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	<title>EJO - European Journalism Observatory &#187; Libertà di stampa</title>
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		<title>Censura e blocco della Rete: non dimentichiamo l&#8217;Iran</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 13:24:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libertà di stampa]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Iran è pronto a bloccare l&#8217;accesso a Internet? La notizia è circolata nei giorni scorsi: i cittadini di Teheran e di tutto il paese non avrebbero più potuto andare in Rete, niente Google, né Facebook, né servizi mail per volere del governo. Il Web iraniano sarebbe diventato una questione nazionale, il traffico dirottato su domini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/LondonIran.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-6371" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="LondonIran" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/LondonIran-300x189.png" alt=" Nella foto, ecco come appare il sito di London 2012 dall'Iran. Fonte: thenextweb.com " width="300" height="189" /></a>L&#8217;Iran è pronto a <a href="http://thenextweb.com/me/2012/04/10/irans-government-to-shut-down-access-to-the-internet-by-august/">bloccare</a> l&#8217;accesso a Internet? La notizia è circolata nei giorni scorsi: i cittadini di Teheran e di tutto il paese non avrebbero più potuto andare in Rete, niente Google, né Facebook, né servizi mail per volere del governo. Il Web iraniano sarebbe diventato una questione nazionale, il traffico dirottato su domini locali controllati dal governo grazie a una rete Intranet autarchica. Una dichiarazione <a href="http://img.ibtimes.com/www/articles/20120409/325415_iran-internet-intranet-censorhip-freedom-tehran-google.htm">attribuita</a> a Reza Taghipour, ministro per l&#8217;informazione e le comunicazioni, e originariamente resa nota dalla Afp, dava l&#8217;operazione in fase di attuazione; a partire da maggio l&#8217;Iran avrebbe avuto una &#8220;Internet pulita&#8221; ed entro cinque mesi, ad agosto, il filtro sarebbe stato in attività e tutti i provider avrebbero dovuto adeguarsi. Alla notizia sono seguite le <a href="http://www.ibtimes.co.uk/articles/325980/20120410/iran-shut-down-internet-claim-clean-national.htm">smentite</a> dello stesso Taghipour, che ha parlato di &#8220;nessun fondamento&#8221; e di &#8220;operazione di propaganda dell&#8217;Occidente&#8221;. Scongiurato forse l&#8217;incubo oscuramento, rimane il pericolo autarchia e nel caso dell&#8217;Iran, però, non basta una dichiarazione a mezzo stampa per scongiurare le cattive intenzioni. </span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-6368"></span>Nonostante non sia stato al centro dei media internazionali, fatta salva la questione nucleare, l&#8217;Iran non ha smesso di essere uno degli scenari più foschi per quanto riguarda la libertà di informazione e la libera Rete. La stessa notizia del blocco del Www segue segnalazioni di altri tentativi di stretta sui media digitali: il sito delle Olimpiadi di Londra non è <a href="http://thenextweb.com/me/2012/04/09/london-2012-olympics-off-to-a-false-start-in-iran-where-the-official-website-is-now-blocked/">accessibile</a> da qualche giorno mentre risalgono allo scorso luglio le <a href="http://thenextweb.com/me/2011/07/05/iran-set-to-launch-its-own-internet/">notizie</a> sulla sperimentazione di una ipotetica &#8220;Internet nazionale&#8221; comprensiva di un motore di ricerca prettamente iraniano chiamato Ya Haq, che si può tradurre con un preoccupante &#8220;Calling God&#8221;. A sostegno di questo progetto, il traffico degli Internet Caffè è <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2012/jan/05/iran-clamps-down-internet-use">strettamente controllato</a> con il chiaro scopo di monitorare le ricerche degli internauti. In alcune dichiarazioni il ministro Taghipour avrebbe, i virgolettati non sono stati confermati, parlato di Internet in questi toni: &#8220;promuove il crimine, le divisioni, contenuti immorali e l&#8217;ateismo&#8221;. Basta davvero una dichiarazione a scongiurare rischi? Anche perché non è un segreto che la cinese ZTE, che si occupa di tecnologia per la sorveglianza, <a href="http://www.rferl.org/content/china_telecom_backs_off_after_iran_tech_sale_revealed/24525591.html">collabori</a> con il governo di Teheran.</p>
<p>La situazione dei media in Iran non è di certo migliorata negli ultimi mesi: la scorsa settimana sono stati arrestati altri giornalisti e netizen &#8211; riporta Reporters Without Borders &#8211; la cui lista sulle violazioni delle libertà di stampa e informazione nella Repubblica islamica è in <a href="http://en.rsf.org/iran-press-freedom-violations-recounted-05-04-2012,41718.html">costante aggiornamento</a>. In occasione delle <a href="http://www.linkiesta.it/blogs/iran-ora-notizie-e-retroscena-da-tehran/elezioni-iran-i-primi-risultati">elezioni</a> dello scorso marzo, inoltre, i media sono stati oggetto di pesanti <a href="http://en.rsf.org/iran-elections-48-million-voters-denied-01-03-2012,41969.html">censure</a> e condizionamenti che ne hanno fortemente limitato le attività. I giornalisti incarcerati in Iran al momento sono 48, un numero che rende il paese il terzo peggior nemico della libertà di stampa e gli fa occupare il 175esimo posto nella classifica della press freedom, in cui sono elencati 179 paesi.</p>
<p>Allo stato delle cose, molti internauti e cyberattivisti iraniani per accedere ai siti stranieri <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/liran-tagliera-laccesso-internet-governo-prepara-network-interno-controllato/203731/">utilizzano</a> dei server proxy su Vpn, dei virtual private network, i quali a loro volta sono stati <a href="http://thenextweb.com/me/2012/02/20/vpns-reportedly-blocked-in-iran-with-yet-another-crackdown-on-internet-access/">recentemente</a> <em>strozzati. </em>Non bisogna dimenticare che nel giugno 2013 l&#8217;Iran andrà <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Iranian_presidential_election,_2013">alle urne</a> per eleggere il successore di Mahmoud Ahmadinejad, in carica <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/2009%E2%80%932010_Iranian_election_protests#Censorship">dal 2009</a>. In seguito a quelle elezioni si scatenarono le proteste al grido di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Where_is_my_vote%3F#Where_is_my_vote.3F">&#8220;Where is my vote?</a><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Where_is_my_vote%3F#Where_is_my_vote.3F">&#8220;</a>.</p>
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		<title>Birmania: i social media aggirano la censura</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 10:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[7DayNews]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/7Day-News.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6307" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="7Day News" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/7Day-News-300x176.jpg" alt="" width="300" height="176" /></a>&#8220;Siamo preoccupati per i segnali di crescente tensione fatti trapelare dalla PSRD e i suoi tentativi di ristabilire il controllo sui media, in particolare quelli di opposizione, in occasione delle elezioni amministrative&#8221;. Così <a href="http://en.rsf.org/birmanie-government-censors-issue-warnings-28-03-2012,42199.html">parlava</a> Reporters Without Borders qualche giorno prima del voto in Birmania, competizione elettorale che ha visto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aung_San_Suu_Kyi">Aung San Suu Kyi</a> e il suo partito <a href="http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/448776/">conquistare</a> almeno 40 dei 44 seggi per i quali il popolo birmano si è recato alle urne. Che la PSRD, l&#8217;agenzia che si occupa di controllare gli organi d&#8217;informazione per conto del governo di Naypyidaw avesse rinforzato le minacce contro le testate critiche non era un mistero. Le nuove intimidazioni erano già state portate in superficie dalla <a href="http://www.bma.co.cc/">Burma Media Association</a> che aveva <a href="http://www.bma.co.cc/2012/government-lawsuits-against-media-show-limits-of-press-freedom-in-reform-minded-myanmar.html">dato voce</a> ai tanti editori e giornalisti cui il governo aveva fatto causa con l&#8217;intento di zittirne le opinioni. Libertà di informazione in libertà vigilata. Myint Naing, editore del settimanale <em>Toetakyay</em>, vicino alle opposizioni, si è visto portare in tribunale per una disputa con la PSRD a riguardo di un articolo pubblicato in febbraio che criticava la politica del governo; Ohn Kyaing, editore di <em>D-Wave</em>, magazine della National League for Democracy, al contrario, è stato citato per aver pubblicato una vignetta satirica a riguardo proprio della PSRD. Atti che inevitabilmente nulla hanno a che vedere con una nazione che vuole lasciarsi alle spalle la dittatura e aprirsi alla democrazia.</p>
<p><span id="more-6300"></span>Il risultato delle elezioni potrebbe ora imprimere un nuovo corso per la storia della Birmania e accelerare la corsa verso una democrazia compiuta. Ma il clima per i media è altrettanto positivo e speranzoso? Nonostante i netti passi avanti (durante gli anni della dittatura pubblicare una foto della Suu Kyi in prima pagina era reato, <em>nda</em>) come <a href="http://www.indexoncensorship.org/2012/04/burmas-media-workers-dare-to-dream-of-free-expression/">riporta</a> <em>Index of Censorship</em>, i giornali in Birmania devono ancora sottoporre alla PSRD i loro articoli che riguardano la politica affinché siano approvati prima di andare in stampa. E proprio per aggirare questo ostacolo i media birmani hanno trovato un nuovo canale tramite il quale dare notizie sulle elezioni, bypassando l&#8217;approvazione dell&#8217;agenzia: i social media. Anche per <a href="http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iJ1BzOMGgPyT7e0Cum0pBq1M31Mw?docId=CNG.91f54df3baaf54aa7554fca3c3d379df.4b1">ragioni editoriali</a>, un settimanale come <em>7Day News</em> non poteva correre il rischio di non essere sul pezzo il giorno delle elezioni: &#8220;La nostra rivista sarà pubblicata dopo le elezioni, così posteremo su Twitter e Facebook ora per ora le notizie non appena i seggi apriranno&#8221; aveva dichiarato Nyein Naing, direttore esecutivo della rivista. Un modo efficace di portare a casa la notizia, ma anche di <a href="http://thenextweb.com/socialmedia/2012/04/01/during-elections-myanmar-journalists-use-social-media-to-bypass-government-censorship/">sfuggire</a> al filtraggio della PSRD che non arriva alla Rete. Fondamentale per un paese dove i quotidiani non sono ammessi proprio perché difficilmente controllabili.</p>
<p>Con i suoi 27mila e più fan su Facebook <em>7Day News</em> rappresenta un caso per la Birmana, un paese dove la penetrazione della Rete è bloccata allo 0,2% e secondo le stime solo 110mila persone hanno una connessione Internet. Nei giorni delle elezioni proprio la <a href="https://www.facebook.com/7daynews">pagina</a> su Facebook della rivista è stata uno dei canali fondamentali per la circolazione libera delle notizie e ha portato, anche al di fuori del paese, consapevolezza su come si sono svolte le operazioni di voto, fornendo un preciso servizio informativo. Quello birmano è un caso esemplare di come a una stampa sottoposta a bavaglio i social media possano svolgere un servizio di supplenza per garantire la circolazione delle informazioni e far raggiungere loro anche centinaia di commenti e condivisioni in poche ore.</p>
<p>Ma dove non arriva la censura diretta o preventiva, può ancora colpire un altro dei sistemi più efficaci per fermare la libera informazione: il blocco delle reti e delle infrastrutture per far cadere le connessioni Internet. Uno scenario che non sembra completamente scongiurato: &#8220;Non penso sia una conseguenza&#8221; ha dichiarato Naing all&#8217;AFP riferendosi al recente blackout di Internet nella zona nord del paese dove Aung San Suu Kyi  si era recata in viaggio poco prima delle elezioni. &#8220;Un nostro giornalista non ha potuto inviare delle immagini proprio perché non c&#8217;era rete&#8221; ha continuato il media manager. &#8220;Abbiamo molte difficoltà con la connessione Internet&#8221; ha dichiarato anche Wai Phyo, direttore di <em><a href="http://www.weeklyeleven.com/">Eleven Media</a></em>, un&#8217;altra testata birmana che ha coperto le elezioni sui social media.</p>
<p>La situazione birmana si presenta ancora instabile e una <a href="http://www2.irrawaddy.org/article.php?art_id=22961">nuova legge</a> più morbida per i mezzi di informazione non sembra sufficiente a scongiurare scenari ancora una volta oppressivi. Forse riuscirà a garantire maggiore libertà, complice anche il vento cambiato per via del risultato delle recenti elezioni, ma riuscirà a proteggere i giornalisti dai numerosi pericoli cui sono esposti? Sarà sufficiente a fare della Birmania un paese con un sistema mediatico finalmente libero?</p>
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		<title>Serbia: un piccolo mercato con tanti problemi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 16:21:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EJO</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà di stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Milica Jevtic e Marko Nedeljkovic in Ethics &#38; Quality, Media Policy, 12 gennaio 2012 Sebbene in Serbia vivano solo sette milioni di persone, ci sono ben 610 organi di stampa e 456 piattaforme digitali di news. La mancanza di trasparenza rispetto alla proprietà dei giornali, la limitata libertà di stampa, l’ingerenza del governo sono alcuni dei problemi con i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #888888;"><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://en.ejo.ch/wp-content/uploads/SERBIA-300x171.jpg" alt="" width="300" height="171" />Milica Jevtic e Marko Nedeljkovic in Ethics &amp; Quality, Media Policy, 12 gennaio 2012</strong></span></p>
<p>Sebbene in Serbia vivano solo sette milioni di persone, ci sono ben 610 organi di stampa e 456 piattaforme digitali di news. La mancanza di trasparenza rispetto alla proprietà dei giornali, la limitata libertà di stampa, l’ingerenza del governo sono alcuni dei problemi con i quali i media serbi sono confrontati. Nonostante queste difficoltà, l’introduzione di nuove tecnologie potrebbe rivelarsi un possibile rimedio.</p>
<p><strong>IL MERCATO</strong></p>
<p>La stampa: uno dei maggior problemi della stampa nazionale è l’enorme concorrenza che domina il settore. Secondo i dati forniti dalla “ Serbian Business Registers Agency” sono presenti sul mercato non meno di 610 organi di stampa, tra cui 20 quotidiani e 83 settimanali. La maggior parte di questi sono diffusi su tutto il territorio nazionale. Secondo i dati forniti dall’Associazione dei giornalisti indipendenti serbi (NUNS) nel 2009 gli inserzionisti hanno investito 36 milioni di euro in annunci pubblicitari negli organi di stampa registrati, ciò significa che mediamente ogni singola pubblicazione deve sopravvivere con solo 72000 euro, ovvero 6000 euro al mese (<a href="http://www.nuns.rs/dosije/32/01.jsp">NUNS: Media Dossier No. 32, 2010 / NUNS: Dosije o medijima broj 32, 2010</a>). Gli organi di stampa, che sono più della metà dei media del paese, ricevono solo il 22 per cento della somma globale spesa in pubblicità.</p>
<p><span id="more-5998"></span>Gli imprenditori  preferiscono investire in pubblicità televisiva. Secondo l’ <em>International Television Expert Group</em> tre anni fa la Serbia deteneva il primato mondiale di tempo trascorso davanti allo schermo. Il cittadino serbo medio passa 302 minuti al giorno guardando la TV, ossia più di cinque ore. In confronto il cittadino medio americano trascorre 298 minuti al giorno davanti allo schermo. Se consideriamo il fatto che solo il sette per cento degli utenti di internet legge l’edizione online dei giornali, diventa evidente che la stampa fatica a sopravvivere.</p>
<p>I media elettronici: secondo i dati raccolti dalla <a href="http://www.rra.org.rs/cirilica">Republic Broadcasting Agency</a>, in Serbia sono registrate 134 stazioni televisive (sei delle quali con copertura nazionale, 30 regionale e 98 locale) oltre a 322 stazioni radiofoniche (cinque con copertura nazionale, 48 regionale, una provinciale e  268 locale). In Serbia sono presenti due emittenti di servizio pubblico, la Televisione pubblica Serba (<a href="http://www.rts.rs/">Radio-televizija Srbije/Radio-Television Serbia – RTS)</a> con due stazioni televisive e tre canali radiofonici, e la Televisione pubblica della Vojvodina (<a href="http://www.rtv.rs/">Radio–televizija Vojvodine/Radio-Television Vojvodina – RTV)</a> con altrettanti canali televisivi e radiofonici. Attualmente una delle sfide maggiori è la digitalizzazione dei programmi televisivi. La transizione dal sistema analogico a quello digitale, prevista inizialmente per il 4 aprile 2012, slitterà alla fine del 2012 e verrà completata solo nel giugno del 2015.</p>
<p>Internet: Secondo i dati forniti dall’Agenzia di statistica della Repubblica serba, il 41,2% delle famiglie serbe è collegato a Internet, il 42,2% per cento dei cittadini ha fatto uso di Internet negli ultimi tre mesi, più di 1&#8217;900&#8217;000 accedono a   Internet  quasi giornalmente e solo il 53 per cento non ne ha mai fatto uso. I social network sono usati dal 91,8 per cento della popolazione tra i 16 e i 24 anni, una percentuale unica al mondo. Facebook, il social network più affermato nel mondo, ha  in Serbia più di 3&#8217;120&#8217;000 profili (fonte: <a href="http://www.socialbakers.com/facebook-statistics/">Socialbakers</a>).</p>
<p>Associazioni di giornalisti: Ci sono due associazioni di giornalisti in Serbia, l&#8217;Associazione dei giornalisti serbi<a href="http://www.uns.org.rs/"> / Udruzenje novinara Srbije (UNS)</a>, fondata nel 1981, che conta più di 6000 membri, e l&#8217;Associazione indipendente dei giornalisti serbi<a href="http://www.nuns.rs/"> / Nezavisno udruzenje novinara Srbije (NUNS)</a>, di cui fanno parte 3300 membri, fondata nel 1994 da giornalisti insoddisfatti dei risultati raggiunti dall&#8217;<em>UNS</em>. Sin dalla separazione ci sono stati conflitti tra queste due associazioni , che ostacolano la solidarietà tra giornalisti. Secondo i dati più recenti sono circa 10000 i giornalisti che lavorano per i media serbi. Si noti che il  <a href="http://www.savetzastampu.rs/">Press Council</a> ha iniziato le sue attività sono nel settembre 2011.</p>
<p><strong>LA PROPRIETÀ</strong><strong></strong></p>
<p>La struttura proprietaria dei media serbi è caratterizzata da una chiara mancanza di trasparenza anche per ciò che concerne la partecipazione statale. Lo stato è proprietario dell’agenzia di stampa <em>Tanjug</em>  e possiede un pacchetto azionario sia del più vecchio quotidiano dei Balcani<em> Vecernje novosti</em>, sia di <em>Politika, </em>sia di <em>Dnevnik </em>di Novi Sad. Le agenzie di stampa  <em>Beta</em>, <em>FoNet</em> e <em>Infobiro</em> sono invece in mani private.  Attualmente ci sono cinque stazioni radiofoniche a diffusione nazionale, <em>TV Avala, TV B92</em>, <em>TV</em> <em>Prva</em>, <em>TV Pink</em> e <em>TV Happy.  </em>A queste si aggiungono due canali, RTS1  e RTS2, che appartengono al servizio pubblico. Le emittenti televisive <em>Pink</em> e <em>Happy</em> sono le uniche a diffusione nazionale che sono completamente di proprietà di cittadini fisicamente e legalmente residenti in Serbia. Un rapporto redatto dal Consiglio anti-corruzione evidenzia il fatto che nel periodo 2008-2010 non meno di 18 dei media più importanti (12 quotidiani, 7 settimanali, 6 stazioni televisive e 5 stazioni radio)  erano in mani sconosciute.</p>
<p>La presenza massiccia di compagnie <em>offshore</em> nelle società detentrici delle azioni serve il più delle volte a nascondere i reali proprietari. Sempre secondo il Consiglio anti-corruzione,<em> </em> la<em> TV Prva</em>, la <em>RTV B92</em>, la <em>Radio Index</em>, come pure i giornali <em>Vecernje novosti</em> e <em>Press </em>sono di proprietà di società registrate a Cipro, mentre la <em>TV Avala </em>e la <em>TV Standard</em> sono di proprietari austriaci sconosciuti.  Di conseguenza è impossibile risalire ai veri padroni e il pubblico associa frequentemente alcuni organi di stampa con l’uomo d’affari dietro a queste compagnie <em>offshore</em>.  Per esempio il giornale <em>Vecernje novosti  </em>si presume sia di Milan Beko, proprietario di tre società all’estero.</p>
<p>Essendo impossibile stabilire a chi appartenga veramente questo o quell’organo di stampa, non è possibile escludere violazioni alla legge che vieta la concentrazione dei media nelle stesse mani.</p>
<p>Il quotidiano più popolare del paese, il <em>Blic</em>, e il più vecchio settimanale della Serbia, la <em>Nedeljne informativne novine</em> (<em>NIN</em>), sono in mano a editori come  Ringier Axel Springer. Ringier pubblica, oltre al <em>Blic</em> e alla <em>NIN</em>, due quotidiani, un settimanale e numerose pubblicazioni specializzate.</p>
<p><strong>FORMAZIONE</strong><strong></strong></p>
<p>In Serbia i futuri professionisti dei media sono formati presso diverse facoltà pubbliche e private. La più antica facoltà di giornalismo è a Belgrado, la facoltà di scienze politiche, fondata nel 1968. Anche alla facoltà di filosofia a Novi Sad e alla facoltà di filosofia di Nis si tengono corsi di pubblicistica. Il settore dei media viene trattato anche alla facoltà di media e comunicazione all’università di Singidunum, alla facoltà di cultura e media all’università Megatrend, alla facoltà di scienze sociali a Novi Pazar. Anche l’Accademia dell’arte di Belgrado offre corsi nel settore dei media. Alla facoltà di sport ed educazione fisica a Belgrado  si possono frequentare corsi di giornalismo sportivo.</p>
<p>Secondo l’ultima ricerca condotta tra il luglio 2010 e del 2011 dal Centro Media della facoltà di scienze politiche dell’Università di Belgrado, <a href="http://www.fpn.bg.ac.rs/wp-content/uploads/2011/07/Profesija-na-Raskr%5Fcu.pdf"> Centar za medije i medijska istraživanja, </a> e diretta dal Prof. Dr. Miroljub Radojkovic e dalla Prof. Dr. Snjezana Milivojevic la maggior parte dei giornalisti ha un alto livello di formazione. Secondo le statistiche, il 73 per cento dei giornalisti è in possesso di una laurea, il rimanente 27 per cento ha un diploma di scuola superiore. La ricerca precedente condotta nel 2002 mostrava che solo il 56 per cento dei giornalisti era laureato.</p>
<p><strong>CONCLUSIONI</strong></p>
<p>Mentre il resto del mondo discute il futuro della professione giornalistica e le sue trasformazioni sotto l’influenza delle nuove tecnologie, i giornalisti serbi sono preoccupati della loro insoddisfacente situazione finanziaria e della poca stima di cui godono. Nel sottosviluppato mercato serbo, domina il giornalismo urlato. A causa della pressione esercitata dalla spietata competizione nel settore, la maggior parte dei media ha rinunciato a ricerche e articoli di approfondimento. Nessuna sorpresa quindi che a dominare siano il giornalismo scadente e i contenuti da tabloid.</p>
<p>I media locali si ritrovano in una situazione particolarmente difficile poiché sono esposti alle forti pressioni esercitate dagli uomini di potere locali. Spesso da loro dipendono le risorse necessarie alla sopravvivenza di questi organi di stampa. In una tale situazione, per i lettori è impossibile valutare l’attendibilità delle informazioni e per i giornalisti è difficile offrire una copertura neutrale.</p>
<p>Inoltre, un numero sempre maggiore di scuole di giornalismo offre una formazione veloce e superficiale a studenti non formati al rispetto di standard etici e professionali. Gli  sforzi volti a far progredire la professione ne soffrono.  La lotta per la sopravvivenza sarà una tra le grandi sfide che i media locali dovranno affrontare negli anni a venire, ma non la sola.</p>
<p><strong><span style="color: #888888;">Traduzione dall&#8217;inglese <a href="http://en.ejo.ch/4002/ethics/small-market-many-problems"><span style="color: #888888;">&#8220;Small Market, Many Problems&#8221;</span></a> a cura di Alessandra Filippi</span></strong></p>
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		<title>MEDIADEM si avvia alla conclusione</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 09:35:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michael Wise</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà di stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre gli autori di MEDIADEM continuano la loro ricerca, prende forma  il progetto di media policy da 2,65 milioni di euro.  In un&#8217;approfondita analisi, Evangelina Psychogiopolou dell&#8217;Hellenic Foundation for European and Foreign Policy (ELIMEP) di Atene, direttrice del progetto, guida un gruppo di ricerca volto ad analizzare se la media policy dell&#8217;Europa stia rinforzando o inibendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Mediadem.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5967" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Mediadem" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Mediadem-300x90.jpg" alt="" width="300" height="90" /></a>Mentre gli autori di MEDIADEM continuano la loro ricerca, prende forma  il progetto di media policy da 2,65 milioni di euro.</strong></p>
<p><strong> </strong>In un&#8217;approfondita analisi, Evangelina Psychogiopolou dell&#8217;Hellenic Foundation for European and Foreign Policy (ELIMEP) di Atene, direttrice del progetto, guida un gruppo di ricerca volto ad analizzare se la media policy dell&#8217;Europa stia rinforzando o inibendo un sistema mediatico libero e indipendente.</p>
<p>L&#8217;obiettivo di MEDIADEM è localizzare e sviluppare politiche mediatiche che siano su misura delle peculiari oscillazioni che stanno avvenendo lungo tutto il panorama mediatico europeo. Il progetto di ricerca vanta collaborazioni con 14 università in 12 paesi, due nazioni candidate ed è finanziato dal settimo Framework Programme for Research della Commissione Europea come parte della convenzione di sovvenzione Citizen in the European Union. La considerevole ricerca in corso ha avuto inizio nell&#8217;aprile 2010 e si concluderà nel marzo del 2013.</p>
<p><span id="more-5964"></span><strong>Profilo del progetto:<br />
</strong>Sono state sviluppate tre categorie di media policy all&#8217;interno del progetto MEDIADEM con fine di indirizzare e foraggiare lo sviluppo della qualità nei media in tutta Europa. In accordo con la sua policy, il progetto cerca prima di tutto di introdurre e mantenere un ambiente legalmente legittimato, di promuovere standard professionali ed etici e infine di <a href="http://www.mediadem.eliamep.gr/project/summary/">rafforzare il tasso di alfabetizzazione mediatica</a>.</p>
<p>Il piano di lavoro di MEDIADEM consta di quattro fasi distinte e ha avuto inizio con la produzione di un report completo di quelli che sono i fondamenti teorici degli obiettivi del progetto di ricerca. La prima fase ha anche fornito informazioni di contesto sui 14 differenti mercati dei media che partecipano al progetto.</p>
<p>La seconda fase, che attualmente è in corso d&#8217;opera, approfondisce la ricerca empirica con il contributo di 14 casi di studio, uno per ogni nazione che prende parte al progetto. Questi studi approfonditi si danno l&#8217;obiettivo di indirizzare le media policy non solo esaminandone le legislazioni, ma anche delineandone il progetto di sviluppo. Per determinare se le singole media policy promuovono la varietà e l&#8217;indipendenza dei media, l&#8217;analisi si è focalizzata sulle politiche di regolamentazione facendo delle comparazioni su un piano continentale.</p>
<p>La terza fase, invece, costruirà sulle informazioni raccolte nella fase iniziale del progetto. Questo passaggio, secondo MEDIADEM è progettato per <a href="http://www.mediadem.eliamep.gr/project/work-plan/">&#8220;spiegare i modelli variabili di media policy e porre come obiettivo la libertà dei media e la loro indipendenza&#8221;</a>.</p>
<p>La quarta fase, invece, promulgherà il cambiamento all&#8217;interno di tutti i sistemi mediatici in Europa formulando strategie concrete il cui scopo è influenzare sia i governi che gli altri attuatori non politici delle media policy.</p>
<p>I report finali di tutte le fasi del progetto saranno stesi grazie a una varietà di strumenti di ricerca, incluso l&#8217;esame delle risorse primarie e secondarie, interviste semi-strutturate e conferenze.</p>
<p>Quando sarà concluso, il progetto avrà prodotto un portfolio di ricerca di dimensioni monumentali che includerà anche un report teorico, un report di background collettivo, 14 casi di studio specifici per ogni paese, due report comparativi, un paper collettivo sulla policy insieme a numerosi fascicoli di policy, tre workshop dedicati ai case study, 14 gruppi di discussione nazionali e una conferenza finale.</p>
<p>I target cui MEDIADEM vuole rivolgersi con la letteratura e la ricerca prodotta sono le comunità accademiche, policy makers governativi e non, professionisti dei media, organizzazioni per i diritti umani e, tra le altre, le autorità giudiziarie di livello europeo.</p>
<p>Dando un&#8217;occhiata approfondita sugli scenari delle 14 nazioni distinte, i progetto MEDIADEM vuole avanzare proposte significative che possano avere un impatto a lungo termine su ogni mercato.</p>
<p>Tutte le informazioni, insieme all&#8217;attuale portfolio di ricerca si possono trovare <a href="http://www.mediadem.eliamep.gr/">qui</a>.</p>
<p><strong><span style="color: #888888;">Traduzione dall&#8217;originale inglese &#8220;<a href="http://en.ejo.ch/4155/media_politics/mediadem-project-moves-into-final-year"><span style="color: #888888;">MEDIADEM Project Moves into Final Year</span></a>&#8221; a cura di Philip di Salvo</span></strong></p>
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		<title>La stretta sui media in Turchia</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 07:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Ahmet Sik]]></category>
		<category><![CDATA[Ergenekon]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Nedim Sener]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[97. Questo secondo il sindacato della categoria il numero di giornalisti, professionisti, editori e operatori dell&#8217;informazione attualmente in carcere in Turchia per un numero complessivo che supera quello dei detenuti cinesi. Ankara, però, nega le accuse di censura: fatto salvi 8 casi, scrive il New York Times, a detta delle fonti governative le persone arrestate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-01-19-at-10.31.29-PM.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-5700" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Screen shot 2012-01-19 at 10.31.29 PM" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Screen-shot-2012-01-19-at-10.31.29-PM-218x300.png" alt="" width="218" height="300" /></a>97. Questo secondo il sindacato della categoria il numero di giornalisti, professionisti, editori e operatori dell&#8217;informazione attualmente in carcere in Turchia per un numero complessivo che supera quello dei detenuti cinesi. Ankara, però, nega le accuse di censura: fatto salvi 8 casi, scrive il <em>New York Times</em>, a detta delle fonti governative le persone arrestate non sarebbero in prigione a causa della loro professione. Ma il numero è enorme e preoccupante e se a questo dato si aggiunge quello dei siti internet, circa diecimila, bloccati dall&#8217;agenzia di monitoraggio della Rete, le tinte dello scenario turco si fanno ancora più fosche: fino a settembre YouTube non era raggiungibile a causa di alcuni video che insultavano Mustafa Kemal Ataturk. Con circa novemila segnalazioni, il paese è uno di quello su cui maggiormente si è posato l&#8217;occhio della Corte europea per i diritti dell&#8217;uomo e la libertà della stampa. Il premio Nobel Pamuk, scrittore e intellettuale turco conosciuto e letto in tutto il mondo, è stato multato per circa 3mila dollari per aver accusato la Turchia, sulle pagine di un giornale svizzero, di essere responsabile del genocidio armeno e della morte di trentamila curdi.</span></strong></p>
<p>Ma il segnale più grave della stretta nei confronti dei media ad opera dal governo Erdogan riguarda il processo che vede coinvolti 13 giornalisti, tutti accusati di far parte di <a href="http://www.linkiesta.it/erdogan-ergenekon?page=0,1">Ergenekon</a>, un gruppo terrorista che complotterebbe contro il governo in carica.</p>
<p><span id="more-5695"></span>Tra di loro si trovano anche i nomi di Ahmet Sik e Nedim Sener: il primo, arrestato lo scorso marzo, è un cronista che da oltre vent&#8217;anni si occupa di scandali e poteri deviati e stava lavorando al volume “L&#8217;esercito dell&#8217;imam<em>”</em> incentrato sulle infiltrazioni all&#8217;interno delle forze dell&#8217;ordine di un gruppo islamista vicino all&#8217;imam Fethullah Gülen. Il libro è stato sequestrato venti giorni prima che per Sik scattassero le manette. Insieme a lui e ad altri 11 giornalisti è finito dietro le sbarre anche Nedim Sener, firma della rivista<em> Posta</em> e vincitore nel 2010 del premio <a href="http://www.freemedia.at/awards/world-press-freedom-heroes.html">World Press Freedom Hero</a> per il suo lavoro di investigazione sulla morte sospetta di Hrant Dink, un giornalista assassinato a Instabul nel 2007. Sener, imprigionato nel marzo dello scorso anno, stava lavorando a sua volta su Ergenekon quando è stato accusato di far parte della medesima associazione, pronta a un colpo di stato contro Erdogan.</p>
<p>I legali di Sener sono convinti che la sua detenzione dipenda dalle accuse rivolte al governo dal giornalista per non aver difeso a sufficienza Dink, di origini armene, e di non aver fatto abbastanza per evitarne l&#8217;uccisione. Sener è rimasto in carcere per oltre 7 mesi senza un&#8217;accusa ufficiale e ora rischia fino a quindici anni di carcere. Il processo contro Sik e Senser è tuttora in corso, ma non è l&#8217;unico procedimento che vede coinvolta l&#8217;informazione in Turchia: a fine dicembre altri 38 giornalisti sono stati arrestati con l&#8217;accusa di far parte del Pkk. Ma anche in questo caso, secondo la difesa, il vero movente delle operazioni di polizia riguarderebbe il supporto dato dagli arrestati ai diritti dei curdi, minoranza a lungo oppressa sul Bosforo. La detenzione, come nel caso di Sener, può scattare anche sulla base di semplici indizi: la ragion di Stato &#8211; la Turchia ha subito ben 4 colpi di stato nella sua storia &#8211; e la sempreverde minaccia curda sono argomenti sufficientemente forti per &#8220;giustificare&#8221; gli arresti agli occhi dell&#8217;opinione pubblica.</p>
<p>La stretta sui media in Turchia mette in discussione il ruolo, assegnato al paese dagli Usa e dall&#8217;Europa, di modello per le democrazie islamiche. A detta di molti osservatori, da quando il processo di avvicinamento all&#8217;Ue si è allentato, anche la qualità della democrazia turca ha smesso di migliorare: il rischio è che negli intrighi dei poteri deviati rimanga incastrata anche la libertà di stampa. Il libro di Amhet Sik è finito in Rete ed è stato scaricato più di 20mila volte prima che l&#8217;autore venisse arrestato, ma in Turchia sembra essersi messo in moto un meccanismo sistematico di imbavagliamento delle voci scomode, macchiato da giochi di potere indecifrabili. Lo scenario, unito al recente <a href="http://www.mantellini.it/?p=13284">filtraggio</a> di Internet, si fa fosco. &#8220;Benvenuti a teatro&#8221; ha dichiarato Sik, entrando in aula.</p>
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		<title>Legge bavaglio per i media ungheresi</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 18:02:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natascha Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Commissione UE]]></category>
		<category><![CDATA[Fidesz]]></category>
		<category><![CDATA[legge bavaglio]]></category>
		<category><![CDATA[Neelie Kroes]]></category>
		<category><![CDATA[Ungheria]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Il primo caso in Europa di una legge bavaglio per i media ha suscitato molto clamore. L’EJO in una serie di articoli  racconta come hanno reagito media e giornalisti dei vari paesi europei, della Russia e degli Stati Uniti. E’ stato il Fidesz – partito conservatore di destra con i 2/3 della maggioranza in parlamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.google.it/imgres?imgurl=http://studentthinktank.eu/wp-content/uploads/2011/01/img_606X341_hungary-eu-presidency-0101.jpg&amp;imgrefurl=http://studentthinktank.eu/blogs/the-media-storm-against-the-hungarian-media-law-2/&amp;usg=___VEaVqH_GmNtQvfgxdtl1AYKvJ8=&amp;h=341&amp;w=606&amp;sz=151&amp;hl=it&amp;start=79&amp;zoom=1&amp;itbs=1&amp;tbnid=SuxY7d5FS0iGDM:&amp;tbnh=77&amp;tbnw=136&amp;prev=/images%3Fq%3DHungary%2Bmedia%2Blaw%26start%3D60%26hl%3Dit%26sa%3DN%26gbv%3D2%26ndsp%3D20%26tbs%3Disch:1&amp;ei=Ped9TZfAGYvJswaO-4j5CQ"><img class="alignleft size-medium wp-image-3723" title="Ungheria" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Ungheria-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Il primo caso in Europa di una legge bavaglio per i media ha suscitato molto clamore. L’EJO in una serie di articoli  racconta come hanno reagito media e giornalisti dei vari paesi europei, della Russia e degli Stati Uniti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ stato il <em>Fidesz</em> – partito conservatore di destra con i 2/3 della maggioranza in parlamento – a emendare la legge all’inizio dell’anno imponendo di fatto un ampio controllo dello Stato su tutti i media e la loro attività di informazione. In caso di inosservanza di uno dei 175 articoli contenuti nella riforma sono previste multe ingenti: da 700 mila euro per le tv a 89 mila per i giornali e i siti internet. Tra le misure più restrittive, la soppressione delle redazioni di giornali e radio così da concentrare tutta l’informazione primaria sull’agenzia di stampa nazionale finanziata dallo Stato; l’istituzione di un tetto del 20 per cento per la cronaca nera nei telegiornali; l’imposizione per le radio di inserire almeno il 40 per cento di musica ungherese; l&#8217;obbligo per i giornalisti di rivelare le proprie fonti per questioni legate alla “sicurezza nazionale”.  Nel frattempo però, messo alle strette dalla Commissione UE che minacciava l’avvio di una procedura di infrazione ma anche dalle forti critiche e pressioni dei media europei, a fine febbraio il governo conservatore ungherese ha fatto un passo indietro presentando in parlamento le sue modifiche e correzioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3720"></span>Le proposte, presentate dal vicepremier e ministro della giustizia Tibor Navracsics, riguardano in particolare quattro punti:</p>
<p style="text-align: justify;">-       l&#8217;obbligo di &#8220;copertura equilibrata pena sanzioni salate&#8221;, sarà sostituito col concetto del &#8220;principio di par condicio&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">-       i media audiovisivi con base all&#8217;estero non saranno soggetti alla legge</p>
<p style="text-align: justify;">-       l&#8217;obbligo di registrazione di tutte le testate presso una autorità nazionale per i media, creata all&#8217;inizio dell&#8217;anno e composta esclusivamente da membri vicini al governo sarà ammorbidito</p>
<p style="text-align: justify;">-       il &#8220;divieto di offesa a rappresentanti di minoranze o maggioranze sarà sostituito col divieto più mite di &#8220;incitamento all&#8217;odio e alla discriminazione&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">La decisione di Budapest è stata accolta con sollievo a Bruxelles: &#8220;sono molto soddisfatta che le autorità ungheresi abbiano accettato di emendare la legge e di garantire il rispetto del diritto europeo, in particolare della Carta dei diritti fondamentali”, ha detto la commissaria competente, Neelie Kroes. La Commissione comunque, ha sottolineato, &#8220;continuerà a vigilare&#8221; per assicurarsi che le modifiche annunciate siano effettivamente apportate e che la legge emendata sia &#8220;correttamente applicata&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è davvero sufficiente? O bisognerebbe intervenire con modifiche più radicali?</p>
<p style="text-align: justify;">I media magiari  hanno in programma una manifestazione per il 15 marzo, giornata mondiale degli ungheresi, e intendono presentare un ricorso alla Corte costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, in attesa di ulteriori evoluzioni, l’Osservatorio Europeo di Giornalismo con l&#8217;aiuto degli studenti di giornalismo della Università di Dortmund*,l ha deciso di analizzare i diversi contributi e i servizi pubblicati a riguardo a cavallo tra dicembre 2010 e i primi mesi del 2011 da Germania, Austria, Svizzera, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Portogallo, Svezia, Russia e Stati Uniti, mettendo in luce reazioni e opinioni  dei diversi media e giornalisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto di vista dei media tedeschi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tanto clamore attorno ad un piccolo paese</em></p>
<p style="text-align: justify;">di Andreas Sträter</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1° gennaio in Ungheria è entrata in vigore una legge piuttosto anomala per un paese membro della UE che  sottopone i media pubblici e privati a una nuova autorità di vigilanza, dotata di un ampio potere regolatorio e sanzionatorio. Questa nuova legge ha destato molto clamore in Germania e nel mondo in generale, in particolare perché appoggiata dalla presidenza della Commissione Europea. Tanto che a partire dalla fine di dicembre testate di qualità, media online e agenzie di stampa ne rendono conto con reportage e servizi dettagliati. Anche i telegiornali delle maggiori emittenti pubbliche e private come Tagesthemendi ARD, Heute journal della ZDF e Aktuell di RTL hanno dedicato ampi servizi a riguardo, tutti con  l’obiettivo di mettere in rilievo sia i principi dell’Unione Europea sia i fatti storici che hanno determinato la moderna situazione politica ungherese, in particolare la rivoluzione del 1948 e la pace di Trianon. L’attenzione però è stata soprattutto orientata al ruolo particolarmente delicato dell’Unione Europea, la contraddizione è infatti evidente: in uno stato membro è stata emanata una legge sui media che non rispetta i principi fondamentali dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco prima di Natale era già evidente l’intenzione del governo conservativo di Orbán. Il 22 dicembre Doris Simon, corrispondente a Bruxelless del Deutschlandfunks, diede <a href="http://www.dradio.de/dlf/sendungen/kommentar/1348964/">un primo commento</a>: “In questo caso guardare dall’altra parte significa acconsenitire tacitamente alla violazione dei valori europei fondamentali da parte dell’Ungheria. Oggettivamente nessuno dovrebbe appoggiare il primo ministro Viktor Orbán”. Segue l’affermazione ancora più esplicita: “L’Unione Europea deve ricordare al governo Orbán i suoi doveri in modo molto più deciso” e conclude con la richiesta nei confronti della Commissione di intentare un procedimento per violazione degli accordi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo, il titolo di Davide Denk in taz, “<a href="http://www.taz.de/1/debatte/kommentar/artikel/1/auf-dem-weg-zur-diktatur/">Sulla strada verso la dittatur</a>a”, commenta da solo le possibili conseguenze di questa legge sulle dinamiche redazionali: “Tempi duri per i giornalisti ungheresi […], che temono gravi risvolti per la loro professione, qualora iniziassero a costare troppo cari ai loro datori di lavoro”. Se non si comportano bene e non prendono sul serio le autorità di vigilanza, le conseguenze potrebbero tradursi in un massimo di 750.000 euro in sanzioni pecunarie. “Le impacciate redazioni ungheresi, di certo più indipendenti fino a questo momento, non sembrano però  riuscire a tenere testa al rischio dell’autocensura.”</p>
<p style="text-align: justify;">Nella trasmissione del 3 gennaio della ZDF, il caporedattore di Heute journal Peter Frey esprime chiaramente il suo parere: “A partire dal nuovo anno, i concetti di libertà di stampa e di pluralità dell’informazione non hanno più alcun fondamento in Ungheria. Ed è un problema che non riguarda solo i 10 milioni di Ungheresi, interessa tutta l’Europa e copre di ridicolo tutti i 26 capi di governo dell’Unione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 10 gennaio, in un contributo all’interno di <em>Die Wel</em>t, lo storico György Dalos tenta di spiegare la “Follia ungherese”: l’Ungheria deve comprendere “che la democrazia è qualcosa di più del governo di una maggioranza di elettori, in quanto deve anche tenere conto della libera espressione della volontà di tutti i suoi protagonisti, volontà non sanzionabile dal punto di vista monetario.”</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>Süddeutsche Zeitung</em> si è occupata spesso del caso sulla pagina dedicata alla politica estera e alla riflessione sui media. In un <a href="http://www.sueddeutsche.de/politik/pressefreiheit-in-ungarn-die-eu-ungarn-und-der-haider-paragraf-1.1039440">testo di Martin Winte</a>r di Bruxelles (del 23 dicembre) si legge: “L’articolo 7 rappresenta l’arma più potente dell’Unione contro uno stato membro che infrange i valori condivisi. […] Ma nessuno può essere escluso dalla UE. Eppure, se uno stato […] non ancora incluso nell’Unione avesse una legge sui media come quella ungherese, non verrebbe certamente ammesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente è stato Michael Frank a biasimare il comportamento della UE rispetto alla legislazione sui media dell’Ungheria. Il giudizio è già palpabile dal titolo: “Una missiva troppo indulgente da Bruxelles” (articolo datato il 28 gennaio, non disponibile nella versione online). Si ironizza sul fatto che il comunicato all’Ungheria sia stato redatto dalla penna di Neelie Kroes, commissario per i media digitali, piuttosto che dal responsabile della difesa dei principi europei, Viviane Reding, e sottolinea infine come non sia stato per nulla trattata la questione del controllo sul flusso delle informazioni e delle opinioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Persino per la stampa boulevardistica la questione riveste una certa rilevanza e in un’intervista piuttosto ampia e pubblicata in due parti (datata 17 gennaio) il Bild pone al primo ministro ungherese la domanda:“<a href="http://www.bild.de/BILD/politik/2011/01/17/ungarn-premier-viktor-Orbán-mediengesetz/interview-ministerpraesident-wuerden-sie-bild-verbieten-lassen.html">Vieterebbe anche la pubblicazione del BILD?”</a></p>
<p style="text-align: justify;">Accanto ai quotidiani e alle trasmissioni radiofoniche, il tema trova anche importanti ripercussioni sui watchblog, soprattutto in netzpolitik.org e in<a href="http://carta.info/"> Carta</a> (blog d’autore per la politica, l’economia e la comunicazione mediale). La chiarezza espostiva con cui <a href="http://www.netzpolitik.org/">Netzpolitik.org</a> illustra i retroscena della legge ungherese ha conquistato il feed-back di ben 50 commenti che invitano a una profonda riflessione sul ruolo della politica mediatica in Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Su Carta il contributo di <a href="http://carta.info/36791/ist-das-neue-ungarische-mediengesetz-ein-fall-fuer-die-europaeische-union/">Hubertus Gersdorf</a> (23 Dicembre) scredita l’attenzione dedicata al problema da parte dell’Unione Europa, che lo ritiene solo uno dei tanti casi da trattare. In altri testi e servizi si parla di <a href="http://carta.info/36818/die-ungarische-variante-der-gleichschaltung/">Variante ungherese dell’indifferenza</a>, Barbarie approvata dalla costituzione a Budapest oppure ancora della conseguenza di un minuto di silenzio in un programma radio ungherese . Già, un minuto di silenzio in difesa della pluralità di informazione e della libertà di stampa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto di vista dei media austriaci</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ungheria – un paese di farabutti o di immaturi?</em></p>
<p style="text-align: justify;">di Patricia Käfer, Medienhaus Wien</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla fine di dicembre fino all’inizio di febbraio Lo Standard, quotidiano regionale di Vienna, ha realizzato – per lo meno online – molti pezzi a riguardo, tra cui articoli, post sui blog, videocast, commenti, ecc. Il tono dei commenti è palesemente critico nei confronti del Fidesz : verso la metà di gennaio il capo redattore Alexandra Föderl-Schmid richiede infatti  “un’uniformazione del diritto mediatico in Europa, affinchè vengano impediti interventi di questo genere” e conclude dichiarando che “L’UE non è solo una comunità economica, bensì anche una comunità di valori”.</p>
<p style="text-align: justify;">La replica giunge pochi giorni dopo direttamente dall’ambasciatore ungherese a Vienna, Vince Szalay-Bobrovniczky, in un commento intitolato “<a href="http://derstandard.at/1293371111636/Kommentar-der-Anderen-Ungarn-ist-kein-Schurkenstaat">l’Ungheria non è uno stato di farabutt</a>i”. A fine gennaio il corrispondente di Bruxelles dello Standard ,Thomas Mayer, lascia intendere <a href="http://derstandard.at/1295570936066/Mayers-Europablog-Fall-Orban-demnaechst-erledigt">nel suo blog </a>che la presidenza ungherese cercherà di convincere la UE “abbellendo” la legge qua e la, mentre il pubblicista Robert Misik, direttore di un videoblog su derStandard.at la interpreta (riferendosi all’<a href="http://www.sueddeutsche.de/kultur/aufruf-von-habermas-und-nida-ruemelin-schuetzt-die-philosophen-1.1050449">appello di Jürgen Habermas nella SZ</a>) solo come sintomo di un problema molto più ampio: “<a href="http://derstandard.at/1295571197831/Videocast-von-Robert-Misik---Folge-166-Die-Freiheit-und-ihre-Feinde">una grande ondata di chiarezza sta attraversando il paese</a>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’inizio di dicembre il quotidiano Die Presse espone le sue proteste contro la pianificazione della legge e la sua successiva entrata in vigore in modo decisamente molto divergente. Già il 21 dicembre, Paul Lendvai, pubblicista austriaco di fama popolare e di origini ungheresi afferma: “E’ un passo in direzione della Bielorussia nonché una regressione verso i tempi bui della storia ungherese” e dichiara di essere molto rammaricato per una tale involuzione antidemocratica. Da questa data fino all’inizio di febbraio quasi ogni giorno compare almeno un articolo o un contributo di un autore ospite in merito a questo argomento. L’orientamento dei pezzi varia alquanto: in un editoriale viene invocata la “forza autopurificante” di “un paese immaturo” e qualsiasi tipo di intervento negli affari interni dell’Ungheria viene ritenuto controproducente. Ma l’8 gennaio il medesimo autore, Wolfgang Böhm, ritorna sull’argomento affermando: “Il capo del governo Viktor Orbán non è in grado di confrontarsi con la critica mossa da tutto il mondo contro la nuova legge sui media”. Pochi giorni dopo l’ex corrispondente della ARD Detlef Kleinert scrive nella Presse che la limitazione della libertà di opinione e di stampa imposta dalla legge è certamente da condannare, ma che una tale critica appare piuttosto ipocrita se mossa da un paese come l’Austria “in cui è proprio il partito del cancelliere a decidere a chi spettano incarichi influenti nella radio di stato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il Kurier affronta l’argomento in numerosi articoli e commenti del suo sito web, anche se in modo piuttosto superficiale. La posizione è alquanto critica nei confronti del Fidesz e del suo leader, come scrive il caporedattore Helmut Brandstätter in un <a href="http://kurier.at/interaktiv/kommentare/2060597.php">editoriale </a>di fine dicembre: “La UE deve tenere d’occhio Viktor Orbán e, se necessario, dargli una bella bacchettata”.</p>
<p style="text-align: justify;">In modo meno dettagliato ma decisamente polemico, il portale online della Kronen Zeitung, foglio boulevardistico di altissima tiratura, si occupa a fine dicembre 2010 della promulgazione della legge e a fine gennaio parla di una possibile modifica della legge ungherese sui media.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto di vista dei media svizzeri</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La neutralità della Svizzera</em></p>
<p style="text-align: justify;">Di Selina Duelli</p>
<p style="text-align: justify;">La trattazione del problema è risultata piuttosto contenuta da parte dei media svizzeri del cantone tedesco e di quello italiano, sia dal punto di vista della quantità degli articoli, sia dal punto di vista dell’esposizione argomentativa.</p>
<p style="text-align: justify;">I servizi sono per la maggior parte di natura nozionistica e oggettiva. In particolare la <em>Neue Zürcher Zeitung</em> (NZZ) ha assunto una precisa posizione critica nei confronti della Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quotidiano vede nelle violente reazioni dei paesi membro contro la nuova legge la conseguenza della perdita di credibilità della UE a livello internazionale e la relativa necessità di recuperarla mediante una coerente gestione degli affari di politica interna.</p>
<p style="text-align: justify;">“Tuttavia, la commissione di Bruxelles e il Parlamento Europeo non sono tenuti ad assolvere la funzione di comitato di assistenza sociale e a vigilare su garbugli democratici”, così recita l’<a href="http://www.nzz.ch/nachrichten/startseite/die_union_der_moralapostel_1.9155858.html">articolo</a>. Al rappresentante dei Socialdemocratici e dei Verdi del Parlamento Europeo il giornalista Eric Gujer ricorda poi il dovere di “onorare l’impegno della difesa dei diritti fondamentali contro una politica di interessi”, senza far passare le forze conservative per democratiche, perché questo non fa altro che palesare la politica “ipocrita” dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quotidiano ticinese Corriere del Ticino in data 17 gennaio riporta un <a href="http://www.cdt.ch/commenti-cdt/commento/37695/il-ritorno-del-nazionalismo-magiaro.html">commento di Sergio Romano </a>nel quale il giornalista critica  i toni nazionalisti e populisti del governo ungherese ma si dice altresì sicuro che fattori determinanti come la presidenza della UE e la crisi economica del paese costringeranno Viktor Òrban ad abbassare i toni e a scendere a compromessi.</p>
<p style="text-align: justify;">I quotidiani gratuiti <em>Blick Am Abend</em> e <em>20 Minuten sui loro siti </em> realizzano generalmente pochi servizi propri, tendenza ancor più accentuata nella trattazione degli affari esteri. Nel caso qui discusso hanno attinto completamente dal materiale delle agenzie di stampa, senza offrire alcun articolo di opinione.</p>
<p style="text-align: justify;">I siti internet dei telegiornali più importanti offrono ancor meno contenuti redazionali di propria realizzazione. In toponline.ch predomina il materiale delle agenzie, mentre nella sua hompage ZüriNews non dispone di alcun contenuto redazionale; solo SF1 si occupa in modo più preciso dell’argomento, attingendo però prevalentemente ai documenti delle agenzie. Anche qui, del tutti assenti gli articoli di opinione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto di vista dei media inglesi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Legge bavaglio, rinascita del comunismo e critiche della UE</em></p>
<p style="text-align: justify;">di Miryam Nadkarni</p>
<p style="text-align: justify;">Il quotidiano liberale <em>The Guardia</em>n tratta il tema da diversi punti di vista. Nel complesso la redazione cerca di fornire una trattazione neutrale e oggettiva, ma alcuni articoli esplicitano l’atteggiamento fortemente critico dei giornalisti nei confronti della nuova legge.</p>
<p style="text-align: justify;">Riportiamo l’esempio di un commento redazionale del 5 gennaio 2011: “Viktor Orbán è l’ultima persona idonea in Europa a poter assumere la presidenza della UE”. I contributi di The Guardian non hanno solo l’Ungheria nel mirino, bensì anche la Comunità Europea stessa, come ad esempio si legge nell’articolo intitolato “<a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jan/20/hungary-eu-media-law">The EU’s Hungary headache – and a whiff of double standards</a>” (“La pecora nera della UE-  due pesi e due misure”) del 20 gennaio 2011. L’autore Simon Tisdall critica il modo di procedere dell’Unione nei confronti della politica ungherese e argomenta sostenendo che ci sono certo altri stati membri che non rispettano le direttive europee ma che non vengono condannati solo perchè più grandi e più influenti. Tuttavia, il giornalista ritiene in ogni caso necessario procedere contro l’Ungheria venga presa di esempio per altri paesi con discutibili diritti civili .</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>Daily Mail</em>, uno dei giornali scandalisitici inglesi più letti, si occupa di questa tematica solamente due volte. Il primo articolo è datato il 23 dicembre e intitolato“<a href="http://www.dailymail.co.uk/news/article-1341165/Hungary-gags-media-throws-EU-presidency-doubt.html">Hungary gags media and throws its EU presidency into doubt with Communist-style measure</a>” (“L’Ungheria imbavaglia i media e scredita la presidenza dell’UE per la sua politica di impronta comunista”).</p>
<p style="text-align: justify;">All’interno dell’articolo prende la parola il politico tedesco Daniel Cohn-Bendit: “l’Ungheria si sta orientando nuovamente verso una dittatura comunista di controllo del popolo”. Con tanto di foto di Orbán, serissimo e ritratto da sottinsù, un tipico espediente stilistico per esprimere un atteggiamento di minaccia e autorità.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario del <em>Daily Mail</em>, i <a href="http://www.bbc.co.uk/search/news/?q=hungary%20media%20law">servizi della BBC </a>sono encomiabili e ben approfonditi. Al di là degli articoli che trattano specificatamente della legge e ospitano sempre interviste con numerosi politici, vengono proposti anche contributi relativi all’organizzazione e alla storia dell’Ungheria, nonchè persino l’inno nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più amato giornale scandalistico inglese, The Sun, non affronta l’argomento e si limita a pubblicare online un video di twitter sulle proteste del popolo ungherese, rintracciabile però solo passando per il sito della BBC, in cui del resto sono sempre segnalati ulteriori link per approfondire la tematica.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi, i media inglesi più rilevanti hanno esaminato la tematica in modo preciso, ponderato e responsabile, mentre i giornali scandalistici hanno trattato la questione solo se allettati da materiale sensazionale. Negli articoli si è sempre cercato di drammatizzare la faccenda con citazioni ad effetto e la critica ha interessato sia la Comunità Europea sia il presidente ungherese, critica probabilmente motivata dal fatto che gli inglesi hanno spesso avuto da ridire contro la UE.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto di vista dei media francesi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un&#8217;influenza populistica</em></p>
<p style="text-align: justify;">di Thilo Kötters</p>
<p style="text-align: justify;">“L’Ungheria si fa beffa dell’Europa” – il principale quotidiano regionale francese Le Monde ritiene che l’intenzione, ormai nota dall’inizio di gennaio, di introdurre una legge sui media così restrittiva non apporti alcun vantaggio all’Ungheria, nè tanto meno agli altri 26 paesi membri. Anche altri media francesi sottolineano la portata europea di questa decisione politica, nonchè l’ombra gettata sulla presidenza ungherese del Consiglio Europeo, iniziata il 1 gennaio 2011.</p>
<p style="text-align: justify;">In un <a href="http://www.lemonde.fr/idees/article/2011/01/04/la-hongrie-se-moque-des-valeurs-de-l-europe_1460751_3232.html">editoriale del 4 gennaio</a>, <em>Le Monde</em> sostiene che il governo ungherese stia palesemente infrangendo gli accordi comunitari. Il quotidiano disapprova la mancata presa di posizione degli altri paesi e dichiara che le decisioni di ciascun stato membro non siano per nulla svincolabili dai valori politici della UE.</p>
<p style="text-align: justify;">Data la situazione, il quotidiano di Lille, La Voix du Nord, non vede l’Europa “in gran forma” bensì affetta da una sorta di “influenza populistica” (articolo del 5 gennaio). Proprio il paese che dovrebbe garantire l’unione europea diffonde invece una grande sensazione di disagio a causa di una legge che risulta inconciliabile con il principio della libertà di stampa sancito dalla Carta Europea dei Diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">“Populismo esagerato” titola il giornale regionale di maggiore tiratura, Ouest-France (Rennes) bollando lo stile del governo ungherese e annoverando il premier Viktor Orbán tra i populisti di destra, insieme all’austriaco Jörg Haider e all’olandese Geert Wilders. E‘ una legge che imbavaglia i media e Orbán, prosegue il giornale citando da Wikileaks, “sta giocando con il fuoco”, conclude affermando che quello che sta succedendo a Budapest debba coinvolgere e riguardare tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l’Humanité, giornale di stampo socialistico, teme la fase di una “presidenza turbolenta” nell’Unione Europea. Nell‘uscita del 4 gennaio condanna la critica moderata degli altri stati e l’eccessiva inerzia della UE, che ha contenuto così a lungo i suoi timori fino ad assistere alla definitiva approvazione della legge. Anche Ouest-France delinea dei parallelismi con la storia della politica austriaca e ricorda la comminazione di numerose sanzioni dopo il successo delle elezioni dell’estrema destra del 2000.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cortina di ferro per la libertà di stampa”, questo il titolo della Libération del 4 gennaio, che denuncia la violazione della Carta Europea dei Diritti Fondamentali e interpreta la legge quale un passo indietro verso l’autocensura dei tempi del comunismo, a giudicare dalle ingenti sanzioni disciplinari.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa ha molto da perdere se chiude gli occhi di fronte agli sviluppi della politica ungherese, si legge in un <a href="http://blogs.lexpress.fr/noellelenoir/2011/01/16/non-monsieur-barroso-tout-ne-va-pas-pour-le-mieux-en-hongrie/">blog del settimanale L’Express</a>, attento, così come altri media francesi, alla portata internazionale delle leggi sui media e agli altri provvedimenti intrapresi dal governo ungherese. Se la Commissione Europea facesse sentire un pò di più la sua voce “Viktor Orbán capirebbe di non poter essere a capo dell’Europa senza rispettare i suoi valori fondamentali”. L’autore ammette certo che l’Ungheria è stato spesso teatro di conflitti tra i media e gli organi di controllo, ma che questo non giustifica l’introduzione di sanzioni draconiane per servizi immorali e avventati.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Il punto di vista dei media spagnoli</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alla Spagna non interessa la libertà dei media in Ungheria </em></p>
<p style="text-align: justify;">Di Daniel Fernández</p>
<p style="text-align: justify;">Solo in rari casi i media spagnoli hanno parlato delle limitazioni della libertà di stampa in Ungheria, come se fosse un tema lontano, che non li toccasse direttamente. I quotidiani <em>El País</em> ed <em>El Mundo</em> sono gli unici ad argomentare le misure interventistiche nei confronti della libertà dei media ungheresi. Mentre <em>El Mundo</em> pubblica in internet un c<a href="http://www.elmundo.es/elmundo/2010/12/21/internacional/1292926050.html">ontributo di un corrispondente dell’agenzia di stampa reuters</a> , la versione online di <em>El País</em> <a href="http://www.elpais.com/articulo/internacional/Criticas/internacionales/control/total/medios/prensa/Hungria/elpepuint/20101221elpepuint_6/Tes">affronta il tema dal punto di vista di un reporter della propria redazion</a>e.</p>
<p style="text-align: justify;">Un po’ più di attenzione viene dedicata quando a metà gennaio il Parlamento Europeo interviene nel dibattito, in numerosi articoli viene pertanto sottolineato il ruolo della presidenza del Consiglio Europeo mentre alcuni si occupano delle reazioni degli altri paesi. Curioso il fatto che siano proprio le televisioni a prendere distanza dall’argomento, le emittenti si concentrano infatti molto di più sui servizi di intrattenimento piuttosto che di informazione, e tale tendenza vale anche per la trattazione della cronaca estera. Solo il servizio pubblico della TVE offre a riguardo informazioni di carattere generale e alcuni video.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong> <strong>Il punto di vista dei media portoghes</strong>i</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Assolto il dovere di cronaca</em></p>
<p style="text-align: justify;">di Mariella Trilling</p>
<p style="text-align: justify;">La nuova legge ungherese sui media non è un tema poi così avvincente per i giornalisti portoghesi e neanche per il web. Non si va oltre il diritto di cronaca. Certo, l’attenzione verte completamente sulle prossime elezioni, eppure persino in Brasile, a 10.000 chilometri di distanza e anche lui nelle mani di un governo appena eletto, ci si occupa in modo più dettagliato del bavaglio alla libertà di stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">3 gennaio 2010. Sono trascorse già due settimane da quando le delibere del presidente ungherese Viktor Orbán hanno per la prima volta influenzato i titoli della maggior parte dei media europei. “Fine della libertà di stampa in Ungheria”, così recita un titolo nella testata portoghese Público, il primo articolo che compare sull’argomento nel portale online, <a href="http://www.publico.pt/">www.publico.pt</a>. Tre giorni dopo la redazione parla dell’atteggiamento conciliante del governo ungherese e dell’intenzione di emendare sul sito parti della legge tanto dibattuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l’homepage del foglio di qualità Jornal de Notícias potrebbe farlo ma il caso ungherese sembra non costituire un tema sufficientemente interessante. Solo tre articoli trattano l’argomento – come in Público– e solo in data 3 gennaio, ben due settimane dopo che gli altri media europei ne avevano già ampiamente parlato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <a href="http://aeiou.expresso.pt/">settimanale Expresso</a> si occupa della nuova legge sui media nella regolare offerta di notizie del suo sito internet, lo sviluppo della questione viene poi seguito e commentato nei blog. A differenza dei giornalisti del Público, qui gli autori si sbilanciano un po’ di più e il comportamento del governo di Orbán viene talvolta giudicato sfrontato (“<a href="http://aeiou.expresso.pt/viktor-orban-o-kuruc-dos-tempos-modernos=f629439">Come un ragazzotto maleducato</a>“), talvolta criticato in tono compassionevole (“L’inizio poco fortunato della presidenza della UE dell’Ungheria” ). Ai lettori maggiormente interessati viene messo a disposizione il link a presseurop.eu , in cui viene quotidianamente pubblicata una selezione di articoli tradotti in 10 lingue tratti da oltre 200 quotidiani, riviste e magazine.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene lontani dall’Europa, sia geograficamente che culturalmente, i media brasiliani trattano ampiamente il problema, per certi versi anche in modo molto dettagliato. Un esempio è il sito del Folha de São Paulo : con un solo giorno di ritardo rispetto ai loro colleghi europei, i giornalisti di questa testata pubblicano il primo articolo sul tema. A brevi intervalli di tempo seguono sempre più informazioni relative allo sviluppo della questione, tratte da agenzie di stampa e dalla Deutsche Welle, non solo, nessun media brasiliano di una certa rilevanza si permette di trascurare gli sviluppi della questione.</p>
<p style="text-align: justify;">E i Portoghesi? Anche loro ne parlano, certo. Ma analizzano e commentano ben poco, non si schierano e lasciano ai margini gli sviluppi della notizia. Semplice dovere di cronaca quindi, nulla di più.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Il punto di vista dei media svedesi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Dagens Nyheter è l’unico a dire la sua</em></p>
<p style="text-align: justify;">di Eva-Maria Spiller</p>
<p style="text-align: justify;">In Svezia solo uno dei quattro più importanti quotidiani si occupa in modo approfondito dello scandalo, il Dagens Nyheter (DN), la più grande testata svedese di qualità. In un lasso di tempo che intercorre dal 22 dicembre 2010 al 19 gennaio 2011 compaiono in tutto sette contributi sul tema. In tre casi il materiale dell’agenzia di stampa Tidningarnas Telegrambyrå (TT) non subisce variazioni, mentre in altri due viene rielaborato per la pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ una corrispondente del Dagens Nyheter a redigere l’ <a href="http://www.dn.se/kultur-noje/debatt-essa/en-tyst-minut-for-ungerns-medier">articolo più interessante e approfondito</a>, (datato 3 gennaio) e ad affrontare i seguenti quesiti da un punto di vista critico: cosa è la legge sui media? E’ legittima? Come reagisce la UE nei confronti delle idee politiche ungheresi? Può una tale decisione essere sostenuta dalla UE? Come reagiscono gli altri paesi membri? In confronto agli altri quotidiani oggetto della presente indagine, il DN è l’unico a proporre un’argomentazione critica: si indaga sul potere sempre più forte del governo, si cerca di colmare le lacune della legislazione comunitaria e si commentano le critiche e i punti di vista degli altri paesi. La tesi di fondo è che i cittadini vengono derubati in buona parte della loro libertà di espressione mentre i media sono privati del loro unico strumento di verità. Secondo il quotidiano, il governo ungherese non intende rinunciare al suo potere e, d’altra parte, la comunità europea non è in grado di proporre soluzioni adeguate in tema di sanzioni e tasse, argomentazioni del tutto assenti nel Göteborg-Posten, nell’ Expressen e nel Aftonbladet .</p>
<p style="text-align: justify;">In un arco di tempo che intercorre dal 3 al 19 gennaio, Il Göteborgs-Posten, il secondo più grande quotidiano di qualità, pubblica complessivamente nella sua offerta online sei contributi. Quattro di questi derivano dall’agenzia di stampa TT, altri due sono commenti di due deputati svedesi del Parlamento Europeo, uno di cui è stato anche ospitato nelle pagine del DN. Assolutamente assenti i servizi dei corrispondenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Decisamente scarsa l’attenzione dedicata da parte dei principali giornali scandalistici svedesi, l’Expressen e l’Aftonbladet. L’unico articolo di quest’utlimo risale al 19 gennaio e attinge ai comunicati della TT, il cui materiale è stato del resto utilizzato anche dal DN e dall’Expressen proprio nel medesimo giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 20 gennaio l’Expressen pubblica poi un <a href="http://www.expressen.se/1.2298164">commento</a> di un deputato europeo, in cui viene illustrata la posizione del premier svedese Reinfeldt nei confronti della politica ungherese. Invece di tematizzare l’attentato alla libertà del popolo ungherese, l’articolo verte soprattutto sulle apparenti manchevolezze del premier svedese, senza tuttavia chiaramente delineare l’opinione del politico né palesare i punti fondamentali del suo pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto di vista dei media russi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Una cosa del genere non ce la saremmo aspettata dall’Ungheria”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Di Anja Willner</p>
<p style="text-align: justify;">Nei media russi tradizionali il problema viene affrontato o in modo distaccato, per puro dovere di cronaca, o non se ne parla proprio, ma alcune voci hanno sorprendentemente esposto il loro punto di vista critico.</p>
<p style="text-align: justify;">In un <a href="http://www.izvestia.ru/news/news264498">breve contributo il quotidiano Iswestija</a>, nota testata di qualità, critica ad esempio il comportamento della Commissione Europea nei confronti del problema e accenna timidamente alla dichiarazione di Viktor Orbán di apportare alcune modifiche alla legge.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le elezioni di aprile il Iswestija ha designato Viktor Orbán come colui che trasformato il partito liberale Fidesz in un gruppo conservativo, tanto da meritarsi l’etichetta di “populista”, tuttavia, non ci si addentra in un giudizio esplicito nei confronti delle sue idee politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Si accenna anche al fatto che da Orbán ci si sarebbe piuttosto aspettati una repubblica filorussa, al contrario dei suoi predecessori che miravano invece a includere il paese nel patto Nato. Nei mesi di novembre e dicembre, Viktor Orbán si è incontrato a Mosca con il Primo ministro Putin, destando l’attenzione della maggior parte dei media russi, non solo, Putin sembra avergli concesso un’udienza privata anche prima della sua elezione: si pone quindi l’interrogativo se la svolta nei rapporti russo-ungheresi abbia a che fare con una trattazione così limitata di questo problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco invece quello che scrive a proposito il<a href="http://www.ng.ru/world/2010-12-27/1_vengria.html"> Nesawissimaja Gaseta </a>(“Giornale indipendente”): “La legge non è stata ancora sottoscritta dal presidente, ma ha già scatenato una certa risonanza”. La legge viene qui definita come una vera e propria “pietra dello scandalo” e additata quale la causa che potrebbe fare traballare la presidenza ungherese del Consiglio Europeo. Il contributo si limita però a individuare gli argomenti delle posizioni critiche internamente alla Commissione e al Parlamento Europei, tra cui del resto la Germania si distingue per la sua posizione particolarmente critica. Si riporta infatti l’avvertimento pubblicato da Angela Merkel per mezzo del ministro Hoyer, in cui la cancelliera mette in guardia contro il rischio di ferire importanti principi legali mediante la gestione dei mezzi di comunicazione di massa. Tuttavia, la posizione del giornale nei confronti del problema non viene più di tanto esplicitata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quotidiano economico Kommersant specifica la serie di scandali con cui inizia la presidenza europea dell’Ungheria, tra cui si annovera appunto la nuova legge sui media. L’analisi del problema verte sulle aspettative disattese di questa presidenza, che si sarebbe dovuta occupare di problematiche più serie, quali la grave crisi economica e che, invece, già dalle prime tre settimane del suo incarico ha diffuso un clima di insoddisfazione. Sono soprattutto i deputati europei e i capi di partito Martin Schulz e Daniel Cohn-Bendit a beneficiare di un ampio spazio per esprimere il proprio parere.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ degno di nota, ritiene il Kommersant, che Orbán abbia iniziato il suo discorso di ingresso nel Parlamento Europeo soffermandosi sui valori della libertà e della democrazia. Vengono poi riportati gli argomenti sostenuti dal governo ungherese – la legge sui media riguarda gli affari interni e l’Ungheria è una delle prime democrazie della ex Unione Sovietica – e il paragrafo sulla tanto dibattuta legge sui media è già concluso, senza lasciare trasparire l’opinione dell’autore.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il Komsomolskaja prawda ha gridato allo “scandalo”, come<a href="http://www.kp.ru/online/news/812339/"> recitano i titoli di testa</a>, peccato però che lo scandalo consista più nel famigerato tappeto che il governo ungherese ha fatto mettere nell’edificio del Consiglio Europeo, in quanto rappresenta sì l’Ungheria ma con i confini del 1848.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giornale scandalistico lascia quindi in secondo piano la questione della legge sui media, trattata solo ai margini, in una frase secondaria : “anche gli stati membro disapprovano una legge sui media, in quanto basata sulla censura”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutt’altro tono è il sito di notizie dell’opposizione moderata,<a href="http://lenta.ru/articles/2011/01/11/tsenzura/"> lenta.ru</a>: “I media ungheresi costretti a seppellire la libertà di espressione”, “La fine della libertà”, così citano i titoli dei redattori. Viene anche riportata la protesta di due quotidiani ungheresi, ma si tratta solo di un’esposizione cronachistica dei fatti, nulla di più.</p>
<p style="text-align: justify;">In un altro articolo il discorso è incentrato sull’ “effettiva introduzione della censura” in Ungheria. lenta.ru si occupa inoltre di un possibile ricorso costituzionale da parte di un quotidiano ungherese, cosa che del resto il redattore russo ritiene poco probabile, dato che “dall’aprile 2010 Viktor Orbán ha fatto qualsiasi cosa per consolidare il potere del partito”. Tuttavia, grande fiducia viene riposta in un efficiente azione di controllo da parte della Commissione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Un evidente attegiamento critico è anche riscontrabile dall’emittente estera Wolos Rossii (“La voce della Russia”, prima “Radio Mosca”). L’emittente viene finanziata dallo stato e ha l’obiettivo di rappresentare all’estero la Russia, una funzione simile a quella della Deutsche Welle per la Germania.  Ciò che sorprende è l’ampio spazio dedicato alle voci critiche nei confronti della legge sui media. Un esempio è Boris Rezik, vicepresidente della Commissione della Duma per la politica dell’informazione. Il suo parere nei confronti della legge sui media è assolutamente negativo: “Dall’Ungheria non ci saremmo mai aspettati una simile decisione, perché il paese si è proclamato quale stato libero e democratico e un segno della società democratica è proprio determinato dalla libertà dei mass media”, ed esprime poi il timore che l’Ungheria possa assurgere a modello da imitare.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la “Voce della Russia” prende posizione e la richiesta volta alla Commissione Europea di modificare la legge <a href="http://rus.ruvr.ru/2011/01/06/38920257.html">viene ritenuta dall’autore assolutamente “fondata</a>”. La cosa sorprende molto, dato che la Russia non può certo essere considerata la “culla” della libertà di stampa. Perlomeno – e questo preme particolarmente ai politici russi –in Russia non è in vigore alcuna legge, che renderebbe lecita la censura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong><strong>Il punto di vista dei media americani</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La vendetta di Orbán contro i trasgressori</em></p>
<p style="text-align: justify;">Di  Julia Weiß</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>New York Times</em> si è ampliamente interessato alla legge ungherese sui media. Su nyt.com si possono infatti leggere numerosi articoli approfonditi sia su questo tema sia sul ruolo dell’Ungheria all’interno della Comunità Europea. Il <a href="http://www.nytimes.com/2011/01/07/world/europe/07iht-hungary07.html?_r=3&amp;scp=4&amp;sq=Hungarian&amp;st=cse">corrispondente Stephen Castle </a>si occupa dell’Ungheria soprattutto dalla prospettiva della UE, della funzione della presidenza europea e del contestato presidente Orbán bersagliato dalle critiche degli altri paesi membro. Vengono illustrate le tappe della carriera di Orbán, giudicando poi quale mossa alquanto sbagliata la promulgazione della legge sui media all’inizio della sua funzione di presidente del Consiglio Europeo, su questi passi falsi e sulle relative difficoltà l’autore redige poi anche un <a href="http://www.nytimes.com/2011/01/20/world/europe/20hungary.html?_r=1&amp;scp=2&amp;sq=Hungarian&amp;st=cse">ulteriore contributo</a>. Con la medesima oggettività <a href="http://www.nytimes.com/2011/01/18/world/europe/18iht-letter18.html?scp=8&amp;sq=Hungarian&amp;st=cse">Judy Dempsey commenta da Berlino </a>il contesto europeo in cui si inserisce la legge sui media.: riepiloga brevemente la “labile posizione” dei paesi dell’Europa dell’Est e dipinge la questione ungherese come xenofoba e antisemitica.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ il <em>Washington Post</em> a promuovere il dibattito culturale più intenso. Nella colonna intitolata “<a href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/12/27/AR2010122702864.html">Jeopardizing democracy in Hungary</a>” (“La minaccia alla democrazia in Ungheria”) Anne Applebaum delinea la situazione politica ungherese e interpreta la legge come “vendetta” intimata dal presidente nei confronti di quei giornalisti che non intendono adeguarvisi: una vera e propria azione di corruzione a cui tuttavia l’elite e i media ungherese non sembrano attribuire l’adeguata attenzione. Segue poi il parallelismo con i politici americani, anche loro talvolta ben volentieri tentati di sbarazzarsi dei giornalisti un po’ scomodi, e conclude in tono piuttosto moderato: “Orbán è cresciuto in uno stato governato monopartitico, la sua consapevolezza storica dovrebbe trattenerlo dall’instaurare nuovamente un regime simile”.</p>
<p style="text-align: justify;">Numerose sono state le lettere dei lettori dopo la pubblicazione dell’articolo “The Putinization of Hungary” (“La putinizzazione dell’Ungheria”). Un lettore avanza la proposta di indagare più approfonditamente sul ruolo dell’Ungheria nella UE e scredita la validità della sua presidenza del Consiglio Europeo, mentre un altro replica che una nuova legge sui media non debba necessariamente implicare le dimissioni dell’Ungheria e invita ad attendere gli effetti prima di avventare qualsiasi tipo di giudizio.</p>
<p style="text-align: justify;">USA Today assume a proposito una posizione piuttosto passiva, probabilmente per la sua natura di tabloid. Tuttavia, il 14 gennaio, viene pubblicato online - usatoday.com - un articolo sulle proteste contro la restrizione della libertà di stampa, Se da una parte l’articolo appare molto simile a un comunicato d’agenzia, piuttosto interessanti risultano i cinque commenti che ne seguono. Il primo commento critica la mancanza di fiducia stessa degli Americani nella libertà di stampa, mentre un altro lettore polemizza sulle informazioni approssimative fornite dalla redazione. Scrive infatti die aver partecipato di persona alle proteste in Ungheria e di poter confermare che i dimostranti fossero ben oltre di solo duemila.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><em><strong>Traduzione dall&#8217;originale tedesco</strong> &#8220;<a href="http://de.ejo-online.eu/?p=4471">Maulkorb für die Medien</a>&#8221; <strong>di Mariaelena Caiola</strong></em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><em><strong>*L&#8217;analisi è stata svolta dagli studenti  del corso di &#8220;Giornalismo e Scienze Culturali&#8221; della Technische Universität di Dortmund nell&#8217;ambito del seminario “Media e Cronaca Estera” con la supervisione dello staff dell&#8217;EJO</strong></em></span></p>
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