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	<title>EJO - European Journalism Observatory &#187; PR e Spin</title>
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		<title>Le idi di marzo: politica e giornalismo al cinema</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[PR e Spin]]></category>
		<category><![CDATA[George Clooney]]></category>
		<category><![CDATA[Le idi di marzo]]></category>
		<category><![CDATA[The Social Network]]></category>

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		<description><![CDATA[*Difficile, difficilissimo fare un film sulla comunicazione negli anni &#8217;10 del 2000. Complesso lo scenario da rappresentare, ineffabili le dinamiche che lo caratterizzano, scarsi i modi di trasferire in immagini un universo che è virale per sua stessa definizione, dominato da byte e Url dove persino la carta inizia a essere quasi anacronistica. Le idi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/leididimarzo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5571" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="leididimarzo" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/leididimarzo-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a></p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>*</strong></span>Difficile, difficilissimo fare un film sulla comunicazione negli anni &#8217;10 del 2000. Complesso lo scenario da rappresentare, ineffabili le dinamiche che lo caratterizzano, scarsi i modi di trasferire in immagini un universo che è virale per sua stessa definizione, dominato da byte e Url dove persino la carta inizia a essere quasi anacronistica.</p>
<p><em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=9OpYmwfg1Ac">Le idi di marzo</a></em>, l&#8217;ultimo film di George Clooney da regista, parla della campagna elettorale di un candidato alle primarie democratiche negli Usa ma contrariamente a molte altre pellicole politiche non vuole essere un biopic di finzione incentrato su un personaggio carismatico che, infine, diventa Presidente. Questo film ha come protagonista la comunicazione politica e un addetto stampa &#8211; Steven, interpretato da un magistrale Ryan Gosling reduce dalla spietata bellezza di <em>Drive</em> &#8211; e riesce nell&#8217;intento non scontato di rendere il discorso credibile e trascinante, coniugando un terreno specialistico e, ammettiamolo, un po&#8217; nerd, con la costruzione di un film godibile e visivamente potente, che potrà piacere agli appassionati di politica, comunicazione e giornali come al grande pubblico di Clooney.</p>
<p><span id="more-5569"></span><br />
La pellicola recente più vicina, per temi, messa in scena e regia a <em>Le idi di marzo</em> è senza dubbio <em>The social network</em> di David Fincher dello scorso anno, un film che a sua volta esplorava un protagonista di primo piano del mediascape contemporaneo trovando, al contrario che nel nuovo Clooney, nel biopic una via funzionale e ben riuscita di narrarlo. <em>Le idi di marzo</em>, al contrario, mette in scena ambiti e relazioni, prima che personaggi e figure: c&#8217;è la politica &#8211; rappresentata dal governatore Mike Morris / George Clooney -, c&#8217;è la comunicazione politica &#8211; oltre a Gosling, da applausi anche Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti; ci sono i giornali con la cinica Ida del <em>New York Times</em> / Marisa Tomei e non ci sono personaggi puliti. I media influenzano l&#8217;andamento della campagna e i media sono influenzati dalla campagna e il film non fa sconti a nessuno: &#8220;Che cos&#8217;è una velina?&#8221; chiede la fino a quel momento innocente stagista Molly (Evan Rachel Wood) a Steven / Ryan Gosling: &#8220;Un quintale di merda che mettiamo sui giornali domani&#8221;.</p>
<p>La politica e l&#8217;idealismo di Morris svelano il loro volto ambiguo, l&#8217;idealismo e l&#8217;abnegazione del lavoro di Steven si tramutano in spin, non ci sono amici e non ci sono accordi possibili, nessuna stretta di mano. A rendere il film così convincente è l&#8217;assenza di qualsivoglia tentativo di stereotipizzazione o di forzatura di tratti: nessuno dei personaggi è immediatamente inquadrabile o tratteggiato in modo piano e allo stesso modo anche la messa in scena dei contesti, sopratutto quello tecnologico, è credibile e realistica. Fare un film su questi temi avrebbe potuto passare attraverso l&#8217;affollamento della scena di gadget, device, smatphone, computer (terreno fertilissimo per un product placement d&#8217;assalto), ma anche in questo il film raggiunge standard alti: non c&#8217;è enfasi né tipizzazione eccessiva. Anche i riferimenti ai blog, detestati da tutto lo staff della campagna di Morris, compaiono: come entità elusive, imprevedibili, spine nel fianco.</p>
<p>Come ne escono i giornali e i giornalisti? Deboli e forti allo stesso tempo, prima influenzatori e poi influenzati. Steven crede di averli in mano, poi si ritrova lui stesso vittima del suo stesso potere, quando questo gli si rivolta contro portandolo al centro di uno scoop ordito da Ida Horowicz, la corrispondente del <em>New York Times</em> che credeva sua amica. Punto forte del film è anche il non dare risposte definitive su chi sia l&#8217;<em>agenda setter </em>di chi tra stampa e politica pur riuscendo a dare uno spaccato chiaro di come il rapporto tra i due settori sia spesso tutto fuorché lineare e limpido. Non ci sono modelli di etica assoluta in uno schema buoni/cattivi. Non ci sono reporter integerrimi che salvano l&#8217;interesse pubblico denunciando le zone d&#8217;ombra della politica. Come dicevamo, da <em>Le idi di marzo</em> nessuno esce pulito. Ma nessuno condannato. Il film si limita a osservare e il finale ne è la rappresentazione perfetta: &#8220;Niente stampa oltre questa linea. E lei è stampa&#8221;.</p>
<p>Ma oltre quella linea ci saranno un microfono e una telecamera. E una nuova intervista cui rispondere.</p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>* Non siamo soliti pubblicare recensioni o critiche cinematografiche ma questa volta, visto il periodo e visto l&#8217;argomento, abbiamo pensato di fare un&#8217;eccezione.</strong></span></p>
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		<title>Una performance eccezionale</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 11:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stephan Russ-Mohl</dc:creator>
				<category><![CDATA[PR e Spin]]></category>
		<category><![CDATA[Corporate Communication]]></category>
		<category><![CDATA[pr]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Bosch]]></category>

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		<description><![CDATA[Un esempio mostra chiaramente i risultati che oggi è possibile ottenere grazie alle pubbliche relazioni, in tedesco moderno, Corporate Communications. Il maggiore distributore mondiale di componenti high-tech per l’automobile, il gruppo Robert Bosch, recentemente ha festeggiato il suo 125 anniversario. Invece di stampare in un libro la storia dell’impresa la direzione dell’ufficio comunicazione ha preferito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://de.ejo-online.eu/wp-content/uploads/2011/11/Welt_1.jpg" alt="" width="230" height="160" />Un esempio mostra chiaramente i risultati che oggi è possibile ottenere grazie alle pubbliche relazioni, in tedesco moderno, Corporate Communications.</strong></p>
<p>Il maggiore distributore mondiale di componenti high-tech per l’automobile, il gruppo Robert Bosch, recentemente ha festeggiato il suo 125 anniversario. Invece di stampare in un libro la storia dell’impresa la direzione dell’ufficio comunicazione ha preferito proporre un caleidoscopio di 125 fotografie scattate contemporanamente in 125 luoghi del mondo. Il volume fotografico è stato stampato in 450.000 esemplari, in 19 lingue diverse ed è  stato distribuito in 62 paesi in ben 653 luoghi. 285.000 collaboratori hanno ricevuto il libro in regalo dai loro superiori. Inoltre 165 000 ulteriori volumi sono stati donati a clienti e partners d’affari.</p>
<p><span id="more-5234"></span>Nella rivista specializzata <em>Kommunikationsmanager, </em>la responsabile del reparto Comunicazione della Bosch, Uta-Micaela Dürig, e la responsabile del progetto Anke Dewitz-Grube, hanno svelato altri aspetti della pianificazione e dell’attuazione. La preparazione del volume è durata più di due anni. Sono state valutate circa 400 proposte tematiche provenienti da 40 diversi paesi e 800 portafogli di fotografi internazionali. In totale sono state coinvolte più di 1000 persone. Quale esempio migliore di queste cifre per spiegare il concetto di globalizzazione e il funzionamento della comunicazione aziendale a livello mondiale. Il progetto che sta dietro a questa pubblicazione è senza dubbio una prestazione logistica e promozionale eccezionale.  (Già solo impiegare simultaneamente 125 fotografi in tutto il mondo, è degno di rispetto, ne sa qualcosa chi ha fatto l’esperienza di coordinare  dieci collaboratori provenienti da culture e lingue differenti.</p>
<p>P.s. per essere trasparenti: l’autore dell’articolo ha lavorato per cinque alla Fondazione Robert Bosch di Stoccarda. Inoltre può dire con orgoglio di avere avuto tra i suoi studenti all’Università FU di Berlino proprio la Signora Dürig, vice presidente e direttrice della comunicazione alla Bosch.</p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>Traduzione dall&#8217;originale tedesco &#8220;<a href="http://de.ejo-online.eu/?p=5538"><span style="color: #888888;">Meisterleistung</span></a>&#8221; di Alessandra Filippi</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I media raccontano tutto tranne il vero potere? Il paradosso della globalizzazione e il ruolo sconosciuto delle nuove èlites</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2011 17:27:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Natascha Fioretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[PR e Spin]]></category>

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		<description><![CDATA[È il titolo della serata pubblica in programma lunedì 30 maggio 2011, ore 18.30, presso l&#8217;Aula Magna dell&#8217;Università della Svizzera italiana. Interverranno Janine Wedel politologa della George Mason University (Usa) e autrice del saggio “Elite ombra: così gli intermediari dei nuovi poteri minano la democrazia, i governi e il libero mercato nel mondo&#8220; premiato dalla critica dell&#8217;Huffington Post e Piero Ostellino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/invito-giornalismo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3847" title="invito-giornalismo" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/invito-giornalismo-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È il titolo della serata pubblica in programma lunedì 30 maggio 2011, ore 18.30, presso l&#8217;Aula Magna dell&#8217;Università della Svizzera italiana. Interverranno </strong><a href="http://janinewedel.info/"><strong>Janine Wedel</strong></a><strong> politologa della George Mason University (Usa) e autrice del saggio “</strong><a href="http://janinewedel.info/shadowelite.html"><strong>Elite ombra: così gli intermediari dei nuovi poteri minano la democrazia, i governi e il libero mercato nel mondo</strong></a><strong>&#8220; premiato dalla critica dell&#8217;</strong><a href="http://www.huffingtonpost.com/arianna-huffington/the-first-huffpost-book-c_b_412999.html"><strong>Huffington Post</strong></a><strong> e Piero Ostellino editorialista de <em>Il Corriere della Sera e saggista. </em>Modera la serata Marcello Foa giornalista e co-fondatore dell&#8217;Osservatorio europeo di giornalismo che ha recensito il libro della Wedel per<em> Il</em> <em>Giornale (<a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/articolo-il-giornale.pdf">Articolo</a>).</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta della  seconda di sette conferenze pubbliche del ciclo“Decadenza o rinascita? Il giornalismo a un bivio”, organizzato dall’Osservatorio europeo di giornalismo dell’Università della Svizzera italiana in collaborazione con <a href="http://www.societacivile.com/">l’Associazione Società Civile della Svizzera italiana</a> (ASCSI) e con <a href="http://www.wegelin.ch/">Wegelin &amp; Co. Banchieri Privati</a>. </p>
<p style="text-align: justify;">I media aiutano davvero il pubblico a capire cosa ci sia dietro una notizia? Riescono a raccontare, senza cadere nel cospirazionismo, quali siano e come operino  i nuovi poteri nell’era deIla globalizzazione? O bisogna ritenere che la maggior parte dei giornalisti sia mainstream e gregaria, rassicurante ma poco incisiva?</p>
<p style="text-align: justify;">Sono queste alcune delle domande a cui la Wedel e Ostellino daranno risposta.</p>
<p><span id="more-4205"></span>La serata è aperta al pubblico, per maggiori informazioni contattare <a href="mailto:natascha.fioretti@gmail.com">natascha.fioretti@gmail.com</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Biografie dei relatori</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/janin-photocolor2.jpg"></a>Janine Wedel</strong> è docente di Politica pubblica presso la George Mason University ed è Senior research fellow presso la New America Foundation. Ritenuta una pioniera nell’applicazione di strumenti e conoscenze antropologiche ad ambiti di governance, politica, economia e sociologia nel 2001 ha ricevuto il prestigioso Grawemeyer Award. La sua opera più importante è<em>  “</em>Shadow Elite: How the World&#8217;s New Power Brokers Undermine Democracy, Government, and the Free Market” (“Elite ombra: così gli intermediari dei nuovi poteri minano la democrazia, i governi e il libero mercato nel mondo”); un saggio illuminante e molto documentato, nel quale, in un’ottica liberale, rivela dinamiche sconosciute e insidie nascoste della globalizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Piero Ostellino</strong> è editorialista del <em>Corriere della Sera</em>. Si è laureato in <a title="Scienze politiche" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scienze_politiche">Scienze politiche</a> presso l&#8217;<a title="Università di Torino" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Universit%C3%A0_di_Torino">Università di Torino</a> ed è specializzato in sistemi politici dei paesi comunisti. Negli Settanta è stato corrispondente da Mosca e da Pechino per il <a title="Corriere della Sera" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Corriere_della_Sera"><em>Corriere della Sera</em></a>, del quale è stato direttore nel triennio1984-1987. Ha vinto il Premio Saint-Vincent, ed è autore di diversi saggi. L’ultimo, pubblicato nel 2009 da Rizzoli, è “Lo stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”. Inoltre collabora con il <em>Corriere del Ticino.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marcello Foa</strong>  dirige il sito de<strong> </strong> <em>il Giornale</em> ed è co-fondatore dell&#8217;Osservatorio europeo di Giornalismo. Inoltre insegna giornalismo e comunicazione all&#8217;USI e in altri atenei tra cui l&#8217; Università Cattolica e la Statale di Milano. Ha pubblicato il saggio &#8220;Gli stregoni della notizia. Da Kennedy alla Guerra in Irak: come si fabbrica informazione al servizio dei governi&#8221;. (Ed. Guerini e Associati, 2006).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rassegna stampa</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/ejo.pdf">Corriere del Ticino, 31.05.2011</a></p>
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		<title>Il potere manipolatorio delle immagini nei quotidiani: un caso comasco</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 14:34:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Ha fatto molto discutere &#8220;l&#8217;oscuramento&#8221; di Hillary Clinton, e di un&#8217;altra funzionaria della Casa Bianca, dalle foto nella &#8220;Situation Room&#8221;- scattate in occasione del blitz che ha portato alla morte di Osama Bin Laden - da parte del quotidiano israeliano ultraortodosso Der Tzitung. Fedele alla regola della testata di non pubblicare mai foto di donne per non distrarre i propri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://failedmessiah.typepad.com/failed_messiahcom/2011/05/hasidic-paper-removes-hillary-clinton-from-osama-picture-567.html"><img class="alignleft size-full wp-image-4191" title="Tzitung" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Tzitung.bmp" alt="" width="300" height="200" /></a>Ha fatto molto discutere <a href="http://www.ilpost.it/2011/05/09/il-trattamento-staliniano-per-hillary-clinton/">&#8220;l&#8217;oscuramento&#8221;</a> di Hillary Clinton, e di un&#8217;altra funzionaria della Casa Bianca, dalle foto nella &#8220;Situation Room&#8221;- scattate in occasione del blitz che ha portato alla morte di Osama Bin Laden - da parte del quotidiano israeliano ultraortodosso <em>Der Tzitung</em>. Fedele alla regola della testata di non pubblicare mai foto di donne per non distrarre i propri lettori, il quotidiano con sede a New York ha deliberatamente manipolato una foto diffusa a livello globale e destinata a rimanere nei libri di storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il potere delle immagini che accompagnano gli articoli di giornale può essere molto forte: una foto colpisce prima e più efficacemente delle parole, lo sanno bene i pubblicitari. Una foto può essere una notizia ancora prima che la notizia venga effettivamente data. Una foto, in definitiva, può mostrare una verità insindacabile, può essere una prova o può mostrare un falso, una manipolazione, una colossale opera di spin. Le prime foto del cadavere di Bin Laden erano dei falsi; le foto vere molto probabilmente, non le vedremo mai, a meno che non finiscano su Wikileaks. Oppure può essere veritiera o falsa in parte. <span id="more-4175"></span>Nel 2009 la città di Como  è stata al centro dell&#8217;attenzione mediatica per <a href="http://www.laprovinciadicomo.it/galleries/Foto/1170/1/">un muro</a> che faceva parte di un più ampio progetto di riqualificazione della passeggiata con annesso sistema antiesondazione, fortemente voluto dalla giunta del primo cittadino Stefano Bruni. Il muro venne costruito sul lungolago ostruendo completamente la vista sul primo bacino. La città si ribellò contro quello scempio e, dopo un susseguirsi di carte bollate, procedimenti amministrativi e rimbalzare delle responsabilità, l&#8217;allora assessore alle Grandi Opere Fulvio Caradonna, indicato da più parti come responsabile politico dell&#8217;accaduto, venne sfiduciato in Consiglio e <a href="http://www3.varesenews.it/insubria/articolo.php?id=152086">si dimise</a>. A distanza di anni, anche se il muro è stato demolito, il <a href="http://www.laprovinciadicomo.it/stories/Cronaca/423847/">cantiere</a> è ancora al suo posto e i lavori sono fermi, causando alla città un evidente danno economico e d&#8217;immagine. In tempi recenti <a href="http://www.ilgiorno.it/como/cronaca/2011/04/28/496880-riaprire_lungolago_pensano_privati.shtml">una cordata di privati</a> ha annunciato di volersi accollare i costi (120mila euro la loro offerta) per riaprire provvisoriamente una tratta della passeggiata nel periodo estivo. Poco tempo dopo si è fatto avanti anche <a href="http://qn.quotidiano.net/cronaca/2011/04/28/497141-muro_como.shtml">il calciatore Zambrotta</a> con una proposta più ricca. Il comune ha indetto un bando con richieste giudicate troppo esose dalla prima cordata, che ha preferito ritirarsi lasciando solo il progetto del milanista, che viene poi <a href="http://www.laprovinciadicomo.it/stories/Cronaca/425587/">approvato</a>, anche se con qualche riserva.</p>
<p>La notizia della ritirata della prima cordata, che ha tuttavia confermato la cifra offerta destinandola ad altro progetto per Como, è stata riportata il 3 maggio da due quotidiani comaschi, <em>La Provincia di Como </em>e il <em>Corriere di Como</em>. I due giornali riportavano le immagini scattate in un ristorante del centro durante una cena che vedeva coinvolti Zambrotta, due rappresentanti del gruppo di privati ritiratosi e, sorprendentemente, Fulvio Caradonna, l&#8217;ex assessore dimissionato proprio per via del cantiere sul lungolago.  Una è tagliata e omette la figura dell&#8217;assessore Caradonna, l&#8217;altra, intera, la mostra normalmente. Ad accorgersi della manipolazione è stato l&#8217;<em>Ordine</em>, terza voce del giornalismo comasco.</p>
<p><strong>FOTO DEL <em>CORRIERE DI COMO</em></strong></p>
<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/corrieredicomo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4181" title="corrieredicomo" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/corrieredicomo-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a></p>
<p>Il <em>Corrierino</em> è uscito con un&#8217;immagine scattata nel medesimo contesto, ma volontariamente &#8211; e in modo fin troppo evidente &#8211; tagliata. Nella foto si vede Zambrotta in primo piano e solo uno dei privati della cordata. Nessuna traccia dell&#8217;assessore, la cui presenza a quel tavolo è un fatto tutt&#8217;altro che di poco conto. L&#8217;articolo, inoltre, contrariamente a quello della <em>Provincia di Como</em>, non riporta mai il nome di Caradonna.</p>
<p><strong></strong></p>
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<p><strong>FOTO DE <em>LA PROVINCIA DI COMO</em></strong></p>
<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/laprovinciadicomo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4182" title="laprovinciadicomo" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/laprovinciadicomo-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a></p>
<p>Due immagini di quella cena raccontano due verità differenti. Una omette volontariamente la presenza del politico responsabile di un progetto dispendioso e fallito, ancora intrecciato ai suoi destini in ricerca di nuova credibilità. L&#8217;altra &#8211; quella completa &#8211; anche se l&#8217;articolo correlato su <em>La Provincia</em> non giudica il fatto rilevante dato che non lo illustra, rivela il fatto nella sua completezza. Secondo L&#8217;<em>Ordine</em> la cancellazione di Fulvio Caradonna è un assist giocato in favore del sindaco Bruni, a cui il <em>Corriere di Como</em> certamente non è ostile: la presenza stessa dell&#8217;ex assessore a quella cena potrebbe rendere il progetto di Zambrotta meno gradito alla cittadinanza. Una figura scomoda, almeno a questo stadio iniziale del progetto, da cancellare con un colpo di photoshop.</p>
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<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong> <strong>FOTO DE L<em>&#8216;ORDINE</em></strong></p>
<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/ordine.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4184" title="ordine" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/ordine-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a></p>
<p>Ad accorgersi della manipolazione è stato <em>L&#8217;Ordine</em>, terza voce del giornalismo comasco che il 4 maggio va in edicola riportando in prima pagina entrambe le foto in questione con la dicitura &#8220;L&#8217;Ordine enigmistico&#8221;, invitando, con un richiamo alla terza pagina, i suoi lettori a trovare le differenze.</p>
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		<title>Rivolte in Egitto e in Libia, com&#8217;è facile manipolare la stampa&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 13:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Foa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Giornale, 24.02.2011 Il Riformista intervista uno dei leader della rivolta in Egitto. Bel colpo, ma mancano le domande che contano. E lo scoop diventa, involontariamente, un esempio di come sia facile manipolare la stampa internazionale Nei giorni scorsi ho sostenuto che le rivolte in Egitto e in Tunisia sono state ispirate e indirizzate da Washington. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #888888;"><strong>Il Giornale, 24.02.2011</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.ilriformista.it/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3633" title="il riformista logo" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/il-riformista-logo-300x73.gif" alt="" width="270" height="66" /></a>Il </strong><em><strong>Riformista</strong></em><strong> intervista uno dei leader della rivolta in Egitto. Bel colpo, ma mancano le domande che contano. E lo scoop diventa, involontariamente, un esempio di come sia facile manipolare la stampa internazionale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nei giorni scorsi ho sostenuto che le rivolte in Egitto e in Tunisia sono state ispirate e indirizzate da Washington. La mia, più che una tesi, è una constatazione.  La stampa inglese e americana ha pubblicato, in ordine sparso, dei documenti, dai quali emerge il ruolo svolto dal governo americano, in particolare nei moti anti Mubarak. Si è <a href="http://stage.ilgiornale.it/desk/Nei%20giorni%20scorsi%20ho%20sostenuto%20che%20le%20rivolte%20in%20Egitto%20e%20in%20Tunisia%20sono%20state%20ispirate%20e%20indirizzate%20da%20Washington.%20La%20mia,%20pi%C3%B9%20che%20una%20tesi,%20%C3%A8%20una%20constatazione.%20%20La%20stampa%20inglese%20e%20americana%20ha%20pubblicato,%20in%20ordine%20sparso,%20dei%20documenti%20%28vedi%20qui%20e%20qui%29%20dai%20quali%20emerge%20il%20ruolo%20svolto%20dal%20governo%20americano,%20in%20particolare%20nei%20moti%20anti%20Mubarak.%20Si%20%C3%A8%20scoperto%20che%20nell%E2%80%99autunno%202008%20oppositori%20e%20blogger%20si%20sono%20riuniti%20al%20Dipartimento%20di%20Stato%20per%20promuovere%20un%E2%80%99Alleanza%20democratica%20allo%20scopo%20di%20rovesciare%20il%20regime%20di%20Mubarak%20proprio%E2%80%A6%20nel%202011%20e%20uno%20dei%20movimenti%20pi%C3%B9%20attivi%20era%20quello%20del%206%20aprile.%20Poi%20si%20%C3%A8%20scoperto%20che%20nel%20corso%20del%202010%20Obama,%20in%20gran%20segreto,%20ha%20esaminato%20il%20ricorso%20alla%20piazza%20per%20imporre%20la%20democrazia%20in%20Egitto.%20E%20gene%20Sharp,%20un%20accademico%20di%20Harvard,%20che%20da%20anni%20teorizza%20il%20ruolo%20delle%20rivoluzioni%20pacifiche%20per%20rovesciare%20regimi%20autoritari%20ha%20ammesso%20di%20aver%20ispirato%20le%20rivolte%20nel%20mondo%20arabo,%20come%20aveva%20gi%C3%A0%20fatto%20in%20Serbia,%20con%20gli%20studenti%20serbi%20del%20movimento%20Optor%20che%20rovesciarono%20Milosevic.%20Ieri%20mattina%20il%20Riformista%20ha%20messo%20a%20segno%20un%20bel%20colpo%20giornalistico,%20pubblicando%20un%27intervista%20a%20Ahmed%20Maher,%20uno%20dei%20fondatori%20proprio%20del%20movimento%206%20aprile.%20Uno%20scoop,%20anzi%20no.%20Uno%20scoop%20mancato,%20perch%C3%A9%20l%E2%80%99intervistatrice,%20%20del%20Riformista,%20Azzurra%20Meringolo,%20non%20ha%20posto%20le%20domande%20pi%C3%B9%20significative.%20Sarebbe%20stata%20interessante,%20anzi%20doverosa,%20almeno%20una%20domanda%20sulla%20riunione%20di%20Washington%20del%202008,%20del%20tipo:%20lei%20partecip%C3%B2?%20Chi%20prese%20l%27iniziativa?%20Chi%20erano%20vostri%20referenti?%20Da%20allora%20qualcuno%20vi%20ha%20finanziato?%20Nell%E2%80%99intervista%20Maher%20sostiene%20di%20aver%20partecipato,%20assieme%20a%20un%20altro%20attivista%20di%20Facebook,%20Wahel%20Ghonim,%20a%20%22un%20seminario%20nel%20quale%20abbiamo%20studiato%20programmazione%20strategica%22.%20Come?%20Un%20seminario%20di%20programmazione%20strategica?%20Notizia%20strepitosa,%20la%20blogosfera%20e%20i%20social%20network%20sono%20popolati%20da%20molti%20internauti%20brillanti,%20%20spesso%20idealisti,%20ma%20difficilmente%20%E2%80%93%20tanto%20pi%C3%B9%20in%20Egitto%20%E2%80%93%20esperti%20di%20programmazione%20strategica.%20Sarebbe%20stato%20interessante%20saperne%20di%20pi%C3%B9.%20Ad%20esempio:%20chi%20ha%20organizzato%20quel%20seminario?%20Chi%20lo%20ha%20finanziato%20da%20chi?%20Ma%20nell%E2%80%99intervista%20l%E2%80%99affermazione%20fila%20via%20come%20un%20fatto%20banale%20e%20senza%20contraddittorio.%20E%20ancora:%20Maher%20rivela%20che%20lo%20scorso%2018%20gennaio%20si%20%C3%A8%20incontrato%20a%20Doha%20con%20lo%20stesso%20Ghonim%20durante%20hanno%20%E2%80%9Cmesso%20nero%20su%20bianco%20le%20nostre%20rivendicazioni%E2%80%9D.%20A%20Doha?%20Perch%C3%A9%20l%C3%AC?%20Come%20hanno%20fatto%20a%20poanificare%20e%20a%20pagare%20viaggio%20e%20soggiorno%20fino%20a%20l%C3%AC?%20Comportamento%20anomalo%20per%20dei%20blogger%20giovani,%20idealisti%20e%20spontanei.%20%20Insomma,%20il%20Riformista%20ha%20perso%20una%20bella%20occasione,%20eppure%20nessuno%20se%20ne%20%C3%A8%20accorto%20semplicemente%20perch%C3%A9%20la%20stragrande%20maggioranza%20dei%20giornalisti%20si%20sarebbe%20comportata%20allo%20stesso%20modo.%20Non%20per%20incompetenza,%20ma%20perch%C3%A9%20i%20retroscena%20sul%20ruolo%20americano%20non%20sono%20stati%20strillati%20dalla%20grande%20stampa,%20ma%20andavano%20ricostruiti%20pezzo%20dopo%20pezzo.%20E%27%20uscito%20quasi%20tutto,%20eppure%20i%20giornali,%20sono%20rimasti%20ancorati%20alle%20versioni%20pi%C3%B9%20evidenti%20dei%20fatti%20e,%20anche%20avendo%20la%20possibilit%C3%A0%20di%20incontrare%20i%20protagonisti%20della%20rivolta,%20finiscono%20per%20ripetere%20la%20versione%20convenzionale%20dei%20fatti.%20%20L%E2%80%99intervista%20a%20Maher%20%C3%A8%20significativa%20non%20per%20il%20suo%20valore%20giornalistico,%20ma%20perch%C3%A9%20testimonia%20come%20sia%20facile%20manipolare%20i%20media%20in%20occasioni%20di%20grandi%20avvenimenti.%20Basta%20che%20gli%20spin%20doctor%20al%20servizio%20di%20governi%20e%20istituzioni%20riescano%20a%20stabilire%20un%20%22frame%22%20ovvero%20una%20verit%C3%A0%20incorniciata%20nella%20coscienza%20collettiva.%20Quel%20%E2%80%9Cframe%E2%80%9D%20funziona%20come%20un%20filtro%20che%20porta%20i%20giornalisti%20a%20recepire%20e%20trasmettere%20soltanto%20le%20notizie%20che%20confortano%20e%20riaffermano%20il%20giudizio%20gi%C3%A0%20maturato%20nella%20nostra%20mente.%20Quelle%20discordanti%20vengono%20o%20non%20capite,%20o%20minimizzate%20e%20comunque%20rapidamente%20accantonate%20dall%E2%80%99opinione%20pubblica.%20In%20questo%20modo%20la%20stampa,%20anche%20quando%20%C3%A8%20libera%20come%20in%20Occidente,%20sprofonda%20sistematicamente%20nel%20conformismo.%20E%20i%20media%20finiscono%20per%20comportarsi%20come%20una%20mandria%20o%20%E2%80%93%20se%20preferite%20%E2%80%93%20un%20gregge%20che%20si%20muove%20sempre%20nella%20stessa%20direzione.%20E%20il%20paradosso%20%C3%A8%20che%20i%20giornalisti%20non%20ne%20sono%20nemmeno%20consapevoli:%20ripetono%20verit%C3%A0%20acquisite%20ma%20sono%20convinti%20di%20essere%20originali,%20analitici,%20e%20preveggenti.%20Che%20disastro%20la%20stampa">scoperto</a> che nell’autunno 2008 oppositori e blogger si sono riuniti al Dipartimento di Stato per promuovere un’Alleanza democratica allo scopo di rovesciare il regime di Mubarak proprio… nel 2011 e uno dei movimenti più attivi era quello del 6 aprile.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3631"></span>Poi si è <a href="http://www.nytimes.com/2011/02/17/world/middleeast/17diplomacy.html">saputo</a> che nel corso del 2010 Obama, in gran segreto, ha esaminato il ricorso alla piazza per imporre la democrazia in Egitto. E gene Sharp, un accademico di Harvard, che da anni teorizza il ruolo delle rivoluzioni pacifiche per rovesciare regimi autoritari ha ammesso di aver ispirato le rivolte nel mondo arabo, come aveva già fatto in Serbia, con gli studenti serbi del movimento Optor che rovesciarono Milosevic.</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri mattina<a href="http://www.ilriformista.it/"> il Riformista</a> ha messo a segno un bel colpo giornalistico, pubblicando un<a href="http://stampanazionale.esteri.it/PDF/2011/2011-02-23/2011022317977400.pdf">&#8216;intervista a Ahmed Maher</a>, uno dei fondatori proprio del movimento 6 aprile. Uno scoop, anzi no. Uno scoop mancato, perché l’intervistatrice, del Riformista, Azzurra Meringolo, non ha posto le domande più significative.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe stata interessante, anzi doverosa, almeno una domanda sulla riunione di Washington del 2008, del tipo: lei partecipò? Chi prese l&#8217;iniziativa? Chi erano vostri referenti? Da allora qualcuno vi ha finanziato?</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’intervista Maher sostiene di aver partecipato, assieme a un altro attivista di Facebook, Wahel Ghonim, a &#8220;un seminario nel quale abbiamo studiato programmazione strategica&#8221;. Come? Un seminario di programmazione strategica? Notizia strepitosa, la blogosfera e i social network sono popolati da molti internauti brillanti,  spesso idealisti, ma difficilmente – tanto più in Egitto – esperti di programmazione strategica. Sarebbe stato interessante saperne di più. Ad esempio: chi ha organizzato quel seminario? Chi lo ha finanziato da chi? Ma nell’intervista l’affermazione fila via come un fatto banale e senza contraddittorio.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora: Maher rivela che lo scorso 18 gennaio si è incontrato a Doha con lo stesso Ghonim durante hanno “messo nero su bianco le nostre rivendicazioni”. A Doha? Perché lì? Come hanno fatto a poanificare e a pagare viaggio e soggiorno fino a lì? Comportamento anomalo per dei blogger presentati dalla stampa internazionale come giovani, idealisti e spontanei.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, il <em>Riformista</em> ha perso una bella occasione, eppure nessuno se ne è accorto semplicemente perché la stragrande maggioranza dei giornalisti si sarebbe comportata allo stesso modo. Non per incompetenza, ma perché i retroscena sul ruolo americano non sono stati strillati dalla grande stampa, ma andavano ricostruiti pezzo dopo pezzo. E&#8217; uscito quasi tutto, eppure i giornali, sono rimasti ancorati alle versioni più evidenti dei fatti e, anche avendo la possibilità di incontrare i protagonisti della rivolta, finiscono per ripetere la versione convenzionale dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intervista a Maher è significativa non per il suo valore giornalistico, ma perché testimonia come sia facile manipolare i media in occasioni di grandi avvenimenti. Basta che gli spin doctor al servizio di governi e istituzioni riescano a stabilire un &#8220;frame&#8221; ovvero una verità incorniciata nella coscienza collettiva. Quel “frame” funziona come un filtro che porta i giornalisti a recepire e trasmettere soltanto le notizie che confortano e riaffermano il giudizio già maturato nella nostra mente. Quelle discordanti vengono o non capite, o minimizzate e comunque rapidamente accantonate dall’opinione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo modo la stampa, anche quando è libera come in Occidente, sprofonda sistematicamente nel conformismo. E i media finiscono per comportarsi come una mandria o – se preferite – un gregge che si muove sempre nella stessa direzione. E il paradosso è che i giornalisti non ne sono nemmeno consapevoli: ripetono verità acquisite ma sono convinti di essere originali, analitici, e preveggenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Che disastro, la stampa&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #888888;">Se vuoi leggere gli articoli precedenti clicca</span></strong> <a href="http://it.ejo.ch/?p=3601">qui</a></p>
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		<title>Tocca alla Libia, ecco perchè e a chi conviene</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 13:05:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Foa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal Blog di Marcello Foa Dato l&#8217;interesse suscitato dal post di ieri &#8220;La rivoluzione maghrebina e la superficialità della stampa&#8221; riprendiamo questo articolo di Foa che ne approfondisce e spiega meglio il contesto politico alla luce dei nuovi avvenimenti. Per capire che cosa sta accadendo a Tripoli bisogna considerare innanzitutto il quadro strategico. Non siamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Lybia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3613" title="Lybia" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Lybia-300x200.jpg" alt="" width="270" height="180" /></a>Dal <a href="http://blog.ilgiornale.it/foa/2011/02/22/tocca-alla-libia-ecco-perche-e-a-chi-conviene/">Blog di Marcello Foa</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dato l&#8217;interesse suscitato dal post di ieri &#8220;</em><a href="http://it.ejo.ch/?p=3601"><em>La rivoluzione maghrebina e la superficialità della stampa</em></a><em>&#8221; riprendiamo questo articolo di Foa che ne approfondisce e spiega meglio il contesto politico alla luce dei nuovi avvenimenti.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per capire che cosa sta accadendo a Tripoli bisogna considerare innanzitutto il quadro strategico. Non siamo di fronte a rivolte spontanee, ma indotte che mirano a replicare nel nord Africa quanto avvenuto alla fine degli anni Ottanta nell’ex Unione Sovietica. Anche allora la rivolta partì da un piccolo Paese, la Lituania, e all’inizio nessuno immaginava che l’incendio potesse propagarsi ai Paesi vicini e non era nemmeno ipotizzabile che l’Urss potesse implodere. Il Maghreb non è l’Unione sovietica e non esistono sovrastrutture da far saltare, ma per il resto le analogie sono evidenti. La Tunisia è il più piccolo dei Paesi della regione ed è servito da detonatore per la altre volte. A ruota è caduto il regime di Mubarak, la Libia è in subbuglio, domani forse Teheran e, magari sull’onda, Algeria, Marocco, Siria. Che cos’avevano in comune i regimi tunisini, egiziano e libico? Il fatto di essere retti da leader autoritari, ormai vecchi, screditati, che pensavano di passare il potere a figli o fedelissimi inetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3608"></span>Non è un mistero: le rivolte sono state ampiamente incoraggiate – e per molti versi preparate – dal governo americano. Da qualche tempo Washington riteneva inevitabile l’esplosione del malcontento popolare e temendo che a guidare la rivolta potessero essere estremisti islamici o gruppi oltranzisti, ha proceduto a quella che appare come un’esplosione controllata, perlomeno in Egitto e in Tunisia. Perché controllata? Perché prima di mettere in difficoltà Ben Ali e Mubarak, l’Amministrazione Obama ha cementato il già solidissimo rapporto con gli eserciti, i quali infatti non hanno mai perso il controllo della situazione e sono stati gli artefici della rivoluzione. Non scordiamocelo: oggi al Cairo e a Tunisi comandano i generali, che anche in futuro eserciteranno un’influenza decisiva. Washington ha vinto due volte: si è assicurata per molti anni a venire la fedeltà di questi due Paesi e ha messo a segno una straordinaria operazione di immagine, dimostrando al mondo intero che l’America è dalla parte del popolo e della democrazia anche in regimi fino a ieri amici.</p>
<p style="text-align: justify;">Le dinamiche libiche sono diverse perché Gheddafi non era un alleato degli Stati Uniti e perché le Ong legate al governo americano non hanno potuto stabilire contatti e legami con la società civile libica; insomma, non hanno potuto fertilizzare il terreno sul quale far germogliare la rivolta. Che però è esplosa lo stesso. Per contagio e alimentando non la fedeltà dell’esercito, ma il suo malcontento. Come in tutte le rivoluzioni sono le forze armate a determinare l’esito delle rivolte popolari. Gheddafi in queste ore paga gli errori commessi in passato. Come ha rilevato Domenico Quirico sulla Stampa, il Colonnello, da vecchio golpista qual’era, non si è mai fidato dei generali e ha proceduto a numerose purghe. Gli uomini in divisa per 42 anni lo hanno temuto, ma non lo hanno mai davvero amato. Così ora molti di loro o si danno alla fuga o passano con i rivoltosi soprattutto nelle città lontane da Tripoli. Gheddafi può contare solo sulle milizie private e su una piccola parte dell’esercito; è questa la ragione di una mossa altrimenti inspiegabile come quella di reclutare centinaia o forse migliaia di miliziani africani.</p>
<p style="text-align: justify;">La conseguenza è inevitabile: sangue, sangue e ancora sangue. L’impressione è che Gheddafi alla fine sarà costretto a fuggire. L’immagine, ridicola, del Raìs in auto con l’ombrello ricorda quella di Saddam Hussein braccato dagli americani nei giorni della caduta di Bagdad. In ogni caso la situazione rischia di essere molto imbarazzante per l’Italia. Se il regime dovesse cadere, la Libia tornerebbe ad essere il porto di partenza verso le nostre coste per decine di migliaia di immigrati. Se dovesse resistere, per noi sarebbe imbarazzante mantenere buoni rapporti con un leader sanguinario. E in entrambi i casi ballerebbero contratti milionari per le nostre aziende. Eni in testa. Non dimentichiamocelo: buona parte dei nostri approvvigionamento energetici dipende proprio dal Nord Africa. L’esplosione “controllata” rischia di essere, comunque, devastante per gli interessi del nostro Paese.</p>
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		<title>Ma il comunicatore aziendale non è un giornalista&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 15:23:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Foa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Giornale 4.11.2010 Un buon libro s’intuisce dal titolo, che può essere intrigante, spiritoso, sincero. Quello di Gianni Di Giovanni e Stefano Lucchini riesce a sintetizzare in appena otto parole il mistero della comunicazione: Niente di più facile, niente di più difficile (Fausto Lupetti editore, pagg 174, euro 15). Ovvero a rappresentare un’arte decisiva nell’era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><strong>Il Giornale 4.11.2010</strong></span><br />
<a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/niente.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3153" title="niente" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/niente-e1289056909856.jpg" alt="" width="150" height="219" /></a>Un buon libro s’intuisce dal titolo, che può essere intrigante, spiritoso, sincero. Quello di Gianni Di Giovanni e Stefano Lucchini riesce a sintetizzare in appena otto parole il mistero della comunicazione: <em>Niente di più facile, niente di più difficile</em> (Fausto Lupetti editore, pagg 174, euro 15). Ovvero a rappresentare un’arte decisiva nell’era dell’informazione 24 ore su 24, eppure eterea, impalpabile, che i profani talvolta relativizzano, salvo poi scoprire quanto sia complessa, non appena confrontati con fatti che li riguardano.</p>
<p>Di Giovanni e Lucchini vantano un eccellente pedigree professionale (attualmente ricoprono incarichi al vertice della Comunicazione dell’Eni), eppure in questo volume danno prova di umiltà. Il loro, infatti, non è un saggio, ma un manuale, che si rivolge non tanto ai colleghi già affermati, né agli studiosi accademici, quanto a chi vuole capire cosa sia e come si pratichi la comunicazione all’interno di una grande azienda.</p>
<p><span id="more-3149"></span></p>
<p>In un Paese come l’Italia, animato da cittadini tendenzialmente prolissi e da specialisti che prediligono l’approccio teorico a quello fattuale, i due autori propongono un testo che ha nella chiarezza e nell’esemplificazione le sue principali virtù. Lo leggi e capisci. Se sei uno studente tentato da questo percorso professionale il libro ti mette nelle condizioni di valutare cosa ti attenda. Se, invece, sei un imprenditore che deve avvalersi di un servizio professionale, puoi da un lato giudicare la qualità del lavoro che ti viene offerto, dall’altro capire che comunicare non significa «vendere fumo».</p>
<p>Insomma, oltre 170 pagine ricche di considerazioni concrete. Anche nei confronti del giornalismo. Di Giovanni e Lucchini sfatano la crendenza secondo cui essere comunicatore significhi essere un po’ anche giornalista. E’ vero il contrario. Si tratta di due ruoli separati, che rispondono ad esigenze professionali e a criteri etici differenti. Scrivere un comunicato stampa non è come redigere un articolo, parlare in pubblico per conto di un’azienda non è come leggere un servizio radiofonico o televisivo.</p>
<p>Gli autori ritengono, piuttosto, che chi fa il comunicatore debba conoscere bene le tecniche e le logiche dei giornalisti, al fine di porre il messaggio nel modo appropriato. Sembra un’ovvietà, eppure lavorando in redazione ci si rende conto di come siano davvero pochi gli esperti del ramo in grado di catturare l’attenzione di un reporter. E questo tra l’altro spiega perché il networking e le relazioni (o le pressioni) personali finiscano per essere tanto diffuse in Italia; insidia a cui peraltro gli autori oppongono una visione alta della professione.</p>
<p>Il loro non è un libro di denuncia, ma nemmeno compiacente nei confronti delle possibili devianze. Comunicare è una missione, da adempiere con efficacia e correttezza.</p>
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		<title>”Non mandate in onda quell’uomo” ma i media internazionali non ascoltano</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 13:25:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Kate Nacy</dc:creator>
				<category><![CDATA[PR e Spin]]></category>
		<category><![CDATA[campagna mediatica]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[rogo del corano]]></category>
		<category><![CDATA[Terry Jones]]></category>

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		<description><![CDATA[Come il pastore coi baffi a mustacchio è riuscito a fregare la stampa e ad usare Twitter Uno sconosciuto dissennato assume il controllo sul ciclo di notizie, rilascia più di 150 interviste, tiene ufficialmente una conferenza stampa e, infine, non rispetta la promessa di bruciare i Testi Sacri. Ma come abbiamo fatto a cascarci? Come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" src="http://farm3.static.flickr.com/2303/2467089531_3d0c03a84a_m.jpg" alt="" width="240" height="161" />Come il pastore coi baffi a mustacchio  è riuscito a fregare la stampa e ad usare Twitter</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno sconosciuto dissennato assume il controllo sul ciclo di notizie, rilascia più di 150 interviste, tiene ufficialmente una conferenza stampa e, infine, non rispetta la promessa di bruciare i Testi Sacri. Ma come abbiamo fatto a cascarci? Come hanno fatto i media di tutto il mondo ha dare un così vasto eco alla notizia?</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2449"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il 12 luglio 2010, il pastore Terry Jones di Gainsville, in Florida, posta un tweet dichiarando l’11 settembre 2010 la “Giornata Internazionale del Rogo del Corano”. L’uomo è a capo di una congregazione poco più grande di una squadra di calcio di un liceo e sa twittare – queste le sue doti pubblicamente note.  Si sarebbe portati a credere che l’agenda di un irrisorio gruppo di islamofobi floridiani non possa scatenare una guerra lampo mediatica. Sfortunatamente, non è questo il caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Jones è riuscito a far coincidere la sua odiosa cagnara con la disputa sulla proposta di costruire un centro musulmano <a href="http://blog.park51.org/?page_id=46">(Park51)</a> vicino a ground zero nella zona di Lower Manhattan. Parassita e provocatore allo stesso tempo, Jones è riuscito a sfruttare al massimo la penuria delle notizie estive, lanciando i suoi “bocconcini” anti-islamici a media estremamente all’erta.<br />
Ne segue che la questione islamica e la controversia su Park51 sono state in vetta al <a href="http://www.journalism.org/news_index">PEJ News Index</a> per settimane. Sara Palin interviene (cosa che non sorprende) e anche Barack Obama (cosa che sorprende). Il segretario americano alla Difesa Robert Gates (che al momento, bada bene, sta conducendo due guerre piccole, piccolissime!) chiama persino Jones al telefono! In Indonesia si tengono dimostrazioni in cui la gente marcia per le strade sventolando cartelli con scritto “Se bruci il Corano, bruci all’Inferno”. A Kabul le bandiere americane vengono incendiate in atto dimostrativo e molti manifestanti vengono gravemente feriti.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi? Dopo un’altra settimana di ritrattazioni, <a href="http://voices.washingtonpost.com/44/2010/09/terry-jones-timeline-it-all-st.html">pause e rinegoziazioni ultra pubblicizzate </a>in modo indecente Jones decide che no, non ci sarà alcuna profanazione dei Testi Sacri. Il rogo  del Corano è cancellato. Niente da vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">La velocità con cui una storiella locale di Gainsville si trasforma in una catastrofe di vasta scala è assolutamente vergognosa. “Reporter ed editor (me compreso) gli preparano la strada promuovendo tacitamente l’ondata di islamofobia in fermento in tutta l’America” scrive<a href="http://www.newsweek.com/2010/09/09/should-we-cover-the-quran-burning.html"> Ravi Somaiya in Newsweek</a>. “Immaginate se tutti i Cristiani – dai protestanti moderati che vanno in chiesa a Natale agli evangelici fanatici – fossero in tutto il mondo sommersi dalle immagini dei più estremi seguaci. In effetti, non ne avete bisogno. Perché grazie alle nostre parole e alle nostre foto, trasmesse in tutto il mondo, abbiamo aiutato a rendere Terry Jones e i suoi fondamentalisti Cristiani i simboli della fede in America”.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora che la sceneggiata di Jones avrebbe dovuto essere un evento insignificante è invece passata alla prima pagina delle notizie. Come possiamo continuare a dargli spazio? “Dai al pubblico ciò di cui ha bisogno per capire il quadro complessivo”, sottolinea l’esperta di Etica del giornalismo , Kelly McBride. “Purtroppo, però, anche in caso di uno scontro o altre drammatizzazioni, probabilmente volumi di foto o di video metraggi non aiuterebbero a comprendere il significato di quanto accade. In effetti, dato che Jones è così isolato nelle sue convinzioni, le sue azioni non hanno alcun significato. Rendendolo ancora più importante di quello che è rappresenta una distorsione della verità”.</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, se annunciasse lo sfregio del Testo sacro dei Mormoni  proprio mentre i fotografi iniziano ad andarsene, magari sarebbe il caso di non metterlo in prima pagina.<br />
Per altre considerazioni di McBride al riguardo , si veda <a href=".">Poynter</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo articolo è stato tradotto dall&#8217;originale inglese <a href="http://en.ejo.ch/?p=1993#more-1993"><strong>&#8220;When is International Don&#8217;t Put This Man on TV Day?&#8221; </strong></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #c0c0c0;"><strong>Traduzione di Mariaelena Caiola</strong></span></p>
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		<title>Lo spin dietro la foto-choc di &#8220;Time&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 15:15:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Foa</dc:creator>
				<category><![CDATA[PR e Spin]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[manipolazione]]></category>
		<category><![CDATA[spin]]></category>
		<category><![CDATA[Time]]></category>

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		<description><![CDATA[La foto di "Time" serve al governo Usa per contrastare il danno d'immagine di Wikileaks. Un colpo degli spin doctor che usano a proprio vantaggio le logiche dei media]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/time-copertina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2329" title="time copertina" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/time-copertina-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /></a>Questa foto, pubblicata da <a href="http://www.time.com/time/magazine/current">Time </a>in copertina questa settimana, ha suscitato un certo dibattito nel  mondo giornalistico. Molti si sono chiesti se fosse opportuno pubblicarla in prima pagina, considerato che Time è una rivista che entra nelle famiglie, altri hanno invocato l’etica giornalista. Tutto giusto, per carità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il punto, però, è un altro. Quasi nessuno si è chiesto perché questa foto sia uscita proprio adesso e cosa abbia spinto Time a pubblicarla così in evidenza. Conoscendo le tecniche di spin, a me sembra evidente che si tratti di un caso di “controspin” o di “spin difensivo” da parte del governo americano.</p>
<p><span id="more-2328"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ovvero: la vicenda dei file diffusi di Wikileaks sulla guerra in Afghanistan ha causato un danno enorme alla Casa Bianca e al Pentagono, innanzitutto di immagine: dopo queste rivelazioni è più difficile continuare a giustificare la guerra e  tra i cittadini americani si diffondono il<strong> </strong>malumore, la perplessità, che sfociano  nell’avversione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque il governo americano, che ha appena stanziato nuovi fondi per l’intervento in Afghanistan, doveva contrastare questo sentimento. Come? Facendo appello non alla ragione, ma ai sentimenti, all’inconscio, all’emotività. La foto di Time suscita orrore, compassione, traccia una linea netta tra il bene e il male, ci ricorda che in Afghanistan c’è gente che, nel 2010, subisce ancora punizioni orribili come questa. Ovvero: rinobilita la guerra. Il messaggio è: i soldati americani sono lì per una giusta causa.</p>
<p style="text-align: justify;">Operazione riuscita. Sia chiaro: Time non ha preso ordini dal Pentagono, ipotizzarlo sarebbe offensivo nei confronti dei colleghi di una rivista prestigiosa. L’influenza è stata indiretta, e per questo molto più efficace:<strong> </strong>gli spin doctor governativi hanno fatto filtrare a Time questa foto usando intermediari insospettabili o ricorrendo alla fuga di notizie apparentemente incontrollata o facendo leva sui rapporti personali. Un amico(del governo) che passa una dritta a un altro amico (giornalista). Gli spin doctor sanno come ragionano i giornalisti; dunque sapevano che Time si sarebbe interessato. E così è stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Un caso da manuale. Eppure pochi se ne sono accorti. E’ una storia che si ripete: non conoscendo le tecniche dello spin, i giornalisti diventano gli strumenti inconsapevoli degli spin doctor.<strong> </strong></p>
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		<title>Che cosa insegna lo scoop afghano di Wikileaks</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 12:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Foa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[PR e Spin]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[manipolazione]]></category>
		<category><![CDATA[spin]]></category>
		<category><![CDATA[wikileaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Due considerazioni sullo scoop dei file del Pentagono pubblicati da  Wikileaks.   La prima: orientare l’insieme dei media è molto più facile di quanto accademici e giornalisti siano disposti ad ammettere. Sapendo che l’80% delle notizie è di fonte istituzionale, la trasparenza dell’informazione dipende  innanzitutto dalla correttezza di chi opera all’interno delle istituzioni. Se il governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/wikileaks.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-2105" title="wikileaks" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/wikileaks.jpeg" alt="" width="192" height="222" /></a>Due considerazioni sullo scoop dei file del Pentagono pubblicati da  <a href="http://wikileaks.org/">Wikileaks</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La prima: orientare l’insieme dei media è molto più facile di quanto accademici e giornalisti siano disposti ad ammettere. Sapendo che l’80% delle notizie è di fonte istituzionale<strong>,</strong> la trasparenza dell’informazione dipende  innanzitutto dalla correttezza di chi opera all’interno delle istituzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il governo o, nel caso specifico, la Casa Bianca e il Pentagono decidono una linea e riescono a imporre una disciplina ai propri funzionari, dunque a evitare fughe di notizie sgradite, riescono a orientare non un giornale, ma l’insieme dei mezzi di informazione.</p>
<p><span id="more-2104"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo, come dimostrato nel saggio <a href="http://it.ejo.ch/?page_id=475">Gli stregoni della notizia</a> gli scoop siano sovente illusori, in quanto impiantati ad arte da chi detiene il potere. La vicenda di Wikileaks rafforza questa convinzione: per sei anni il Pentagono ha nascosto notizie colossali. Non una, ma tante, tantissime; in teoria sarebbe stato facile venirne a conoscenza, perlomeno in parte, considerata anche l’arco di tempo, piuttosto ampio. Invece nessun giornalista, nemmeno d’inchiesta è riuscito a bucare la ferrea disciplina dell’ufficio comunicazione di Pentagono e Casa Bianca.</p>
<p style="text-align: justify;">Periodo nel quale all’opinione pubblica, americana e internazionale, sono state propinate tantissime frottole. Purtroppo però questa è una problematica che il mondo dei media tende ad ignorare o a dimenticare facilmente, il che agevola il lavoro degli spin docotro, i quali, superata l&#8217;emozione del momento, possono continuare come prima, affinando le loro tecniche.</p>
<p style="text-align: justify;">La secoda considerazione riguarda il rapporto tra vecchi e nuovi media. A questo riguardo segnalo l&#8217;<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-27/bussola-cosmo-media-080404.shtml?uuid=AYPe8MBC">editoriale </a>di Luca de Biase, sul Sole 24 Ore, secondo cui questa vicenda segnala l&#8217;interazione tra l&#8217;informazione online (Wikileaks) e i media tradizionali. Wikileaks ha avuto accesso a fonti straordinarie, ma per valutarle ha dovuto avvalersi dell&#8217;esperienza, della competenza e della professionalità dei giornalisti tradizionali. Scrive De Biase:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Di fronte alla ricerca dei fatti, i giornali e le piattaforme nate per il web possono essere simbiotiche: internet apre enormi varchi in qualunque sistema di secretazione delle informazioni, mentre le redazioni dei giornali possono portare metodo, esperienza e qualità.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Frase da meditare<em>.<br />
</em></p>
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