Il giornalista come imprenditore

27 giugno 2012 • Cultura Professionale, Digitale • by

Da qualche tempo negli Stati Uniti la discussione sul futuro del giornalismo si è arricchita di una nuova parola chiave dalla quale in futuro non si potrà più prescindere: “entrepreneurial journalism” – giornalismo imprenditoriale.

I giornalisti dovranno “re-inventarsi tout court”, ossia imparare a sviluppare un pensiero imprenditoriale e  re-imparare a confrontarsi con la realtà  economica legata alla loro professione. Manca però ancora un modello di business  che possa permettere il rifiorire del giornalismo di qualità in tal senso. E nasce anche il sospetto che dietro l’espressione “giornalismo imprenditoriale” si nasconda elegantemente il concetto di self-exploitation.

Gli strateghi e ispiratori di questa nuova forma di giornalismo sono fondazioni come la John S. and James L. Knight Foundation e celebri guru del giornalismo online tra i quali Dan Gillmor, Jeff Jarvis e Jay Rosen. Quest’ultimo già da anni dice ai suoi studenti che il “big daddy” non c’è più, ossia editori patriarchi disposti a foraggiare. Per superare la crisi numerosi centri di formazione degli Stati Uniti sono disposti ad affrontare questo tipo di sfida. Nell’era in cui chiunque può pubblicare di tutto, quando e come vuole, i professori di giornalismo devono per lo meno sapere quali siano le condizioni necessarie a mantenere in vita un giornalismo professionalmente affidabile e serio. Quello che causa ai giornalisti molto stress e necessita molto tempo di approfondimento,  costa denaro e può persino dar fastidio alle élites che detengono il potere. Compito per nulla facile viste le condizioni e la pretesa che oggi i giornalisti conciglino convergenza dei media e  digitalizzazione con la marea di notizie che li inonda ogni giorno senza alcun tipo di filtro o di controllo delle fonti.

L’offerta di formazione e aggiornamento nell’ambito del giornalismo imprenditoriale

Come primo esempio prendiamo la City University di New York che grazie ad uno stanziamento di tre milioni di dollari ha potuto creare il Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism. Nel 2011, sotto la direzione di Jeff Jarvis, ha lanciato il primo master in Entrepreneurial Journalism. In questa sede gli studenti non studiano esclusivamente giornalismo, ma si confrontano – spesso avvalendosi di progetti pratici – con i problemi di management e di presa di decisioni.

Tra le forze motrici di questa tendenza che offrono corsi di approfondimento per giornalisti, ci sono due altre istituzioni che hanno conquistato una fama leggendaria, la Nieman Foundation di Harvard e il John F. Knight Fellowships di Stanford. I responsabili dei curriculum di studi di questi programmi  hanno scelto delle strategie completamente diverse per affrontare la rivoluzione digitale e le sue conseguenze.

Nello specifico il Nieman Journalism Lab dell’università di Harvard è diventato un vero incubatore di innovazione giornalistica. Essenzialmente si tratta di un sito web, che pubblica senza interruzione rapporti sul futuro del giornalismo di informazione, sui modelli digitali che hanno maggior successo commerciale e sulle “best practices” soprattutto nell’ambito del giornalismo online. Il Nieman Journalism Lab  attraverso una ricerca automatizzata reperisce 24 ore su 24 tutti i tweet che si occupano del futuro del giornalismo. Inoltre mette a disposizione un’enciclopedia del web, Encyclo, che raccoglie le liste di tutte le organizzazioni, istituti e iniziative che possono influenzare il giornalismo e le news del futuro. Oltre a ciò già da tempo pubblica ogni quadrimestre un’influente rivista, i Nieman Reports, che indaga le future sfide che il giornalismo dovrà affrontare. Questa offerta è accessibile a chiunque sul web. A tutto ciò si aggiungono altre due nuove pagine web, la Nieman Watchdog e la Nieman Storyboard. La prima offre ai giornalisti le informazioni necessarie per inchiodare i potenti della vita pubblica alle loro responsabilità, la seconda si dedica al giornalismo di narrativa e, grazie a degli esempi eccezionali, mostra come si possa migliorare lo storytelling e i reportage.

Ad Harvard comunque il Fellowship-Programm, che dal 1938, anno della sua fondazione, è stato frequentato da più di 1300 giornalisti di tutto il mondo, continua più o meno come sempre. Al contrario a Stanford tre anni fa si è deciso di operare un radicale cambiamento. Questa università, nelle cui vicinanze si trovano  giganti dell’informatica e di internet come Hewlett Packard, Apple, Google e Facebook, vorrebbe spronare maggiormente i giornalisti a sviluppare nel loro métier uno spirito di impresa che porti a nuove scoperte. A questo fine è stato creato il Knight Programm della durata di 10 mesi, pensato per uditori che già lavorano nei media e che se posseggono senso degli affari, hanno l’opportunità di lavorare ad un progetto innovativo e subito dopo di testarne l’attuabilità.

James Bettinger, il direttore del programma, cita un progetto “18 giorni in Egitto”, di cui va particolarmente fiero (http://beta.18daysinegypt.com/). Si tratta della documentazione della rivoluzione egiziana basata sul crowdsourcing.

Proprio nella sede di Stanford i Fellows, Jigar Mehta e Hugo Soskin, hanno sviluppato il reportage-tool necessario per il progetto. Mehta e Soskin hanno raccolto foto e video fatti con i telefonini, e hanno segnato il luogo e l’ora delle riprese per poter documentare gli avvenimenti da diverse prospettive. È stato così creato un nuovo tipo di reportagedocumentario, autentico e interattivo.

Tali iniziative, che cercano di conciliare il giornalismo con lo spirito di impresa, sono spesso progetti comuni di università solitamente in concorrenza tra di loro sia a livello di reputazione, sia per accedere ai fondi necessari, sia per accaparrarsi i migliori ricercatori e studenti. Ultimamente è stato siglato un accordo di questo tipo tra la Stanford School of Engineering e la più rinomata scuola americana di giornalismo alla Columbia University. Qualche tempo prima la Northwestern University aveva aperto il Knight News Innovation Laboratory. A questo progetto, principescamente dotato di fondi per 4, 2 milioni di dollari, collaborano la Medill School of Journalism della Northwestern University e la School of Engineering di Stanford. Gli iniziatori di entrambi i progetti auspicano che, grazie all’aiuto degli specialisti di computing, l’infrastruttura digitale del giornalismo si possa allargare e che le redazioni, adeguatamente dotate dei mezzi necessari, siano pronte ad affrontare le future sfide tecnologiche.

Non resta ora che attendere quanto l’effetto imitazione impiegherà ad attraversare l’Atlantico e a raggiungere i paesi di europei. Tema di cui questo parleremo sul sito EJO nei prossimi giorni, se siete interessati seguiteci.

Si potrebbe però verificare – negli Stati Uniti già si osserva questo fenomeno-  che in futuro i giornalisti che vogliono  mettere alla prova il loro talento imprenditoriale devono farlo anche nell’ambito del settore no-profit. Questo esercizio ha lo scopo di smuovere i mecenati e i filantropi, di incitarli a sostenere il giornalismo di qualità che non si riesce a finanziare né con la pubblicità online né con gli abbonamenti online. Così,i nuovi giornalisti non diventeranno, cela va sans dire, degli “imprenditori dinamici” di ispirazione Schlumpeter-iana, bensì dei fundraiser, o per dirla in italiano spiccio, giornalisti che dovranno elemosinare il pane quotidiano. Questo scenario rischia di generare dipendenze che influenzerebbero la copertura libera delle notizie.

Traduzione dall’originale “The Journalist as Entrepreneur” a cura di Alessandra Filippi

 

 

 

 

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