalle nuove tecnologie, grazie alle quali la comunicazione diventa più veloce, simpatica e facile. Rozukalne ammette: “Naturalmente si tratta anche di marketing. Questo tipo di rapporto incrementa le vendite. Le emozioni, che risvegliano il sentimento di appartenenza, fanno parte di ogni relazione e tutto ciò è positivo. Grazie alla minore distanza si accresce la possibilità di controllo, affinché non sussistano segreti sul modo di lavorare dei giornalisti e della direzione della redazione. La trasparenza è la nuova definizione di obiettività. Quando sappiamo come viene esercitata un’attività e su che metodi si basa, possiamo meglio giudicare se il processo è condotto in maniera corretta e responsabile.”</p>
<p>Nell’ambito degli spettacoli come concerti e conferenze, i media per esempio offrono un prodotto superiore rispetto all’usuale copertura quotidiana. Il successo della rivista settimanale <em>Ieva</em> è proprio da attribuire alla cooperazione col suo pubblico, insiste l’esperta di media. Grazie ai campi estivi organizzati dalla stessa rivista, nei quali avviene lo scambio con i lettori, <em>Ieva </em>ha potuto acquisire informazioni sulle motivazioni del suo pubblico.</p>
<p>È interessante constatare che il principio delle redazioni aperte è da tempo parte integrante della stampa regionale. Rozulkane afferma che secondo i suoi studi “La gente in campagna si incontra ogni giorno, tutti si conoscono l&#8217;un l&#8217;altro. Al contrario i media sovraregionali e internazionali conoscono a malapena il loro pubblico. Azzardano solo delle ipotesi su cosa la società si aspetti da loro e quali siano le aspettative dei loro inserzionisti pubblicitari. Tutto ciò è poco aderente alla realtà.”</p>
<p>Lo stretto rapporto con il proprio pubblico accresce l’assunzione di responsabilità dei media. Quando si conosce una persona, quando si sa cosa pensa e quali sono i suoi sentimenti, si presta maggiore attenzione alla qualità dell’informazione e ai suoi contenuti.</p>
<p><strong><em>La radio a portata di mano</em></strong></p>
<p>Sotto l&#8217;aspetto dell’apertura redazionale, <em>Radio 101</em> ha superato tutte le altre radio lettoni. Gli spazi dell’emittente sono completamente costruiti in vetro e affacciati sulla pubblica via, così i passanti possono osservare dall’esterno cosa succede in studio. Inoltre le trasmissioni si possono seguire in diretta su internet.</p>
<p>Zane Penez, capo dei programmi delle trasmissioni del mattino racconta: “Sin dalla nascita della radio eravamo in chiaro che la redazione avrebbe dovuto trovarsi in centro città, dove tutti avrebbero potuto osservarci. Il modello di <em>Radio 101 </em>viene da<em> </em>New York. La stazione però non si sente l’iniziatrice di questa tendenza, in passato in Lettonia c’erano infatti già stati dei tentativi di creare delle radio con uno spazio redazionale aperto. La stazione <em>Rietumu radio</em> è stata la prima, seguita dal leggendario <em>Club Casablanca</em>. Non va poi dimenticata l’interessante trasmissione di TV3 <em>Hakizaka</em>, che trasmetteva bollettini live quattro volte al giorno da uno studio improvvisato nel Club <em>Kalku varti</em>. La loro attività giornalistica si spingeva fin  sulla strada, via Kalku, dove i passanti potevano partecipare alla trasmissione. Nonostante questi esperimenti, <em>Radio 101  </em>è &#8220;la&#8221; stazione dove tutto ciò che succede in redazione è perfettamente comprensibile. Ovviamente l&#8217;ubicazione stessa della radio è anche all&#8217;origine di situazioni comiche, ma tutto ciò è percepito come routine quotidiana, uno spaccato di ciò che succede veramente ogni giorno in città.”</p>
<p>Alcuni giovani si sono messi a danzare davanti alle vetrine della radio, alcuni passanti sono entrati in redazione convinti che fosse un negozio. Altrettanta capacità di improvvisazione è stata dimostrata dai giornalisti. Durante una trasmissione hanno visto passare sul marciapiede Olegs Znaroks, l’allenatore della squadra nazionale di hockey. Senza indugio lo hanno invitato ad entrare e hanno improvvisato un&#8217;intervista in diretta. La stessa situazione si è riproposta con i fans della squadra di hockey <em>Dinamo</em> dopo una partita. Eduards ricorda: “Abbiamo invitato i ragazzi ad entrare, abbiamo parlato con loro e scattato qualche foto.” Zane Peneze è convinta che per raggiungere questo risultato siano necessari sia l’intuizione che l’esperienza: “Abbiamo avuto molto successo quando durante una notte di elezioni abbiamo invitato la gente ad entrare e ad esprimere la loro opinione in diretta.”</p>
<p>Il quotidiano <em>Diena </em>(Il Giorno)<em> </em>è tra i pochi, che comunica direttamente con il proprio pubblico, quello di maggior successo.<em> </em>Quello che in origine era solo un giornale stampato si è arricchito fino a diventare quasi un’agenzia di stampa che usa  internet come medium con dispacci urgenti, video e trasmissioni live. <em>Diena </em>ha cominciato a  far seriamente concorrenza alla televisione.</p>
<p>È stato invece interrotto un progetto molto promettente, <em>Dienas viesistaba</em> (Il salotto di <em>Diena</em>). Si trattava di un punto di incontro per i cittadini al quinto piano del grande magazzino <em>Galleria Riga</em>. Qui si potevano leggere i giornali e le riviste dell’editore <em>Dienas mediji</em>, si poteva bere il caffè, parlare con i giornalisti e i redattori e prendere parte a interviste in diretta e discussioni. Il capo redattore Guntis Bojars è però fiducioso che il progetto in futuro verrà ripreso. “Questo esperimento ci ha dimostrato che si può lavorare in questo modo. Nel mondo intero i giornali stanno cercando nuove strade per avvicinarsi ai loro lettori. È anche una questione di soldi e di come legare a sé i propri lettori nonostante la forte concorrenza. I media devono essere speciali e diversificarsi l&#8217;uno dall’altro. Questo è uno dei problemi più delicati e durevoli, con il quale tutte le redazioni dei giornali devono confrontarsi.”</p>
<p>Sandra Veinberga, giornalista e ricercatrice nell’ambito delle Public Relations e dei media lettoni, è dell’avviso che nei paesi occidentali le redazioni aperte abbiano fatto il loro tempo.“Il loro apice è stato negli anni ’90, quando furono creati le prime tribune pubbliche, dove i lettori potevano esprimersi. Grazie a questi i media speravano di rendersi più popolari e di acquisire un pubblico più vasto. Dopo qualche tempo però gli stessi media hanno interrotto l’esperimento, accorgendosi che non sortiva il risultato desiderato.”</p>
<p>Al giorno d’oggi i media preferiscono distribuire omaggi al loro pubblico. Veinberga afferma: “Organizzano concerti dei gruppi più in voga, offrono libri e biglietti del cinema e mettono in palio viaggi e biglietti per svariate attività. Fanno tutto ciò spinti dal timore di perdere il loro pubblico.”</p>
<p>Traduzione a cura di Alessandra Filippi, qui l&#8217;<a href="http://lv.ejo-online.eu/1221/zinu-menedzments/pieejamiba-atbildiba-caurskatamiba-draudzigums">articolo originale</a> sul sito lettone di EJO</p>
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		<title>L&#8217;indipendenza di Euronews eil futuro dell&#8217;informazione europea</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 05:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Micheletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[EU]]></category>
		<category><![CDATA[Euronews]]></category>
		<category><![CDATA[Futuris]]></category>
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		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Facendo zapping televisivo sarà capitato a molti di imbattersi in Euronews, il canale di attualità internazionale lanciato nel 1993, a cui sembrano per ora essere affidate le sorti di un eventuale medium europeo. Accanto al ciclo di news che l’emittente manda in onda nelle 24 ore, lo spettatore avrà potuto assistere ad alcuni programmi, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-04-18-at-7.52.55-AM.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-6393" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Euronews" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-04-18-at-7.52.55-AM-300x145.png" alt="" width="300" height="145" /></a>Facendo zapping televisivo sarà capitato a molti di imbattersi in <a href="http://it.euronews.com/"><strong>Euronews</strong></a>, il canale di attualità internazionale lanciato nel 1993, a cui sembrano per ora essere affidate le sorti di un eventuale <em>medium</em> europeo. Accanto al ciclo di news che l’emittente manda in onda nelle 24 ore, lo spettatore avrà potuto assistere ad alcuni programmi, come <a href="http://it.euronews.com/programmi/futuris/"><strong>Futuris</strong></a>, <a href="http://it.euronews.com/programmi/innovation/"><strong>Innovation</strong></a> o il nuovissimo <a href="http://it.euronews.com/programmi/frontline/"><strong>On the frontline</strong></a>, scambiandoli per normali reportage giornalistici. Sbagliato. Anche se per scoprirlo bisogna attendere (e saper interpretare) il logo con la bandierina europea nei titoli di coda, questi programmi sono confezionati ad arte per la Commissione europea, a cui costano fino a 25.000 euro ciascuno. Sono insomma dei veri e propri spot pubblicitari mascherati da reportage.</p>
<p><span id="more-6389"></span>L’investimento della Commissione europea nell’emittente con sede a Lione non è un mistero, soprattutto  per chi gravita attorno alla sfera UE. Negli ultimi anni i fondi stanziati dall’esecutivo UE al canale sono in costante aumento, e, come si legge nel <a href="http://ec.europa.eu/dgs/communication/pdf/progr2012_en.pdf">programma del Direttorato Generale per la Comunicazione della Commissione</a>, segnalato dal blog <a href="http://www.lacomeuropeenne.fr/2012/04/10/%C2%AB-on-the-frontline-%C2%BB-hybridation-entre-information-d-euronews-et-communication-de-la-commission-europeenne/">Décrypter la communication européenne</a>. E sono destinati a crescere. Per il 2012 la cifra destinata al confezionamento di programmi ad hoc ammonta a 6,5 milioni di euro, a cui si vanno ad aggiungere altri 12 milioni per lo sviluppo multilingue di Euronews. In totale, secondo la testata specializzata <em>Broadcast Engineering,</em> circa il 25% del bilancio dell’emittente, che è partecipata da 21 emittenti pubbliche europee.</p>
<p>Un investimento giustificato dagli obiettivi strategici della DG Comunicazione, fra cui la necessità delle istituzioni di “assicurarsi nel lungo termine una copertura degli affari europei da una prospettiva europea” e di sviluppare “una sfera pubblica europea”, informando i cittadini delle attività che originano a Bruxelles. In altre parole, di compensare il disinteresse della stampa generalista nei confronti delle tematiche UE, che si è accompagnato negli ultimi anni ad un’emoraggia di corrispondenti dalla capitale europea.</p>
<p>Qualcuno potrebbe obiettare che la copertura stampa della UE non manca, soprattutto in questo momento, con la crisi del debito sovrano, l’euro e le vicende della Grecia. Rimane tuttavia difficile catturare l’interesse dei media su altri ambiti che alla UE interessa comunicare, e che esulano dai momenti cerimoniosi  che coinvolgono i capi degli Stati membri, come i Consigli europei. Ad esempio, è difficile far parlare i media del continente dei progressi fatti in ambito scientifico, grazie ai fondi destinati dalla UE a ricerca e innovazione.</p>
<p>Da qui la necessità di studiare a tavolino programmi come <em>Futuris</em> o <em>Innovation. </em>Ci si potrebbe tuttavia chiedere perché il lancio di <em>Innovation</em>, ad esempio, venga annunciato con <a href="http://ec.europa.eu/research/index.cfm?pg=newsalert&amp;lg=en&amp;year=2011&amp;na=na-020211">un comunicato</a> sul sito della Commissione senza alcun cenno esplicito al rapporto fra l’istituzione ed Euronews. Come se il programma che, secondo la descrizione riportata sul sito della Commissione, “accende i riflettori sulle eccitanti storie di successo della innovazione e ricerca europee”, nascesse per spontanea iniziativa dei giornalisti dell’emittente. Ancora, ci si potrebbe chiedere perché il programma non sia accompagnato, come sarebbe opportuno, da un logo in costante sovraimpressione che segnali che si tratta di informazione sponsorizzata. Stesso discorso per <em>On the frontline</em>, realizzato in partnership con la DG Affari interni, e presentato sul sito di Euronews semplicemente come “programma che punta i riflettori sulle più calde questioni europee per approfondirle a tutto campo”. Ma che fa bella mostra di sè anche sulla home page del sito della DG Affari interni.</p>
<p>Questo mix non sempre trasparente di contenuto sponsorizzato e informazione stride sia con le caratteristiche di indipendenza e imparzialità riportate nella presentazione dell’emittente sul proprio sito, sia con la <a href="http://it.euronews.com/services-ue/#p1">Carta editoriale allegata al contratto con l&#8217;Unione europea</a>, dove Euronews ribadisce la sua fedeltà ai principi di etica giornalistica, anche nello svolgimento dei servizi per la UE. È infatti difficile pensare che uno di questi programmi arrivi a criticare apertamente le istituzioni europee, essendo stati acquistati tramite un contratto uguale a quelli che la Commissione sottoscrive con agenzie di comunicazione per gli eventi, la pubblicità o i video promozionali.</p>
<p>Il fenomeno Euronews risolleva infine il dibattito più ampio sul futuro dell’informazione sull’Unione europea. Il giornalismo che tratta di politiche comunitarie è davvero destinato a sopravvivere solo grazie a sussidi sempre più pesanti? E in questo caso, Euronews è destinata a diventare il canale di servizio pubblico europeo, alla pari di un’emittente statale? Se questa fosse la direzione che si intende imboccare, sarebbe necessario un deciso cambio di formula: come emerge dai commenti dei blogger su <a href="http://polscieu.ideasoneurope.eu/2012/04/11/euronews-becomes-eu-commission-propaganda-channel/">Polscieu</a>, occorrerebbe una svolta legislativa a livello europeo che conferisca ad Euronews uno status diverso da quello di strumento promozionale, con uno statuto più forte a tutelare l’indipendenza editoriale dell’emittente. Altrimenti sono a rischio sia la credibilità di Euronews che quella dei suoi committenti.</p>
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		<title>Un prontuario per i professionisti dell&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 06:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stephan Russ-Mohl</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Medienqualität durchsetzen]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Studer]]></category>
		<category><![CDATA[Toni Zwyssig]]></category>
		<category><![CDATA[Vinzenz Wyss]]></category>

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		<description><![CDATA[Corriere del Ticino, 11.04.2012 All&#8217;interno del sistema me­diatico c&#8217;è ancora chi so­stiene che i professionisti cadano dal cielo, senza al­cun bisogno di formazione, il talento basta e avanza. Anche la ricerca sui media è ritenuta superflua perché è nel lavoro di redazione che si impa­ra tutto ciò che serve. Con tali pre­messe è difficile riuscire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://de.ejo-online.eu/wp-content/uploads/medienqualität.jpg"><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://de.ejo-online.eu/wp-content/uploads/medienqualität.jpg" alt="" width="180" height="280" /></a></p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>Corriere del Ticino, 11.04.2012</strong></span></p>
<p>All&#8217;interno del sistema me­diatico c&#8217;è ancora chi so­stiene che i professionisti cadano dal cielo, senza al­cun bisogno di formazione, il talento basta e avanza. Anche la ricerca sui media è ritenuta superflua perché è nel lavoro di redazione che si impa­ra tutto ciò che serve. Con tali pre­messe è difficile riuscire ad imporre il controllo sulla qualità, nonostante ce ne sia estremamente bisogno. La stra­da verso la vera qualità giornalistica è lunga, pietrosa e per ampi tratti per­sino scoscesa. Il testo &#8220;Medienqualität durchsetzen&#8221; rappresenta una tappa fondamentale all&#8217;interno di un tale percorso, nonché una guida nella di­rezione giusta. Gli autori mirano in­fatti al raggiungimento di una miglio­re qualità tramite una pratica reda­zionale basata su strategie avvedute e innovative. Si tratta propriamente di saper imporre la qualità &#8211; non so­lo contro eventuali resistenze nei con­fronti di condizioni economiche svan­taggiose, bensì anche contro i cosid­detti pelandroni e gli eterni refratta­ri al cambiamento all&#8217;interno della redazione stessa. In gastronomia so­no gli ingredienti freschi e di qualità a garantire pietanze sane e gustose. E, d&#8217;altra parte, la competenza del cuoco deve avere poi la sua parte. Ri­manendo nella metafora, sono gli in­gredienti ad «essere plasmati» a se­conda della situazione. Esempi di at­tualità, check list, riassunti e illustra­zioni, riferimenti al contesto svizzero &#8211; tutti questi elementi fanno di que­sto manuale un vero e proprio pron­tuario per le redazioni.</p>
<p><span id="more-6347"></span> A ciò si aggiunge la collaborazione di tre esperti che si completano in mo­do eccezionale. Vinzenz Wyss è un pioniere della ricerca sulla qualità dei media e Peter Studer è stato ca­poredattore sia nella televisione sia nella carta stampata. È competente in materie giuridiche e per anni si è occupato di tali questioni in qualità di presidente del Consiglio svizzero della stampa. Toni Zwyssig, esperto di formazione, ha condotto presso la SRG uno dei più prestigiosi program­mi di formazione giornalistica in area di lingua tedesca. Un tale concentra­to di competenze scientifiche e gior­nalistiche non può che dar vita ad un testo specialistico avvincente e au­torevole. Gli autori non solo ripren­dono infatti la ricerca scientifica tra­dizionale, ma si occupano anche de­gli approcci aziendali del Change Ma­nagement.<br />
In Svizzera sarà difficile ottenere più qualità di quella già esistente. D&#8217;al­tro canto date le molteplici possibili­tà di fare pubblicità per mezzo dei social network e dei motori di ricer­ca, ai vecchi media mainstream e al­le redazioni mancano sempre più ri­sorse e nei prossimi anni il giornali­smo si occuperà molto di più di ga­ranzia della qualità piuttosto che del suo eventuale miglioramento.<br />
Tuttavia, questo obiettivo potrà esse­re imposto solo là dove venga richie­sto dal pubblico. Solo quando i de­stinatari saranno disposti a pagare per avere qualità ci saranno mana­ger e giornalisti pronti a soddisfare le esigenze del proprio pubblico e a ri­flettere sulla gestione della qualità in modo serio e concreto. Già, ma è un gatto che si morde la coda, perché è anche vero il contrario: solo quando i manager e i giornalisti inizieranno a fare chiarezza sulla realtà giorna­listica e dei media stessi in modo de­cisivo e significativo ci saranno uten­ti sufficientemente consapevoli e pron­ti a far valere il proprio desiderio di un&#8217;informazione di qualità.</p>
<p><strong><span style="color: #888888;">Medienqualität durchsetzen. Qualitäts­sicherung in Redaktionen, Ein Leitfa­den di Vinzenz Wyss, Peter Studer e Toni Zwyssig, è pubblicato da Orell Fü­ssli Verlag, Zürich 2012.</span></strong></p>
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		<title>Equo compenso per i giornalisti</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 06:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Cardone]]></category>
		<category><![CDATA[equo compenso]]></category>
		<category><![CDATA[Fnsi]]></category>
		<category><![CDATA[qualità dell'informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[*(Vedi rettifica alla fine dell&#8217;articolo) Lavoratore autonomo e indipendente, oppure sfruttato, sottopagato e ricattabile? Il rischio di oltrepassare la linea di confine è particolarmente pericoloso se il lavoratore in questione è anche tutore dell’indipendenza dell’informazione oltre che parte attiva nella formazione della opinione pubblica. I giornalisti lo sanno bene e parte proprio da loro la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 298px"><a href="http://www.mediapolitika.com/wp-content/uploads/2012/02/DSC00583.jpg"><img class="  " style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://www.mediapolitika.com/wp-content/uploads/2012/02/DSC00583.jpg" alt="" width="288" height="215" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte immagine: http://www.mediapolitika.com</p></div>
<p><strong>*(Vedi rettifica alla fine dell&#8217;articolo)</strong></p>
<p><strong>Lavoratore autonomo e indipendente, oppure sfruttato, sottopagato e ricattabile? Il rischio di oltrepassare la linea di confine è particolarmente pericoloso se il lavoratore in questione è anche tutore dell’indipendenza dell’informazione oltre che parte attiva nella formazione della opinione pubblica. I giornalisti lo sanno bene e parte proprio da loro la battaglia per un equo compenso.</strong></p>
<p>Il mondo del giornalismo italiano è costituito infatti da una ampia schiera di precari (ne avevamo già parlato anche <a href="http://it.ejo.ch/4011/cultura-professionale/se-il-futuro-del-giornalismo-in-italia-vale-5-euro">qui</a>). La dignità del loro lavoro e del compenso ricevuto può ripercuotersi sulla dignità dell’informazione, fino a far vacillare quell’articolo 21 che garantisce costituzionalmente il diritto di essere informati e, per converso, di informare. Su questi assunti si basa l’iniziativa che ha portato in Parlamento la proposta di legge sull’equo compenso, la quale intende regolare l’elargizione di finanziamenti statali alle testate giornalistiche sulla base di una retribuzione dignitosa. E, prima ancora, c’è stata la Carta di Firenze a fare una piccola rivoluzione in seno agli organi che regolano la professione giornalistica. La Carta approvata l’8 novembre 2011 dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha infatti sancito che lo “sfruttamento dei colleghi” è deontologicamente scorretto. La “mamma” della Carta di Firenze, Antonella Cardone, è consigliera nazionale dell’ordine dei giornalisti e componente della commissione lavoro autonomo dell’Fnsi. A lei, che assieme a un gruppo ampio di giornalisti precari ha condotto in prima linea la battaglia contro lo sfruttamento dei giornalisti, chiediamo di raccontarci come nasce la battaglia per l’equo compenso.</p>
<p><span id="more-6324"></span><strong>La proposta di legge sull’equo compenso ha ricevuto il via libera dalla commissione Cultura della Camera, in sede legislativa, il 28 marzo. Il 4 aprile il presidente del Senato, Renato Schifani, ha firmato l&#8217;assegnazione in sede deliberante alla Commissione Lavoro della proposta di legge. Quando crede che potrebbe entrare in vigore la legge?</strong></p>
<p>&#8220;Potremmo avere un bellissimo regalo di Natale&#8221;.</p>
<p><strong>Come nasce la proposta di legge?</strong></p>
<p>&#8220;Due anni fa l’ordine dei giornalisti aveva fatto una ricerca sui “ladri di sogni”, indagando i livelli di compenso. C’erano testate che non pagavano i pezzi, altre che ricompensavano con cifre come 50 centesimi… Alla presentazione della ricerca, che è disponibile online al <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.odg.it/files/ricerca_smascheriamo_gli_editori_+%20editore.pdf">link</a></span>, fu invitata Giorgia Meloni, allora ministro della Gioventù, e in quella occasione venne lanciata l’idea di un bollino blu alle aziende che praticavano una equa retribuzione. La Meloni sposò ufficialmente l’idea, ma ci si accorse che era difficilmente praticabile se non associando i criteri di degna retribuzione all’assegnazione dei finanziamenti statali. Perciò nacque la proposta di legge, portata avanti da Valentina Aprea e Silvano Moffa, relatore Enzo Carra, e a cui contribuì Giuseppe Giulietti. Venne presentata alla Camera. Una proposta analoga venne presentata da Giulietti al Senato. Alla Camera il percorso di approvazione è stato velocizzato perché la proposta veniva avanzata in seno alla maggioranza, il consenso bipartisan è stato d’aiuto&#8221;.</p>
<p><strong>Legare il “bollino blu” ai finanziamenti significa anche svincolare la proposta di legge da obiezioni, che pure ci sono state sul fronte degli editori, in tema di libertà di impresa e di concorrenza. Qual è la differenza tra il tariffario e l’equo compenso?</strong></p>
<p>&#8220;I finanziamenti statali sono sempre stati assegnati secondo alcuni criteri, come la tiratura, o il vincolo nel numero di assunzioni (almeno 15 per una radio, 4 per un’agenzia regionale, eccetera). Ma sul resto non si è mai intervenuto. L’idea perciò è stata quella di creare un elenco delle testate con il diritto ai contributi. Si entra in questa lista se tutti i titolari di rapporti di lavoro non subordinati vengono remunerati secondo requisiti minimi di equità. Questo sistema ci ha svincolati dall’annoso dibattito su un tariffario e sulla libera concorrenza: il sistema è analogo a quello delle gare di appalto, dove per esempio si richiede un certificato antimafia. Si insedierà una commissione per la valutazione della equità di retribuzione del lavoro giornalistico e che entro 3 mesi dovrà stabilire i parametri. Sarà composta da quattro membri tecnici, che rappresenteranno il ministero del lavoro e quello dello sviluppo economico, l’ordine nazionale dei giornalisti e il sindacato Fnsi. Entro 60 giorni, con decreto del Presidente della Repubblica, dovremmo avere operativa la proposta&#8221;.</p>
<p><strong>Come verrà quantificato questo equo compenso?</strong></p>
<p>&#8220;La proposta di legge parla di equità in confronto al lavoro dipendente. E comincia a circolare il concetto che il lavoro autonomo debba costare anche di più. I dipendenti secondo quanto concordato da Fieg e Fnsi guadagnano circa 12,50 euro l’ora. Probabilmente il ragionamento partirà da questa cifra. La commissione lavoro autonomo dell’Fnsi dovrà lavorarci. Secondo noi giornalisti precari un minimo equo dovrebbe essere di cinquanta euro, tenendo conto così di tutte le spese che il giornalista “autonomo” supporta oltre al proprio operare, cioè contributi previdenziali, telefono, internet, iscrizione all’ordine… Il problema è che il governo ha fatto un’altra riforma che dovrebbe diventare operativa d agosto e che comporterà spese ulteriori, come la formazione continua – e una delle battaglie da fare sarà sulla proprio sulla possibilità di un aggiornamento formativo gratuito - e una assicurazione obbligatoria che supererà i mille euro annui. Perciò penso che si debba partire da almeno 60 euro a pezzo&#8221;.</p>
<p><strong>Esistono casi analoghi di iniziative legislative per l’equo compenso giornalistico in Europa?</strong></p>
<p>&#8220;Non ce ne sono. Il presidente del sindacato europeo dei freelance si è complimentato con noi. Bisogna considerare che all’estero solo ora i colleghi iniziano a subire gravi crisi, e in ogni caso mai &#8211; come succede invece spesso da noi &#8211; passa il concetto che debbano lavorare gratis. Negli altri Paesi europei non c’è una così forte precarizzazione del settore giornalistico. Inoltre l’impostazione è diversa: c’è una chiara distinzione tra il desk e il giornalismo sul campo. Basti vedere come la Columbia School of Journalism imposta i propri corsi: ci sono quelli per redattore e quelli per giornalista. Chi sta fuori, chi opera sul campo, viene pagato di più e non di meno. I compensi del prodotto giornalistico vengono stabiliti in una contrattazione in cui il free lance vende al migliore offerente, ha quindi potere contrattuale. Adesso magari questo compenso potrà essere sceso dalle duecento alle cento sterline, ma è certamente superiore ai compensi da fame che vediamo spesso in Italia&#8221;.</p>
<p><strong>Stabilendo un minimo, si rischia che i compensi finora superiori tendano al ribasso? Quali sono secondo te le luci ma anche i rischi di questa iniziativa?</strong></p>
<p>&#8220;E’ senz’altro positivo che i contributi non vengano assegnati a pioggia e senza criteri, come del resto la stessa legge sui contributi pubblici all’origine rivendicava. Qui si dettaglia il lavoro autonomo, si può benissimo fare impresa senza tenerne conto ma a quel punto bisogna rinunciare al sostegno pubblico. Il rischio è che, arrivando a una obbligatorietà sui minimi, questo potrebbe legittimare a ridurre i massimi. Ma noi giornalisti stessi dobbiamo essere in prima linea per difendere il principio che la qualità si distingue e si paga. Mi appello anche ai colleghi, non svendiamoci… E battiamoci perché queste iniziative vengano attuate e applicate. Ho lanciato l’idea della Carta di Firenze ma la sento una “figlia degenere” se poi chi subisce sfruttamento nei fatti non rivendica questi diritti. E quanto alla legge sull’equo compenso, il rischio che rimanga inapplicata esiste, l’ordine dei giornalisti dovrà rimanere in guardia perché la norma venga applicata&#8221;.</p>
<p><strong>* Per una questione di chiarezza, correttezza e completezza delle informazioni, pubblichiamo  come ricevuta la precisazione di Fabrizio Morviducci, consigliere nazionale Odg (Italia) e responsabile del gruppo di lavoro sul precariato dell&#8217;Ordine al nostro articolo: </strong></p>
<p>&#8220;Vorrei chiedere cortese precisazione, all&#8217;intervista da voi realizzata relativamente alla legge sull&#8217;equo compenso e alla carta di Firenze.<br />
In tal senso la consigliera Cardone non è la &#8216;mamma&#8217; della carta di Firenze, come da voi indicato.<br />
In particolare, il gruppo di lavoro da me guidato ha pensato e organizzato l&#8217;assemblea durante la quale oltre 500 free lance arrivati da tutta Italia, hanno scritto e condiviso la carta di Firenze.<br />
La carta di Firenze è uno strumento che nasce grazie al contributo di tutta la categoria arrivato durante una manifestazione che il mio gruppo di lavoro ha organizzato e che il presidente Odg Enzo Iacopino ha avallato. Sarebbe pertanto riduttivo attribuirla a una sola persona senza rendere giustizia a chi ha effettivamente lavorato al progetto&#8221;.</p>
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		<title>Blogosfera UE: occasione mancata o opportunità per un demos europeo?</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 11:46:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Micheletti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[bloggingportal.eu]]></category>
		<category><![CDATA[blogosfera]]></category>
		<category><![CDATA[Ronny Patz]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>

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		<description><![CDATA[Un recente intervento di Ronny Patz, studioso di processi comunicativi e blogger di punta sulle tematiche europee, ha scaturito un nutrito dibattito ed esame di coscienza sulla blogosfera UE. Ancora dominata da lobby e addetti ai lavori, la sfera dei blog che ruotano attorno alle politiche comunitarie stenta a sfruttare un’opportunità in più per avvicinarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.protesilaos.com/"><img class="alignleft size-medium wp-image-6316" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="blogosphere" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/blogosphere-300x153.jpg" alt="" width="300" height="158" /></a>Un <a href="http://blogs.lse.ac.uk/europpblog/2012/03/13/eu-blogospher/">recente intervento</a> di Ronny Patz, studioso di processi comunicativi e blogger di punta sulle tematiche europee, ha scaturito un nutrito dibattito ed esame di coscienza sulla blogosfera UE. Ancora dominata da lobby e addetti ai lavori, la sfera dei blog che ruotano attorno alle politiche comunitarie stenta a sfruttare un’opportunità in più per avvicinarsi alla creazione di quella coscienza comune, il <em>demos</em> europeo, di cui si evidenzia spesso la mancanza.</p>
<p>I blog che ruotano attorno alle tematiche UE, scrive Patz sul <a href="http://blogs.lse.ac.uk/europpblog/">neonato blog</a> della London School of Economics dedicato alle politiche europee, sono cresciuti di numero: quelli censiti dal portale <a href="http://www.bloggingportal.eu/">bloggingportal.eu</a>, di cui Patz è tra i fondatori, sono oggi più di 900, rispetto al centinaio censiti da uno dei primi “euro-blogger” nel 2008. Tuttavia rimangono intrappolati in alcune caratteristiche peculiari, che rendono la blogosfera UE – se di blogosfera si può parlare – profondamente diversa da quelle nazionali. Innanzitutto, commenta Patz, i blog sulle tematiche UE tendono ad essere isolati: quasi fossero delle vetrine, hanno infatti la tendenza a non interagire tra di loro, a non citarsi a vicenda e a commentarsi poco. Motivo per cui gli economisti di Bruegel, uno dei maggiori think tank sulle politiche economiche europee, che ha <a href="http://www.bruegel.org/blog/detail/article/708-europeans-cant-blog/">ripreso</a> il dibattito su <a href="http://www.bruegel.org/blog/">un altro neonato blog</a>, negano che questa possa chiamarsi blogosfera, essendo lontana dall’essere un ecosistema vivente.</p>
<p><span id="more-6311"></span>Altra caratteristica, già evidenziata in precedenza da uno dei corrispondenti a Bruxelles del Financial Times, Stanley Pignal, è che gli “euro-blog” sono per la maggior parte scritti da persone o gruppi che vogliono rappresentare un interesse ben preciso di fronte alle istituzioni europee: in altre parole, si tratta di lobbisti dell’industria o portatori di altri interessi come le ONG. Sono degli “insider” che conoscono bene la propria materia e parlano spesso un linguaggio tecnico rivolto ad interlocutori del proprio settore. C’è poi la nutrita schiera dei giornalisti, i cui blog spesso hanno un successo proporzionale a quello della loro testata. Tra questi esistono storie di successo come quella del popolarissimo <a href="http://bruxelles.blogs.liberation.fr/">Coulisses de Bruxelles</a> di Jean Quatremer, corrispondente del quotidiano francese <em>Libération</em>.</p>
<p>In pochi casi i blog europei sono scritti da cittadini che vogliano commentare o far sentire la loro voce in merito agli ultimi provvedimenti presi dalla UE. Quello che non avviene, poi, è che blog di diversi Paesi che trattano una stessa tematica rimandino uno all’altro, creando un dibattito sovranazionale. La crisi economica, per esempio, poteva essere uno stimolo per i blogger di tutta Europa a discutere e confrontarsi, ma ciò non è avvenuto, e il dibattito resta ancorato alla sfera nazionale.</p>
<p>E’ quanto ha osservato anche l’<a href="http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2012/03/networks">Economist</a>, sottolineando inoltre come negli Stati Uniti la scena dei blogger che si occupano di economia, per esempio, sia fiorente e influente, mentre in Europa – pur essendoci think tank e portali che raggruppano gli scritti delle migliori menti (ad esempio <a href="http://www.eurointelligence.com/">Eurointelligence</a> e <a href="http://it.ejo.ch/wp-admin/VoxEU">VoxEU</a>), non c’è lo stesso tipo di interazione vivace, che porta anche un pubblico più vasto ad appassionarsi agli argomenti. Non a caso il nuovo blog di Bruegel contiene una rubrica, la <a href="http://www.bruegel.org/blog/?section=7-bruegel-economic-blogs-review">Economic blogs review</a>, dedicata a selezionare e aggregare i blog europei che trattano di economia e finanza.</p>
<p>La situazione della blogosfera UE, d’altronde, rispecchia fedelmente l’annoso problema di cui le istituzioni europee si crucciano da anni: la mancanza di un vero e proprio <em>demos</em> europeo, una sfera pubblica transnazionale. Come traspare anche dal recente dibattito, gli interessi dei cittadini della UE sono ancora relegati alla sfera nazionale. A partire dai media <em>mainstream</em>, il centro dell’interesse sono ad esempio le politiche di tagli alla spesa sociale del proprio governo, mentre è ancora poco approfondita la loro dimensione europea, sia in termini di confronto con altri Stati membri, sia in termini di comprensione di quello che avviene a Bruxelles o a Francoforte.</p>
<p>Eppure i blog della sfera UE potrebbero rappresentare un’opportunità in più per colmare quel divario fra la UE e i suoi cittadini. Soprattutto in assenza di un vero e proprio giornale europeo, e con la riduzione degli organici e della copertura della UE da parte dei media manistream, la blogosfera potrebbe offrire uno spazio per interagire davvero su quello che succede nei “corridoi di Bruxelles”, oltre che confrontarsi su decisioni che riguardano tutti e su cui c’è ancora poca comprensione. Questo era nelle intenzioni dei fondatori di <em>bloggingportal.eu</em>. A tre anni dalla nascita del portale, tuttavia, <a href="http://www.bloggingportal.eu/blog/three-years-in-bloggingportal/">ammettono</a> che c’è ancora molta strada da fare per far crescere in maniera esponenziale il dibattito di cittadini-blogger sull’Europa presente e futura.</p>
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		<title>Kony2012 conquista la retementre la Siria non fa notizia</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 09:04:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Bashar al-Assad]]></category>
		<category><![CDATA[Evgeny Morozov]]></category>
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		<category><![CDATA[Roger Cohen]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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		<description><![CDATA[Esattamente un anno fa in molte piazze della Siria avevano inizio le manifestazioni scaturite sull&#8217;onda delle rivoluzioni della Primavera araba. Anche i siriani, coraggiosamente scesi in strada per chiedere riforme democratiche a uno dei più repressivi regimi del pianeta, hanno sperato e sperano di poter sovvertire lo status quo nel loro paese. Ma la repressione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/siria.jpg"><img class="size-medium wp-image-6201 alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Il premio &quot;Cittadino della Rete&quot;, indetto ogni anno da Reporters Without Borders nella Giornata mondiale contro la cyber-censura, è stato assegnato ai collettivi siriani per il loro ruolo fondamentale nell'utilizzare Internet contro la censura" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/siria-300x173.jpg" alt="" width="300" height="173" /></a></p>
<p>Esattamente un anno fa in molte piazze della Siria avevano inizio le manifestazioni scaturite sull&#8217;onda delle rivoluzioni della Primavera araba. Anche i siriani, coraggiosamente scesi in strada per chiedere riforme democratiche a uno dei più repressivi regimi del pianeta, hanno sperato e sperano di poter sovvertire lo status quo nel loro paese. Ma la repressione del governo di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bashar_al-Assad">Bashar al-Assad</a> è stata sin da subito violentissima e a un anno di distanza si è tramutata in una lotta serrata tra forze governative e opposizioni che secondo l&#8217;Onu avrebbe già causato 8mila morti. Contrariamente a quanto avvenuto in Libia, dove l&#8217;esercito ha progressivamente abbandonato Gheddafi fino alla sua capitolazione, le forze militari sono rimaste fedeli al governo di Damasco. E proprio per il sostegno dei vertici amministrativi e della difesa, il potere centrale può imporre una stretta senza precedenti sulle opposizioni. L&#8217;ultima notizia di cronaca, rimbalzata sui media internazionali tra le mille difficoltà causate dalla censura, riguarda la città di Homs, dove 50 corpi mutilati sono stati rinvenuti in due quartieri. Secondo gli attivisti siriani l&#8217;eccidio sarebbe opera dei shabihaa, le milizie del regime. Il tutto da un anno avviene sotto l&#8217;occhio inerte delle grandi potenze internazionali, ferme nello stallo del muro contro muro degli Usa con la Russia che sostiene Assad.</p>
<p><span id="more-6197"></span>Roger Cohen, in un <a href="http://www.nytimes.com/2012/03/13/opinion/cohen-stop-kony-now.html">editoriale</a> sul <em>New York Times</em> ha messo a confronto l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica internazionale sulla Siria e il caso <a href="http://www.kony2012.com/">Kony2012</a>, il documentario virale sul criminale di guerra ugandese Joseph Kony, fortemente <a href="http://www.washingtonpost.com/blogs/blogpost/post/invisible-childrens-stop-kony-campaign/2012/03/07/gIQA7B31wR_blog.html">criticato</a> per la sua superficialità e la conseguente esorbitante circolazione riscossa in Rete. Perché tanta attenzione per questo video e così poca per gli attivisti siriani, la cui vicenda è più attuale, stringente e giornalisticamente &#8220;sul pezzo&#8221;? Secondo <a href="https://twitter.com/#!/evgenymorozov">Evgeny Morozov</a> il tutto sarebbe dovuto all&#8217;hype ingenuo generato da Twitter e alle maggiori capacità di marketing di Invisible Children (l&#8217;associazione che ha diffuso il documentario). Ma sono queste le dinamiche che smuovono gli animi dei netizen di tutto il mondo, costringendo la Siria a rimanere sempre in secondo piano? La <a href="http://en.rsf.org/syria-syria-12-03-2012,42053.html">situazione</a> dei media in Siria è drammatica (<a href="http://en.rsf.org/syria-syria-12-03-2012,42053.html">dati</a> di Reporters Without Borders): 7 giornalisti uccisi, numerosissimi arresti di attivisti e citizen journalist &#8211; 16 in un solo <a href="http://en.rsf.org/syria-raid-on-syrian-centre-for-media-16-02-2012,41897.html">raid</a> lo scorso febbraio contro il Syrian Centre for Media and Freedom of Expression di Damasco &#8211; molti dei quali detenuti solo per aver concesso interviste e collaborazione a testate estere. Internet è stata messa offline per la prima volta lo scorso giugno e per quanto ora la connessione sia stata formalmente ristabilita, si segnalano spesso rallentamenti e oscuramenti selettivi, specie di venerdì, quando si tengono le manifestazioni più imponenti. Lo scopo? Impedire che le testimonianze delle rivolte e delle repressioni trapelino attraverso la Rete fuori dai confini della Siria. Persino WhattsApp, la app di instant messaging per device mobili, è stata <a href="http://digitaldissidence.tumblr.com/post/18785080889/whatsapp-now-being-blocked-in-syria">bloccata</a> qualche giorno fa. Sulla Rete siriana è in atto una serrata cyber-guerra mossa dal governo per stanare i dissidenti digitali che cercano di comunicare attraverso il web, anche con il controllo dei social network, fonte di dati sensibili. L&#8217;hashtag <a href="https://twitter.com/#!/search/%23Syria">#Syria</a> su Twitter è stato spesso <a href="http://advocacy.globalvoicesonline.org/2011/04/18/spam-bots-flooding-twitter-to-drown-info-about-syria-protests/">infiltrato</a> da profili fake creati dall&#8217;intelligence di Damasco per bombardarlo di spam e nascondere i tweet informativi. Facebook può invece tramutarsi in una trappola per gli attivisti che si espongono troppo o rivelano, anche inconsapevolmente, i loro dati personali.</p>
<p>Ma mentre la censura governativa si fa sempre più forte e i media stranieri sono stati espulsi dal paese,  il contributo dei cittadini e degli attivisti siriani è l&#8217;unico a garantire  un flusso di informazioni al di fuori del paese. I centri media dei comitati di coordinamento locali sono pressoché la fonte unica di informazione grazie ai materiali che riescono faticosamente a far emergere in Rete, tramite vie alternative come il canale su YouTube <a href="http://www.youtube.com/user/All4OurCountry?ob=0&amp;feature=results_main">LCCSyria TV</a>. Proprio il ruolo di questi coraggiosi attivisti può rappresentare anche la svolta per la Siria e il suo riposizionamento nell&#8217;agenda dei media internazionali: il premio <a href="http://rsfitalia.org/2012/03/08/reporter-senza-frontiere-12-marzo-2012-giornata-mondiale-contro-la-cyber-censura-i-finalisti-del-premio-rsf/">&#8220;Cittadino della Rete&#8221;</a>, indetto ogni anno da Reporters Without Borders nella <a href="http://march12.rsf.org/en/">Giornata mondiale contro la cyber-censura</a>, è stato <a href="http://en.rsf.org/syrie-syrian-citizen-journalists-and-12-03-2012,42093.html">assegnato</a> questa settimana a Parigi proprio ai collettivi siriani per il loro ruolo fondamentale nell&#8217;utilizzare Internet contro la censura. Il premio è stato ritirato da Jasmine, attivista siriana 27enne che risiede in Canada.</p>
<p>Altra visibilità alla Siria è arrivata da Al Jazeera che <a href="http://blogs.journalism.co.uk/2012/03/13/al-jazeera-to-broadcast-syria-documentary-filmed-entirely-on-iphone/">ha mandato in onda</a> il 14 marzo <a href="http://www.aljazeera.com/programmes/peopleandpower/2012/03/201231213549186607.html">un documentario</a> sulle rivolte girato da un anonimo corrispondente con un iPhone per via dell&#8217;impossibilità di portare nel paese attrezzature video. E proprio in<em> Syria: Songs of Defiance </em>si può sentire: <em>&#8220;Nonostante tutta questa violenza e gli attacchi, ogni notte ci sono manifestazioni. Si è tramutato in qualcosa che sentono di dover fare, come se avessero libertà solo per quel momento. E le persone dicono di sentirsi depresse se non escono in strada. Ma c&#8217;è un fenomeno: a tarda notte, la gente urla &#8220;Allahu Akbar&#8221;. Si è tramutato in una dichiarazione di spregio. &#8220;Siamo ancora qui&#8221;.</em> Proprio mentre il <em>Guardian</em> <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2012/mar/14/assad-emails-lift-lid-inner-circle">pubblica</a> le <a href="http://www.ilpost.it/2012/03/14/mail-assad/">mail private</a> dei coniugi Assad.</p>
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		<title>Donne e giornalismo binomio ancora imperfetto</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 10:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sbaffi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Donne e media]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Capitani]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio di Pavia]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo è quanto emerge da due interessanti studi:   un sondaggio realizzato per la prima volta nella storia della Rai sui propri giornalisti i cui risultati sono stati presentati al convegno “Immagine femminile e ruolo del servizio pubblico” organizzato dalla Commissione Pari Opportunità dell’Usigrai presso la sede della Federazione Nazionale Stampa italiana a Roma  l’8 marzo scorso e una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Tiziana-Ferrario-al-Tg1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6176" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Tiziana-Ferrario-al-Tg1" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Tiziana-Ferrario-al-Tg1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a>Questo è quanto emerge da due interessanti studi:   un sondaggio realizzato per la prima volta nella storia della Rai sui propri giornalisti i cui risultati sono stati presentati al convegno “Immagine femminile e ruolo del servizio pubblico” organizzato dalla Commissione Pari Opportunità dell’Usigrai presso la sede della Federazione Nazionale Stampa italiana a Roma  l’8 marzo scorso e una ricerca condotta dall’Osservatorio di Pavia &#8220;Chi fa notizia in Europa&#8221; sulla visibilità delle donne e degli uomini nei telegiornali di cinque paesi europei: Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Spagna.</strong></p>
<p>Cominciamo dal primo svolto su un campione rappresentativo di giornalisti della Rai. Il dato che emerge preponderante è quello sull’età: la Rai infatti risulta essere un’azienda vecchia, la somma dei giornalisti tra i 40 e i 65 anni corrisponde all’82,99% dell’intero campione mentre quelli tra meno di 30 anni fino ai 40 rappresentano solo il 16,99%. Altro dato sensibile è l’alta percentuale di giornalisti che non hanno figli (il 43,77%), quasi esclusivamente i colleghi maschi hanno dichiarato di avere più di un figlio, a testimonianza che riuscire a conciliare lavoro e famiglia per una donna giornalista risulta ancora molto difficile. In totale il personale giornalistico della Rai è di 1.656 unità di cui 1.097 uomini e solo 559 donne. Tra i dirigenti (direttori, capiredattori, capiservizio e rispettivi vice) solo il 4% sono donne e nel ruolo di direttore sono solamente due, Bianca Berlinguer al Tg3 e Barbara Scaramucci a Rai Teche. Il ruolo di massima aspirazione per il genere femminile sembra essere quello di caposervizio. Scaturisce così il quadro di un’azienda pubblica anziana, con poche prospettive per il futuro e con una marginalizzazione della donna nei posti chiave del lavoro. A poco allora è servito il fatto di eleggere un direttore generale donna, come Lorenza Lei, se poi le criticità continuano a persistere, ed “È emblematico come siano passate inosservate la chiusura di Rai International e di numerosi sedi estere di corrispondenza, oltre all’immagine della donna così come è stata rappresentata nel corso del Festival di Sanremo”, ha dichiarato Ilaria Capitani, coordinatrice del Cpo Usigrai. Se la Rai è lo specchio del paese è evidente che c’è bisogno di un maggiore ammodernamento, di più pluralismo e imparzialità, il dato sulla rappresentanza di genere è sintomatico dello stato delle cose.</p>
<p><span id="more-6171"></span>Molto interessante anche la ricerca svolta dall’Osservatorio europeo sulle rappresentazioni di genere (OERG), nato all’interno dell’Osservatorio di Pavia, dal titolo significativo: “Chi fa notizia in Europa?”. Il monitoraggio ha considerato i dati relativi ai telegiornali in prima serata delle due principali televisioni, una pubblica e una privata, dei cinque paesi europei presi in considerazione e dunque Italia (Tg1 e Tg5), Francia (France 2 e Tf1), Germania (Ard e Rtl), Inghilterra  (Bbc1 e Itv1) e Spagna (Tve e Telecinco). La ricerca ha indagato tre ambiti in particolare: chi fa notizia nei tg, cioè le persone di cui si parla e quelle intervistate, chi dà e fa le notizie, quindi conduttori, giornalisti e corrispondenti, infine ha studiato come sono confezionate le notizie in una prospettiva di genere. Sul podio dei telegiornali che danno maggiore visibilità all’universo femminile ci sono Francia e Spagna, il nostro paese si attesta invece all’ultimo posto con la quota di presenza femminile più bassa di tutti i tg, inoltre le donne sono presenti come rappresentanti della gente comune e raramente ricoprono ruoli autorevoli, come per esempio quello dell’esperto. Mediamente le donne fanno notizia come vittime due volte più degli uomini (12% contro il 7%). Sul fronte del chi da o fa le notizie risulta che nel 54% dei casi i telegiornali sono condotti da donne e l’Italia presenta un dato curioso con il suo 58% si colloca infatti ben 4 punti sopra la media. Per quanto riguarda poi la centralità femminile nelle notizie le donne sono raramente messe al centro, solo l’8% delle notizie è focalizzato su di loro. In definitiva a fare notizia sono soprattutto gli uomini, tranne nella cronaca nera, ma a dare le notizie come conduttrici e giornaliste sono le donne. Questi dati continuano a testimoniare come il nostro “Bel Paese&#8221; riconosca alla donna un ruolo dettato più dalla sua immagine esteriore che da mansioni autorevoli come potrebbe essere quella dell’esperto da intervistare o del politico. Le donne sono poco presenti nell’informazione politica, soprattutto in Italia e Inghilterra (11% in entrambi i casi). Si distingue invece la Francia dove le notizie di politica nei tg includono maggiormente le donne. Considerando che nei tg francesi le donne che fanno politica rappresentano solo il 12% del campione femminile, l’alta percentuale di donne nella pagina politica è da interpretare come  un’apertura dell&#8217;informazione politica oltre che verso le donne che svolgono attività politica di professione ad una pluralità di voci femminili in generale.</p>
<p>Si nota poi una forte dicotomia fra i ruoli “comuni” più rappresentati dalle donne e i ruoli “autorevoli” rappresentati dagli uomini, l’Italia sotto questo punto vista registra la maggiore segmentazione, tra gli esperti intervistati nei tg italiani solo il 10% è di sesso femminile (contro il 90% del sesso opposto), mentre ben il 66% delle opinioni popolari è dato da donne.</p>
<p>Alla luce di queste due ricerche e degli ultimi avvenimenti accaduti in Rai si possono tirare le somme di ciò che è stato fatto finora e soprattutto ciò che ancora manca per raggiungere la parità di genere in Italia nel campo dei media e dell&#8217;informazione.</p>
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