Storie di giornalisti imprenditori in Italia

3 dicembre 2013 • Cultura Professionale • by

Le redazioni tagliano, piuttosto che assumere. I posti di lavoro a tempo più o meno indeterminato scarseggiano; il praticantato è un miraggio. A tantissimi giornalisti o aspiranti tali non resta che praticare l’italianissima arte di arrangiarsi e diventare “imprenditori di sé stessi”. O come freelance che costruiscono il proprio brand o unendo le forze con altri “precari” nella stessa situazione, con il lancio di cooperative editoriali e società a responsabilità limitata. Non si tratta soltanto di giovani o giovanissimi. Anzi, nel caso di giornalisti che creano il proprio brand, è più facile che questo avvenga a metà carriera, al termine di un percorso professionale che ha consentito di creare l’esperienza e gli agganci giusti.

Uno dei casi più interessanti è quello di Roberto Bonzio, professionista che dopo 30 anni di carriera fra il Gazzettino, il Giorno e l’agenzia Reuters, nel 2011 ha deciso di mollare tutto e dedicarsi anima e corpo al progetto Italiani di Frontiera, uno storytelling multimediale dedicato agli italiani del passato, che hanno fatto fortuna in America e a quelli del presente, che spesso approdano in Silicon Valley dopo aver visto il proprio talento mortificato in patria. “Quello da giornalista a tempo pieno a imprenditore di me stesso – racconta Bonzio a Ejo – è stato un percorso graduale ma irreversibile. Iniziato col risolvere mille problemi, sin dall’organizzazione di una trasferta con famiglia, proseguito con l’individuazione di modalità diverse di raccontare (Italiani di Frontiera ha una forte presenza online e nei social media ma il business model si regge su conferenze multimediali e seminari, dunque narrazione dal vivo)”.

A tenere viva la fiamma, e a dargli la voglia di non mollare, nonostante le difficoltà iniziali, è stata  la scoperta che un percorso così diverso dalla vita di redazione esaltava  certe caratteristiche e potenzialità personali che nelle redazioni erano viste come punti deboli: “l’agire di slancio, la curiosità insaziabile, il procedere in modo disordinato – sintetizza Bonzio – che ti consente poi di tracciare linee e percorsi inediti. Di contro, ancora fatico nelle parti meno creative ma essenziali del mestiere di imprenditore, come la pianificazione e la rigorosa programmazione dei compensi”.

Quello del professionista mestrino è per molti versi un esempio anomalo, quello di un giornalista imprenditore che di “giornalistico” – in senso stretto – oramai fa poco, e di fatto ricava quasi tutti i proventi dalle performance dal vivo, conferenze e seminari. “Non guadagno, dunque – spiega l’interessato – dalla pubblicazione dei contenuti ma dalla loro elaborazione e diffusione in modalità anomale. Mentre il sito di Italiani di Frontiera è strumento indispensabile di organizzazione, consolidamento di questi contenuti e, soprattutto, marketing e fidelizzazione”. Giornalista “ibrido”, per quanto in maniera diversa e peculiare rispetto a Bonzio, è anche Emil Abirascid, nome molto noto nel campo del giornalismo tecnologico. Oltre a scrivere su testate mainstream come Il Sole 24 Ore e Wired e a dirigere il bimestrale Innov’azione, progetta e cura eventi per startup ed è anche l’ideatore di Startup Business, piattaforma Web, rete professionale e sito di news che si rivolge a startup e spin-off universitari, acceleratori d’impresa, incubatori e altri attori operanti nell’ecosistema della ricerca e dell’innovazione.

“Gli elementi che mi hanno spinto a fare il giornalista “ibrido” – racconta a Ejo Abirascid – sono due. In primis, il cambiamento del valore reputazionale del giornalista: prima di Internet, l’aspirazione massima per chi voleva fare questo lavoro, era scrivere per una testata prestigiosa. Col brand diventa più importante il brand del singolo”. Il secondo elemento ha a che vedere invece col trovarsi nel posto giusto al momento giusto. “Qualche anno fa  – prosegue il giornalista di origine libanese – mi occupavo come giornalista soprattutto degli aspetti economici legati all’informatica e alla tecnologia, e ho iniziato a seguire il fenomeno delle startup: era ancora un ecosistema nascente che aveva bisogno di più spazio per essere raccontato”.

Da lì a diventare, ben prima che la parola “startup” fosse sulla bocca di tutti, uno dei “portavoce” di questo movimento ed espandere la propria attività anche altri aspetto dello stesso, il passo è stato breve. Certo, bisogna credere in quello che si fa, e saper cogliere le opportunità che si presentano. C’è però anche un aspetto delicato da considerare per chi opera ai confini fra giornalismo e “qualcos’altro”. Ovvero: come evitare potenziali conflitti di interesse? Il rischio – specie per chi si occupa come giornalista dello stesso settore in cui opera come imprenditore – potrebbe essere quello di non poter riportare qualcosa fedelmente, per non bruciarsi opportunità lavorative o contatti. Non che, va detto, chi opera in redazione, non debba mai scendere a compromessi. Ma chi corre da solo potrebbe essere, almeno in teoria, più vulnerabile a lusinghe e tentazioni.

“Posso immaginare che in qualche caso il rischio esista – dice Bonzio – ma non mi è mai capitato. Mi sento completamente libero nel produrre contenuti e non so quanti giornalisti e collaboratori di testate tradizionali possano dire altrettanto. Non si tratta solo di toccare o meno interessi di potentati ma soprattutto di non avere filtri, nessun caporedattore al quale devi far capire la notizia per poterla scrivere”. È importante comunque cercare di conservare una divisione netta fra i ruoli ricoperti. “Per mantenere l’indipendenza giornalista – spiega Abirascid – non ho mai interessi diretti nelle startup di cui scrivo. Anche dal punto di vista gestionale le mie attività, da quelle più legate al giornalismo come la scrittura e la moderazione di convegni ed eventi, a quelle imprenditoriali, sono rigorosamente divise. Credo che si debba essere sempre molto chiari su quali siano i propri ruoli e le proprie appartenenze e tenere a mente che l’obiettivo finale è sempre quello di creare del valore”.

Il futuro dei giornalisti ibridi, portatori e propagatori del proprio brand è, in ultima analisi, strettamente legato a quello del giornalismo in generale. “Se i gruppi editoriali – chiosa Abirascid – sapranno rinnovarsi e continuare ad essere appetibili, ci sarà sempre una grande maggioranza che cercherà di entrare in redazione. Altrimenti, sempre più colleghi sceglieranno la strada dell’imprenditoria personale, cercando di crearsi una reputazione tale da consentir loro di potersi posizionare sul mercato editoriale”.

Per approfondire: Enterpreneurial Journalism in Europe”, un report comparativo dell’Ejo.

Photo credits: Trois Têtes / Flickr CC

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