Luca De Biase: “Un giornale non è la sua carta”

24 aprile 2014 • Cultura Professionale • by

Fare un giornale oggi non significa più chiudere un oggetto che ha un inizo e una fine su un supporto fisico, ma richiede la capacità di immaginarlo “aumentato” su diverse piattaforme e spazi. E, soprattutto, inventarne di nuovi. In questa direzione si è mosso ad esempio Luca De Biase con Nòva, l’anima tecnologica de Il Sole 24 Ore. La testata, ora, è diventata un giornale che,  grazie all’augmented reality e a un’app dedicata, parte dalla carta per aprirsi verso il Web.

Luca De Biase ci ha raccontato perché, contrariariamente a quanto potrebbe sembrare a una prima occhiata, il progetto non manda definitivamente in soffitta il giornale per come lo abbiamo conosciuto fin qui, ma al contario ne rappresenta un’innovazione che ha molto a che vedere con l’idea stessa di fare un giornale nel 2014.

Nòva è ora un “augmented journal”. Qual è la ragione editoriale dietro una scelta così radicale?
“La carta è un display molto efficace ma anche estremamente costoso. Questo conduce a ridurre il numero di pagine di carta e contemporaneamente a tentare ogni modo per valorizzarle. La realtà aumentata è una tecnologia che riesce ad aggiungere valore alla carta senza aumentare la necessità di stamparne. Inoltre, consente di costruire un ponte tra carta e digitale. Ne emerge una sorta di ‘linguaggio’ innovativo per raccontare le notizie. Se riesce, questo linguaggio serve a esprimere una visione panoramica sulle informazioni (la funzione tipica della pagina di carta) e insieme ad approfondirle andando ai particolari atomici (la funzione tipica del digitale)”.

Come sta rispondendo il vostro pubblico? Se mi consenti una provocazione, il progetto non dimostra forse l’obsolescenza della carta?
“Più che di un’obsolescenza, parlerei di riposizionamento. Come è successo ad altri media, le novità non si traducono necessariamente in una obsolescenza delle soluzioni tradizionali. La radio si è riposizionata, per esempio, per la fruizione in automobile. E la carta si può riposizionare per l’espressione delle visioni prospettiche, per l’interpretazione fisica dei link tra le notizie in funzione panoramica e tenderà a concentrarsi sull’essenziale e l’interpretativo. Il digitale è molto più ricco dal punto di vista del trattamento delle singole notizie (elaborazione, memorizzazione, connessione), ma il tema dell’interfaccia resta aperto a nuove creatività. La realtà aumentata dalla carta è una di queste”.

Come pensi si sia evoluta l’idea stessa di giornale? Da oggetti ben definiti, i giornali sono diventati forse piattaforme aperte a diverse soluzioni. La scelta di Nòva sembra andare in questa direzione.
“Il giornale non è la sua carta. Il giornale casomai è il sapere che gestisce i flussi di informazione allo scopo di generare conoscenza: un saper fare che si sintetizza nella testata e nelle persone che la interpretano. Dipende dalla qualità del metodo di lavoro della sua redazione, dall’efficacia della sua piattaforma crossmediale e soprattutto dal suo pubblico: il giornale esiste nel momento in cui il pubblico lo adotta”.

Il mercato della consumer electronics sta proponendo sempre piu gadget indossabili, a cominciare dagli occhiali smart. Molti di questi nuovi prodotti interesseranno in prima persona anche l’editoria periodica, andando a modificare le nostre abitudini di lettura. Il giornalismo è pronto ad andare in questa direzione o, al momento, è ancora solo uno scenario improbabile?
“L’innovazione nelle interfacce e nei display è tutta da interpretare. Per gli editori è ora di passare dalla fase in cui si limitavano a comprare oggetti tecnologici per inserirli nei loro tradizionali flussi di lavoro a una nuova fase in cui comprendono il processo dell’innovazione e generano ulteriore innovazione, riconquistando una leadership che non deriverà più dal controllo dei mezzi di comunicazione, ma dipenderà dall’affermazione della loro cultura professionale con mezzi nuovi: strumenti di accesso all’informazione, gestione della memorizzazione, facilitazione alla socializzazione, interpretazione e ricerca”.

Tu sei uno dei più attenti innovatori in questo settore. Come pensi abbia risposto il giornalismo italiano alle sollecitazioni del digitale negli ultimi anni?
“Come spesso succede, gli italiani preferiscono reagire ai fenomeni piuttosto che anticiparli. Pensano al breve termine perché forse ritengono che il lungo termine sia più o meno immutabile. Nella reazione a breve, peraltro, sanno essere piuttosto inventivi, come dimostrano moltissime iniziative nate in questi ultimi vent’anni. Ma quando si affronta un cambio di paradigma profondo, la reazione a breve non basta: occorre traguardare il passaggio storico che si vive per costruirsi un ruolo nel nuovo mondo che si sta creando. L’alternativa è tra costruire il futuro e subirlo: su questo siamo meno inventivi di quanto servirebbe”.

Photo credits: Alessio Jacona / Flickr CC

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