Il giornalismo imprenditoriale in Europa

6 agosto 2012 • Cultura Professionale, Giornalismi • by

EJO Report

Tradizionalmente occuparsi di attività manageriali o commerciali non era compito del giornalista, ecco perché oggi ad alcuni la definizione di “giornalismo imprenditoriale” suona strana.

Per anni i professionisti dei media si sono impegnati a rinforzare la cosidetta “Muraglia cinese” separando la parte redazionale da quella manageriale e commerciale dell’azienda.Ma i tempi cambiano e ora che i contratti di lavoro a lungo termine e le certezze diminuiscono anche nel giornalismo, i professionisti dei media avvertono la necessità di reinventare alcuni aspetti del giornalismo puntando ad esempio maggiormente sull’autopromozione. In un precedente articolo  l’EJO aveva già offerto un’ampia panoramica sulle iniziative che mirano a  promuovere il giornalismo imprenditoriale negli Stati Uniti. Qui proponiamo un’analisi approfondita sulla situazione in Europa.

Per quasi un decennio Internet ha causato un pandemonio sul mercato delle news, obbligando i fornitori di notizie a riconsiderare totalmente la loro struttura economica. Con a disposizione molti giornalisti ma pochi posti di lavoro, le media companies  hanno applicato la filosofia del  “sbagliando si impara” mentre  i giornalisti hanno dovuto occuparsi di creare una propria immagine e un proprio brand. Sebbene la situazione in Europa non sia paragonabile a quella degli Stati Uniti, anche il nostro continente non è stato risparmiato da questa tendenza ma con delle differenze significative da paese a paese. Purtroppo il mercato del lavoro per i giornalisti  è peggiorato ovunque senza eccezioni.

I pionieri del giornalismo imprenditoriale in Europa

Paragonati agli sforzi fatti negli Stati Uniti, in Europa i tentativi di abbinare al giornalismo lo spirito imprenditoriale e l’esplorazione di nuove alternative sono stati modesti. In un recente rapporto del quale abbiamo già parlato, Nicola Bruno e Rasmus Kleis Nielsen del Reuters Institute for the Study of Journalism di Oxford, evidenziano due serie problematiche che le start-up di potenziali nuovi giornali devono fronteggiare. Innanzitutto il mercato delle news online è ancora dominato dai media  tradizionali, mentre  il mercato degli annunci pubblicitari è  in mano a poche grandi agenzie . Modelli culturali diversi e mercati ridotti, a causa delle barriere linguistiche, rendono le cose ancor più difficoltose.

Xavier Drouot, direttore del sito online del notiziario regionale indipendente francese Carredinfo.fr di Tolosa, dichiara “ abbiamo lavorato per due anni negli organi di stampa tradizionali senza alcuna prospettiva di ottenere un contratto a lungo termine.  Dopo due anni di incarichi a breve termine abbiamo preferito crearci da soli il nostro progetto di lavoro”.

Secondo Drouot il giornalismo imprenditoriale si trova nel mezzo di un processo di transizione, ma ammette che in Francia si sente la mancanza di una formazione giornalistica di base. Robert Picard del Reuters Institute  osserva che “al contrario negli Stati Uniti la discussione è già arrivata a livelli istituzionali, ma non ancora  nell’industria dei media  nel suo complesso”.

In  Germania  paese cheha le sue proprie peculiari tradizioni giornalistiche,  Klaus Meier, professore di pubblicistica all’ Università di Eichstätt afferma che “l’ambiente giornalistico in questo paese è completamene differente da quello degli Stati Uniti. Per questo motivo una copia tedesca del modello di giornalismo imprenditoriale statunitense non avrebbe alcuna possibilità di successo. In Germania  la copertura delle news da parte dei  canali televisivi pubblici è decisamente maggiore  rispetto agli altri paesi europei. Inoltre persino il settore della carta stampata sta tenendo ancora abbastanza bene rispetto alla deblacle dei giornali americani.

Ulrike Langer, giornalista tedesca e insegnante di media, che ha esplorato il panorama dei media americani come corrispondente freelance, nota che “ la maggior parte dei programmi di pubblicistica in Germania non sa distinguere tra il tradizionale giornalismo professionista freelance e il nuovo giornalismo imprenditoriale”. La Langer fa notare che il punto debole è l’impossibilità di fare una descrizione esatta del concetto di giornalismo imprenditoriale. Se il giornalismo imprenditoriale ambisce a diventare qualcosa di più di una bombastica imitazione del giornalismo freelance,  saranno necessarie la cooperazione e il coinvolgimento degli stessi giornalisti nel progetto di creazione del proprio businness. In tedesco per questa ipotesi è già stata coniata un’espressione ad hoc  “Journalisten-Büro”.

In Italia di giornalismo imprenditoriale si parla già dal 2009 quando ad esempio il quotidiano La Stampa  pubblicò una serie di articoli sul Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism fondato dalla Graduate School of Journalism alla City University di New York. Ma ne hanno parlato anche molti altri in questi anni come  il sito di media e giornalismo LSDI , diversi blogger e giornalisti. Stefano Tesi, ad esempio, giornalista ed esperto di media italiano, è uno strenuo oppositore di questo concetto. Nel suo blog enfatizza come i due ruoli, giornalista e imprenditore, siano in contraddizione visto che l’autorità, la credibilità e le capacità professionali richieste al giornalista non possono essere compatibili con quelle commerciali e basate sui propri interessi dell’imprenditore. Tesi preconizza l’inevitabile rovina della professione e dell’etica del giornalista. Il dibattito insomma è attuale e sentito, di recente  è stato anche protagonista di un panel a cura di Adam Westbrook al recente Festival Internazionale  di Giornalismo di Perugia.

Dove la combinazione tra giornalismo e imprenditoria sembra riscuotere maggior successo è nei paesi baltici. I giornalisti lettoni usufruiscono di borse di studio e di altri tipi di sponsorizzazioni per creare i loro blog e le loro pagine web personali. Questo gli permette di operare un giornalismo investigativo. Spesso i loro articoli sono seguiti da libri inerenti al tema.

Questo comunque non è il solo modo in cui i giornalisti lettoni riescono a trarre profitto dal loro lavoro. Per esempio Agnese Kleina, editrice della rivista di design e di interni Deko, ha iniziato con un blog di moda seguito da circa 15000 visitatori. Ora ha fondato una marca di moda con una collezione personale.

Più a sud, in paesi come l’Albania, la Romania, la Serbia e l’Ucraina, il modello tradizionale di giornalismo freelance prevale su quello di giornalismo imprenditoriale, sebbene i salari e le condizioni di lavoro dopo la caduta della cortina di ferro abbiano obbligato i giornalisti a diventare creativi per sopravvivere.  Secondo Alexanderu-Bradut Ulmanu, un giornalista freelance e formatore di giornalisti,  fare giornalismo imprenditoriale non significa necessariamente aprire un proprio businness. Si tratta piuttosto di sviluppare l’abilità nell’abbinare le differenti risorse, tra cui le borse di studio e la partecipazione a programmi pagati da diverse fondazioni.

Ulmanu spiega che in Romania c’è una forte domanda di fondi aggiuntivi, visto che le misere condizioni economiche non favoriscono né i giornalisti assunti dai grandi gruppi mediatici né i giornalisti freelance.

La situazione è molto simile in Albania. Siti web di notizie, come www.lajmifundit.com e www.alblajm.com, sono tenuti da un sola persona. Sfortunatamente questi non generano profitti e i ricavi pubblicitari non sono sufficienti a tenere aperta la pagina web. Siti maggiori, come www.gazetaidea.com e www.respublica.com, sono sponsorizzati da fondazioni private, ma neppure questi riescono a mantenersi da soli. Secondo Dardan Malaj, fondatore di www.alblajm.com, solo le compagnie di telefonia mobile e alcune banche mettono in budget la pubblicità sul web, mentre tutte le altre ditte preferiscono farsi pubblicità sugli organi di stampa tradizionali.

Opportunità formative in Europa

In Europa le offerte di formazione in giornalismo imprenditoriale variano da paese e paese. In Gran Bretagna la City University di Londra offre un programma di Entrepreneurial Journalism che mette l’accento sul data journalism  e sul community management. Presso la Bournemouth University un corso simile è offerto ai professionisti a metà carriera. Altre università e istituti britannici come la School of Journalism di Cardiff, la Goldsmiths University e il dipartimento  di Media and Communication  della School of Economics  di Londra offrono corsi più generali di gestione dei media e gestione aziendale che si rivolgono in particolare ai giornalisti.

In Francia Xavier Drouot afferma che la formazione dello spirito imprenditoriale è sottostimata. La School of Journalism al SciencesPo (Institut d’études politiques, IEP) di Parigi offre comunque un corso di Giornalismo imprenditoriale nell’ambito del programma di Master.  Altri sforzi vengono fatti per incentivare l’innovazione tra cui il  Movement for the Young and Student Entrepreneurs  (MOOVJEE), un’associazione francese creata nel 2009, incoraggia i giovani a fondare una propria azienda durante o dopo gli studi. Il loro programma offre risorse di mentoring  e un premio annuale per il miglior progetto, rivolgendosi a tutti i modelli di imprenditorialità, non esclusivamente ai giornalisti.

In Germania esistono programmi di giornalismo ampi e variati in cui vengono insegnate le basi del lavoro in proprio (giornalismo indipendente) e del giornalismo imprenditoriale. L’Università di Eichstätt offre per esempio un programma di master in Management e Innovazione dei Media e Pubblicistica  (Management and Innovation in Media and Journalism ), mentre all’Università di Dortmund si può accedere ad un corso di  “Fondamenti economici del giornalismo freelance” (Basics of Economics for Freelance Journalists). All’Università di Magonza (Mainz), Volker Wolff, ex- editore della Wirtschaftswoche, uno dei maggiori settimanali tedeschi di economia, è direttore del programma di master in Pubblicistica. Wolff  ha sempre insistito molto su quanto sia importante che i giornalisti siano a conoscenza delle problematiche aziendali ed economiche a monte del processo di produzione delle notizie.

In ogni caso, afferma Ulrike Langer, in Germania la maggioranza delle scuole di giornalismo, escluse quelle  universitarie, sono legate comunque alle stesse case editrici. Ovviamente queste non hanno interesse ad insegnare ai loro studenti come funziona il libero mercato o come si fa ad aggirare nella distribuzione le stesse case editrici.

Per ciò che riguarda la Svizzera, Sylvia Egli von Matt, direttrice della più importante  scuola di giornalismo (MAZ), propone di andare nella stessa direzione. Secondo lei i giornalisti vanno preparati ad essere “più creativi e a  sviluppare uno spirito più imprenditoriale”. Sebbene il giornalismo imprenditoriale “non sia qualcosa di completamente nuovo, il MAZ offre già da tempo corsi specifici per giornalisti freelance, è positivo iniziare a discutere della nuova offerta formativa proposta negli USA”. Secondo lei gli Stati Uniti “offrono un approccio più ampio al giornalismo. I professionisti dei media devono sperimentare, collaborare, fondare piccoli business e persino diventarne i leader”.  Egli von Matt afferma inoltre che il giornalista futuro dovrà essere in grado di sviluppare progetti in collaborazione con i designer e i tecnici. “Dovranno creare spin-offs, nuovi format , nuove forme di inchiesta e narrazione e persino nuovi modelli di business”. Vinzenz Wyss, professore di pubblicistica all’Università di Scienze applicate di Zurigo, condivide questo punto di vista. È convinto che le scuole di giornalismo svizzere siano ancora lontane dal preparare i futuri giornalisti all’attività di fundraising (raccolta fondi) e all’assunzione di decisioni gestionali.

In Romania molti programmi di formazione professionale sono offerti dalle università e da diverse associazioni in giornalismo multimediale, in giornalismo online, in tecnologia del Web, in gestione dei media, nei media alternativi e nei social media (condivisione di contenuti testuali, immagini, video e audio;  creazione e scambio di contenuti generati dagli utenti). Tali programmi si ripropongono di permettere ai giornalisti professionisti di lavorare come freelance o come manager dei media. Nella stessa direzione si muovono le scuole di giornalismo in Albania, Lettonia e Serbia che offrono vari programmi con speciale focus sul giornalismo online. Purtroppo in questi paesi non si tengono corsi che aiutino a sviluppare l’imprenditorialità dei futuri giornalisti.

Molti accademici hanno attirato l’attenzione sulla lentezza con la quale, in numerosi paesi,  le istituzioni preposte alla formazione reagiscono ai cambiamenti in atto sul campo. L’adeguamento dei programmi, troppo lento rispetto alla realtà in veloce mutamento, è soggetto alle complicate procedure legali necessarie ogniqualvolta si voglia apportare delle modifiche ai curricula accademici già approvati e accreditati.

Nonostante il numero crescente delle OGN che si occupano di vari temi legati allo sviluppo dei media, in Ucraina la maggioranza delle associazioni sono focalizzate sulla libertà di parola, sulla censura, sull’etica dei media. Solo poche si interessano di giornalismo imprenditoriale. La tendenza culturale verso il giornalismo digitale è lasciata in Ucraina ai tentativi individuali e all’iniziativa dei privati, nessuna delle istituzioni di formazione di giornalisti se ne occupa in maniera sistematica. Neppure si intravedono cambiamenti all’orizzonte che potrebbero far sperare in un nuovo trend. Il progetto “U-media” della Internews-Ukraine, un’organizzazione no-profit focalizzata sullo sviluppo dei media, ha lanciato a questo riguardo diverse iniziative. Un esempio recente è quello del Social Innovation Lab, un laboratorio creativo per bloggers, per innovatori nel campo dei media e per programmatori che si dedicano a lanciare nuove idee per un uso innovativo degli strumenti del web. Internews-Ukraine  organizza anche corsi e campi di giornalismo di breve durata per formare studenti e professionisti a metà carriera.

La Mohyla School of Journalism di Kiev sta portando avanti contemporaneamente due programmi complementari. Entrambi sono stati creati e lanciati della Fondazione per lo Sviluppo dell’Ucraina. Il primo, Digital Future of Journalism (Futuro digitale del giornalismo), è un programma post laurea che ha lo scopo di spronare i giovani professionisti a cogliere le opportunità offerte dai nuovi media. Il secondo, Digital Media for Universities DMU (Media digitali per le università), è un programma cruciale che vuole accelerare lo sviluppo delle attività di training dei giornalisti con spirito imprenditoriale.

Nel tentativo di creare una panoramica completa dei punti di vista e delle iniziative collegate al giornalismo imprenditoriale in Europa rimane fermo il punto che non esiste ancora una visione comune del fenomeno e delle sue implicazioni. Qualcuno interpreta la trasformazione come un’occasione che offre ai giornalisti ambiziose nuove opportunità, mentre altri si limitano a considerare la nuova definizione , giornalismo imprenditoriale, come una mera copia del vecchio esercizio del giornalismo freelance.

Questo rapporto è stato redatto con i contributi di Tina Bettels, Natascha Fioretti, Jonila Godole, Kate Nacy, Dariya Orlova, Liga Ozolina, Miroljub Radojkovic e Andra Seceleanu.

Traduzione dall’originale inglese “Entrepreneurial Journalism in Europe” a cura di Alessandra Filippi.

 

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