Idee crossborder per il giornalismo in Europa e Medio Oriente

22 luglio 2016 • Cultura Professionale, Più recenti • by

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Un momento dell’Aegean Summit

Fine giugno, in un hotel nel centro di Atene il noto giornalista turco Yavuz Baydar sta discutendo l’erosione della libertà di stampa nel suo Paese: “i Panama Papers sono stati completamente ignorati”, poi alza le spalle. Fra il pubblico ci sono numerosi giornalisti, non solo da Istanbul e Atene, ma anche da Beirut, Il Cairo, Teheran, Amman e Kuwait – così come da Londra, Berlino, Roma e Copenhagen.

Il contesto del suo discorso è la prima edizione dell’Aegean Summit, una nuova conferenza che punta a riunire i professionisti dei media progressisti del Mediterraneo, del Medio Oriente e della regione del Nord Africa per creare un punto d’incontro annuale, favorire la collaborazione transnazionale e progetti giornalistici crossborder. “La capitale greca offre una location strategica per un incontro di questo tipo”, ha spiega Spyros Ladeas, Direttore dell’Aegean Summit, all’Ejo. Molti degli speaker “non rappresentano necessariamente grandi testate, ma invece lavorano in community media e spesso offrono punti di vista unici”, dice Ladeas.

La regista iraniana Galareh Kiazand, corrispondente per Vice News, ad esempio, ha parlato dell’equilibrio che bisogna applicare per raccontare delle storie attraverso fiction e documentari senza influenzarne l’autenticità. Kiazand ha anche parlato della necessità per i giornalisti “di essere fedeli all’ambiente sul quale raccontano le proprie storie”. Una session sui modelli di business sostenibili ha invece visto protagonista Maha ElNabawi, co-fondatrice del giornale online egiziano Mada Masr. ElNabawi ha parlato dello sforzo di creare e sviluppare un brand e di costruire una stretta relazione con il pubblico della testata, mentre Teun Gautier di De Coöperatie, ha presentato l’approccio indipendente della pubblicazione olandese.

Tassos Morfis, caporedattore di Athens Live, testata che a maggio ha raccolto 23mila euro tramite crowdfunding, ha detto all’Aegean Summit che la sua iniziativa vuole evitare di essere dipendente dalla pubblicità: “finora sta funzionando alla grande”, ha confermato. Chris Elliott, già readers editor al Guardian e membro dell’Ethical Journalism Network, ha moderato invece un panel sulle sfide che la crisi dei migranti pone ai giornalisti, in cui Preethi Nallu di Refugees Deeply ha parlato dei vantaggi offerti dagli approcci collaborativi al giornalismo.

Una discussione sulla collaborazione fra media ha coinvolto invece Hamoud Almahmoud dell’Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) e Sotiris Sideris di Athens Live – entarmbi esempi efficaci di iniziative che hanno creato sinergie attraverso differenti piattaforme e con differenti modalità: se infatti l’ARIJ fornisce formazione per i giornalisti, Athens Live produce anche contenuti locali da distribuire all’estero.

Altri speaker hanno incluso Marta Ottaviani, corrispondente dalla Turchia e dalla Grecia, Ayman Mhanna, direttore del Global Forum for Media Development di Bruxelles, Michael Irving Jensen, responsabile di Medio Oriente e Africa all’International Media Support, e Laura Silvia Battaglia del Frontline Freelance Register.

Quale futuro per l’Aegean Summit?
“Sicuramente un Aegean Summit 2017”, conferma Spyros Laedas. Per questa prima edizione, l’evento si è autofinanziato senza supporto esterno di sponsor, istituti o altre organizzazioni. Tuttavia, per il prossimo anno gli organizzatori stanno cercando dei partner e delle potenziali fonti di finanziamento. Ladeas vuole che il summit diventi un ecosistema per idee senza frontiere, un continuo forum fra Europa e Medio Oriente: “il mio obiettivo personale è raggiungere differenti regioni e trovare persone simili in questo caleidoscopio di prospettive”, spiega all’Ejo.

Nei mesi a venire, Ladeas progetta di viaggiare fra Turchia, Egitto e Libano per cercare altre testate e storie uniche, convinto che comunque non si debbano criticare le grandi organizzazioni, o i grandi media che magari non soddisfano la visione del summit. “È meglio provare e fare qualcosa, che sperare che qualcun altro lo faccia”, conclude.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

 

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  • sinza

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