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	<title>EJO - European Journalism Observatory &#187; Giornalismi</title>
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		<title>Investire sui giovani</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 12:25:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Brunati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[Dare più spazio ai giovani nelle redazioni, più attenzione  ai contenuti loro dedicati potrebbe rappresentare una formula vincente per i quotidiani, confrontati con sempre meno copie cartacee vendute e con un calo d’interesse da parte delle nuove generazioni. È quanto suggerisce il risultato di una ricerca preliminare pubblicata nel Newspaper Research Journal (Nr. 1/Inverno 2011), che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Giovani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6588" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Giovani" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Giovani-300x300.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a><strong>Dare più spazio ai giovani nelle redazioni, più attenzione  ai contenuti loro dedicati potrebbe rappresentare una formula vincente per i quotidiani, confrontati con sempre meno copie cartacee vendute e con un calo d’interesse da parte delle nuove generazioni.</strong></p>
<p>È quanto suggerisce il risultato di una ricerca preliminare pubblicata nel <em>Newspaper Research Journal</em> (Nr. 1/Inverno 2011), che ha interrogato 134 quotidiani locali statunitensi con una diffusione compresa prevalentemente tra le tremila e le sessantamila copie. L’obiettivo, comprendere quali siano le strategie adottate per far fronte alla costante diminuzione di lettori, in particolare nel pubblico più giovane, e su quali conviene investire maggiormente. Agli editori dei quotidiani è stato chiesto di rispondere, tramite questionario, a domande inerenti i contenuti indirizzati ai giovani, lo staff impiegato, le risorse finanziare messe a disposizione, la strategia adottata e l’andamento delle vendite.</p>
<p>Più della metà dei partecipanti al sondaggio (il 57%) ha risposto di includere, nel target, sia bambini che adolescenti; un quarto di loro ha dichiarato di avere uno staff dedicatovi per l’edizione cartacea e il 42% di avere uno staff appositamente impiegato nell’edizione online. Non più di uno su quattro i quotidiani che avevano assunto giovani allo scopo di produrre contenuti indirizzati ai loro coetanei; giovani redattori prevalentemente impiegati nell’edizione su web. Ad essere assunti ragazzi di età media di 17 anni, in molti casi non remunerati.</p>
<p><span id="more-6585"></span>Secondo la ricerca i risultati di questa strategia si dimostrano visibili unicamente nella versione online, con il 56% degli intervistati che dichiara di avere appurato un aumento significativo dell’audience più giovane, e solo l’8% ad averlo constatato in rapporto alla versione stampata. È infatti sul web che la quasi totalità dei partecipanti al sondaggio ha dichiarato di puntare, sottolineando la necessità e l’importanza di Internet per attrarre questa fetta di pubblico. C’è anche chi puntualizza, tuttavia, che l’unico modo per non perdere completamente i lettori del cartaceo, in futuro, è proprio quello di dare spazio ai contenuti dedicati ai più giovani.</p>
<p>Una strategia che è anche una tradizione negli Stati Uniti, consolidatasi durante la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, dove sezioni specifiche sono andate creandosi sotto la spinta di due obiettivi: coltivare nei giovani lettori, adulti di domani, l’abitudine e l’interesse nei confronti dei quotidiani e creare nel contempo una sorta di nicchia dove fare incontrare i loro interessi con quelli degli investitori pubblicitari.</p>
<p>È quindi un’operazione che guarda lontano e che punta ad avvicinare i giovani alla lettura del giornale come a ridurne l’allontanamento, aprendo anche degli spiragli in merito al calo della raccolta pubblicitaria. Per la maggior parte degli intervistati (il 60%) le entrate legate agli spazi pubblicitari indirizzati al target giovane non erano sufficienti a coprire i costi di produzione dei contenuti; tuttavia, per il 20% degli intervistati permettevano di raggiungere il pareggio e per alcuni anche un guadagno (11%). In questo senso il dato più interessante della ricerca è che il 65% dei proventi proveniva da investitori locali, fatto che suggerisce &#8211; seppur nei limiti di un sondaggio effettuato su scala ridotta &#8211; l’esistenza di una base solida sulla quale vale la pena continuare ad investire.</p>
<p><em><strong><span style="color: #888888;">Fonte: Geoffrey M. Graybeal. 2011. Newspapers Publish Less in Print; Focus on Web to Attract Young Readers. Newspaper Research Journal 32(1): 90-99</span></strong></em></p>
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		<title>Avanzano le donne nel servizio pubblico radiotelevisivo svizzero</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 12:45:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natascha Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>

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		<description><![CDATA[per.corsi, aprile 2012 Intervista a Krysia Bynek, referente Pari Opportunità RSI e a Nelly Valsangiacomo, Responsabile per l&#8217;Università di Losanna del progetto di ricerca nazionale &#8220;Uguaglianza dei sessi: un&#8217;idea svizzera? Pari opportunità nella SSR dal 1980 ad oggi&#8221; A guidare il New York Times in un momento critico e difficile per il settore della carta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #888888;"><strong><a href="http://www.corsi-rsi.ch/jahia/Jahia/corsi/site/corsi/cache/offonce/pid/445?cnid=4576">per.corsi</a>, aprile 2012</strong></span></p>
<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://media-public.pmm.rtsi.ch/media/object/rtsi/b737986c-b221-449e-9119-17fe1eafd9f5?width=460&amp;height=460" alt="" width="258" height="172" />Intervista a Krysia Bynek, referente Pari Opportunità RSI e a Nelly Valsangiacomo, Responsabile per l&#8217;Università di Losanna del progetto di ricerca nazionale &#8220;Uguaglianza dei sessi: un&#8217;idea svizzera? Pari opportunità nella SSR dal 1980 ad oggi&#8221;</strong></p>
<p>A guidare il <em>New York Times</em> in un momento critico e difficile per il settore della carta stampata è stata designata una donna, Jill Abramson. Ai vertici della Bbc per fine anno all’attuale Mark Thompson molto probabilmente succederà una donna, sarebbe le prima nella storia dell’emittente pubblica inglese. Alle nostre latitudini, facendo le dovute proporzioni, c’è un esempio recente, quello della nomina di Prisca Dindo a capo del sito del <em>Corriere del Ticino</em>. Proporzioni a parte, la nomina è di per sé importante perché secondo quanto pubblicato in un recente articolo proprio dal <em>CdT</em> (“Il potere è ancora maschio”) nel settore della carta stampata ticinese le donne nelle redazioni sono ancora una netta minoranza rispetto agli uomini.</p>
<p><span id="more-6553"></span>Al CdT su 50 giornalisti 6 sono donne, alla Regione su 43 giornalisti 7 e al <em>Giornale del Popolo</em> sempre 7 su un totale di 30 giornalisti. Dunque se da un lato qualche cosa sta cambiando nel panorama dell’informazione e dei media, dall’altro è anche vero che molto c’è ancora da fare e che, seppur in passato molte conquiste importanti sono state fatte, oggi per le donne non è tempo di stare sedute sugli allori o di pensare di poter vivere di rendita. In Italia si stanno muovendo diversi movimenti femminili e blog di informazione e di opinione. In Inghilterra di recente diverse associazioni femminili si sono unite denunciando un marcato sessismo da parte della stampa britannica. Forse è proprio per questo che il Guardian nella sua versione online ha deciso di distinguersi dedicando invece un’intera sezione alle donne declinata per tematiche specifiche “pari opportunità”,“femminismo”, “questioni di genere”“donne e politica”. E in effetti i fronti sui quali oggi ci si muove con tutte le diverse specifiche a seconda dei paesi sono, da un lato, la promozione, il raggiungimento e la salvaguardia delle pari opportunità all’interno delle aziende mediatiche, dall’altra la battaglia per una corretta rappresentazione e comunicazione del femminile nei vari programmi che sia libera da stereotipi di genere e non offensiva nei confronti delle donne. E se una politica che promuove le pari opportunità e dunque un “diversity management” è auspicabile per tutte le aziende, in qualunque settore e a qualsiasi livello, lo è in particolare per il servizio pubblico televisivo che di questo dovrebbe farne una sua missione.</p>
<p>E allora vediamo la politica e le attività che la Srg Ssr porta avanti e come questa si traduce e si caratterizza in particolare  nel Canton Ticino e nella Rsi. Partiamo da qualche numero per vedere subito come le donne sono rappresentate e a quali livelli: tra i collaboratori con un contratto fisso e a tempo indeterminato, le donne fino al 2010 costituivano il 37%. Tra I quadri, uno su cinque è di sesso femminile, quota che poche aziende pubbliche e private della Svizzera italiana oggi possono vantare. Del Comitato direttivo Rsi inoltre fanno parte tre donne su un totale di 10 membri. Per quanto riguarda invece la ripartizione tra i sessi, considerando tutto il personale Rsi, prevale la popolazione maschile (63.6%) rispetto a quella femminile (36.4%). L’elevato bisogno di professioni tecniche, rappresentate nel mercato del lavoro per lo più da uomini, fa sì che le donne siano percentualmente sottorappresentate in Rsi. Infatti, solo 48 donne su 320 collaboratori (15% donne, 85% uomini) lavorano al Dipartimento produzione. Le donne sono sottorappresentate anche nel Dipartimento sport.  Cresce la proporzione di donne con funzioni di conduzione e con il 20% tocca la quota più alta mai raggiunta in Rsi. Un quadro che per poter meglio interpretare e conoscere abbiamo arricchito facendo qualche domanda a chi di pari opportunità si occupa da tempo in Rsi, Krysia Binek, e a chi invece con interesse dal di fuori studia e verifica quanto succede all’interno del servizio pubblico radiotelevisivo nazionale attraverso un progetto di ricerca attualmente in corso d’opera promosso da un programma nazionale del Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca sulla parità tra uomini e donne (Pnr 60) dal titolo &#8220;Uguaglianza dei sessi: un&#8217;idea svizzera? Pari opportunità nella Ssr dal 1980 ad oggi&#8221;. L’idea alla base del progetto è quella di analizzare contemporaneamente come i media presentano il tema nei propri programmi e come applicano il principio nella propria struttura aziendale.</p>
<p><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/binek.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6569" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="binek" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/binek-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Krysia Binek, referente Pari Opportunità RSI</strong></p>
<p><strong>Signora Binek, in quale misura si occupa di pari opportunità in Rsi? </strong></p>
<p><strong></strong>&#8220;La denominazione ufficiale attribuita a questo incarico è referente pari opportunità e me ne occupo con una per- centuale massima del 30%, mentre per il 70% lavoro al programma. Da dieci anni mi occupo di pari opportunità inserite in un contesto più articolato quello del “Diversity management”, cioè di come valorizzare le potenzialità al femminile, partendo dal presupposto che essere donna rappresenta un valo- re e una ricchezza nella gestione delle risorse umane, che forse vale la pena di implementare&#8221;.</p>
<p><strong>Di che cosa si occupa il Gruppo Antenna che lei coordina? </strong></p>
<p><strong></strong>&#8220;Il Gruppo Antenna (Ga), istituito dalla Direzione regionale Rsi, oltre alla sotto- scritta conta due uomini e due donne. Questo team multimediale deve monitorare la situazione e il rispetto delle pari opportunità in Azienda; ogni anno propone alla Direzione misure concrete, da realizzare poi in sinergia con l’area delle risorse umane. Misure che devono incidere su un cambio effettivo della cultura aziendale. All’inizio del nostro lavoro ci siamo avvalsi della supervisione esterna di una professionista, la dr. C. Bombelli della Wise-Growth, un’esperta di Diversity Management che da anni si occupa di queste tematiche in azienda.Tra le misure individuate nel corso degli anni, direi che la più riuscita è stata la proposta di un Coaching al femminile&#8221;.</p>
<p><strong>Che cosa è esattamente il coaching al femminile e quali sono le sue potenzialità? </strong></p>
<p><strong></strong>&#8220;Si tratta di un’opportunità unica nel suo genere a cui la direzione Rsi ha aderito subito, esprimendo la volontà dell’azienda di una maggior attenzione al fenomeno del “soffitto di vetro” che continua a penalizzare le carriere al femminile. Aziendalmente parlando e quindi da un punto di vista economico, promuovere una politica improntata sulla diversità è vantaggioso e redditizio. Il Coaching non è solo occasione di crescita personale per chi lo segue, ma è anche per l’azienda un modo di verificare se gli strumenti in vigore sono in grado di cogliere il merito là dove esiste, indipendentemente dal genere, dal colore della pelle o dall’età della persona. Come strumento formativo il Coaching si rivolge a piccoli gruppi, focalizzati sulla gestione di problematiche lavorative con le quali si è confron- tati. L’obiettivo è quello di finalizzare l’intervento a tematiche specifiche, for- nendo suggerimenti pratici, ma sostanziati da teorie di riferimento. Si tratta quindi di un percorso di apprendimen- to il più possibile personalizzato, che aiuti le persone “qui e adesso”, evitando temi non pertinenti e teorizzazioni spesso distanti dalla propria realtà professionale&#8221;.</p>
<p><strong>Perché al femminile?</strong></p>
<p>&#8220;Primo, perché storicamente le donne sono entrate relativamente tardi nel mercato del lavoro e imporsi in un mondo economico maschile non è sempre facile. Inoltre le stesse donne a volte faticano a imporsi professionalmente a causa di stereotipi e pregiudizi ancora diffusi. Declinare al femminile uno strumento formativo nasce dalla consapevolezza della diversità, che spesso porta le donne ad affrontare in modo difforme le tematiche legate al mondo del lavoro. Per alcuni un approccio di genere costituisce un pericolo di ghettizzazione. Il rischio sussiste e va preso in considerazione, ma un’azienda come la Rsi ha un piano di formazione e di sviluppo che coinvolge tutto il personale e un intervento al femminile costituisce un “di cui” che non sostituisce altre occasioni di apprendimento miste&#8221;.</p>
<p><strong>Funziona, quali sono i risultati?</strong></p>
<p>&#8220;Siamo molto soddisfatti, perché ormai siamo alla terza edizione del Coaching. Nell’ultimo, iniziato a novembre e che terminerà alla fine di marzo, alcune collaboratrici pensavano si trattasse del solito corso, ma già al secondo incontro hanno afferrato la diversa modalità dell’esercizio, apprezzando  in particolare il ruolo e l’esperienza delle coacher. Una volta concluso questo ciclo, a distanza di sei mesi segue una verifica puntuale, il “follow up”che permette di evidenziare i risultati raggiunti. A detta di tutte le collaboratrici che vi hanno partecipato in questi anni l’esperienza è stata più che positiva&#8221;.</p>
<p><strong>Altre iniziative ?</strong></p>
<p>&#8220;Il Ga sta cercando di intensificare le giornate di formazione di Diversity al maschile, rivolte non necessariamente ai quadri ma alle persone che hanno una funzione di responsabilità e a cui è affidata la conduzione di un gruppo. Tre anni fa abbiamo rivisto il regolamento aziendale sulle molestie sessuali e il mobbing, che ora ha una base legale. Tutte norme oggi accessibili facilmente in “Intranoi”, a cui si aggiungono alcune giornate formative organizzate sul tema. Non dimentichiamo poi i 10 anni da poco compiuti dall’Oasi della gioia, l’asilo nido Rsi, che è un must per eccellenza visto che siamo l’unica unità aziendale Srg Ssr a disporre di una struttura simile anche se ci sono voluti quasi vent’anni per concretizzare que- sta misura&#8230;L’Oasi della gioia è stato tra i primi nidi per l’infanzia aziendali aperti nella Svizzera italiana, è una realtà che continua a essere un model- lo, da noi come all’estero.</p>
<p>&#8230; Tre anni fa è stata aperta anche una sezione neonati dai 3-4 mesi. Una realizzazione che si è rivelata una delle misure vincenti della stra- tegia Rsi, per conciliare responsabilità famigliari e professionali&#8221;.</p>
<p><strong>Progetti per il futuro?</strong></p>
<p>&#8220;Il mio sogno sarebbe che il coaching al femminile entrasse a pieno titolo &#8211; e quindi diventi un appuntamento fisso del programma di Diversity. Certo non è semplice riunire e coordinare una dozzina di persone dalle professioni più disparate per questo tipo di formazione, ma sono convinta che da qui si debba passare.</p>
<p>Oggi è in corso una ricerca del Fondo Nazionale sulle pari opportunità in Srg Ssr, però qualche anno fa era già stato fatto qualche cosa del genere? Si, è stato un lavoro complesso, durato due anni e conclusosi nel 2010.</p>
<p>Un progetto di ricerca nazionale dal titolo “Carriere professionali eque: un’opportunità per l’azienda” che la Supsi ha condotto in tre aziende del terziario abbastanza rappresentative: Banca Stato, l’Associazione delle cliniche private ticinesi e Rsi. La ricerca si proponeva di individuare gli ostacoli impliciti ed espliciti alle carriere di donne attive sul mercato del lavoro.</p>
<p>L’ipotesi di un’influenza congiunta, sull’evoluzione dei piani di carriera, dei meccanismi organizzativi (la pianificazio- ne dei tempi di lavoro, I processi di assunzione e di promozione) e della percezione dei ruoli femminili e maschili in azienda ha guidato l’analisi. Delle tre, secondo i risultati dello studio, Rsi è sicuramente l’azienda che ha fatto e sta facendo di più. Questo ci sprona a continuare anche se la strada a volte è in salita&#8230;</p>
<p>Vedremo a quali risultati arriverà prossimamente la nuova ricerca del Fondo Nazionale&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://lnx.adrsistemi.com/salvatorelli/images/stories/convegno2010/thumbs/thumb_16_Nelly%20Valsangiacomo.JPG" alt="" width="200" height="300" />Intervista a Nelly Valsangiacomo, sulla ricerca del Fonda Nazionale Svizzero “Egalité des Sexes: une idée Suisse?</strong></p>
<p><strong>Signora Valsangiacomo, ci parli della ricerca alla quale collabora.</strong></p>
<p>&#8220;Il progetto si svolge su due piani: una collaborazione tra l’Università della Svizzera italiana per la quale il direttore del progetto è la prof. Ruth Hungerbühler e l’Università di Losanna alla quale io appartengo. Insieme abbiamo sviluppato un progetto su due livelli, uno che prevede un’analisi istituzionale e quindi verifica come dagli anni 80 a oggi la Srg ha integrato o applicato le norme di pari opportunità e come queste sono evolute, e in un secondo livello come la Srg veicola il messaggio delle pari opportunità all’interno della sua programmazione&#8221;<strong>.</strong></p>
<p><strong>Ma non era già stata fatta una ricerca simile dalla Supsi. </strong></p>
<p>&#8220;Diciamo che lo studio che è stato compiuto dalla Supsi è uno studio con un’impronta molto sociologica mentre in questo caso si tratta di uno studio con una forte valenza storica che non si basa esclusivamente  sulle inter vsite a campione ma indaga tutto il materiale archivistico a disposizione, quindi tutti i documenti che sono stati sviluppati, nel limite del possibile, perchè la Srg come azienda ha degli archivi non sempre coerenti e disponibili, in particolar modo per quanto riguarda le aziende regionali. Il nostro lavoro avviene su diversi tipi di fonti, da un lato abbiamo le fonti cosidette cartacee, con l’archivio centrale della Srg e nel limite del possibile quello che recuperiamo dalle tre aziende regionali quindi tedesca, romancia e italofona, poi lavoriamo sugli archivi sindacali e sulle interviste. Questo per quanto riguarda l’aspetto istituzionale, mentre per quanto riguar- da l’aspetto prevalentemente di programmazione, abbiamo fatto un’indagine a tappeto interrogando le teche audiovisive. L’idea è quella di verificare come è stato impostato l’archivio audiovisivo rispetto a certe parole chiave, interrogare l’archivio stesso non i programmi in quanto tali e poi fare delle campionature per capire il tipo di programmazione&#8221;.</p>
<p><strong>Avete un periodo preciso di osservazione?</strong></p>
<p>&#8220;Il periodo che ci è stato imposto dal programma generale nazionale, il Dnr 60 al quale noi aderiamo, e dunque dagli anni 80 ai giorni nostri. Noi poi però siamo rusciti a risalire un po’ più indietro nel tempo sia per l’aspetto audiovisivo ma soprattutto istituzionale, perchè evidentemente i mutamenti si sono compiuti anche tra gli anni 60 e gli anni 80: penso ad esempio a tutta la questione delle donne sposate.</p>
<p>La ricerca è in corso d’opera e terminerà nel 2013. La sensazione però che emerge rispetto alla politica Srg per le pari opportunità quale è? La questione è abbastanza complessa anche a livello istituzionale. Fino agli anni 90 esisteva soprattutto quello che veniva definito “l’eguaglianza dei sessi”, intesa come eguaglianza tra donne e uomini che poi si è trasformata in quella che sono oggi le pari opportunità nel senso più ampio del termine. Significa che all’interno delle pari opportunità non si prende più solo il parametro donne ma si prendono in considerazione tutta una serie di parametri che possono essere legati all’handicap etc. Dunque c’è uno slittamento a livello concettuale che avviene a partire dalla fine degli anni 90. In secondo luogo bisogna considerare il problema della discriminazione orizzontale e ver- ticale, perchè se da un lato si rileva un attenuamento della discriminazione orizzontale, grazie all’aumento di un numero considerevole di donne in ambiti come per esempio il giornalismo che prima era tendenzialmente più maschile, la discriminazione invece verticale, quella che concerne la posizione delle donne all’interno dei quadri dirigenti, in particolare quelle correlate non direttamente alla programmazione ma alla gestione aziendale, non lascia intuire un avanzamento in particolare del ruolo delle donne in questo campo&#8221;.</p>
<p><strong>In questa analisi c’è anche da considerare la componente dei tipi di contratto?</strong></p>
<p>&#8220;L’altro aspetto importante da considerare è che esiste un problema correlato a quelli che sono i diversi tipi di contratto: l’azienda Srg ha contratti molto diversificati. Noi purtroppo dovremmo concentrarci solo su un certo tipo di professione, ad esempio le giornaliste o tutti i quadri dirigenti, proprio per una questione di dimensione, però non va dimenticato che uno degli aspetti dietro cui spesso una discriminazione di genere si nasconde è quello legato ai tempi di lavoro e alle esternalizzazioni.</p>
<p>E per quanto riguarda l’analisi della programmazione? Fino ad ora abbiamo interrogato gli archivi chiedendoci come i documenta-risti e dunque l’azienda stessa hanno integrato all’interno degli archivi il termine pari opportunità. Secondo quello che abbiamo potuto verificare fino adesso all’interno della Rsi il termine pari opportunità, eguaglianza dei sessi o altro è poco presente. Piuttosto si privilegia il termine “donne” e quindi “donne e salute”,“donne e cultura”, “donne e violenza”, un elemento interessante perchè mostra un certo tipo di approccio alla questione. L’altro aspetto che abbiamo potuto verificare attraverso i primi grafici è appunto il fatto che negli anni 80 c’è un certo interesse per quella che è l’eguaglianza dei sessi con un picco durante gli anni 90 da mettere in correlazione anche con l’agenda politica e poi una netta diminuzione. Dagli anni 2000 in avanti i temi più diffusi rispetto a questa idea di “donne” e riguardano soprattutto l’aspetto di “donne e politica” e “donne e violenza”. L’aspetto del ruolo delle donne o della discriminazione delle donne all’interno del lavoro sembra essere stato maggiormente marginalizzato a favore invece del doppio aspet- to “donne e politica” e “donne e violenza.”</p>
<p><strong>Quale è l’interesse preponderante di questa ricerca?</strong></p>
<p>&#8220;Per noi la Srg è un’azienda esemplare perchè è presente su tutto il territorio nazionale e si definisce di servizio pubblico, quindi ci sono due elementi forti per valutare se esistono per esempio delle differenze forti tra un’azienda privata e una di servizio pubblico, per quanto concerne il ruolo delle donne all’interno dell’azienda stessa e se esistono delle differenze regionali forti, di tipo culturale o fattuale. In effetti quelle regionali sono aziende che si gestiscono parzialmente in maniera autonoma, poi dipende dai tempi perchè la Srg passa da una centralizzazione a una regionalizzazione e poi di nuovo ad una centralizzazione. L’altro aspetto interessante che abbiamo integrato è quello sindacale, cioè come tra i par- tner sociali hanno o non hanno trattato l’aspetto delle donne e dell’uguaglianza di genere e se esistono delle differenze&#8221;.</p>
<p><strong>È importante avere una referente pari opportunità?</strong></p>
<p>&#8220;Il problema di fondo una volta che si nomina un delegato alle pari opportunità è capire quanto tempo ha a disposizione, quale e quanto è il suo margine di manovra e anche quale è in effetti la sua formazione perchè molto spesso questi delegati non hanno delle formazioni specifiche o hanno delle formazioni più di tipo culturale che non correlate al mondo del lavoro. Parlando della Srg quello che noi vediamo è che il programma di promozione delle donne che si è sviluppato teoricamente negli anni 90, accettato a suo tempo e composto di 21 principi e proposte con una organizzazione di delegate alle pari opportunità nelle varie regioni è stato poi smantellato in pochi anni. Si vede come esistono delle difficoltà all’interno di questa azienda, ma anche di altre, in una continuità del messaggio, del lavoro per cui evidente- mente la società cambia, le aziende, le donne sono più presenti però bisogna vedere come queste aziende reagiscono. Io le posso dire che quando abbiamo lanciato il progetto, un membro delle risorse umane o della direzione, per altro la Srg è stata molto gentile perchè ci ha messo a disposizione quanto possibile, ci ha risposto che il problema delle pari opportunità all’interno della Srg non sussisteva&#8221;.</p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>Link al sito della CORSI dove potete scaricare il file in <a href="http://www.corsi-rsi.ch/jahia/Jahia/corsi/site/corsi/cache/offonce/pid/445?cnid=4576"><span style="color: #888888;">pdf di per.corsi</span></a></strong></span></p>
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		<title>Ma il Vaticano sa ancora comunicare?</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 10:17:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natascha Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Cos’è cambiato da Giovanni Paolo II, un Papa molto mediatico, a Benedetto XVI, che invece è stato al centro di molte polemiche? E’ possibile per un’istituzione millenaria adeguarsi alle necessità dell’era della Comunicazione 24 ore su 24? La Chiesa è accusata talvolta di nascondere la verità all’opinione pubblica, talaltra di essere fin troppo ingenua nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-05-07-at-12.15.33-PM.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-6498" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Screen shot 2012-05-07 at 12.15.33 PM" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-05-07-at-12.15.33-PM-300x213.png" alt="" width="300" height="213" /></a>Cos’è cambiato da Giovanni Paolo II, un Papa molto mediatico, a Benedetto XVI, che invece è stato al centro di molte polemiche? E’ possibile per un’istituzione millenaria adeguarsi alle necessità dell’era della Comunicazione 24 ore su 24? La Chiesa è accusata talvolta di nascondere la verità all’opinione pubblica, talaltra di essere fin troppo ingenua nel modo di porsi, dove sta la verità? E in che modo le diocesi tentano di adeguarsi al web, ai social network, al linguaggio digitale?</p>
<p>Queste alcune delle domande alle quali si cercherà di rispondere nell&#8217;incontro che riapre il ciclo di conferenze promosse ogni anno dall&#8217;Osservatorio europeo di giornalismo dal titolo <strong>&#8221; Ma il Vaticano sa ancora comunicare? Da Giovanni Paolo II a Bendetto XVI: l’informazione cattolica tra nuovi media e tradizione&#8221;.</strong></p>
<div>All’evento in programma questo giovedì 10 maggio, ore 18.15 presso l’Aula A11 dell’Università della Svizzera italiana (palazzo rosso), parteciperanno <strong>Andrea Tornielli</strong>, Vaticanista del quotidiano <em>La Stampa </em>e autore di numerosi saggi, <strong>Lorenzo Cantoni</strong>, Decano della Facoltà di scienze della comunicazione dell’Usi e <strong>Marcello Foa</strong>, direttore generale <em>TImedia </em>e cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo, che introdurrà e modererà l’evento.</div>
<div><span id="more-6493"></span>L’entrata è gratuita e aperta al pubblico.</div>
<p>Seguirà un rinfresco per il quale è gradita la prenotazione a natascha.fioretti@usi.ch</p>
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		<title>Francia 2012: una opinione pubblica europea?</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 05:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[E’ proprio vero che queste elezioni presidenziali francesi segnano un punto di svolta per l’Europa? Per ciò che riguarda la stampa e i media in genere, possiamo dire che stavolta viene chiamata in causa una opinione pubblica europea? Alcuni indizi lasciano pensare che le cose stiano proprio così, ma la partita è ancora tutta da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/presidenziali-2012.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6481" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="presidenziali 2012" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/presidenziali-2012.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>E’ proprio vero che <a href="http://it.ejo.ch/6382/nuovi-media/francia-i-media-di-elezione">queste elezioni presidenziali</a> francesi segnano un punto di svolta per l’Europa? Per ciò che riguarda la stampa e i media in genere, possiamo dire che stavolta viene chiamata in causa una opinione pubblica europea? Alcuni indizi lasciano pensare che le cose stiano proprio così, ma la partita è ancora tutta da giocare.</p>
<p>Europa 2005 &#8220;à rebours&#8221;, torniamo indietro di sette primavere. E’ il 29 maggio 2005 e i francesi vanno alle urne in occasione del referendum sulla Costituzione europea. Lasciando da parte le elezioni per i membri dell’Europarlamento, si tratta di una occasione unica per i cittadini d’oltralpe per esprimersi in merito al progetto europeo e al suo avanzamento. Quale momento migliore per verificare la formazione di una opinione pubblica davvero europea? Ma se sfogliamo gli archivi del 2005 e prendiamo in considerazione i più autorevoli quotidiani francesi ed anche britannici e italiani, scopriremo che l’occasione è in gran parte andata persa. Fuori dalla Francia, il <em>Times</em> si concentra sulle dinamiche interstatali, o tutt’al più mette a confronto due modelli di Europa: quello inglese contro quello francese. I ragionamenti sul bilanciamento tra potenze hanno la meglio sulla costruzione di una identità europea. Il <em>Daily Telegraph</em> si concede anche la riproposizione di antichi stereotipi antifrancesi. Fa ancora più riflettere ciò che avviene sulla stampa francese, direttamente coinvolta nell’appuntamento elettorale. Il <em>Nouvel Observateur</em> con la voce di Jacques Julliard parla apertamente di un voto motivato dalla politica nazionale. L’autorevole <em>Le Monde</em> sottolinea il ruolo della vittoria del “no” alle urne come sanzione negativa per la classe dirigente nazionale.</p>
<p>Certo, le ragioni del malcontento vengono ricomprese poi in una dimensione europea, come fa Pierre Rosanvallon sempre su<em> Le Monde</em>. Ma persino in una elezione europea come questa, dire che il dibattito dell’opinione si sia realizzato sulla base di una identità e di un coinvolgimento europei sarebbe quantomeno azzardato.</p>
<p><span id="more-6479"></span></p>
<p><strong>FRANCIA 2012:</strong> L’ENJEU Arriviamo quindi agli ultimi giorni di campagna elettorale prima che il ballottaggio consegni alla Francia il suo nuovo Presidente. Sette anni dopo quel “no” alla Costituzione, in una elezione nazionale, paradossalmente l’<em>enjeu</em>, la posta in gioco, si rivela molto più ampia. Alcune parole chiave del discorso politico si riflettono anche sulla stampa: demondializzazione, euro, Europa, equilibrio e patto <em>budgétaire</em>, rigore, globalizzazione, <a href="http://abonnes.lemonde.fr/election-presidentielle-2012/article/2012/04/29/les-frontieres-sarkozy-a-raison-d-en-parler-encore-et-encore_1692942_1471069.html">frontiere</a>. Frontiere appunto: valichi linguistici che contribuiscono come un fermacarte a segnare i confini tra le parti politiche, ma che stipulano anche un linguaggio condiviso e il dominio per il dibattito dell’opinione. Il campo della discussione e della decisione politica appare quindi europeo: i riverberi si percepiscono chiaramente anche sulla stampa italiana. Sergio Romano sul <em>Corriere</em> e Bernard Guetta su <em>Repubblica</em> convergono in fondo sulla stessa tesi: le presidenziali francesi sarebbero il segno di una Europa che somiglia sempre più agli Stati Uniti, cioè a uno Stato federale. Una ipotesi che fino a qualche anno fa non convinceva i politologi, i quali come Panebianco osservavano una Unione “strano animale”, né confederazione né Stato federale, un unicum insomma. Ma “oggi tutto succede”, scrive Guetta il 30 aprile su<em> Repubblica</em>, “come se i dibattiti di uno degli Stati dell’Unione, la Francia, avessero influenzato tutti gli altri, come se l’Europa fosse già diventata un insieme politico (…) Ne siamo ben lontani ma è verso questo orizzonte che la Francia e le sue presidenziali hanno fatto avanzare l’Unione”.</p>
<p><strong>PARLARE DI EUROPA</strong> Di Europa si parla quindi, nei discorsi elettorali, sulla stampa francese e per riverbero su quella italiana. Si tratta di un avanzamento eccezionale come scrive Guetta? Se si osserva il fenomeno per la rappresentazione che la stampa costruisce, gli indizi positivi sono molti, e fanno ancor più scalpore se confrontati con ciò che si muoveva sul fronte dell’opinione nel 2005, lo abbiamo visto. Mancano però alcune precisazioni per cogliere le dimensioni della questione. Sulla stampa il processo di integrazione sembra seguire ondate cicliche. Anche nell’estate 2011 – lo abbiamo <a href="http://it.ejo.ch/4479/giornalismi/la-crisi-dellunione-divide-anche-la-stampa">visto su Ejo</a> &#8211; c’era chi ventilava una accelerazione nel processo, come Jean Quatremer, che su <em>Libération</em> titolava “<em><a href="http://www.liberation.fr/economie/01012350556-comment-la-crise-grecque-a-federe-l-europe">Comment la crise grecque a fédéré l’Europe</a></em>”. La crisi aveva fatto esplodere l’annoso dibattito: più o meno Europa? Un anno dopo, le elezioni francesi sulla stampa paiono far discutere su <em>quale</em> Europa. Ma se già nel 2011 in piena crisi avevamo visto come la dinamica tra potenze, e in particolare il gioco polemico tra Francia e Germania, occupava  ampiamente i tempi della discussione, la fase attuale non è per certi versi differente. In fin dei conti, come ci ricorda il termine “Merkozy” coniato proprio sulla stampa, le scelte di Francia si rivelano determinanti per tutta Europa anche e soprattutto perché la dimensione europea è stata finora fortemente segnata dagli equilibri intergovernativi, fra Germania e Francia in primis. La opinione pubblica che parla il linguaggio dell’Europa, di una identità comune e di una narrazione propria, deve ancora venire, sempre se verrà.</p>
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		<title>Genere e Media</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 05:03:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sbaffi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che “genere” di tv? È la domanda che fa da sfondo alla ricerca svolta da GEMMA – Gender e Media Matter &#8211; i cui risultati sono stati presentati di recente  presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza. Il seminario “Genere e Media” ha rappresentato l’occasione per portare alla luce i primi dati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Gemma.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6477" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Gemma" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Gemma-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a><strong>Che “genere” di tv? È la domanda che fa da sfondo alla ricerca svolta da GEMMA – Gender e Media Matter &#8211; i cui risultati sono stati presentati di recente  presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza. Il seminario “Genere e Media” ha rappresentato l’occasione per portare alla luce i primi dati relativi alla ricerca, che è ancora lunga e complessa visto l’estensione del campione e delle tematiche da analizzare.</strong></p>
<p>Gemma, con la direzione scientifica della professoressa Milly Bonanno, si pone l’obiettivo di monitorare le rappresentazioni di genere nella quotidianità dei mezzi di comunicazione e le modalità di trasmissione delle identità di genere nella nostra cultura.</p>
<p>Al seminario, strutturato in quattro panel di discussione (informazione, intrattenimento, fiction e pubblicità), hanno preso parte numerosi esponenti del mondo accademico, dell’informazione e della tv. Nella sua introduzione alla giornata di studio Milly Bonanno ha tenuto a puntualizzare come “siamo in presenza di un campo complesso, multiforme, di cui non si può fare giustizia attraverso letture semplicistiche e generalizzazioni che riducano la televisione a una sorta di compatta unità monolitica, e le sue politiche di rappresentazione alla egemonia di una immagine dominante. Quindi Gemma fonda la propria specificità sull’impegno programmatico a mappare la attuale configurazione del poliedrico campo genere e media attraverso pratiche di ricerca intese ad individuare soprattutto le dissimilarità, le disgiunture, i contrasti nelle politiche televisive di rappresentazione del femminile e del maschile”.</p>
<p><span id="more-6474"></span>Emerge comunque qualche motivo di insoddisfazione e di perplessità, “nella distribuzione asimmetrica delle presenze e dei ruoli femminili e maschili, con netta predominanza di quest’ultimi ovvero il “maschiocentrismo” dei media – come viene definito dalla docente –  distinguibile analiticamente dal maschilismo. E nell’uso strumentale ed erotizzante cui è sottoposto il corpo delle donne, ovvero la sessualizzazione della figura femminile. Queste sono due emergenze dominanti e persistenti nel tempo della problematica relazione tra genere e media”.</p>
<p>Il campione della ricerca svolta da Gemma si è basato sulla programmazione di una “settimana ricostruita” (8.00 – 24.00, dal 14 febbraio al 3 aprile 2011) delle sei emittenti nazionali (oltre La7 per il genere informazione), per un campione complessivo composto da 672 ore di registrazione riguardanti talk show, quiz, fiction, pubblicità, programmi d’attualità, approfondimento e informazione. Nel corso dei panel di Informazione e Intrattenimento è stato messo in risalto come nel campo dell’informazione la dimensione di genere preveda una netta prevalenza della figura maschile a differenza dell’intrattenimento dove la figura femminile conquista una posizione migliore. In particolare, i talk show (sono 27 i programmi analizzati nel palinsesto nazionale) sono caratterizzati prevalentemente da una conduzione maschile e anche nella co-conduzione la donna non ha spazio, solamente Luisella Costamagna su La7 ha lavorato in co-conduzione. E’ rilevante il dato relativo alla consuetudine di commentare e interpretare documenti, che è prevalentemente maschile: 70% contro 30%. Prevale la dimensione maschile nella conduzione di programmi a maggiore cadenza settimanale, come ad esempio “Diario italiano”, “Otto e mezzo”, “Agora”̀, “Porta a porta”. La dimensione femminile è più rilevante nel dato sugli ospiti quando le trasmissioni trattano temi sociali, come anoressia, velinismo, o anche eventi come il Festival di San Remo e la manifestazione ‘Se non ora quando’ (che si svolgeva nel periodo di rilevazione). Su temi politici come la questione libica o la crisi italiana, o istituzionali come la riforma della giustizia, le donne chiamate a intervenire sono poche, circa il 20% del totale degli ospiti e generalmente sono delle politiche. Il 20% è un dato che emerge anche dal Global Media Monitoring Project Italia 2009-2010.</p>
<p>Mancano tra gli ospiti soprattutto le figure di esperte. Alcune tuttavia sono presenti in trasmissioni che trattano specificamente temi sociali, come Protestantesimo o Maurizio Costanzo Talk. Sono invece presenti donne di spettacolo quando, ad esempio, Porta a porta è dedicato al Festival di San Remo.</p>
<p>Nella trattazione di temi sociali il femminile viene rappresentato come oscillante tra due poli: la ‘donna forte’, ad esempio in alcuni punti delle trasmissioni sulla manifestazione “Se non ora quando” e la ‘donna debole’, quella esposta ai pericoli dei social network e alla dimensione della prostituzione o della anoressia. Tendenzialmente i programmi d’informazione presentano una prevalenza maschile di 4 a 1 per quanto riguarda gli ospiti. Mentre nella conduzione e nella ideazione o autorialità dei programmi c’è un discreto bilanciamento che sembra avere alle spalle un processo di ‘femminilizzazione’ delle diverse professioni dei media.</p>
<p>A seguire il panel sulla Fiction, attraverso un’analisi che ha coinvolto anche le fiction straniere, si è rilevata una sostanziale equivalenza dei ruoli tra uomo e donna, ed è emerso come nelle fiction italiane è la figura femminile ad essere caratterizzata da una maggiore complessità e spesso da un ruolo subordinato a quello dell’uomo. Si nota quindi un cambiamento nella rappresentazione di genere, le donne hanno più ruoli da protagoniste. Ma la sceneggiatrice Donatella Diamanti ha spiegato come la differenza di genere sia più marcata in Italia rispetto alle fiction made in USA: “La donna deve avere sempre una marcia in più, per esempio nella fiction poliziesca se ha un momento di rabbia va in palestra a sferrare pugni al sacco, ha bisogno cioè di un iperconnotazione per assomigliare di più all’uomo”.</p>
<p>Per quel che concerne, invece, lo scenario di genere nell’ambito della pubblicità, si è cercato di mettere in luce se il ruolo sociale degli attori influisca sul contenuto del messaggio da diffondere e se l’immagine dei due generi dia o meno credibilità al messaggio stesso. Nella pubblicità commerciale le donne risultano poco emancipate, emotive, o casalinghe, mogli e madri oppure donna seduttrice.</p>
<p>Nella tavola rotonda finale Simona Ercolani, autrice televisiva, ha delineato la situazione in Rai: “Nell’intrattenimento si trovano più elementi degenerativi della femminilizzazione. In Rai, seppure è un’azienda guidata da una donna, chi prende le decisione è sempre un uomo, direttori di rete, di palinsesto, tutta la parte editoriale è gestita al maschile, loro hanno l’ultima parola”.</p>
<p>Daniela Brancati, autrice del libro “Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia. Una storia dal 1954 a oggi”, ha chiuso la giornata mettendo in risalto come lo scopo finale oggi sia arrivare solo al consumatore e non al telespettatore “bisognerebbe trovare il coraggio di rappresentare la complessità sociale, normalità con i suoi pregi e suoi difetti. Il problema non è se le donne vengono rappresentate vestite o spogliate ma è l’unicità di questa proposta”. Il punto su cui tutti i relatori sembrano convergere riguarda il &#8220;Maschiocentrismo&#8221; inteso come adozione della prospettiva degli uomini nella definizione dei ruoli femminili nella televisione italiana e dai dati emerge soprattutto come sia il campo dell’informazione quello che tratta peggio il genere femminile rispetto al resto della tv.</p>
<p>Ma la strada che Gemma vuole percorrere è ancora lunga, la ricerca è un “work in progress” e come ricorda la professoressa Buonanno “la gemma è una pietra sfaccettata e prismatica, per questo è divenuto metafora di complessità e del metodo scientifico che consente di accedere alla conoscenza e alla comprensione della poliedricità del reale, scomponendo e poi  ricomponendo le diverse facce che lo costituiscono”.</p>
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		<title>Giornalismo investigativo protagonista a Ginevra</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 06:11:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Tinari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Ginevra]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo investigativo]]></category>

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		<description><![CDATA[A Ginevra il 27 aprile, presso il Club suisse de la presse, una piccola ma intensiva conferenza sul giornalismo investigativo Una decina di panel, distribuiti su due sale in contemporanea, nella filosofia dei nodi mondiali del giornalismo d&#8217;inchiesta: si impara &#8216;mettendoci le mani&#8217; e si insegna partendo dall&#8217;esperienza concreta fatta da professionisti del mestiere. L&#8217;appuntamento, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/investigativejournalism-300x225.jpg" alt="" width="240" height="180" />A Ginevra il 27 aprile, presso il Club suisse de la presse, una piccola ma intensiva conferenza sul giornalismo investigativo</strong></p>
<p>Una decina di panel, distribuiti su due sale in contemporanea, nella filosofia dei nodi mondiali del giornalismo d&#8217;inchiesta: si impara &#8216;mettendoci le mani&#8217; e si insegna partendo dall&#8217;esperienza concreta fatta da professionisti del mestiere. L&#8217;appuntamento, a fine aprile a Ginevra, é organizzato dal Club suisse de la presse (<a href="http://www.pressclub.ch">www.pressclub.ch</a>) in collaborazione con www.swissinvestigation.net. Fra i relatori ci saranno firme giornalismo svizzero, ma soprattutto molti e pregiati ospiti dalla vicina Francia e da diversi paesi del continente Europa.</p>
<p><span id="more-6457"></span>Cédric Mathiot di <em>Lib</em><em>ération</em> verrà a Elvezia per parlare di &#8216;facts checking&#8217;, la verifica delle notizie, esercizio purtroppo raro quanto essenziale, che dal 2008 é il cuore della sua apprezzata rubrica „désintox“ ovvero „contro-inchiesta sulle dichiarazioni dei politici“ (<a href="http://desintox.blogs.liberation.fr/">http://desintox.blogs.liberation.fr/</a>). Collega di redazione a <em>Lib</em><em>ération</em>, il celebre Fabrizio Calvi arriverà invece in Romandia per ragionare su come fare inchiesta nell&#8217;ambito della criminalità mafiosa – un ambito di specializzazione delicato, pericoloso e nel quale Calvi lavora ormai da un quarantennio, come testimonia la sua generosa produzione (<a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Fabrizio_Calvi">http://fr.wikipedia.org/wiki/Fabrizio_Calvi</a>). Dal Belgio arriverà Alain Lallemand, cronista del quotidiano <em>Le Soir</em> (<a href="http://www.alainlallemand.be/">http://www.alainlallemand.be/</a>), per raccontare del suo lavoro attorno alle reti internazionali del traffico di droga, con focus sulle vie dell&#8217;eroina. Sempre dalle Fiandre ci sarà Karel Platteau (<a href="http://www.scriptieprijs.be/EN/index.php?page=482">http://www.scriptieprijs.be/EN/index.php?page=482</a>), co-direttore del Fondo Pascal Decroos, organizzazione senza scopo di lucro per la promozione del giornalismo investigativo, e offrirà riflessioni e strumenti concreti per fare inchiesta utilizzando i social media, un campo pervasivo quanto promettente. Dall&#8217;Ucraina, verrà a Ginevra Vlad Lavrov, giornalista di lungo corso, membro dell&#8217;International Consortium of Investigative Journalists (<a href="www.publicintegrity.org/investigations/icij/journalists/profile/3180/">www.publicintegrity.org/investigations/icij/journalists/profile/3180/</a>) e in forze alla versione inglese del quotidiano <em>Kiev Post</em>, nonché specialista di crimine organizzato e bilanci finanziari con l&#8217;Organised Crime and Corruption Reporting Project (<a href="http://www.reportingproject.net/occrp/">http://www.reportingproject.net/occrp/</a>).</p>
<p>Ancora dalla Francia ci sarà Jérôme Pierrat (<a href="http://metrofrance.com/blog/mafia/">http://metrofrance.com/blog/mafia/</a>), giornalista a Canal + &#8211; il suo panel sarà sulle gang delle periferie. Dei giornalisti di casa nostra ci saranno due donne: Isabelle Ducret della trasmissione di documentaristica e reportage d&#8217;inchiesta <em>Temps Pr</em><em>ésent</em> (<a href="http://www.rts.ch/emissions/temps-present/">http://www.rts.ch/emissions/temps-present/</a>), per raccontarci come ha sfruttato per le sue inchieste gli strumenti offerti dalla relativamente nuova legge federale sulla trasparenza nella pubblica amministrazione (<a href="www.ejpd.admin.ch/ejpd/it/home/themen/staat_und_buerger/oeffentlichkeitsprinzip.html">www.ejpd.admin.ch/ejpd/it/home/themen/staat_und_buerger/oeffentlichkeitsprinzip.html</a>), mentre chi scrive (www.serenatinari.com) proverà a passare ai colleghi una selezione di strumenti del mestiere per fare inchiesta nel controverso mondo dell&#8217;industria farmaceutica.</p>
<p>All&#8217;appuntamento di Ginevra, come in ogni gustosa pietanza fatta in casa, non mancheranno le spezie. Ci sarà l&#8217;ex spia Annie Machon (EJO ne ha già scritto, qui<a href=" http://it.ejo.ch/5243/giornalismi/da-kiev-le-novita-sul-giornalismo-investigativo"> http://it.ejo.ch/5243/giornalismi/da-kiev-le-novita-sul-giornalismo-investigativo</a>) e stavolta non parlerà di sé, ma di come fare inchiesta sul mitico mondo degli agenti segreti. E Quentin Rossy, della Facoltà di diritto e scienze criminali dell&#8217;UNIL di Losanna, che ci suggerirà come si possano applicare alcuni metodi dell&#8217;indagine di polizia al giornalismo. Come se non bastasse un così fitto programma – con il solito dilemma della ardua scelta di cosa seguire – una terza sala ospiterà, in contemporanea ai suddetti panels, delle tavole rotonde animate da giornalisti della Svizzera francese. Sfiziosi e importanti i temi: al mattino, Pierre Ruetschi (<a href="http://www.illustre.ch/pierre_ruetschi_43843_.html">http://www.illustre.ch/pierre_ruetschi_43843_.html</a>), de <em>La Tribune de Gen</em><em>ève</em>, modererà un dibattito dal titolo pepato: „Affare degli ostaggi svizzeri in Libia: quando la ragion di Stato uccide l&#8217;informazione“. Subito dopo la pausa pranzo e fino al tardo pomeriggio, nella terza sala si avvicenderanno a ritmo serrato ricchi temi e cronisti competenti. Thierry Meyer e Gérald Cordonier del quotidiano <em>24 Heures </em>analizzeranno la politica a Losanna attraverso la lente scomoda del giornalismo d&#8217;inchiesta; François Mauron, de <em>La Libert</em><em>é</em>, spiegherà come svolgere indagini sui redditi accessori dei politici professionisti; Yves Steiner (<a href="http://www.mediapart.fr/blog/29478">http://www.mediapart.fr/blog/29478</a>), giornalista a RTS, si occuperà della fiscalità d&#8217;impresa e Patrick Vallélian (<a href="http://www.delibreo.ch/article.php3?id_article=323">http://www.delibreo.ch/article.php3?id_article=323</a>), del settimanale <em>Hebdo</em>, di come fare inchiesta sull&#8217;acquisto di materiale militare.</p>
<p>Presumibilmente cotti da cotanto materiale umano, di riflessione e di apprendimento, i partecipanti alla mini-conferenza di Ginevra dovranno resistere con le orecchie ben aperte e il cervello collegato ancora per un&#8217;ultima ora che sarà dedicata al dibattito di chiusura, dal titolo: „Come fare inchiesta sui nuovi capoclan e sulle nuove reti del crimine organizzato“, dibattito presentato dal criminologo Jérôme Pierrat. Gran finale con la cena collettiva, il cui costo – come pure il pranzo e le pause caffé – é compreso nella tassa di iscrizione di 175 franchi. Prezzo decisamente stracciato, per una tale abbuffata di cibo per la mente. Per informazioni: <a href="http://www.swissinvestigation">www.swissinvestigation</a>.</p>
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		<title>Francia, i media di elezione</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 06:12:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/francia_92546.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6385" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="francia_92546" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/francia_92546-300x224.jpg" alt="" width="270" height="202" /></a>E’ frivola secondo <a href="http://www.economist.com/node/21551478">The Economist</a>. Silenziosa, stando a guardare le homepage dei quotidiani italiani che domenica pomeriggio hanno tralasciato o relegato in fondo l’argomento. Rumorosa, seguendo invece i quotidiani francesi che si sono attrezzati di streaming per le manifestazioni di piazza, di sondaggi a spron battuto e di notizie dell’ultimo minuto per starle dietro al meglio. La campagna elettorale per la prossima elezione presidenziale francese, comunque la si racconti, rimane inestricabilmente legata al mondo dei media. Anzitutto perché l’informazione fa l’elezione, per semplificare quanto emerge da autorevoli studi di settore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-6382"></span><strong>INFORMAZIONE E VOTO</strong></p>
<p><strong></strong>Sul rapporto biunivoco tra pratiche di informazione e comportamenti elettorali la bibliografia è vasta. Per ciò che riguarda lo specifico contesto francese però, è utile rispolverare uno studio elaborato dal Centre de recherches politiques di Sciences Po su direzione di Pascal Perrineau nel 2007, l’anno delle precedenti presidenziali. Nel capitolo “Médias et recherche d’information politique”, Arnaud Mercier rileva innanzitutto che i più interessati alla politica continuano a essere consumatori voraci di informazioni. Confrontando il caso francese con quello di altri Paesi europei, lo studioso trova anche che la Francia si caratterizzi per una mancanza di fiducia sia nella politica che nei programmi di informazione politica stessi. Ma di quale informazione stiamo parlando? Sempre nel 2007 Thierry Viedel illustra, dati alla mano, quali sono i canali mediatici più utilizzati per formare la propria opinione politica oltralpe. In “Les électeurs et les médias”, Vedel non ha dubbi: è senz’altro la televisione la prima fonte di informazione politica per i francesi. Il 58% della popolazione utilizza questo come medium privilegiato, seconda è la radio con il 17%, mentre la combinazione televisione-radio convince il 28% dei francesi. La stampa quotidiana nazionale è il punto di riferimento solo per 10 su 100 di loro. E se il livello di formazione, l’età, il profilo sociologico e politico degli individui corrispondono a pratiche differenti, la conclusione generale rimane quella per cui la televisione fa da regina.</p>
<p><strong>E INTERNET?</strong></p>
<p>Nel 2007 Vedel considerava la tv il medium di riferimento per la campagna elettorale presidenziale allora in corso. Gli altri media avevano un ruolo accessorio, e internet non costituiva un’eccezione alla regola. Cinque anni dopo si potrebbe pensare che il panorama si sia ribaltato, o che comunque il piatto della bilancia dei media più utilizzati per la formazione delle preferenze politiche sia oggi più indulgente con il web. Tuttavia alcuni indizi fanno pensare che non stia andando così. Il 21 marzo il magazine online specializzato <a href="http://www.journaldunet.com/ebusiness/le-net/campagne-presidentielle-sur-internet/"><em>Le Journal du Net</em> pubblica in esclusiva un sondaggio</a> realizzato da Lightspeed Research. E la conclusione non è granché dissimile da quella del 2007: la tv rimane il medium di riferimento, mentre internet non gioca un ruolo di rilievo neppure in questa campagna elettorale. Lo dicono i dati espressi nella ricerca: tra le fonti di informazione più gettonate in questa tornata, la televisione sta in vetta con il 72%. La stampa, intendendo in questo studio come un unico insieme la versione cartacea e quella online, viene consultata dal 37%, mentre i social media conquistano un misero 1 per cento a testa, ex aequo per Facebook e Twitter. E qui il ragionamento prende anche un’altra strada: non solo la televisione continua a essere il principale bacino di informazione, ma d’altro canto la stessa politica non riesce ad attecchire sui nuovi media. Perché, dice il sondaggio di Lightspeed, i siti web dei partiti politici o i twitter e post dei candidati vengono consultati rispettivamente dal 12% e dal 5%. La televisione rimane indubbiamente la fonte di informazione ritenuta più affidabile, seguono stampa e radio, mentre il web resta inchiodato agli ultimi scalini della classifica.</p>
<p><strong>TEMPO REALE</strong></p>
<p>Se il panorama di consumo mediatico può sembrare monolitico, soffermiamoci allora su alcune tendenze recenti che ci aiutano a cogliere sul piano qualitativo uno slittamento in favore del cambiamento. Un fattore degno di interesse riguarda infatti la capacità di uno dei media tradizionali, la stampa, di utilizzare i nuovi strumenti. Navigando sulle versioni online dei principali quotidia<em>ni francesi, tra i quali Le Monde, Le Figaro, Libération</em>, è possibile osservare uno sforzo di adattamento ai tempi e ai linguaggi del web per raccontare la campagna elettorale. Anzitutto assume un ruolo rilevante la dimensione dell’immagine, cosicché i quotidiani attingono di frequente ai video. A questa componente si aggiunge la capacità di raccontare la campagna elettorale in diretta: le piattaforme streaming hanno consentito per esempio ai grandi quotidiani di “portare a casa” del lettore le manifestazioni di piazza dei candidati domenica 15 aprile. E se non bastasse, a corroborare l’effetto di senso della realtà in presa diretta, Le Monde aggiunge in basso all’home page i riquadri con gli aggiornamenti minuto per minuto, mentre Libération commenta in chat in diretta i raduni di Place de la Concorde e di Bois de Vincennes. La narrazione in tempo reale della campagna elettorale è uno dei pezzi forti dell’online, e a fare da apripista in questo ambito è stato, tra gli altri, <a href="http://it.ejo.ch/5171/nuovi-media/huffpost-cronistoria-di-un-successo">l’Huffington Post</a> (oggi presente <a href="http://it.ejo.ch/5171/nuovi-media/huffpost-cronistoria-di-un-successo">anche in Francia</a>) con le presidenziali americane del 2008. <em>OffTheBus</em>, esperimento di citizen journalism dedicato alla campagna elettorale, aveva contribuito ad attirare lettori e aveva mostrato il potenziale del web nell’informare minuto per minuto, chilometro per chilometro. Oggi, in questa campagna elettorale francese, anche i quotidiani più <em>agé</em> cercano di imparare la lezione dei giornali nativi digitali, ricorrendo al blogging, allo streaming, ai social media. E se la carta cambia, chissà che alle prossime elezioni il web possa prendersi la rivincita persino sulla tv.</p>
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		<title>Stampa e riforma, la retorica della modernità</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 12:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
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		<category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Nell’intermezzo tra la chiusura del tavolo fra governo e parti sociali e il viaggio in Asia di Mario Monti,  mentre la mediazione tra partiti, sindacati e governo conquistava un ruolo da protagonista della narrazione giornalistica, proprio la stampa è stata una delle sedi del dibattito sulla riforma del lavoro. Confermando quella linea di tendenza per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/giornali.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3824" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="giornali" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/giornali-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" /></a>Nell’intermezzo tra la chiusura del tavolo fra governo e parti sociali e il viaggio in Asia di Mario Monti,  mentre la mediazione tra partiti, sindacati e governo conquistava un ruolo da protagonista della narrazione giornalistica, proprio la stampa è stata una delle sedi del dibattito sulla riforma del lavoro. Confermando quella linea di tendenza per cui quando il web dà in tempo reale la notizia, la carta si fa forte del proprio ruolo sedimentato di cassa di risonanza ed elaborazione dell’opinione, nella scorsa settimana i giornali cartacei hanno stipulato una sorta di spazio di mediazione delle opinioni. Rivisitando le 5 W “who, where, when, what, why?” &#8211; chi, dove, quando, cosa, perché &#8211; ovvero il mantra del giornalismo di tradizione anglosassone, la cronaca trasformatasi in opinione rende meno netta e più friabile la costruzione dello “scheletro” della notizia, il profilo dei fatti. Questa dilatazione è ben visibile sul piano temporale, il “quando”, perché la dimensione temporale a cui fare riferimento diventa protagonista della narrazione dei fatti e della manipolazione della notizia. Anche l’individuazione dei soggetti, il “chi”, è frutto di una scelta di senso, come si può notare osservando i protagonisti della scena pubblica mediatica, tra i quali possiamo individuare i presenti ma anche gli assenti, gli invisibili – o visibili a singhiozzo, precari per l’appunto.</p>
<p><span id="more-6281"></span><strong>SINTONIE</strong></p>
<p>Dal 21 marzo e per poco meno di una settimana, alla riforma del lavoro i principali quotidiani dedicano l’apertura e un tempo della narrazione piuttosto ampio: in media sono una decina le pagine consecutive occupate da questo tema. Gli approcci alla questione sono differenziati e in più di un caso i diversi punti di vista vengono esplicitati su editoriali <em>engagé. </em>Esemplare in questo senso <a href="http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_24/una-trincea-ideologica-ferruccio-de-bortoli_760646f2-7579-11e1-88c1-0f83f37f268b.shtml">il De Bortoli di sabato 24 marzo</a>, che a sua volta critica il Viale de <em>Il Manifesto</em>. Guido Viale replica il 27 marzo ne “<a href="http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20120327/manip2pg/01/manip2pz/320170/manip2r1/Guido%20Viale/">L’estremismo del capitale</a>”, confermando la costruzione di un dibattito delle idee che avviene sulle e tra le testate. Non è da meno, nel proporre una propria visione situata dell’azione, Eugenio Scalfari il 27 marzo nel suo “<a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/03/25/news/governo_e_sindacato_uniti_nell_errore-32158824/">Governo e sindacati uniti nell’errore</a>”. Sulla stampa a maggiore diffusione, Corriere e Repubblica in particolare, sul fronte del dibattito è possibile individuare alcune sintonie: entrambi i punti di vista sono accomunati dall’opinione che l’articolo 18 abbia un peso irrisorio sulla realtà del mondo del lavoro, per quanto esprimano posizioni diverse. Ed entrambi i giornali incentrano la narrazione proprio su questo punto, l’articolo 18, seppur da angolazioni differenti. Se il Corriere mette in evidenza le aperture (“Il nuovo articolo 18 varrà per tutti”), lo stesso giorno in apertura Repubblica parte dalle tensioni: “Cambia l’articolo 18, la Cgil non ci sta”. Tuttavia è un’altra ed ancora più sottile, la sintonia di fondo tra i due giornali e i due articoli di opinione di De Bortoli e Scalfari: la contestualizzazione temporale della vicenda. Di più, il fattore tempo e la memoria storica diventano strumenti per la manipolazione della narrazione presente.</p>
<p><strong>MODERNITA’ E ARCAISMO</strong></p>
<p>Se lo stesso Scalfari qualche settimana fa aveva avviato <a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/01/29/news/scalfari_editoriale_29_gennaio-28945200/">un parallelismo tra l’epoca del sindacalista Lama</a> e l’era Camusso, De Bortoli e il <em>Corriere</em> in generale avviano una costruzione narrativa persino più sistematica. Si comincia con Di Vico e “<a href="http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_21/i-veti-fuori-dal-tempo-dario-di-vico_8a97bb92-731b-11e1-85e3-e872b0baf870.shtml">I veti fuori dal tempo</a>” del Corriere del 21 marzo. Le “lungaggini del confronto con le parti sociali” vengono qui descritte come una dinamica perversa e incancrenita nel tempo, a cui Monti ha saputo porre fine. Lo scontro fra i tempi che furono e quelli che sono (o che <em>possono</em> essere) è un <em>leit motiv</em> che  fa parte di una più complessiva costruzione retorica e narrativa. L’esempio è a pagina 5: le “decisioni da prendere in modo <em>moderno</em>” del pezzo di apertura su Monti sembrano fare il paio con la “transizione dolorosa da un sistema <em>arcaico</em>” del trafiletto su Marchionne nella stessa pagina.  L’opposizione semantica e valoriale tra modernità  e arcaismo viene ribadita nell’editoriale di De Bortoli sabato 24. Il direttore parla di “ripetizione logora di schemi mentali del passato”, del “tentativo di creare un solco ideologico” che paradossalmente sembra ribadito ed enfatizzato dal titolo stesso, “<a href="http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_24/una-trincea-ideologica-ferruccio-de-bortoli_760646f2-7579-11e1-88c1-0f83f37f268b.shtml">Una trincea ideologica</a>”.  A riprova che il dibattito si dipana anche sui giornali di carta e che le scelte semantiche e le costruzioni narrative costituiscono le “armi” del contendere delle idee, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/03/27/news/tabu_rovesciato-32260166/">Mauro il 27 marzo su Repubblica</a> riprende la condanna agli atteggiamenti ideologici, pur riferendola alla parte opposta. </p>
<p><strong>ALTRI TEMPI</strong></p>
<p>Negli stessi giorni della settimana, intanto, occupa spazio sui giornali e sulle homepage (di <a href="http://www.liberoquotidiano.it/news/963828/La-Fornero-al-cimitero-video-sputtana-Diliberto.html"><em>Libero</em></a> in primis) l’episodio della maglietta “Fornero al cimitero” e di Diliberto, secondo quel meccanismo -  <a href="http://it.ejo.ch/6136/etica/tav-i-media-e-la-mediazione-mancata">già analizzato nel caso stampa No Tav</a> – per cui il singolo episodio viene eretto a simbolo e la minaccia della tensione produce a sua volta tensione (narrativa). Il risultato paradossale di questa dinamica è che, se da un lato la contrapposizione tra modernità e arcaismo spinge a parole verso il cambiamento, dall’altro la retorica narrativa a supporto di questo concetto sfrutta al massimo le suggestioni dei tempi che furono. Lampante la descrizione di Landini fatta da <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/22/il-freno-della-fiom.html">Piero Ottone su Repubblica del 22 marzo</a>: il leader Fiom “non potrà impedire la prevalenza nell’Italia odierna di un sindacato possibilista (…) e tuttavia potrà ritardarla”, scrive Ottone. Che si pone la domanda “che cosa vuole questo personaggio?”, il quale “appartiene alla schiera di coloro che vogliono cambiare il mondo”? E per rispondere fa riferimento alle “guerre e distruzioni di metà del Novecento” oltre che a Karl Marx. Prova a ribaltare questa interpretazione <em>il Manifesto</em>, che restituisce un diverso significato al passato e al presente, confermando che proprio su questo piano temporale dilatato si sta giocando il dibattito delle idee “su carta”. Lo si vede ad esempio nella domanda <a href="http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6864/">rivolta a Carlo Smuraglia in un’intervista</a>: “Professore, gli entusiasti di questa annunciata riforma del mercato del lavoro parlano di «fine di un&#8217;epoca», l&#8217;epoca cioè del «consociativismo». Siamo davvero a un passaggio storico?”. Dopo aver disvelato l’opposizione tra modernità e arcaismo imbastita dalla stampa <em>mainstream </em>e aver arginato il parallelismo tra l’ieri e l’oggi, il quotidiano partecipa al dibattito tentando di restituire ai passaggi storici il significato che ebbero per i lavoratori, e domanda “quanto fu difficile l&#8217;introduzione del principio dell&#8217;articolo 18 nello Statuto dei lavoratori”.<strong> </strong> </p>
<p><strong>SOGGETTI INVISIBILI</strong></p>
<p>E concentrando l’attenzione proprio sulla rappresentazione del punto di vista e sul protagonismo narrativo dei soggetti coinvolti dalla riforma, lavoratori in primis, si possono fare in conclusione alcune osservazioni. Proprio i quotidiani che attingono sul piano retorico al concetto di  modernità, spesso tralasciano di rappresentare sulla scena pubblica la soggettività  dei precari, in larga parte giovani. Se si parla di questa fascia sulla stampa, lo si fa non di rado per citare gli obiettivi dichiarati della riforma, mentre sono decisamente più diradati i casi in cui la stampa si avvale del suo potenziale critico e informativo per confrontare i mutamenti che la riforma intende introdurre con i loro impatti sulla classe precaria. Le due pagine dedicate da Repubblica il 23 marzo alle proteste dei precari e alle criticità dei provvedimenti venturi nei confronti di questa fascia sociale rappresentano un caso singolare, mentre lo stesso giorno il Corriere fa accenno alla manifestazione nella stringa di una didascalia. Ben due pagine sono invece dedicate dal giornale di via Solferino domenica 25 all’intraprendenza di alcuni giovani scelti dalla testata oltre che al curriculum ideale. “Cosa fa davvero la differenza? Non arrendersi mai e provarle tutte. Ecco le storie dei ragazzi”, recita il sommario. Lo stesso giorno Dario Di Vico pare sollevare il problema della scarsa rappresentanza sulla scena pubblica dei precari, ma lo fa in modo limitato riferendosi a una categoria specifica e a tavolo concluso: “Perché nessuno ascolta il popolo delle partite Iva?”, si domanda. La lacuna sul fronte della rappresentazione mediatica della soggettività precaria viene in parte colmata se si rivolge lo sguardo oltre i due giornali più venduti. Il “giovane” (per data di nascita) Fatto Quotidiano ad esempio offre lo strumento del <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/21/lavoro-zerbino-leuropa/199181/">blog a un soggetto collettivo precario</a>, San Precario, che sulla riforma si esprime. Anche il (meno giovane) <em>Manifesto</em> <a href="http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6846/">dedica spazio</a> alla posizione dei gruppi organizzati di precari sulla riforma. Paradossalmente proprio i quotidiani  che più di tutti inneggiano alla modernità e che su di essa costruiscono strategie retoriche, raramente si fanno intermediari di questi punti di vista, mostrando in tutta evidenza che la modernità sta dove la vede chi la racconta</p>
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		<title>La Russia cambia? La stampa traccia i confini</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 09:33:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul mappamondo e sulla carta, in questi primi mesi del 2012 lo scacchiere internazionale è estremamente fluido. Dentro l’Unione europea, si discutono nuovi equilibri e assetti politici, mentre i giornali combinano più che mai economia e politica. Fuori dal continente, la situazione escandescente in Siria e le tensioni tra Israele e Iran lasciano intendere sviluppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/St_-Basils-stripes-album-di-Andrei-Z.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6228" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="St_-Basils-stripes-album-di-Andrei-Z" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/St_-Basils-stripes-album-di-Andrei-Z-300x280.jpg" alt="" width="300" height="280" /></a></strong>Sul mappamondo e sulla carta, in questi primi mesi del 2012 lo scacchiere internazionale è estremamente fluido. Dentro l’Unione europea, si discutono nuovi equilibri e assetti politici, mentre i giornali combinano più che mai economia e politica. Fuori dal continente, la situazione escandescente in Siria e le tensioni tra Israele e Iran lasciano intendere sviluppi futuri. Sulla linea di confine tra l’Europa e l’altrove, precisamente in Russia, sta uno spazio grigio che, proprio perché al limite, si rivela estremamente interessante per la narrazione giornalistica italiana ed europea: dove il confine identitario è instabile, i significati si addensano e producono nuove narrazioni.</p>
<p>Le vicende interne russe e le elezioni appena trascorse hanno effetti diretti e indiretti anche per Italia e l&#8217;Europa: questo dicono i giornali. L’affermazione più o meno netta del potere di Putin è oggetto di interesse per la stampa nazionale anche in virtù degli equilibri geopolitici.</p>
<p>Esplicito nell’avviare questo tipo di riflessione è il <em>Corriere della Sera:</em>  “L’Occidente alla stabilità russa è fortemente interessato”, scrive Franco Venturini il 4 marzo nel suo “<a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=80009629">Ma anche a Mosca sanno che qualcosa si è rotto</a>”. L’editorialista definisce così i soggetti e le dinamiche della narrazione: “l’Occidente e in particolare l’Europa” da una parte, i convitati di pietra come l’Iran dall’altra. E nel mezzo la Russia di Putin, il quale “ha dalla sua, oggi e ancor più domani se dovesse esserci una guerra sul nucleare iraniano, le alte quotazioni del petrolio e del gas”. “La parola magica è il dopo”, scrive Venturini, auspicando per “l’Occidente”, ma anche dubitando, che Putin avvierà internamente un processo di riforme e di mediazione con il fronte della protesta. Fra i motivi della valorizzazione positiva della “stabilità”, è interessante trovare anche le ricadute sulle politiche nazionali ed europee.</p>
<p><span id="more-6225"></span>Non è secondo Venturini tanto l’anelito democratico quanto la situazione economica a motivare il dissenso in parte della Russia, e “in un tempo di passioni come questo una analisi più distaccata è nell’interesse dei russi, dell’Occidente e in particolare dell’Europa affamata di energia”. A rincarare le dosi è il giorno dopo Arrigo Levi, che corrobora questa tesi. In “<a href="http://www.corriere.it/opinioni/12_marzo_05/levi-cosa-deve-fare-europa-mosca_bfb80428-66a3-11e1-a7b0-749eb32f5577.shtml">Perché l’Europa deve dialogare con Putin</a>”, invita a “seguire l’evoluzione della nuova Russia democratica con minore impazienza”. “E’ passato un ventennio”, scrive Levi calandoci nuovamente ai tempi della caduta del Muro e delle contrapposizioni post guerra fredda, “e ancora non siamo sicuri che i russi abbiano imparato a fare buon uso della libertà”. In questo contesto l’identità dell’Europa viene definita come “anello di pace a occidente, che si estende in perfetto accordo con l’America” e “fattore favorevole nell’evoluzione della grande Russia”.</p>
<p><strong>LO SCONTRO </strong></p>
<p><em>Il Corriere</em> presenta il conto dell’economia russa che sta cambiando, ma anche delle ampie aree di consenso di Vladimir Putin. Il giornale costruisce a parole il dialogo sottolineando al contempo le ragioni dell’economia, e individua nelle proteste, nella “passione”, un pericolo di contagio anche per i Paesi europei. Una mediazione decisamente meno presente su altri giornali, come <em>Repubblica</em>, che al contempo mettono in maggiore rilievo le ombre della “democratura russa”. Lo scontro tra il potere di sempre e le nuove proteste si gioca così su un fronte ideale, radicale e perciò più difficilmente conciliabile. Basta osservare i toni e le scelte operate da <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2012/03/02/news/intervista_a_putin-30795772/">Ezio Mauro nella sua intervista a Putin</a> per notare che il direttore mette in evidenza proprio l’inattualità di un dialogo: “lei non dà ascolto, non parla mai con loro”, dice Mauro. “Perché?” E subito dopo ancora: “Ma lei non dialoga mai con la piazza e i suoi leader. Come mai?”. Nelle parole di Mauro c’è da una parte “un’oligarchia politica, un sistema bloccato”, e dall’altra, opposta, “la nuova classe media aperta alla modernizzazione del Paese, che vuole cambiare ed è contro Putin”. Due parti l’una contro l’altra, nella dinamica narrativa, ma anche molto diverse per come vengono descritte. Il fronte della “opposizione”, che non sta (sulla stampa perlomeno) dalla parte degli altri candidati sulla scheda elettorale ma da quella della piazza e di Nalalnyj, viene epurato da ogni possibile connotazione violenta. La retorica è semmai quella opposta: “ci sono giovanissimi, vecchietti, bambini”, “si tengono per mano”, “ci vogliono venti minuti per percorrere la catena umana, e non si nota un solo buco”, “scoraggia i rivali la loro gentilezza”, “i sorrisi e l’ottimismo”. Lo scrive Nicola Lombardozzi il 27 febbraio su <em>Repubblica</em> in “<a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/27/la-catena-umana-di-mosca-torna-in.html">Mosca, in 50mila al girotondo anti-Putin</a>”. Al fronte “bianco” e “pacifico” degli “anti” Putin fa da contraltare lo stesso Putin, anche sul piano figurativo: ad esempio domenica 4 marzo a pagina 17 <em>Repubblica</em> propone immagini che pongono in rilievo le pose dure ed autoritarie del leader russo. Sul piano linguistico e narrativo, viene sottolineato il lato d’ombra, la violenza e la repressione del potere. L’effetto è quello di tensione: Lombardozzi il 4 marzo lo scrive, “gli uomini schierati sono pronti ad agire. Alla loro maniera. La peggiore, quella che colora di tensione questa strana giornata elettorale”.</p>
<p><strong>I MODERNI </strong></p>
<p>“Se la piazza democratica solleverà problemi seri, Putin potrebbe essere tentato di reagire su un terreno a lui caro, quello di una Russia grande potenza, alternativa all’Occidente”, <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-06/putin-proteste-interessi-occidente-063549.shtml?uuid=AbhPNz2E">scrive il Sole 24 Ore</a> il 6 marzo ribadendo le dimensioni europee e internazionali della partita russa. La descrizione del cambiamento di questo Paese ha origini ed esiti incerti: già all’epoca della rivoluzione arancione ci fu chi gridò alla svolta. Poi a dicembre 2011 il Financial Times ha annunciato: “<a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/8de027c0-2042-11e1-9878-00144feabdc0.html#axzz1pVUk89VH">Spring comes to Moscow</a>”. L’Economist gli ha fatto eco a febbraio, domandando: “<a href="http://www.economist.com/node/21547240">A Moscow Spring?</a>”. A elezioni di primavera concluse, non è ancora chiaro se le proteste avranno natura ed effetti episodici o prolungati, di rottura o di riforma moderata del sistema. Ma tra la narrazione giornalistica del presente più orientata al dialogo e quella incentrata sullo scontro di prospettive, rimane un filo conduttore, che accomuna pressocché tutti i principali quotidiani italiani, inglesi e francesi. Si afferma, se non altro per acclamazione mediatica, un nuovo soggetto protagonista di carattere sociale e politico, “la classe media”. I politologi come Barabanov, non tralasciando l’”effetto contagio” della primavera araba, individuano proprio in questa classe sociale un soggetto rilevante di cambiamento, nato già nel 2007-2008 ma allora senza spinte per modifiche rilevanti dell’assetto. La crisi del 2009 avrebbe poi avuto un ruolo evidente di catalizzatore nel trasformare i componenti di questo ceto emergente “da consumatori a cittadini”. “Quelli che vediamo non sono rivoluzionari come lo erano i marinai di Kronstadt o i fucilieri lettoni di Pietrogrado 1917. Sono uno strano miscuglio riformista di giovani colti, sofisticati, educati all’occidentale, e di povera gente russa che non sa più perché e per chi votare”, <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9841&amp;ID_sezione=29">scrive La Stampa</a>. “Capofila di questa insolita classe urbana è una gioventù allegra, sfottente, ben vestita, armata dei più moderni strumenti tecnologici, la quale prende a contestare il putinismo”. A questo nuovo soggetto, “<em>la classe moyenne</em>”, Putin contrappone <a href="http://www.lemonde.fr/international/article/2012/03/03/election-en-trompe-l-oeil-pour-vladimir-poutine-en-russie_1651466_3210.html">secondo Le Monde</a> “i piccolo funzionari, gli impiegati e lavoratori del settore pubblico, gli uomini in uniforme. Rifocillandoli con i vecchi archetipi del pensiero sovietico – militarismo, paternalismo, antiamericanismo, ossessione di potenza -, Vladimir Putin cerca il sostegno degli <em>anti-moderni</em>”. Stando a quel che scrive il quotidiano francese, anche nei rapporti interni fra classe media e “antimoderni” si gioca la relazione esterna fra la Russia, l’Europa e il resto del mondo.</p>
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		<title>Donne e giornalismo binomio ancora imperfetto</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 10:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sbaffi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Donne e media]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Capitani]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Tiziana-Ferrario-al-Tg1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6176" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Tiziana-Ferrario-al-Tg1" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Tiziana-Ferrario-al-Tg1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a>Questo è quanto emerge da due interessanti studi:   un sondaggio realizzato per la prima volta nella storia della Rai sui propri giornalisti i cui risultati sono stati presentati al convegno “Immagine femminile e ruolo del servizio pubblico” organizzato dalla Commissione Pari Opportunità dell’Usigrai presso la sede della Federazione Nazionale Stampa italiana a Roma  l’8 marzo scorso e una ricerca condotta dall’Osservatorio di Pavia &#8220;Chi fa notizia in Europa&#8221; sulla visibilità delle donne e degli uomini nei telegiornali di cinque paesi europei: Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Spagna.</strong></p>
<p>Cominciamo dal primo svolto su un campione rappresentativo di giornalisti della Rai. Il dato che emerge preponderante è quello sull’età: la Rai infatti risulta essere un’azienda vecchia, la somma dei giornalisti tra i 40 e i 65 anni corrisponde all’82,99% dell’intero campione mentre quelli tra meno di 30 anni fino ai 40 rappresentano solo il 16,99%. Altro dato sensibile è l’alta percentuale di giornalisti che non hanno figli (il 43,77%), quasi esclusivamente i colleghi maschi hanno dichiarato di avere più di un figlio, a testimonianza che riuscire a conciliare lavoro e famiglia per una donna giornalista risulta ancora molto difficile. In totale il personale giornalistico della Rai è di 1.656 unità di cui 1.097 uomini e solo 559 donne. Tra i dirigenti (direttori, capiredattori, capiservizio e rispettivi vice) solo il 4% sono donne e nel ruolo di direttore sono solamente due, Bianca Berlinguer al Tg3 e Barbara Scaramucci a Rai Teche. Il ruolo di massima aspirazione per il genere femminile sembra essere quello di caposervizio. Scaturisce così il quadro di un’azienda pubblica anziana, con poche prospettive per il futuro e con una marginalizzazione della donna nei posti chiave del lavoro. A poco allora è servito il fatto di eleggere un direttore generale donna, come Lorenza Lei, se poi le criticità continuano a persistere, ed “È emblematico come siano passate inosservate la chiusura di Rai International e di numerosi sedi estere di corrispondenza, oltre all’immagine della donna così come è stata rappresentata nel corso del Festival di Sanremo”, ha dichiarato Ilaria Capitani, coordinatrice del Cpo Usigrai. Se la Rai è lo specchio del paese è evidente che c’è bisogno di un maggiore ammodernamento, di più pluralismo e imparzialità, il dato sulla rappresentanza di genere è sintomatico dello stato delle cose.</p>
<p><span id="more-6171"></span>Molto interessante anche la ricerca svolta dall’Osservatorio europeo sulle rappresentazioni di genere (OERG), nato all’interno dell’Osservatorio di Pavia, dal titolo significativo: “Chi fa notizia in Europa?”. Il monitoraggio ha considerato i dati relativi ai telegiornali in prima serata delle due principali televisioni, una pubblica e una privata, dei cinque paesi europei presi in considerazione e dunque Italia (Tg1 e Tg5), Francia (France 2 e Tf1), Germania (Ard e Rtl), Inghilterra  (Bbc1 e Itv1) e Spagna (Tve e Telecinco). La ricerca ha indagato tre ambiti in particolare: chi fa notizia nei tg, cioè le persone di cui si parla e quelle intervistate, chi dà e fa le notizie, quindi conduttori, giornalisti e corrispondenti, infine ha studiato come sono confezionate le notizie in una prospettiva di genere. Sul podio dei telegiornali che danno maggiore visibilità all’universo femminile ci sono Francia e Spagna, il nostro paese si attesta invece all’ultimo posto con la quota di presenza femminile più bassa di tutti i tg, inoltre le donne sono presenti come rappresentanti della gente comune e raramente ricoprono ruoli autorevoli, come per esempio quello dell’esperto. Mediamente le donne fanno notizia come vittime due volte più degli uomini (12% contro il 7%). Sul fronte del chi da o fa le notizie risulta che nel 54% dei casi i telegiornali sono condotti da donne e l’Italia presenta un dato curioso con il suo 58% si colloca infatti ben 4 punti sopra la media. Per quanto riguarda poi la centralità femminile nelle notizie le donne sono raramente messe al centro, solo l’8% delle notizie è focalizzato su di loro. In definitiva a fare notizia sono soprattutto gli uomini, tranne nella cronaca nera, ma a dare le notizie come conduttrici e giornaliste sono le donne. Questi dati continuano a testimoniare come il nostro “Bel Paese&#8221; riconosca alla donna un ruolo dettato più dalla sua immagine esteriore che da mansioni autorevoli come potrebbe essere quella dell’esperto da intervistare o del politico. Le donne sono poco presenti nell’informazione politica, soprattutto in Italia e Inghilterra (11% in entrambi i casi). Si distingue invece la Francia dove le notizie di politica nei tg includono maggiormente le donne. Considerando che nei tg francesi le donne che fanno politica rappresentano solo il 12% del campione femminile, l’alta percentuale di donne nella pagina politica è da interpretare come  un’apertura dell&#8217;informazione politica oltre che verso le donne che svolgono attività politica di professione ad una pluralità di voci femminili in generale.</p>
<p>Si nota poi una forte dicotomia fra i ruoli “comuni” più rappresentati dalle donne e i ruoli “autorevoli” rappresentati dagli uomini, l’Italia sotto questo punto vista registra la maggiore segmentazione, tra gli esperti intervistati nei tg italiani solo il 10% è di sesso femminile (contro il 90% del sesso opposto), mentre ben il 66% delle opinioni popolari è dato da donne.</p>
<p>Alla luce di queste due ricerche e degli ultimi avvenimenti accaduti in Rai si possono tirare le somme di ciò che è stato fatto finora e soprattutto ciò che ancora manca per raggiungere la parità di genere in Italia nel campo dei media e dell&#8217;informazione.</p>
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