Terra Project, il fotogiornalismo si fa collettivo

14 febbraio 2011 • Cultura Professionale, Digitale, Etica e Qualità • by

Da più parti, con l’allarme lanciato per la crisi della carta stampata, si è ventilata pure l’ipotesi di un ridimensionamento del lavoro svolto dai fotogiornalisti. Per la verità, alcuni indicatori, ancor prima dell’annunciata rivoluzione dei media digitali, annunciavano l’esigenza di un diverso approccio della fotografia all’interno dell’informazione. I temi forti messi in discussione tramite appelli in rete, lettere agli editori e vere e proprie manifestazioni, sono il riconoscimento professionale, il diritto d’autore e la garanzia della qualità dell’informazione “visuale” proposta ai lettori, strettamente legata, quest’ultima, ad un riconoscimento giuridico professionale. Si sono occupati in molti del tema, federazioni internazionali di giornalisti, ordini, per parlare dell’Italia, sindacati della carta stampata soprattutto in relazione alla libertà di esercizio della professione, spesso messa in discussione da leggi sulla privacy. Ma qualche considerazione, fuori dai denti, è doverosa.
Se si è giunti ad alcuni livelli di “prevaricazione” nei confronti di chi fa questo mestiere, talvolta anche a rischio della sua stessa vita, è anche per una forte disattenzione da parte delle associazioni e degli organismi di categoria che governano la professione giornalistica nei rispettivi paesi.
Scarse retribuzioni guardando al rapporto qualità/rischio, minori mezzi economici e tariffe bloccate, deregolamentazione della professione hanno fatto in modo che i giornalisti diventassero pure fotografi all’occorrenza. “Già che sei sul posto per il pezzo, fammi qualche scatto”: questa è una delle frasi che tanti cronisti spesso si sentono dire da molte redazioni, un modo di fare che ha abbassato la qualità dei lavori depauperando il lavoro dei professionisti. Agenzie fotografiche, internet, photoshop, strumenti che, se bene usati, potrebbero arricchire la vita del fotogiornalista, usati in malo modo rischiano di minare la sopravvivenza di questi professionisti. Del tema ha promesso di occuparsene con urgenza e la serietà che la contraddistingue, pure la Federazione europea dei giornalisti. Fin qui la cronaca di quello che i pessimisti considerano una morte annunciata. Abbiamo voluto inoltrare le nostre perplessità ad un gruppo di fotografi attivi a livello internazionale per sapere se condividono il grido d’allarme.

Sono i professionisti di Terra Project. TerraProject Photographers è un collettivo italiano di fotografia documentaria fondato nel 2006 a Firenze. I membri sono quattro: Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini e Rocco Rorandelli. Proprio questo gruppo, nonostante le difficoltà di cui sopra,  è stato tra i primi a livello internazionale a decidere di presentarsi in questa veste e di aprire la strada a una nuova metodologia operativa che prevedesse la realizzazione di reportage non solo individuali, ma anche di gruppo. Un vero e proprio lavoro di squadra che, basato sul confronto e la collaborazione reciproca, relativizza le capacità del singolo individuo a favore del risultato finale utilizzando le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie con progetti pensati appositamente per la rete e realizzati sotto forma di multimedia. Questo, in parte, mostra che i lavori di qualità possono superare la piattaforma di presentazione, sganciando in parte il pensiero che “finita la carta”… finita la fotografia.

Rocco Rorandelli, a nome del collettivo, prova a raccontarci la loro esperienza. “La chiarezza rappresenta una delle regole fondanti di ogni rapporto sociale – ha detto a EJO. Sarà per questo che il mestiere del fotografo è da molti considerato uno strano orpello, senza una precisa collocazione giuridico-legislativa, se non altro in Italia. Artigiano? Giornalista? E ancora, fotoreporter, documentarista o fotogiornalista? La mancanza di “contenitori” quali albi professionali o l’assenza di una definizione univoca della propria professione è stata una delle tante ragioni che ci ha spinti, nel 2006, a riunirci sotto un nome – TerraProject: una sorta di agenzia, meglio definita come collettivo, il quale ci ha fornito in questi anni di uno strumento per delimitare con maggior precisione i nostri rapporti lavorativi con alcuni clienti, permettendoci di far parlare una quinta entità, rispetto alle quattro individuali, in possesso di un’unica voce collettiva. Il nostro ingresso in alcune agenzie fotografiche è avvenuto chiarendo sin dal principio l’unicità del gruppo, e quindi la necessità di rappresentare il collettivo in toto, e non una sua parte”. Rorandelli non demonizza mezzi e soluzioni che possono portare ad un lavoro di qualità, quale che sia il supporto ma chiede qualcosa che sembra essere proprio l’anello debole: la chiarezza. “L’evoluzione dell’uso delle immagini  – ha precisato – nella carta stampata si svolge invece surrettiziamente.

Già nel 2001 James Natchwey ci ricordava che da qualche anno era difficile veder pubblicati reportage di spessore su un supporto – il settimanale – che riceveva la maggior parte dei propri ricavi dalla pubblicità di beni di consumo e di lusso. A dieci anni di distanza, con gli acciacchi propri di un supporto (quello cartaceo) precocemente invecchiato, e con la diffusione delle fotocamere digitali, si compilano epitaffi al fotogiornalismo. In realtà è nostra opinione che precisamente questa pletora di nuovi canali di diffusione possa permettere la visibilità di ogni lavoro, persino quelli ‘”scomodi” e non commerciali. Adesso la sfida è un’altra, e cioè riuscire ad emergere e rendersi visibili nel nodo gordiano di lavori fotografici più o meno professionali”. Di sfide si parla perché il nuovo decennio cui andiamo incontro deve necessariamente vedere risolti alcuni nodi, non da ultimo quello di un ritorno delle redazioni a lavori professionali in grado di riportare l’immagine nella pagina per raccontare i fatti. I tanti professionisti del settore, anche in Italia, si appellano ai loro colleghi più anziani che, spesso, lavorano all’interno di importanti riviste internazionali come photo editor e chiedono a questi di continuare la tradizione di racconto visivo che ha contraddistinto un secolo di storia dei media, permettendo loro di essere testimoni del proprio tempo. Chiedono che gli editori non facciano la corsa a spendere il meno possibile ma a spendere il necessario  per il diritto ad un’informazione di qualità.

I reportage del collettivo Bio Terra Project sono stati pubblicati sulle pagine di riviste nazionali ed estere tra le quali Newsweek, Der Spiegel, GEO, D di Repubblica, Io Donna, Vanity Fair, Magazine del Corriere della Sera, Financial Times Magazine, Internazionale, L’Espresso, Le Monde Magazine, Paris Match, TIME ed altre. I loro lavori sono stati esposti a New York, Beijing, Berlino, San Paolo, Barcelona, Dublino ed in numerose città italiane, ed i membri del collettivo sono stati ospiti di vari festival fotografici. Il loro lavoro è stato distribuito per 3 anni dall’agenzia Grazia Neri, e dal 2010 sono rappresentati dall’agenzia francese PictureTank.Alcuni membri del collettivo sono stati premiati con prestigiosi riconoscimenti internazionali tra cui il World Press Photo (2010) ed il Premio Canon (2010).

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