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	<title>EJO - European Journalism Observatory &#187; Giornalismo sui Media</title>
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		<title>Avanzano le donne nel servizio pubblico radiotelevisivo svizzero</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 12:45:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natascha Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>

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		<description><![CDATA[per.corsi, aprile 2012 Intervista a Krysia Bynek, referente Pari Opportunità RSI e a Nelly Valsangiacomo, Responsabile per l&#8217;Università di Losanna del progetto di ricerca nazionale &#8220;Uguaglianza dei sessi: un&#8217;idea svizzera? Pari opportunità nella SSR dal 1980 ad oggi&#8221; A guidare il New York Times in un momento critico e difficile per il settore della carta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #888888;"><strong><a href="http://www.corsi-rsi.ch/jahia/Jahia/corsi/site/corsi/cache/offonce/pid/445?cnid=4576">per.corsi</a>, aprile 2012</strong></span></p>
<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://media-public.pmm.rtsi.ch/media/object/rtsi/b737986c-b221-449e-9119-17fe1eafd9f5?width=460&amp;height=460" alt="" width="258" height="172" />Intervista a Krysia Bynek, referente Pari Opportunità RSI e a Nelly Valsangiacomo, Responsabile per l&#8217;Università di Losanna del progetto di ricerca nazionale &#8220;Uguaglianza dei sessi: un&#8217;idea svizzera? Pari opportunità nella SSR dal 1980 ad oggi&#8221;</strong></p>
<p>A guidare il <em>New York Times</em> in un momento critico e difficile per il settore della carta stampata è stata designata una donna, Jill Abramson. Ai vertici della Bbc per fine anno all’attuale Mark Thompson molto probabilmente succederà una donna, sarebbe le prima nella storia dell’emittente pubblica inglese. Alle nostre latitudini, facendo le dovute proporzioni, c’è un esempio recente, quello della nomina di Prisca Dindo a capo del sito del <em>Corriere del Ticino</em>. Proporzioni a parte, la nomina è di per sé importante perché secondo quanto pubblicato in un recente articolo proprio dal <em>CdT</em> (“Il potere è ancora maschio”) nel settore della carta stampata ticinese le donne nelle redazioni sono ancora una netta minoranza rispetto agli uomini.</p>
<p><span id="more-6553"></span>Al CdT su 50 giornalisti 6 sono donne, alla Regione su 43 giornalisti 7 e al <em>Giornale del Popolo</em> sempre 7 su un totale di 30 giornalisti. Dunque se da un lato qualche cosa sta cambiando nel panorama dell’informazione e dei media, dall’altro è anche vero che molto c’è ancora da fare e che, seppur in passato molte conquiste importanti sono state fatte, oggi per le donne non è tempo di stare sedute sugli allori o di pensare di poter vivere di rendita. In Italia si stanno muovendo diversi movimenti femminili e blog di informazione e di opinione. In Inghilterra di recente diverse associazioni femminili si sono unite denunciando un marcato sessismo da parte della stampa britannica. Forse è proprio per questo che il Guardian nella sua versione online ha deciso di distinguersi dedicando invece un’intera sezione alle donne declinata per tematiche specifiche “pari opportunità”,“femminismo”, “questioni di genere”“donne e politica”. E in effetti i fronti sui quali oggi ci si muove con tutte le diverse specifiche a seconda dei paesi sono, da un lato, la promozione, il raggiungimento e la salvaguardia delle pari opportunità all’interno delle aziende mediatiche, dall’altra la battaglia per una corretta rappresentazione e comunicazione del femminile nei vari programmi che sia libera da stereotipi di genere e non offensiva nei confronti delle donne. E se una politica che promuove le pari opportunità e dunque un “diversity management” è auspicabile per tutte le aziende, in qualunque settore e a qualsiasi livello, lo è in particolare per il servizio pubblico televisivo che di questo dovrebbe farne una sua missione.</p>
<p>E allora vediamo la politica e le attività che la Srg Ssr porta avanti e come questa si traduce e si caratterizza in particolare  nel Canton Ticino e nella Rsi. Partiamo da qualche numero per vedere subito come le donne sono rappresentate e a quali livelli: tra i collaboratori con un contratto fisso e a tempo indeterminato, le donne fino al 2010 costituivano il 37%. Tra I quadri, uno su cinque è di sesso femminile, quota che poche aziende pubbliche e private della Svizzera italiana oggi possono vantare. Del Comitato direttivo Rsi inoltre fanno parte tre donne su un totale di 10 membri. Per quanto riguarda invece la ripartizione tra i sessi, considerando tutto il personale Rsi, prevale la popolazione maschile (63.6%) rispetto a quella femminile (36.4%). L’elevato bisogno di professioni tecniche, rappresentate nel mercato del lavoro per lo più da uomini, fa sì che le donne siano percentualmente sottorappresentate in Rsi. Infatti, solo 48 donne su 320 collaboratori (15% donne, 85% uomini) lavorano al Dipartimento produzione. Le donne sono sottorappresentate anche nel Dipartimento sport.  Cresce la proporzione di donne con funzioni di conduzione e con il 20% tocca la quota più alta mai raggiunta in Rsi. Un quadro che per poter meglio interpretare e conoscere abbiamo arricchito facendo qualche domanda a chi di pari opportunità si occupa da tempo in Rsi, Krysia Binek, e a chi invece con interesse dal di fuori studia e verifica quanto succede all’interno del servizio pubblico radiotelevisivo nazionale attraverso un progetto di ricerca attualmente in corso d’opera promosso da un programma nazionale del Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca sulla parità tra uomini e donne (Pnr 60) dal titolo &#8220;Uguaglianza dei sessi: un&#8217;idea svizzera? Pari opportunità nella Ssr dal 1980 ad oggi&#8221;. L’idea alla base del progetto è quella di analizzare contemporaneamente come i media presentano il tema nei propri programmi e come applicano il principio nella propria struttura aziendale.</p>
<p><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/binek.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6569" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="binek" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/binek-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Krysia Binek, referente Pari Opportunità RSI</strong></p>
<p><strong>Signora Binek, in quale misura si occupa di pari opportunità in Rsi? </strong></p>
<p><strong></strong>&#8220;La denominazione ufficiale attribuita a questo incarico è referente pari opportunità e me ne occupo con una per- centuale massima del 30%, mentre per il 70% lavoro al programma. Da dieci anni mi occupo di pari opportunità inserite in un contesto più articolato quello del “Diversity management”, cioè di come valorizzare le potenzialità al femminile, partendo dal presupposto che essere donna rappresenta un valo- re e una ricchezza nella gestione delle risorse umane, che forse vale la pena di implementare&#8221;.</p>
<p><strong>Di che cosa si occupa il Gruppo Antenna che lei coordina? </strong></p>
<p><strong></strong>&#8220;Il Gruppo Antenna (Ga), istituito dalla Direzione regionale Rsi, oltre alla sotto- scritta conta due uomini e due donne. Questo team multimediale deve monitorare la situazione e il rispetto delle pari opportunità in Azienda; ogni anno propone alla Direzione misure concrete, da realizzare poi in sinergia con l’area delle risorse umane. Misure che devono incidere su un cambio effettivo della cultura aziendale. All’inizio del nostro lavoro ci siamo avvalsi della supervisione esterna di una professionista, la dr. C. Bombelli della Wise-Growth, un’esperta di Diversity Management che da anni si occupa di queste tematiche in azienda.Tra le misure individuate nel corso degli anni, direi che la più riuscita è stata la proposta di un Coaching al femminile&#8221;.</p>
<p><strong>Che cosa è esattamente il coaching al femminile e quali sono le sue potenzialità? </strong></p>
<p><strong></strong>&#8220;Si tratta di un’opportunità unica nel suo genere a cui la direzione Rsi ha aderito subito, esprimendo la volontà dell’azienda di una maggior attenzione al fenomeno del “soffitto di vetro” che continua a penalizzare le carriere al femminile. Aziendalmente parlando e quindi da un punto di vista economico, promuovere una politica improntata sulla diversità è vantaggioso e redditizio. Il Coaching non è solo occasione di crescita personale per chi lo segue, ma è anche per l’azienda un modo di verificare se gli strumenti in vigore sono in grado di cogliere il merito là dove esiste, indipendentemente dal genere, dal colore della pelle o dall’età della persona. Come strumento formativo il Coaching si rivolge a piccoli gruppi, focalizzati sulla gestione di problematiche lavorative con le quali si è confron- tati. L’obiettivo è quello di finalizzare l’intervento a tematiche specifiche, for- nendo suggerimenti pratici, ma sostanziati da teorie di riferimento. Si tratta quindi di un percorso di apprendimen- to il più possibile personalizzato, che aiuti le persone “qui e adesso”, evitando temi non pertinenti e teorizzazioni spesso distanti dalla propria realtà professionale&#8221;.</p>
<p><strong>Perché al femminile?</strong></p>
<p>&#8220;Primo, perché storicamente le donne sono entrate relativamente tardi nel mercato del lavoro e imporsi in un mondo economico maschile non è sempre facile. Inoltre le stesse donne a volte faticano a imporsi professionalmente a causa di stereotipi e pregiudizi ancora diffusi. Declinare al femminile uno strumento formativo nasce dalla consapevolezza della diversità, che spesso porta le donne ad affrontare in modo difforme le tematiche legate al mondo del lavoro. Per alcuni un approccio di genere costituisce un pericolo di ghettizzazione. Il rischio sussiste e va preso in considerazione, ma un’azienda come la Rsi ha un piano di formazione e di sviluppo che coinvolge tutto il personale e un intervento al femminile costituisce un “di cui” che non sostituisce altre occasioni di apprendimento miste&#8221;.</p>
<p><strong>Funziona, quali sono i risultati?</strong></p>
<p>&#8220;Siamo molto soddisfatti, perché ormai siamo alla terza edizione del Coaching. Nell’ultimo, iniziato a novembre e che terminerà alla fine di marzo, alcune collaboratrici pensavano si trattasse del solito corso, ma già al secondo incontro hanno afferrato la diversa modalità dell’esercizio, apprezzando  in particolare il ruolo e l’esperienza delle coacher. Una volta concluso questo ciclo, a distanza di sei mesi segue una verifica puntuale, il “follow up”che permette di evidenziare i risultati raggiunti. A detta di tutte le collaboratrici che vi hanno partecipato in questi anni l’esperienza è stata più che positiva&#8221;.</p>
<p><strong>Altre iniziative ?</strong></p>
<p>&#8220;Il Ga sta cercando di intensificare le giornate di formazione di Diversity al maschile, rivolte non necessariamente ai quadri ma alle persone che hanno una funzione di responsabilità e a cui è affidata la conduzione di un gruppo. Tre anni fa abbiamo rivisto il regolamento aziendale sulle molestie sessuali e il mobbing, che ora ha una base legale. Tutte norme oggi accessibili facilmente in “Intranoi”, a cui si aggiungono alcune giornate formative organizzate sul tema. Non dimentichiamo poi i 10 anni da poco compiuti dall’Oasi della gioia, l’asilo nido Rsi, che è un must per eccellenza visto che siamo l’unica unità aziendale Srg Ssr a disporre di una struttura simile anche se ci sono voluti quasi vent’anni per concretizzare que- sta misura&#8230;L’Oasi della gioia è stato tra i primi nidi per l’infanzia aziendali aperti nella Svizzera italiana, è una realtà che continua a essere un model- lo, da noi come all’estero.</p>
<p>&#8230; Tre anni fa è stata aperta anche una sezione neonati dai 3-4 mesi. Una realizzazione che si è rivelata una delle misure vincenti della stra- tegia Rsi, per conciliare responsabilità famigliari e professionali&#8221;.</p>
<p><strong>Progetti per il futuro?</strong></p>
<p>&#8220;Il mio sogno sarebbe che il coaching al femminile entrasse a pieno titolo &#8211; e quindi diventi un appuntamento fisso del programma di Diversity. Certo non è semplice riunire e coordinare una dozzina di persone dalle professioni più disparate per questo tipo di formazione, ma sono convinta che da qui si debba passare.</p>
<p>Oggi è in corso una ricerca del Fondo Nazionale sulle pari opportunità in Srg Ssr, però qualche anno fa era già stato fatto qualche cosa del genere? Si, è stato un lavoro complesso, durato due anni e conclusosi nel 2010.</p>
<p>Un progetto di ricerca nazionale dal titolo “Carriere professionali eque: un’opportunità per l’azienda” che la Supsi ha condotto in tre aziende del terziario abbastanza rappresentative: Banca Stato, l’Associazione delle cliniche private ticinesi e Rsi. La ricerca si proponeva di individuare gli ostacoli impliciti ed espliciti alle carriere di donne attive sul mercato del lavoro.</p>
<p>L’ipotesi di un’influenza congiunta, sull’evoluzione dei piani di carriera, dei meccanismi organizzativi (la pianificazio- ne dei tempi di lavoro, I processi di assunzione e di promozione) e della percezione dei ruoli femminili e maschili in azienda ha guidato l’analisi. Delle tre, secondo i risultati dello studio, Rsi è sicuramente l’azienda che ha fatto e sta facendo di più. Questo ci sprona a continuare anche se la strada a volte è in salita&#8230;</p>
<p>Vedremo a quali risultati arriverà prossimamente la nuova ricerca del Fondo Nazionale&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://lnx.adrsistemi.com/salvatorelli/images/stories/convegno2010/thumbs/thumb_16_Nelly%20Valsangiacomo.JPG" alt="" width="200" height="300" />Intervista a Nelly Valsangiacomo, sulla ricerca del Fonda Nazionale Svizzero “Egalité des Sexes: une idée Suisse?</strong></p>
<p><strong>Signora Valsangiacomo, ci parli della ricerca alla quale collabora.</strong></p>
<p>&#8220;Il progetto si svolge su due piani: una collaborazione tra l’Università della Svizzera italiana per la quale il direttore del progetto è la prof. Ruth Hungerbühler e l’Università di Losanna alla quale io appartengo. Insieme abbiamo sviluppato un progetto su due livelli, uno che prevede un’analisi istituzionale e quindi verifica come dagli anni 80 a oggi la Srg ha integrato o applicato le norme di pari opportunità e come queste sono evolute, e in un secondo livello come la Srg veicola il messaggio delle pari opportunità all’interno della sua programmazione&#8221;<strong>.</strong></p>
<p><strong>Ma non era già stata fatta una ricerca simile dalla Supsi. </strong></p>
<p>&#8220;Diciamo che lo studio che è stato compiuto dalla Supsi è uno studio con un’impronta molto sociologica mentre in questo caso si tratta di uno studio con una forte valenza storica che non si basa esclusivamente  sulle inter vsite a campione ma indaga tutto il materiale archivistico a disposizione, quindi tutti i documenti che sono stati sviluppati, nel limite del possibile, perchè la Srg come azienda ha degli archivi non sempre coerenti e disponibili, in particolar modo per quanto riguarda le aziende regionali. Il nostro lavoro avviene su diversi tipi di fonti, da un lato abbiamo le fonti cosidette cartacee, con l’archivio centrale della Srg e nel limite del possibile quello che recuperiamo dalle tre aziende regionali quindi tedesca, romancia e italofona, poi lavoriamo sugli archivi sindacali e sulle interviste. Questo per quanto riguarda l’aspetto istituzionale, mentre per quanto riguar- da l’aspetto prevalentemente di programmazione, abbiamo fatto un’indagine a tappeto interrogando le teche audiovisive. L’idea è quella di verificare come è stato impostato l’archivio audiovisivo rispetto a certe parole chiave, interrogare l’archivio stesso non i programmi in quanto tali e poi fare delle campionature per capire il tipo di programmazione&#8221;.</p>
<p><strong>Avete un periodo preciso di osservazione?</strong></p>
<p>&#8220;Il periodo che ci è stato imposto dal programma generale nazionale, il Dnr 60 al quale noi aderiamo, e dunque dagli anni 80 ai giorni nostri. Noi poi però siamo rusciti a risalire un po’ più indietro nel tempo sia per l’aspetto audiovisivo ma soprattutto istituzionale, perchè evidentemente i mutamenti si sono compiuti anche tra gli anni 60 e gli anni 80: penso ad esempio a tutta la questione delle donne sposate.</p>
<p>La ricerca è in corso d’opera e terminerà nel 2013. La sensazione però che emerge rispetto alla politica Srg per le pari opportunità quale è? La questione è abbastanza complessa anche a livello istituzionale. Fino agli anni 90 esisteva soprattutto quello che veniva definito “l’eguaglianza dei sessi”, intesa come eguaglianza tra donne e uomini che poi si è trasformata in quella che sono oggi le pari opportunità nel senso più ampio del termine. Significa che all’interno delle pari opportunità non si prende più solo il parametro donne ma si prendono in considerazione tutta una serie di parametri che possono essere legati all’handicap etc. Dunque c’è uno slittamento a livello concettuale che avviene a partire dalla fine degli anni 90. In secondo luogo bisogna considerare il problema della discriminazione orizzontale e ver- ticale, perchè se da un lato si rileva un attenuamento della discriminazione orizzontale, grazie all’aumento di un numero considerevole di donne in ambiti come per esempio il giornalismo che prima era tendenzialmente più maschile, la discriminazione invece verticale, quella che concerne la posizione delle donne all’interno dei quadri dirigenti, in particolare quelle correlate non direttamente alla programmazione ma alla gestione aziendale, non lascia intuire un avanzamento in particolare del ruolo delle donne in questo campo&#8221;.</p>
<p><strong>In questa analisi c’è anche da considerare la componente dei tipi di contratto?</strong></p>
<p>&#8220;L’altro aspetto importante da considerare è che esiste un problema correlato a quelli che sono i diversi tipi di contratto: l’azienda Srg ha contratti molto diversificati. Noi purtroppo dovremmo concentrarci solo su un certo tipo di professione, ad esempio le giornaliste o tutti i quadri dirigenti, proprio per una questione di dimensione, però non va dimenticato che uno degli aspetti dietro cui spesso una discriminazione di genere si nasconde è quello legato ai tempi di lavoro e alle esternalizzazioni.</p>
<p>E per quanto riguarda l’analisi della programmazione? Fino ad ora abbiamo interrogato gli archivi chiedendoci come i documenta-risti e dunque l’azienda stessa hanno integrato all’interno degli archivi il termine pari opportunità. Secondo quello che abbiamo potuto verificare fino adesso all’interno della Rsi il termine pari opportunità, eguaglianza dei sessi o altro è poco presente. Piuttosto si privilegia il termine “donne” e quindi “donne e salute”,“donne e cultura”, “donne e violenza”, un elemento interessante perchè mostra un certo tipo di approccio alla questione. L’altro aspetto che abbiamo potuto verificare attraverso i primi grafici è appunto il fatto che negli anni 80 c’è un certo interesse per quella che è l’eguaglianza dei sessi con un picco durante gli anni 90 da mettere in correlazione anche con l’agenda politica e poi una netta diminuzione. Dagli anni 2000 in avanti i temi più diffusi rispetto a questa idea di “donne” e riguardano soprattutto l’aspetto di “donne e politica” e “donne e violenza”. L’aspetto del ruolo delle donne o della discriminazione delle donne all’interno del lavoro sembra essere stato maggiormente marginalizzato a favore invece del doppio aspet- to “donne e politica” e “donne e violenza.”</p>
<p><strong>Quale è l’interesse preponderante di questa ricerca?</strong></p>
<p>&#8220;Per noi la Srg è un’azienda esemplare perchè è presente su tutto il territorio nazionale e si definisce di servizio pubblico, quindi ci sono due elementi forti per valutare se esistono per esempio delle differenze forti tra un’azienda privata e una di servizio pubblico, per quanto concerne il ruolo delle donne all’interno dell’azienda stessa e se esistono delle differenze regionali forti, di tipo culturale o fattuale. In effetti quelle regionali sono aziende che si gestiscono parzialmente in maniera autonoma, poi dipende dai tempi perchè la Srg passa da una centralizzazione a una regionalizzazione e poi di nuovo ad una centralizzazione. L’altro aspetto interessante che abbiamo integrato è quello sindacale, cioè come tra i par- tner sociali hanno o non hanno trattato l’aspetto delle donne e dell’uguaglianza di genere e se esistono delle differenze&#8221;.</p>
<p><strong>È importante avere una referente pari opportunità?</strong></p>
<p>&#8220;Il problema di fondo una volta che si nomina un delegato alle pari opportunità è capire quanto tempo ha a disposizione, quale e quanto è il suo margine di manovra e anche quale è in effetti la sua formazione perchè molto spesso questi delegati non hanno delle formazioni specifiche o hanno delle formazioni più di tipo culturale che non correlate al mondo del lavoro. Parlando della Srg quello che noi vediamo è che il programma di promozione delle donne che si è sviluppato teoricamente negli anni 90, accettato a suo tempo e composto di 21 principi e proposte con una organizzazione di delegate alle pari opportunità nelle varie regioni è stato poi smantellato in pochi anni. Si vede come esistono delle difficoltà all’interno di questa azienda, ma anche di altre, in una continuità del messaggio, del lavoro per cui evidente- mente la società cambia, le aziende, le donne sono più presenti però bisogna vedere come queste aziende reagiscono. Io le posso dire che quando abbiamo lanciato il progetto, un membro delle risorse umane o della direzione, per altro la Srg è stata molto gentile perchè ci ha messo a disposizione quanto possibile, ci ha risposto che il problema delle pari opportunità all’interno della Srg non sussisteva&#8221;.</p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>Link al sito della CORSI dove potete scaricare il file in <a href="http://www.corsi-rsi.ch/jahia/Jahia/corsi/site/corsi/cache/offonce/pid/445?cnid=4576"><span style="color: #888888;">pdf di per.corsi</span></a></strong></span></p>
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		<title>El Pais punta sul digitale e sulla relazione con il lettore</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 06:57:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pier Luca Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[El Pais]]></category>

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		<description><![CDATA[Proseguiamo l&#8217;analisi di alcune delle principali testate giornalistiche del vecchio continente, dopo l’analisi della settimana scorsa del Sole24Ore, il contributo di grande valore fornito dalla pubblicazione dello studio del Reuters Institute for Journalism e la case study del francese Le Monde, parliamo quest&#8217;oggi di El Pais. Il quotidiano spagnolo ha compiuto proprio in questi giorni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/El_Pais_Pilas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6512" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="El_Pais_Pilas" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/El_Pais_Pilas-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a>Proseguiamo l&#8217;analisi di alcune delle principali testate giornalistiche del vecchio continente, dopo <a href="http://it.ejo.ch/6376/nuovi-media/quanto-brilla-il-sole-digitale">l’analisi</a> della settimana scorsa del <em>Sole24Ore,</em> il contributo di grande valore fornito dalla pubblicazione dello <a href="http://it.ejo.ch/6414/nuovi-media/per-linformazione-online-onlyla-sopravvivenza-e-un-successo">studio</a> del Reuters Institute for Journalism e la <a href="http://it.ejo.ch/6425/nuovi-media/il-mondo-non-si-e-fermato-mai-un-momento">case study</a> del francese <em>Le Monde</em>, parliamo quest&#8217;oggi di <em>El Pais.</em></strong></p>
<p>Il quotidiano spagnolo ha <a href="http://elpais.com/elpais/2012/05/02/opinion/1335955800_505322.html">compiuto</a> proprio in questi giorni 36 anni di vita, e probabilmente non è stato il più felice dei compleanni stretto tra <a href="http://www.prnoticias.com/index.php/prensa/209/20113649">crollo</a> delle vendite in edicola e <a href="http://www.clasesdeperiodismo.com/2012/04/26/trabajadores-de-el-pais-deploran-a-cebrian-y-anuncian-protestas-para-evitar-despidos/">riorganizzazioni interne</a>.</p>
<p> Crisi, come noto comune a tutta la carta stampata, alla quale il quotidiano sta cercando di dare una risposta con una forte accelerazione nell&#8217;area digitale e, soprattutto, spingendo con sempre maggior forza sulla relazione con il lettore.</p>
<p> <span id="more-6501"></span>Da un lato si incentiva l&#8217;edizione digitale con una <a href="http://www.elpais.com/promociones/tableta-airis/">promozione</a> per ottenere un tablet a soli 119€ tesa a spingere l’edizione digitale per questo tipo di device del quotidiano. Infatti in abbinata, come avviene anche per altri giornali, viene offerto un mese di accesso gratuito a tutte le pubblicazione del gruppo Prisa, l’impresa editoriale che controlla il quotidiano in questione, sulla <a href="http://www.kioskoymas.com/">piattaforma</a> che raggruppa diverse testate ed editori in Spagna.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato, con la recente revisione del sito del quotidiano, spiegata ed <a href="http://elpais.com/elpais/2012/02/22/videos/1329906361_357285.html">approfondita</a> da Javier Moreno, Direttore del quotidiano, fondata su tre pilastri, su tre aree concettuali:</p>
<p>- Area Tecnologica: Con un nuovo CMS, un nuovo sistema di gestione dei contenuti, ma soprattutto con la centralità di <a href="http://eskup.elpais.com/index.html">Eskup</a>, la rete sociale attiva da tempo che riunisce per interessi le diverse communities di utenti del quotidiano.</p>
<p>- Ristrutturazione dell’organizzazione dell’informazione: Basata sulle etichette, sulle tag.</p>
<p>- Riorganizzazione del modello di lavoro interno.</p>
<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/El_Pais_Internet.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6511" title="El_Pais_Internet" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/El_Pais_Internet-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a>In  tale ambito fondamentale l’idea di evoluzione da media a rete sociale che la rilevanza data ad Eskup sottintende e che personalmente, se posso ricordarlo, avevo avuto modo di <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2011/10/05/revenues-vo-cercando/">raccomandare</a> come uno dei key pillars sui quali lavorare evidenziandone il ruolo fondamentale per il recupero di una relazione con le persone e, di riflesso, base indispensabile ad un recupero dei ricavi.</p>
<p><em>El Pais</em>, fedele al claim che viene riportato sia per l&#8217;edizione cartacea che in quella online, “el periodico global en <em>español”</em> (il quotidiano globale in spagnolo), per quanto riguarda il recupero dei ricavi punta certamente ad una strategia di grandi volumi di traffico grazie, anche, alla facilitazione di espansione in tutta l&#8217;America Latina rappresentata dall&#8217;utilizzo dello stesso idioma.</p>
<p>Strategia che, secondo gli ultimi <a href="http://www.prisa.com/uploads/imagenes/noticias/principal/201203/principal-ranking-de-diarios-espanoles-en-internet-el-pais-es.jpg">dati</a> disponibili, a livello quantitativo starebbe funzionando con il giornale leader assoluto a livello mondiale con 14,1 milioni di lettori dei quali ben 5,9 milioni, pari ad oltre il 40% del totale provengono da Sud America e Stati Uniti. Dati che collocano <em>El Pais </em>tra i primi 14 quotidiani nel mondo per audience che, secondo quanto <a href="http://www.prisa.com/es/sala-de-prensa/el-pais-lider-mundial-de-la-informacion-en-espanol-en-internet/">dichiarato</a>, mira ad entrare nella top ten.</p>
<p>Il bilancio diffuso <a href="http://www.prisa.com/uploads/ficheros/arboles/descargas/201202/descargas-resultados-es.pdf">evidenzia</a> che l&#8217;area digitale nel 2011 è cresciuta del 25,3% rispetto all&#8217;anno precedente ma non è stata sufficiente a coprire il calo degli investimenti pubblicitari che rappresentano il 22,8% del totale dei ricavi del gruppo Prisa e che si sono ridotti nell&#8217;anno dell&#8217;8%.</p>
<p>Se certamente l&#8217;area digitale è in grado di dare un contributo al recupero contributivo del giornale, sin ora, così come per il <em>Mail Online</em>, si tratta di una <a href="http://blogs.pressgazette.co.uk/editor/2012/04/23/mail-onlines-25m-revenue-is-still-a-drop-in-the-ocean-for-associated-newspapers/">goccia nell&#8217;oceano</a> che complessivamente fornisce un apporto modesto. Per <em>El Pais </em>la strada appare in salita ancora per lungo tempo.</p>
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		<title>Frequenze tv: i dubbi ancora sul tavolo</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 09:26:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[asta televisiva]]></category>
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		<description><![CDATA[Non solo il ricavo economico, ma anche e soprattutto il guadagno in termini di pluralismo: è questa la posta in gioco per eccellenza in tema di assegnazione delle frequenze televisive in Italia. “Pluralismo” è la parola chiave  stando alla disciplina europea e alle procedure di altri Paesi nel continente, come abbiamo illustrato in un precedente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Beauty.jpg" alt="" width="270" height="284" />Non solo il ricavo economico, ma anche e soprattutto il guadagno in termini di pluralismo: è questa la posta in gioco per eccellenza in tema di assegnazione delle frequenze televisive in Italia. “Pluralismo” è la parola chiave  stando alla disciplina europea e alle procedure di altri Paesi nel continente, come <a href="http://it.ejo.ch/5597/etica/frequenze-tv-e-beauty-contest-allitaliana">abbiamo illustrato in un precedente approfondimento su Ejo</a>. Ecco perché le novità recenti sul “beauty contest all’italiana” lasciano tuttora aperti alcuni interrogativi, che provengono da specialisti del settore come dalla società civile. Dalla redazione siciliana di Telejato dove Pino Maniaci lancia l’allarme chiusura, passando per l’équipe del portale specialistico La Voce, sono almeno due i punti di domanda che le ultime mosse del ministro Passera lasciano aperti.</p>
<p>E’ il 16 aprile quando viene approvato, su proposta del ministro per lo Sviluppo economico, un emendamento al decreto che riguarda le semplificazioni fiscali. Corrado Passera fa seguito così alle dichiarazioni lanciate già a dicembre e rivede il sistema di assegnazione previsto dal governo Berlusconi. E’ in particolare il conferimento gratuito delle frequenze ad aver fatto discutere negli ultimi mesi, e il ministro del governo Monti cambia le procedure. La gara  a titolo oneroso – non più la concessione gratuita prevista con Berlusconi premier &#8211; partirà entro la metà di agosto. Rai, Mediaset e gli altri beneficiari del vecchio sistema di “concorso di bellezza” ormai annullato, riceveranno indennizzi in quantità da definire sulla base dei guadagni che l’asta porterà alle casse pubbliche. Verranno tenuti separati gli operatori di rete dai fornitori di contenuti e gli acquirenti dovranno consentire l’uso delle frequenze a chi offre contenuti in una quantità prevista per il 60%.</p>
<p><span id="more-6503"></span></p>
<p><strong>TAGLIATI FUORI </strong></p>
<p>A <a href="http://www.telejato.it/ComitatoSiamoTuttiTelejato.htm">sostenere questo inverno</a> che il governo Monti dovesse rendere a pagamento il concorso per l’assegnazione di frequenze, c’era anche una piccola tv comunitaria con sede a Partinico, Sicilia, e che nel panorama italiano costituisce un caso di eccezione. Telejato, nata come tv di Rifondazione comunista nel 1989, è stata rilevata dieci anni dopo dall’imprenditore edile Pino Maniaci. Lui e la redazione si sono fatti conoscere in questi anni per le battaglie contro la mafia, che hanno portato alla tv locale riconoscimenti di merito in ambito giornalistico e civile, ma anche numerose querele e minacce da parte di cosa nostra. Fra i componenti della redazione, oltre a Pino Maniaci e alla figlia Letizia vincitrice del premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, c’è anche Salvo Vitali. Lui, amico di Peppino Impastato, collaborò al manifesto di Radio Aut che recitava tra l’altro: “La notizia discende direttamente dal sociale e va riproposta in maniera amplificata al sociale stesso senza filtri o interventi manipolatori”. Un intento programmatico che costituisce l’ossatura di molte tv civiche e comunitarie, ancor più in terre difficili per la libera informazione come quella dove opera Telejato. Un intento programmatico che rischia di sbattere contro il muro dello <em>switch off</em>. Il nuovo provvedimento sull’assegnazione delle frequenze non introduce infatti novità riguardo a quelle disposizioni del passaggio da analogico a digitale che di fatto lasciano fuori le tv comunitarie. Soltanto l’ingresso delle tv commerciali viene infatti concesso e normato. Le tv onlus come Telejato, quelle che la legge Mammì del’90 riconobbe come “tv comunitarie”, non avranno passaporto nel nuovo sistema e la loro stessa sopravvivenza è a rischio. Sono più di duecento e verranno chiuse, salvo modifiche (per ora non annunciate) della legge entro il 30 giugno.</p>
<p> Al grido di dolore delle tv come Telejato si aggiunge poi la dichiarazione delle piccole emittenti locali. Marco Rossignoli rappresentante di <a href="http://www.aeranticorallo.it/chi-siamo.html">Aeranti-Corallo</a> ha annunciato infatti che “le attuali risorse frequenziali per le imprese televisive locali sono quantitativamente insufficienti per consentire la prosecuzione dell&#8217;attivita&#8217; in molte delle regioni digitalizzate al 31 dicembre 2010 e per permettere nelle regioni in corso di digitalizzazione a tutte le tv locali analogiche di diventare operatori di rete digitali&#8221;. La richiesta è quella di dedicare un terzo delle frequenze a emittenti locali. Al di là delle proporzioni, le vicende di Telejato e tv locali riportano in luce la sete di pluralismo, che come abbiamo <a href="http://it.ejo.ch/5597/etica/frequenze-tv-e-beauty-contest-allitaliana">visto a gennaio su Ejo</a> dovrebbe essere il principio chiave, e lo è stato di principio e di fatto in altri Paesi europei. Basti citare il caso svedese, dove è stata data attenzione particolare ai programmi locali e alla varietà e pluralità dell’offerta di contenuti.</p>
<p><strong>IL TORNASOLE DELL’ECONOMIA </strong></p>
<p>E se il pluralismo dei contenuti va di pari passo in ambito europeo con il requisito della concorrenza e della neutralità delle tecnologie, allora anche tra gli specialisti del settore i cambiamenti introdotti da Passera sembrano mostrare luci e ombre. Il portale specialistico <em>La Voce</em> sottolineava <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002721.html">per voce di Carlo Cambini e Antonio Sassano</a> le numerose anomalie del sistema di assegnazione previsto fino al 16 aprile. A dispetto delle indicazioni europee, la procedura italiana non rispettava il criterio della neutralità del servizio e della tecnologia, escludeva peraltro gli operatori della telefonia ed era destinata alla specifica tipologia degli operatori televisivi nazionali verticalmente integrati, con un sistema di punteggio che favoriva i player già forti. Dopo l’emendamento introdotto il 16 aprile, il giudizio degli economisti è più benevolo ma i punti d’ombra non mancano neppure ora. All’operazione di Passera, Carlo Cambini e Tommaso Valletti riconoscono il primato del primo importante tentativo di mettere ordine nel sistema frequenziale italiano. Particolarmente ben accolti dai due economisti de <em>La Voce</em> sono la realizzazione di un’asta economica competitiva e la separazione verticale tra fornitori di contenuti e operatori di rete. Questi criteri venivano <a href="http://it.ejo.ch/5597/etica/frequenze-tv-e-beauty-contest-allitaliana">invocati già lo scorso inverno</a>. Ma la loro <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003040-351.html">analisi di fine aprile</a> chiede ancora “maggiore trasparenza su alcuni punti oscuri” e invoca una seria ed efficace <em>spectrum review</em>. Tra le zone d’ombra della nuova gara, c’è ad esempio la questione del pacchetto relativo alle pregiate frequenze in banda 700 MHz. Come richiesto dalla Commissione europea, a partire dal 2015 dovranno essere assegnate ai servizi di larga banda mobile. Il governo prevederebbe un’asta per l’assegnazione triennale ai soli operatori tv, per poi liberarle e condurre una gara rivolta agli operatori delle telecomunicazioni. Una soluzione che <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003040-351.html">lascia perplessi i due specialisti</a>.</p>
<p>Perché non aprire subito l’asta anche agli operatori mobili, con benefici per l’agenda digitale del Paese e per le casse dello Stato, visto che l’asta in questo modo non sarà al ribasso? Questa e altre questioni si aggiungono alla “incertezza esistenziale” delle tv di prossimità come Telejato. Stiamo a vedere che cosa succederà e se queste domande avranno una risposta.</p>
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		<title>Art&amp;Press: quando il giornale è un&#8217;opera d&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 06:57:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Può un giornale diventare un&#8217;opera d&#8217;arte? L&#8217;arte si è sempre confrontata con i media e non si contano gli esempi di come l&#8217;attualità e il presente si siano trasformati nell&#8217;oggetto dell&#8217;espressione artistica. Ma cosa succede quando i giornali diventano la base &#8211; o il materiale stesso &#8211; di un&#8217;opera? La mostra Art &#38; Press in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-05-04-at-8.52.39-AM.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-6489" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="mostra" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-05-04-at-8.52.39-AM-240x300.png" alt="" width="240" height="300" /></a>Può un giornale diventare un&#8217;opera d&#8217;arte? L&#8217;arte si è sempre confrontata con i media e non si contano gli esempi di come l&#8217;attualità e il presente si siano trasformati nell&#8217;oggetto dell&#8217;espressione artistica. Ma cosa succede quando i giornali diventano la base &#8211; o il materiale stesso &#8211; di un&#8217;opera? La mostra <a href="http://www.berlinerfestspiele.de/de/aktuell/festivals/gropiusbau/programm_mgb/mgb_ausstellungen/detail~1_28887.php">Art &amp; Press</a> in cartellone alla <a href="http://www.berlinerfestspiele.de/de/aktuell/festivals/gropiusbau/aktuell_mgb/start.php">Martin Gropius Bau</a> di Berlino fino al 24 giugno esplora le potenzialità dei giornali come strumento &#8211; oltre che contenuto &#8211; artistico, offrendo una carrellata sui maggiori esempi in un lasso di tempo che dalla seconda metà del diciannovesimo secolo si spinge fino alla stretta contemporaneità. L&#8217;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=n-wpN3DkbH8">esposizione</a>, il cui claim è &#8220;arte, verità, realta&#8221; raccoglie opere seguendo due filoni distinti: un primo dove fatti realmente accaduti e la loro narrazione diventano il contenuto, il significato, delle opere e altre in cui, al contrario, i giornali o i media in genere vengono utilizzati come materia della rappresentazione se non esplicitamente come materiale del lavoro creativo.</p>
<p>Alla prima categoria e all&#8217;ambito della testimonianza appartengono ad esempio le opere di<a href="http://www.gerhard-richter.com/"> Gerhard Richter</a> della serie <em><a href="http://www.gerhard-richter.com/art/paintings/photo_paintings/detail.php?5492">Banalitaet des Boesen</a> </em>realizzate con scatti tratti dalle pagine di cronaca di quotidiani. Sullo stesso piano opera anche il <a href="http://www.artdesigncafe.com/Ai-Weiwei-untitled-2011">lavoro</a> senza titolo che il cinese <a href="http://www.aiweiwei.com/">Ai Weiwei</a> ha realizzato appositamente per la mostra berlinese: si tratta di un&#8217;installazione realizzata con alcuni pezzi di ferro prelevati dalle macerie della <a href="http://www.china.org.cn/china/life/2009-02/25/content_17334641.htm">Beichuan High School</a>, una scuola crollata nel 2008 durante un terremoto per i suoi difetti di costruzione.</p>
<p><span id="more-6488"></span>Oltre 1000 studenti sono deceduti nel corso della tragedia e la notizia è stata accuratamente insabbiata dai media cinesi. L&#8217;opera di Ai Weiwei risolve l&#8217;ingiustizia dando, finalmente, la notizia che non venne data all&#8217;epoca dei fatti. Da questo punto di vista sono anche eccezionali gli scatti di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Andreas_Gursky">Andreas Gursky</a> che in <em><a href="http://www.louisiana.dk/dk/Media/Images%3A+Slideshows/Content/Udstillinger/Andreas+Gursky/Gursky_Nha_Trang515x384.jpg">Nha Trang</a> </em>immortala una fabbrica cinese nella sua totale desolazione. Quelle del fotografo tedesco sono immagini dal forte valore documentario cui la messa in scena e la perizia delle scelte estetiche donano l&#8217;aura dell&#8217;opera d&#8217;arte.</p>
<p>Ma il contenuto non è a suo stesso tempo giornalistico? Al secondo filone, quello dove i media e i giornali cartacei in particolare sono sfruttati come strumenti di veicolazione delle opere, si inseriscono però le opere migliori dell&#8217;intera mostra. A cominciare da <em><a href="http://www.korff-stiftung.de/kunst-galerie/beuys-joseph/grafiken/joseph-beuys-doppelpferd-197885/">Doppelpferd</a></em>, opera di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Joseph_Beuys">Joseph Beuys</a> che sfrutta come tela una pagina della <em>Frankfurter Rundschau</em> in cui è pubblicato uno scritto dello stesso artista. <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dimanche">Dimanche, le journal d&#8217;un seul jour</a> </em>è invece la celebre prima pagina ad opera di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yves_Klein">Yves Klein</a> in cui appare la foto di un uomo che salta nel vuoto; molto interessante anche l&#8217;installazione <em><a href="http://www.cmoa.org/searchcollections/imageview.aspx?image=67549&amp;irn=57963">A Mallarmé</a></em> dell&#8217;italiano <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Merz">Mario Merz</a> costruita attorno a una distesa di copie del quotidiano <em>La Stampa</em>. Eccezionale <em>Newsweek</em>, opera dell&#8217;artista belga <a href="http://www.denmark-artist.com/">Denmark</a> che mette in mostra un&#8217;intera annata dell&#8217;omonimo settimanale americano, pieghettata a quadratini di medesima misura.</p>
<p>Colpiscono anche per potenza evocativa i lavori di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Gober">Robert Gober</a> e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Annette_Messager">Annette Messager</a>: il primo con <em><a href="http://www.moma.org/collection/browse_results.php?criteria=O%3AAD%3AE%3A2199&amp;page_number=16&amp;template_id=1&amp;sort_order=1">Untitled</a></em> del 1992 riesce, semplicemente impilando una serie di risme di quotidiani, a creare un&#8217;opera la cui significanza si evince dal fatto che i giornali non possono essere in nessun caso elementi neutri o semplici oggetti cartacei mentre la seconda con <em><a href="http://www.artdesigncafe.com/Annette-Messager-dancing-newspaper-2010">Dancing Newspaper</a></em> (2010),  facendo svolazzare una pagina di quotidiano sopra un ventilatore imprime in un&#8217;installazione tutto il paradosso della carta stampata: anche riportando la notizia più importante, il giornale rimarrà sempre un oggetto volatile, dal consumo estremamente breve. <a href="http://www.marinehugonnier.com/">Marine Hugonnier</a>, invece, sfrutta le prime pagine del <em>Guardian </em>dedicate alla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_degli_ostaggi_in_Iran">crisi degli ostaggi</a> in Iran<em> </em>come base della serie <em><a href="http://greg.org/archive/2012/01/27/orly_marine_hugonniers_art_for_modern_architecture_homage_to_ellsworth_kelly.html">Art for modern architecture</a> </em>e i suoi motivi geometrici.</p>
<p>A suggello di tutto, l&#8217;<a href="http://www.nationmultimedia.com/home/admin/specials/nationphoto/photo/z3zTW96.jpg">installazione</a> muraria di <a href="http://www.barbarakruger.com/">Barbara Kruger</a>, a sua volta realizzata ad hoc per la Martin Gropius Bau: enormi titoli di giornale occupano l&#8217;intero perimetro di una sala dell&#8217;esposizione, giocando con i linguaggi dei media, le loro dinamiche e il rapporto dei lettori con l&#8217;information overload. Con oltre 100 opere esposte, Art&amp;Press è un viaggio preciso nel rapporto tra media e arte. Il percorso storico, inoltre, insieme a mostrare l&#8217;evoluzione delle correnti artistiche, narra anche i cambiamenti che hanno interessato l&#8217;industria dell&#8217;informazione. A sugello di tutto, il secondo piano: qui sono esposti, tra gli altri, lavori di Paul Cèzanne, Renoir, Degas e Max Beckmann che ritraggono i media in contesti quotidiani. Coerentemente con il Leitmotiv della mostra sono fruibili tramite iPad.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Francia 2012: una opinione pubblica europea?</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 05:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ proprio vero che queste elezioni presidenziali francesi segnano un punto di svolta per l’Europa? Per ciò che riguarda la stampa e i media in genere, possiamo dire che stavolta viene chiamata in causa una opinione pubblica europea? Alcuni indizi lasciano pensare che le cose stiano proprio così, ma la partita è ancora tutta da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/presidenziali-2012.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6481" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="presidenziali 2012" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/presidenziali-2012.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>E’ proprio vero che <a href="http://it.ejo.ch/6382/nuovi-media/francia-i-media-di-elezione">queste elezioni presidenziali</a> francesi segnano un punto di svolta per l’Europa? Per ciò che riguarda la stampa e i media in genere, possiamo dire che stavolta viene chiamata in causa una opinione pubblica europea? Alcuni indizi lasciano pensare che le cose stiano proprio così, ma la partita è ancora tutta da giocare.</p>
<p>Europa 2005 &#8220;à rebours&#8221;, torniamo indietro di sette primavere. E’ il 29 maggio 2005 e i francesi vanno alle urne in occasione del referendum sulla Costituzione europea. Lasciando da parte le elezioni per i membri dell’Europarlamento, si tratta di una occasione unica per i cittadini d’oltralpe per esprimersi in merito al progetto europeo e al suo avanzamento. Quale momento migliore per verificare la formazione di una opinione pubblica davvero europea? Ma se sfogliamo gli archivi del 2005 e prendiamo in considerazione i più autorevoli quotidiani francesi ed anche britannici e italiani, scopriremo che l’occasione è in gran parte andata persa. Fuori dalla Francia, il <em>Times</em> si concentra sulle dinamiche interstatali, o tutt’al più mette a confronto due modelli di Europa: quello inglese contro quello francese. I ragionamenti sul bilanciamento tra potenze hanno la meglio sulla costruzione di una identità europea. Il <em>Daily Telegraph</em> si concede anche la riproposizione di antichi stereotipi antifrancesi. Fa ancora più riflettere ciò che avviene sulla stampa francese, direttamente coinvolta nell’appuntamento elettorale. Il <em>Nouvel Observateur</em> con la voce di Jacques Julliard parla apertamente di un voto motivato dalla politica nazionale. L’autorevole <em>Le Monde</em> sottolinea il ruolo della vittoria del “no” alle urne come sanzione negativa per la classe dirigente nazionale.</p>
<p>Certo, le ragioni del malcontento vengono ricomprese poi in una dimensione europea, come fa Pierre Rosanvallon sempre su<em> Le Monde</em>. Ma persino in una elezione europea come questa, dire che il dibattito dell’opinione si sia realizzato sulla base di una identità e di un coinvolgimento europei sarebbe quantomeno azzardato.</p>
<p><span id="more-6479"></span></p>
<p><strong>FRANCIA 2012:</strong> L’ENJEU Arriviamo quindi agli ultimi giorni di campagna elettorale prima che il ballottaggio consegni alla Francia il suo nuovo Presidente. Sette anni dopo quel “no” alla Costituzione, in una elezione nazionale, paradossalmente l’<em>enjeu</em>, la posta in gioco, si rivela molto più ampia. Alcune parole chiave del discorso politico si riflettono anche sulla stampa: demondializzazione, euro, Europa, equilibrio e patto <em>budgétaire</em>, rigore, globalizzazione, <a href="http://abonnes.lemonde.fr/election-presidentielle-2012/article/2012/04/29/les-frontieres-sarkozy-a-raison-d-en-parler-encore-et-encore_1692942_1471069.html">frontiere</a>. Frontiere appunto: valichi linguistici che contribuiscono come un fermacarte a segnare i confini tra le parti politiche, ma che stipulano anche un linguaggio condiviso e il dominio per il dibattito dell’opinione. Il campo della discussione e della decisione politica appare quindi europeo: i riverberi si percepiscono chiaramente anche sulla stampa italiana. Sergio Romano sul <em>Corriere</em> e Bernard Guetta su <em>Repubblica</em> convergono in fondo sulla stessa tesi: le presidenziali francesi sarebbero il segno di una Europa che somiglia sempre più agli Stati Uniti, cioè a uno Stato federale. Una ipotesi che fino a qualche anno fa non convinceva i politologi, i quali come Panebianco osservavano una Unione “strano animale”, né confederazione né Stato federale, un unicum insomma. Ma “oggi tutto succede”, scrive Guetta il 30 aprile su<em> Repubblica</em>, “come se i dibattiti di uno degli Stati dell’Unione, la Francia, avessero influenzato tutti gli altri, come se l’Europa fosse già diventata un insieme politico (…) Ne siamo ben lontani ma è verso questo orizzonte che la Francia e le sue presidenziali hanno fatto avanzare l’Unione”.</p>
<p><strong>PARLARE DI EUROPA</strong> Di Europa si parla quindi, nei discorsi elettorali, sulla stampa francese e per riverbero su quella italiana. Si tratta di un avanzamento eccezionale come scrive Guetta? Se si osserva il fenomeno per la rappresentazione che la stampa costruisce, gli indizi positivi sono molti, e fanno ancor più scalpore se confrontati con ciò che si muoveva sul fronte dell’opinione nel 2005, lo abbiamo visto. Mancano però alcune precisazioni per cogliere le dimensioni della questione. Sulla stampa il processo di integrazione sembra seguire ondate cicliche. Anche nell’estate 2011 – lo abbiamo <a href="http://it.ejo.ch/4479/giornalismi/la-crisi-dellunione-divide-anche-la-stampa">visto su Ejo</a> &#8211; c’era chi ventilava una accelerazione nel processo, come Jean Quatremer, che su <em>Libération</em> titolava “<em><a href="http://www.liberation.fr/economie/01012350556-comment-la-crise-grecque-a-federe-l-europe">Comment la crise grecque a fédéré l’Europe</a></em>”. La crisi aveva fatto esplodere l’annoso dibattito: più o meno Europa? Un anno dopo, le elezioni francesi sulla stampa paiono far discutere su <em>quale</em> Europa. Ma se già nel 2011 in piena crisi avevamo visto come la dinamica tra potenze, e in particolare il gioco polemico tra Francia e Germania, occupava  ampiamente i tempi della discussione, la fase attuale non è per certi versi differente. In fin dei conti, come ci ricorda il termine “Merkozy” coniato proprio sulla stampa, le scelte di Francia si rivelano determinanti per tutta Europa anche e soprattutto perché la dimensione europea è stata finora fortemente segnata dagli equilibri intergovernativi, fra Germania e Francia in primis. La opinione pubblica che parla il linguaggio dell’Europa, di una identità comune e di una narrazione propria, deve ancora venire, sempre se verrà.</p>
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		<title>Genere e Media</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 05:03:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Sbaffi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che “genere” di tv? È la domanda che fa da sfondo alla ricerca svolta da GEMMA – Gender e Media Matter &#8211; i cui risultati sono stati presentati di recente  presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza. Il seminario “Genere e Media” ha rappresentato l’occasione per portare alla luce i primi dati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Gemma.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6477" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Gemma" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Gemma-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a><strong>Che “genere” di tv? È la domanda che fa da sfondo alla ricerca svolta da GEMMA – Gender e Media Matter &#8211; i cui risultati sono stati presentati di recente  presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza. Il seminario “Genere e Media” ha rappresentato l’occasione per portare alla luce i primi dati relativi alla ricerca, che è ancora lunga e complessa visto l’estensione del campione e delle tematiche da analizzare.</strong></p>
<p>Gemma, con la direzione scientifica della professoressa Milly Bonanno, si pone l’obiettivo di monitorare le rappresentazioni di genere nella quotidianità dei mezzi di comunicazione e le modalità di trasmissione delle identità di genere nella nostra cultura.</p>
<p>Al seminario, strutturato in quattro panel di discussione (informazione, intrattenimento, fiction e pubblicità), hanno preso parte numerosi esponenti del mondo accademico, dell’informazione e della tv. Nella sua introduzione alla giornata di studio Milly Bonanno ha tenuto a puntualizzare come “siamo in presenza di un campo complesso, multiforme, di cui non si può fare giustizia attraverso letture semplicistiche e generalizzazioni che riducano la televisione a una sorta di compatta unità monolitica, e le sue politiche di rappresentazione alla egemonia di una immagine dominante. Quindi Gemma fonda la propria specificità sull’impegno programmatico a mappare la attuale configurazione del poliedrico campo genere e media attraverso pratiche di ricerca intese ad individuare soprattutto le dissimilarità, le disgiunture, i contrasti nelle politiche televisive di rappresentazione del femminile e del maschile”.</p>
<p><span id="more-6474"></span>Emerge comunque qualche motivo di insoddisfazione e di perplessità, “nella distribuzione asimmetrica delle presenze e dei ruoli femminili e maschili, con netta predominanza di quest’ultimi ovvero il “maschiocentrismo” dei media – come viene definito dalla docente –  distinguibile analiticamente dal maschilismo. E nell’uso strumentale ed erotizzante cui è sottoposto il corpo delle donne, ovvero la sessualizzazione della figura femminile. Queste sono due emergenze dominanti e persistenti nel tempo della problematica relazione tra genere e media”.</p>
<p>Il campione della ricerca svolta da Gemma si è basato sulla programmazione di una “settimana ricostruita” (8.00 – 24.00, dal 14 febbraio al 3 aprile 2011) delle sei emittenti nazionali (oltre La7 per il genere informazione), per un campione complessivo composto da 672 ore di registrazione riguardanti talk show, quiz, fiction, pubblicità, programmi d’attualità, approfondimento e informazione. Nel corso dei panel di Informazione e Intrattenimento è stato messo in risalto come nel campo dell’informazione la dimensione di genere preveda una netta prevalenza della figura maschile a differenza dell’intrattenimento dove la figura femminile conquista una posizione migliore. In particolare, i talk show (sono 27 i programmi analizzati nel palinsesto nazionale) sono caratterizzati prevalentemente da una conduzione maschile e anche nella co-conduzione la donna non ha spazio, solamente Luisella Costamagna su La7 ha lavorato in co-conduzione. E’ rilevante il dato relativo alla consuetudine di commentare e interpretare documenti, che è prevalentemente maschile: 70% contro 30%. Prevale la dimensione maschile nella conduzione di programmi a maggiore cadenza settimanale, come ad esempio “Diario italiano”, “Otto e mezzo”, “Agora”̀, “Porta a porta”. La dimensione femminile è più rilevante nel dato sugli ospiti quando le trasmissioni trattano temi sociali, come anoressia, velinismo, o anche eventi come il Festival di San Remo e la manifestazione ‘Se non ora quando’ (che si svolgeva nel periodo di rilevazione). Su temi politici come la questione libica o la crisi italiana, o istituzionali come la riforma della giustizia, le donne chiamate a intervenire sono poche, circa il 20% del totale degli ospiti e generalmente sono delle politiche. Il 20% è un dato che emerge anche dal Global Media Monitoring Project Italia 2009-2010.</p>
<p>Mancano tra gli ospiti soprattutto le figure di esperte. Alcune tuttavia sono presenti in trasmissioni che trattano specificamente temi sociali, come Protestantesimo o Maurizio Costanzo Talk. Sono invece presenti donne di spettacolo quando, ad esempio, Porta a porta è dedicato al Festival di San Remo.</p>
<p>Nella trattazione di temi sociali il femminile viene rappresentato come oscillante tra due poli: la ‘donna forte’, ad esempio in alcuni punti delle trasmissioni sulla manifestazione “Se non ora quando” e la ‘donna debole’, quella esposta ai pericoli dei social network e alla dimensione della prostituzione o della anoressia. Tendenzialmente i programmi d’informazione presentano una prevalenza maschile di 4 a 1 per quanto riguarda gli ospiti. Mentre nella conduzione e nella ideazione o autorialità dei programmi c’è un discreto bilanciamento che sembra avere alle spalle un processo di ‘femminilizzazione’ delle diverse professioni dei media.</p>
<p>A seguire il panel sulla Fiction, attraverso un’analisi che ha coinvolto anche le fiction straniere, si è rilevata una sostanziale equivalenza dei ruoli tra uomo e donna, ed è emerso come nelle fiction italiane è la figura femminile ad essere caratterizzata da una maggiore complessità e spesso da un ruolo subordinato a quello dell’uomo. Si nota quindi un cambiamento nella rappresentazione di genere, le donne hanno più ruoli da protagoniste. Ma la sceneggiatrice Donatella Diamanti ha spiegato come la differenza di genere sia più marcata in Italia rispetto alle fiction made in USA: “La donna deve avere sempre una marcia in più, per esempio nella fiction poliziesca se ha un momento di rabbia va in palestra a sferrare pugni al sacco, ha bisogno cioè di un iperconnotazione per assomigliare di più all’uomo”.</p>
<p>Per quel che concerne, invece, lo scenario di genere nell’ambito della pubblicità, si è cercato di mettere in luce se il ruolo sociale degli attori influisca sul contenuto del messaggio da diffondere e se l’immagine dei due generi dia o meno credibilità al messaggio stesso. Nella pubblicità commerciale le donne risultano poco emancipate, emotive, o casalinghe, mogli e madri oppure donna seduttrice.</p>
<p>Nella tavola rotonda finale Simona Ercolani, autrice televisiva, ha delineato la situazione in Rai: “Nell’intrattenimento si trovano più elementi degenerativi della femminilizzazione. In Rai, seppure è un’azienda guidata da una donna, chi prende le decisione è sempre un uomo, direttori di rete, di palinsesto, tutta la parte editoriale è gestita al maschile, loro hanno l’ultima parola”.</p>
<p>Daniela Brancati, autrice del libro “Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia. Una storia dal 1954 a oggi”, ha chiuso la giornata mettendo in risalto come lo scopo finale oggi sia arrivare solo al consumatore e non al telespettatore “bisognerebbe trovare il coraggio di rappresentare la complessità sociale, normalità con i suoi pregi e suoi difetti. Il problema non è se le donne vengono rappresentate vestite o spogliate ma è l’unicità di questa proposta”. Il punto su cui tutti i relatori sembrano convergere riguarda il &#8220;Maschiocentrismo&#8221; inteso come adozione della prospettiva degli uomini nella definizione dei ruoli femminili nella televisione italiana e dai dati emerge soprattutto come sia il campo dell’informazione quello che tratta peggio il genere femminile rispetto al resto della tv.</p>
<p>Ma la strada che Gemma vuole percorrere è ancora lunga, la ricerca è un “work in progress” e come ricorda la professoressa Buonanno “la gemma è una pietra sfaccettata e prismatica, per questo è divenuto metafora di complessità e del metodo scientifico che consente di accedere alla conoscenza e alla comprensione della poliedricità del reale, scomponendo e poi  ricomponendo le diverse facce che lo costituiscono”.</p>
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		<title>L&#8217;indipendenza di Euronews eil futuro dell&#8217;informazione europea</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 05:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Micheletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Facendo zapping televisivo sarà capitato a molti di imbattersi in Euronews, il canale di attualità internazionale lanciato nel 1993, a cui sembrano per ora essere affidate le sorti di un eventuale medium europeo. Accanto al ciclo di news che l’emittente manda in onda nelle 24 ore, lo spettatore avrà potuto assistere ad alcuni programmi, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-04-18-at-7.52.55-AM.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-6393" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Euronews" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-04-18-at-7.52.55-AM-300x145.png" alt="" width="300" height="145" /></a>Facendo zapping televisivo sarà capitato a molti di imbattersi in <a href="http://it.euronews.com/"><strong>Euronews</strong></a>, il canale di attualità internazionale lanciato nel 1993, a cui sembrano per ora essere affidate le sorti di un eventuale <em>medium</em> europeo. Accanto al ciclo di news che l’emittente manda in onda nelle 24 ore, lo spettatore avrà potuto assistere ad alcuni programmi, come <a href="http://it.euronews.com/programmi/futuris/"><strong>Futuris</strong></a>, <a href="http://it.euronews.com/programmi/innovation/"><strong>Innovation</strong></a> o il nuovissimo <a href="http://it.euronews.com/programmi/frontline/"><strong>On the frontline</strong></a>, scambiandoli per normali reportage giornalistici. Sbagliato. Anche se per scoprirlo bisogna attendere (e saper interpretare) il logo con la bandierina europea nei titoli di coda, questi programmi sono confezionati ad arte per la Commissione europea, a cui costano fino a 25.000 euro ciascuno. Sono insomma dei veri e propri spot pubblicitari mascherati da reportage.</p>
<p><span id="more-6389"></span>L’investimento della Commissione europea nell’emittente con sede a Lione non è un mistero, soprattutto  per chi gravita attorno alla sfera UE. Negli ultimi anni i fondi stanziati dall’esecutivo UE al canale sono in costante aumento, e, come si legge nel <a href="http://ec.europa.eu/dgs/communication/pdf/progr2012_en.pdf">programma del Direttorato Generale per la Comunicazione della Commissione</a>, segnalato dal blog <a href="http://www.lacomeuropeenne.fr/2012/04/10/%C2%AB-on-the-frontline-%C2%BB-hybridation-entre-information-d-euronews-et-communication-de-la-commission-europeenne/">Décrypter la communication européenne</a>. E sono destinati a crescere. Per il 2012 la cifra destinata al confezionamento di programmi ad hoc ammonta a 6,5 milioni di euro, a cui si vanno ad aggiungere altri 12 milioni per lo sviluppo multilingue di Euronews. In totale, secondo la testata specializzata <em>Broadcast Engineering,</em> circa il 25% del bilancio dell’emittente, che è partecipata da 21 emittenti pubbliche europee.</p>
<p>Un investimento giustificato dagli obiettivi strategici della DG Comunicazione, fra cui la necessità delle istituzioni di “assicurarsi nel lungo termine una copertura degli affari europei da una prospettiva europea” e di sviluppare “una sfera pubblica europea”, informando i cittadini delle attività che originano a Bruxelles. In altre parole, di compensare il disinteresse della stampa generalista nei confronti delle tematiche UE, che si è accompagnato negli ultimi anni ad un’emoraggia di corrispondenti dalla capitale europea.</p>
<p>Qualcuno potrebbe obiettare che la copertura stampa della UE non manca, soprattutto in questo momento, con la crisi del debito sovrano, l’euro e le vicende della Grecia. Rimane tuttavia difficile catturare l’interesse dei media su altri ambiti che alla UE interessa comunicare, e che esulano dai momenti cerimoniosi  che coinvolgono i capi degli Stati membri, come i Consigli europei. Ad esempio, è difficile far parlare i media del continente dei progressi fatti in ambito scientifico, grazie ai fondi destinati dalla UE a ricerca e innovazione.</p>
<p>Da qui la necessità di studiare a tavolino programmi come <em>Futuris</em> o <em>Innovation. </em>Ci si potrebbe tuttavia chiedere perché il lancio di <em>Innovation</em>, ad esempio, venga annunciato con <a href="http://ec.europa.eu/research/index.cfm?pg=newsalert&amp;lg=en&amp;year=2011&amp;na=na-020211">un comunicato</a> sul sito della Commissione senza alcun cenno esplicito al rapporto fra l’istituzione ed Euronews. Come se il programma che, secondo la descrizione riportata sul sito della Commissione, “accende i riflettori sulle eccitanti storie di successo della innovazione e ricerca europee”, nascesse per spontanea iniziativa dei giornalisti dell’emittente. Ancora, ci si potrebbe chiedere perché il programma non sia accompagnato, come sarebbe opportuno, da un logo in costante sovraimpressione che segnali che si tratta di informazione sponsorizzata. Stesso discorso per <em>On the frontline</em>, realizzato in partnership con la DG Affari interni, e presentato sul sito di Euronews semplicemente come “programma che punta i riflettori sulle più calde questioni europee per approfondirle a tutto campo”. Ma che fa bella mostra di sè anche sulla home page del sito della DG Affari interni.</p>
<p>Questo mix non sempre trasparente di contenuto sponsorizzato e informazione stride sia con le caratteristiche di indipendenza e imparzialità riportate nella presentazione dell’emittente sul proprio sito, sia con la <a href="http://it.euronews.com/services-ue/#p1">Carta editoriale allegata al contratto con l&#8217;Unione europea</a>, dove Euronews ribadisce la sua fedeltà ai principi di etica giornalistica, anche nello svolgimento dei servizi per la UE. È infatti difficile pensare che uno di questi programmi arrivi a criticare apertamente le istituzioni europee, essendo stati acquistati tramite un contratto uguale a quelli che la Commissione sottoscrive con agenzie di comunicazione per gli eventi, la pubblicità o i video promozionali.</p>
<p>Il fenomeno Euronews risolleva infine il dibattito più ampio sul futuro dell’informazione sull’Unione europea. Il giornalismo che tratta di politiche comunitarie è davvero destinato a sopravvivere solo grazie a sussidi sempre più pesanti? E in questo caso, Euronews è destinata a diventare il canale di servizio pubblico europeo, alla pari di un’emittente statale? Se questa fosse la direzione che si intende imboccare, sarebbe necessario un deciso cambio di formula: come emerge dai commenti dei blogger su <a href="http://polscieu.ideasoneurope.eu/2012/04/11/euronews-becomes-eu-commission-propaganda-channel/">Polscieu</a>, occorrerebbe una svolta legislativa a livello europeo che conferisca ad Euronews uno status diverso da quello di strumento promozionale, con uno statuto più forte a tutelare l’indipendenza editoriale dell’emittente. Altrimenti sono a rischio sia la credibilità di Euronews che quella dei suoi committenti.</p>
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		<title>Stampa e riforma, la retorica della modernità</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 12:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>
		<category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Nell’intermezzo tra la chiusura del tavolo fra governo e parti sociali e il viaggio in Asia di Mario Monti,  mentre la mediazione tra partiti, sindacati e governo conquistava un ruolo da protagonista della narrazione giornalistica, proprio la stampa è stata una delle sedi del dibattito sulla riforma del lavoro. Confermando quella linea di tendenza per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/giornali.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3824" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="giornali" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/giornali-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" /></a>Nell’intermezzo tra la chiusura del tavolo fra governo e parti sociali e il viaggio in Asia di Mario Monti,  mentre la mediazione tra partiti, sindacati e governo conquistava un ruolo da protagonista della narrazione giornalistica, proprio la stampa è stata una delle sedi del dibattito sulla riforma del lavoro. Confermando quella linea di tendenza per cui quando il web dà in tempo reale la notizia, la carta si fa forte del proprio ruolo sedimentato di cassa di risonanza ed elaborazione dell’opinione, nella scorsa settimana i giornali cartacei hanno stipulato una sorta di spazio di mediazione delle opinioni. Rivisitando le 5 W “who, where, when, what, why?” &#8211; chi, dove, quando, cosa, perché &#8211; ovvero il mantra del giornalismo di tradizione anglosassone, la cronaca trasformatasi in opinione rende meno netta e più friabile la costruzione dello “scheletro” della notizia, il profilo dei fatti. Questa dilatazione è ben visibile sul piano temporale, il “quando”, perché la dimensione temporale a cui fare riferimento diventa protagonista della narrazione dei fatti e della manipolazione della notizia. Anche l’individuazione dei soggetti, il “chi”, è frutto di una scelta di senso, come si può notare osservando i protagonisti della scena pubblica mediatica, tra i quali possiamo individuare i presenti ma anche gli assenti, gli invisibili – o visibili a singhiozzo, precari per l’appunto.</p>
<p><span id="more-6281"></span><strong>SINTONIE</strong></p>
<p>Dal 21 marzo e per poco meno di una settimana, alla riforma del lavoro i principali quotidiani dedicano l’apertura e un tempo della narrazione piuttosto ampio: in media sono una decina le pagine consecutive occupate da questo tema. Gli approcci alla questione sono differenziati e in più di un caso i diversi punti di vista vengono esplicitati su editoriali <em>engagé. </em>Esemplare in questo senso <a href="http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_24/una-trincea-ideologica-ferruccio-de-bortoli_760646f2-7579-11e1-88c1-0f83f37f268b.shtml">il De Bortoli di sabato 24 marzo</a>, che a sua volta critica il Viale de <em>Il Manifesto</em>. Guido Viale replica il 27 marzo ne “<a href="http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20120327/manip2pg/01/manip2pz/320170/manip2r1/Guido%20Viale/">L’estremismo del capitale</a>”, confermando la costruzione di un dibattito delle idee che avviene sulle e tra le testate. Non è da meno, nel proporre una propria visione situata dell’azione, Eugenio Scalfari il 27 marzo nel suo “<a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/03/25/news/governo_e_sindacato_uniti_nell_errore-32158824/">Governo e sindacati uniti nell’errore</a>”. Sulla stampa a maggiore diffusione, Corriere e Repubblica in particolare, sul fronte del dibattito è possibile individuare alcune sintonie: entrambi i punti di vista sono accomunati dall’opinione che l’articolo 18 abbia un peso irrisorio sulla realtà del mondo del lavoro, per quanto esprimano posizioni diverse. Ed entrambi i giornali incentrano la narrazione proprio su questo punto, l’articolo 18, seppur da angolazioni differenti. Se il Corriere mette in evidenza le aperture (“Il nuovo articolo 18 varrà per tutti”), lo stesso giorno in apertura Repubblica parte dalle tensioni: “Cambia l’articolo 18, la Cgil non ci sta”. Tuttavia è un’altra ed ancora più sottile, la sintonia di fondo tra i due giornali e i due articoli di opinione di De Bortoli e Scalfari: la contestualizzazione temporale della vicenda. Di più, il fattore tempo e la memoria storica diventano strumenti per la manipolazione della narrazione presente.</p>
<p><strong>MODERNITA’ E ARCAISMO</strong></p>
<p>Se lo stesso Scalfari qualche settimana fa aveva avviato <a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/01/29/news/scalfari_editoriale_29_gennaio-28945200/">un parallelismo tra l’epoca del sindacalista Lama</a> e l’era Camusso, De Bortoli e il <em>Corriere</em> in generale avviano una costruzione narrativa persino più sistematica. Si comincia con Di Vico e “<a href="http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_21/i-veti-fuori-dal-tempo-dario-di-vico_8a97bb92-731b-11e1-85e3-e872b0baf870.shtml">I veti fuori dal tempo</a>” del Corriere del 21 marzo. Le “lungaggini del confronto con le parti sociali” vengono qui descritte come una dinamica perversa e incancrenita nel tempo, a cui Monti ha saputo porre fine. Lo scontro fra i tempi che furono e quelli che sono (o che <em>possono</em> essere) è un <em>leit motiv</em> che  fa parte di una più complessiva costruzione retorica e narrativa. L’esempio è a pagina 5: le “decisioni da prendere in modo <em>moderno</em>” del pezzo di apertura su Monti sembrano fare il paio con la “transizione dolorosa da un sistema <em>arcaico</em>” del trafiletto su Marchionne nella stessa pagina.  L’opposizione semantica e valoriale tra modernità  e arcaismo viene ribadita nell’editoriale di De Bortoli sabato 24. Il direttore parla di “ripetizione logora di schemi mentali del passato”, del “tentativo di creare un solco ideologico” che paradossalmente sembra ribadito ed enfatizzato dal titolo stesso, “<a href="http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_24/una-trincea-ideologica-ferruccio-de-bortoli_760646f2-7579-11e1-88c1-0f83f37f268b.shtml">Una trincea ideologica</a>”.  A riprova che il dibattito si dipana anche sui giornali di carta e che le scelte semantiche e le costruzioni narrative costituiscono le “armi” del contendere delle idee, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/03/27/news/tabu_rovesciato-32260166/">Mauro il 27 marzo su Repubblica</a> riprende la condanna agli atteggiamenti ideologici, pur riferendola alla parte opposta. </p>
<p><strong>ALTRI TEMPI</strong></p>
<p>Negli stessi giorni della settimana, intanto, occupa spazio sui giornali e sulle homepage (di <a href="http://www.liberoquotidiano.it/news/963828/La-Fornero-al-cimitero-video-sputtana-Diliberto.html"><em>Libero</em></a> in primis) l’episodio della maglietta “Fornero al cimitero” e di Diliberto, secondo quel meccanismo -  <a href="http://it.ejo.ch/6136/etica/tav-i-media-e-la-mediazione-mancata">già analizzato nel caso stampa No Tav</a> – per cui il singolo episodio viene eretto a simbolo e la minaccia della tensione produce a sua volta tensione (narrativa). Il risultato paradossale di questa dinamica è che, se da un lato la contrapposizione tra modernità e arcaismo spinge a parole verso il cambiamento, dall’altro la retorica narrativa a supporto di questo concetto sfrutta al massimo le suggestioni dei tempi che furono. Lampante la descrizione di Landini fatta da <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/22/il-freno-della-fiom.html">Piero Ottone su Repubblica del 22 marzo</a>: il leader Fiom “non potrà impedire la prevalenza nell’Italia odierna di un sindacato possibilista (…) e tuttavia potrà ritardarla”, scrive Ottone. Che si pone la domanda “che cosa vuole questo personaggio?”, il quale “appartiene alla schiera di coloro che vogliono cambiare il mondo”? E per rispondere fa riferimento alle “guerre e distruzioni di metà del Novecento” oltre che a Karl Marx. Prova a ribaltare questa interpretazione <em>il Manifesto</em>, che restituisce un diverso significato al passato e al presente, confermando che proprio su questo piano temporale dilatato si sta giocando il dibattito delle idee “su carta”. Lo si vede ad esempio nella domanda <a href="http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6864/">rivolta a Carlo Smuraglia in un’intervista</a>: “Professore, gli entusiasti di questa annunciata riforma del mercato del lavoro parlano di «fine di un&#8217;epoca», l&#8217;epoca cioè del «consociativismo». Siamo davvero a un passaggio storico?”. Dopo aver disvelato l’opposizione tra modernità e arcaismo imbastita dalla stampa <em>mainstream </em>e aver arginato il parallelismo tra l’ieri e l’oggi, il quotidiano partecipa al dibattito tentando di restituire ai passaggi storici il significato che ebbero per i lavoratori, e domanda “quanto fu difficile l&#8217;introduzione del principio dell&#8217;articolo 18 nello Statuto dei lavoratori”.<strong> </strong> </p>
<p><strong>SOGGETTI INVISIBILI</strong></p>
<p>E concentrando l’attenzione proprio sulla rappresentazione del punto di vista e sul protagonismo narrativo dei soggetti coinvolti dalla riforma, lavoratori in primis, si possono fare in conclusione alcune osservazioni. Proprio i quotidiani che attingono sul piano retorico al concetto di  modernità, spesso tralasciano di rappresentare sulla scena pubblica la soggettività  dei precari, in larga parte giovani. Se si parla di questa fascia sulla stampa, lo si fa non di rado per citare gli obiettivi dichiarati della riforma, mentre sono decisamente più diradati i casi in cui la stampa si avvale del suo potenziale critico e informativo per confrontare i mutamenti che la riforma intende introdurre con i loro impatti sulla classe precaria. Le due pagine dedicate da Repubblica il 23 marzo alle proteste dei precari e alle criticità dei provvedimenti venturi nei confronti di questa fascia sociale rappresentano un caso singolare, mentre lo stesso giorno il Corriere fa accenno alla manifestazione nella stringa di una didascalia. Ben due pagine sono invece dedicate dal giornale di via Solferino domenica 25 all’intraprendenza di alcuni giovani scelti dalla testata oltre che al curriculum ideale. “Cosa fa davvero la differenza? Non arrendersi mai e provarle tutte. Ecco le storie dei ragazzi”, recita il sommario. Lo stesso giorno Dario Di Vico pare sollevare il problema della scarsa rappresentanza sulla scena pubblica dei precari, ma lo fa in modo limitato riferendosi a una categoria specifica e a tavolo concluso: “Perché nessuno ascolta il popolo delle partite Iva?”, si domanda. La lacuna sul fronte della rappresentazione mediatica della soggettività precaria viene in parte colmata se si rivolge lo sguardo oltre i due giornali più venduti. Il “giovane” (per data di nascita) Fatto Quotidiano ad esempio offre lo strumento del <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/21/lavoro-zerbino-leuropa/199181/">blog a un soggetto collettivo precario</a>, San Precario, che sulla riforma si esprime. Anche il (meno giovane) <em>Manifesto</em> <a href="http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6846/">dedica spazio</a> alla posizione dei gruppi organizzati di precari sulla riforma. Paradossalmente proprio i quotidiani  che più di tutti inneggiano alla modernità e che su di essa costruiscono strategie retoriche, raramente si fanno intermediari di questi punti di vista, mostrando in tutta evidenza che la modernità sta dove la vede chi la racconta</p>
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		<title>Diffidate dei social media</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 10:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Arianna Huffington]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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		<description><![CDATA[I social media rischiano sempre più di diventare armi di distrazione di massa, feticci della nostra epoca, deviazioni (del giornalismo) dalla realtà. Il monito arriva da una insospettabile, la regina del giornalismo nativo digitale di dimensioni globali, Arianna Huffington. Proprio lei, che ha fondato il suo impero sul sapiente utilizzo di Facebook e Twitter oltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/HuffPo-socialnews.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6168" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="HuffPo-socialnews" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/HuffPo-socialnews-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" /></a>I <em>social media</em> rischiano sempre più di diventare armi di distrazione di massa, feticci della nostra epoca, deviazioni (del giornalismo) dalla realtà. Il monito arriva da una insospettabile, la regina del giornalismo nativo digitale di dimensioni globali, Arianna Huffington. Proprio lei, che ha fondato il suo impero sul sapiente utilizzo di Facebook e Twitter oltre che dei blog, invita a diffidare dei <em>social media</em>.</strong></p>
<p>Succede naturalmente sull’Huffington Post, nella versione americana, l’8 marzo, e rimbalza fino <a href="http://it.ejo.ch/5825/nuovi-media/le-huffington-post">all’edizione francese</a> di tre giorni dopo. “<a href="http://www.huffingtonpost.com/arianna-huffington/social-media_b_1333499.html?utm_source=DailyBrief&amp;utm_campaign=030912&amp;utm_medium=email&amp;utm_content=FeatureTitle&amp;utm_term=Daily%20Brief">Viralità <em>über Alles</em>: Cosa ci sta costando la feticizzazione dei social media</a>” è un editoriale che fa notizia soprattutto se si considera da chi proviene l’avvertimento, la frenata brusca sul terreno <em>social</em>. Con Facebook e Twitter l’Huffington Post è cresciuto nei numeri e nella qualità: con i post ha seguito le campagne elettorali e ha sfruttato i contributi “dal basso” (vedi alla voce <a href="http://www.huffingtonpost.com/off-the-bus-reporter">OffTheBus</a>), ha creato interfaccia appositi come <a href="http://www.huffingtonpost.com/social/join.html">HuffPost Social News</a>, ha foraggiato le microcomunità che iniziavano ad aggregarsi attorno alle notizie e alle opinioni. Che digitale e sociale andassero assieme, ancor più nell’esemplare caso Huffington, l’abbiamo già <a href="http://it.ejo.ch/5171/nuovi-media/huffpost-cronistoria-di-un-successo">visto su Ejo</a>. E la stessa Arianna Huffington non può negarlo: “Naturalmente, scrivo seduta nella redazione di HuffPost, dove siamo aggressivi quanto tutti gli altri media outlet nello sfruttare i <em>social media</em>. Recentemente, siamo persino stati riconosciuti come una delle tre most viral news sources su Facebook e Twitter”. Ma, spiega la Huffington, “li abbiamo utilizzati per ciò che erano, cioè <em>strumenti</em>”.</p>
<p><span id="more-6162"></span>Arianna Huffington ci prova comunque, in questa primavera 2012, a sconfessare l’uso dei <em>social media</em>. L’attacco è diretto in particolare ai media tradizionali, a quelli che hanno creduto che i media sociali fossero una bacchetta magica da utilizzare in qualsiasi caso e ad ogni costo. Sotto accusa sono le due presunte conseguenze dell’attaccamento morboso dei media ai colleghi social: anzitutto una innaturale mutazione dei tempi della notizia e l’ossessione per il presente. Poi, l’incapacità dei media di ripristinare una sensata <em>agenda setting</em>, virando principalmente su ciò che fa tendenza su Facebook e Twitter. Succede così che la Huffington, da sempre attenta al gossip, all’intrattenimento e in generale alle <em>soft news</em>, domandi ai colleghi giornalisti se non ci si sta per caso dimenticando di “ciò che per gli americani” conta, cioè la disoccupazione o la casa. “Feticizzare i social media è diventata la principale distrazione, e siamo un Paese che adora venir distratto”, ecco il pericolo del “dar da mangiare alla bestia dei social media”: “comunichiamo senza attenzione a cosa stiamo comunicando”, sostiene la Huffington. E’ davvero la vicinanza all’ecosistema dei <em>social media</em> a determinare il distacco dalla realtà? Inseguendo i post o i tweet, si rincorre un’ossessione? Chiaramente il monito della Huffington va preso per quello che in fondo è, cioè un attacco all’uso <em>degenerato</em> dei media sociali. E questa alterazione si verifica nel momento in cui i media tradizionali, su cui punta il dito l’autrice dell’editoriale, si fanno condizionare e condizionano, insomma in quel frangente del processo editoriale in cui il <em>post</em> o il <em>tweet</em> viene trasformato in notizia.</p>
<p><strong>EVOLUZIONI E MANIPOLAZIONI</strong></p>
<p>E’ su questo anello della catena che bisogna davvero concentrare l’attenzione, perché in questo passaggio si cela la manipolazione della fonte giornalistica. Perlomeno dal punto di osservazione italiano, Facebook e Twitter di per sé si rivelano non di rado uno dei pochi cordoni ombelicali con la realtà diffusa, una finestra aperta su punti di vista scarsamente considerati dai media tradizionali oltre che una rivincita del tempo della realtà su quello condizionato dell’agenda giornalistica. Non sono insomma gli strumenti, ad allontanare dai problemi reali, ma semmai l’uso che se ne fa. Proprio per questo motivo, la parziale sconfessione dei <em>social media</em> da parte di una  giornalista ed editrice del calibro e dell’originalità di Huffington è un utile invito alla riflessione.</p>
<p>L’attrazione ossessiva dei media che furono per quelli che saranno non indica necessariamente una consapevolezza nell’uso di questi strumenti, come è possibile osservare anche in Italia. Paginate di carta sono state dedicate alla “scoperta” della terra vergine Facebook , che ha determinato lo stupore dello sguardo, ha suggerito le più svariate osservazioni di stampo antropologico o è stata presa in considerazione perché “fa tendenza”. Ci si chiedeva qualche mese fa come uscire da Facebook, ci si chiede oggi come sono “i ragazzi di Facebook”, con intramezzi sentimentali sui giornali femminili in cui domandarsi “come ci si lascia ai tempi di Facebook”. La seconda fase evolutiva del rapporto carta-post è avvenuta quando il contenuto è entrato nel giornale al posto del contenitore: “cosa si dice su Facebook” oppure “cosa ha dichiarato il politico su Tweet” sono domande che ormai anche i giornali vecchio stampo ci abituano a porci.</p>
<p>Ma la raccolta delle “voci” sui social media, per ciò che concerne i media tradizionali, è soggetta agli stessi rischi di strumenti più consueti, o addirittura li amplifica. L’effetto di realtà che si ottiene con il cosiddetto “vox” in televisione, ovvero quando si raccolgono interviste alla gente comune, è simile a quello determinato dalla citazione di alcune “voci” sui <em>social media</em>: in entrambi i casi, l’espressione degli umori collettivi viene determinata e orientata da chi seleziona le interviste, le “monta” in un video o le costruisce narrativamente su carta. Se Facebook e Twitter forniscono materia prima (giornalisticamente parlando) a portata di click, rifocillando e ringiovanendo almeno in apparenza anche i media tradizionali, ciò non toglie che i meccanismi di selezione e manipolazione meritino attenzione oggi come una volta. E’ nella trasformazione dalla somma di voci individuali alla rappresentazione di una voce collettiva, di una “opinione pubblica”, che si nasconde il passaggio più delicato nell’uso dei nuovi strumenti. Qui interviene la manipolazione giornalistica, qui la “feroce bestia dei <em>social media</em>”, come la chiama Huffington, può fagocitare in un sol boccone tutto il potenziale di innovazione oppure può accelerare l’invecchiamento dei media più anziani favorendo un reale cambiamento.</p>
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		<title>Il futuro dei quotidiani si gioca sulla convergenza</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 07:53:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pier Luca Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[convergenza]]></category>
		<category><![CDATA[futuro dei quotidiani]]></category>
		<category><![CDATA[University of Central Lancashire]]></category>
		<category><![CDATA[World Newsmedia Innovation Study]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-03-12-at-8.47.58-AM.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-6159" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="WNMN" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-03-12-at-8.47.58-AM-300x208.png" alt="" width="300" height="208" /></a>In seguito all&#8217;<a href="http://it.ejo.ch/6085/nuovi-media/al-di-la-del-muro#more-6085">excursus</a> della scorsa settimana su paywall, valorizzazione dei contenuti online e modelli di pagamento sono state diffuse le evidenze emergenti da “The Search for a New Business Model”, studio di analisi dei modelli di business dei quotidiani statunitensi realizzato da The Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism,  consentendo di ampliare ed approfondire il quadro di riferimento su dove risieda la chiave del successo per le testate digitali e i gruppi editoriali.</p>
<p>I contorni del contesto competitivo si completano ora di ulteriori riferimenti, permettendo di focalizzare ancora meglio lo scenario attuale e le sue possibili evoluzioni, grazie a “World Newsmedia Innovation Study 2012”, <a href="http://www.wnmn.org/#!research/vstc3=innovation-study">indagine</a> a cadenza annuale, condotta dall&#8217;<a href="http://www.wnmn.org/#!about-us">associazione di ricerca</a> no profit statunitense, in associazione con i ricercatori dell&#8217;<a href="http://www.journalism.co.uk/news/uclan-journalism-students-join-with-finnish-counterparts-for-multimedia-news-project/s2/a541961/?cmd=Search&amp;rssOutputSectionID=67&amp;searchTags=university+of+central+lancashire">University of Central Lancashire</a> e della Columbia University’s School of International and Public Affairs , i cui risultati sono stati ottenuti in esclusiva dal sottoscritto per conto dell&#8217; Osservatorio europeo di giornalismo – European Journalism Observatory [EJO].</p>
<p><span id="more-6154"></span><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/World-Newsmedia-Innovation-Study-Aree-di-Innovazione-e-sviluppo.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-6157" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="World Newsmedia Innovation Study  Aree di Innovazione e sviluppo" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/World-Newsmedia-Innovation-Study-Aree-di-Innovazione-e-sviluppo-212x300.png" alt="" width="212" height="300" /></a>Lo <a href="http://www.journalism.co.uk/news/study-finds-majority-of-news-outlets-rank-social-media-top-for-investment-in-next-5-years/s2/a548068/">studio</a> si focalizza sugli aspetti finanziari ed economici, i piani di innovazione e di formazione e sviluppo delle principali media companies. La ricerca è stata condotta tra maggio e novembre 2011 coinvolgendo 244 responsabili di altrettante aziende del comparto dell&#8217;informazione di 54 nazioni del  mondo Italia compresa;  per il 75% dei casi  top manager di quotidiani generalisti.<br />
Il 61% dei rispondenti si attende che i ricavi ed i profitti dei prossimi 12 mesi provenga dalla carta stampata, dalla versione tradizionale del proprio giornale, con un incidenza sul totale delle revenues compreso tra il 70 ed 94%. Previsione che sull&#8217;arco temporale del prossimo quinquennio scende al 47% degli intervistati con un quarto dei top manager (28%) che ritiene che le fonti non tradizionali superino almeno il 50% del totale delle revenues da qui al termine del prossimo lustro.</p>
<p>Il modello di business prevalente continua ad essere quello dell&#8217;abbinata tra vendite ed abbonamenti + pubblicità per la carta stampata mentre online la proporzione si ribalta in maniera speculare ed è in tre quarti dei casi (78%) ad accesso gratuito per il lettore fondando le attese di ricavi su altre fonti di revenues che non siano il pagamento degli utenti, delle persone. Una tendenza che per le altre piattaforme, gli altri device come applicazioni per tablets e smartphones e siti web mobile, si riduce con accesso a pagamento che pur restando elemento minoritario cresce.</p>
<p>Orientamenti e attese che hanno oscillazioni sensibili più che a livello di area geografica di appartenenza in funzione del ruolo del manager che di estrazione marketing/commerciale assume una visione in molti casi diversa, anche sensibilmente, rispetto a ruoli di natura più tecnica quale quello di editorial manager. Aspetto che fornisce la dimensione della difficoltà di direttori e general manager nel gestire le diverse anime  di un&#8217;impresa editoriale.</p>
<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/World-Newsmedia-Innovation-Study-Incidenza-Ricavi-NON-Stampa.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-6156" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="World Newsmedia Innovation Study  Incidenza Ricavi NON Stampa" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/World-Newsmedia-Innovation-Study-Incidenza-Ricavi-NON-Stampa-212x300.png" alt="" width="212" height="300" /></a>Proprio flussi e processi aziendali sono al primo posto nella lista delle aree di revisione necessarie al recupero della redditività aziendale secondo gli intervistati con stampa, distribuzione, gestione amministrativa e dei materiali in cima alla lista delle priorità degli aspetti sui quali intervenire per la riduzione dei costi.</p>
<p>Le persone, finalmente, paiono essere la priorità assoluta di intervento e di sviluppo secondo il campione di rispondenti con interventi formativi di supporto sia per i giornalisti che per il personale dell&#8217;area commerciale delle imprese. Altrettanto avviene in termini di piattaforme di sviluppo con il 57% dei manager delle imprese del comparto che ritiene che i social media siano l&#8217;area sulla quale sia necessario maggiormente investire per il futuro.</p>
<p>Complessivamente le previsioni sono con una leggera tendenza all&#8217;ottimismo sia per le attese di un miglioramento, seppur modesto, dei ricavi per il futuro che per la chiarezza sulla necessità di investimento in innovazione e prodotti innovativi che è trasversale alla stragrande maggioranza degli intervistati.</p>
<p>Il futuro dei quotidiani, anche in termini di sostenibilità economica, si gioca sulla capacità di realizzare sinergie, <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2011/12/17/digital-first-does-not-mean-print-last/">convergenza</a>, tra le versioni digitali e quelle tradizionali, utilizzando ciascun mezzo, ciascuna versione a supporto dell’altra.</p>
<p>Le attese, i proclami apocalittici di scomparsa della carta si confermano essere eccessivi ed enormemente amplificati rispetto alla realtà (da “guru pour cause”?) con stampa e digitale, media tradizionali e digitali, a costituire le due facce della stessa medaglia, entrambi importanti nell&#8217;attualità e per il futuro.</p>
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