La trasformazione dei media cambia anche la comunicazione scientifica

16 dicembre 2015 • Cultura Professionale, Più recenti, Ricerca sui media • by

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Hiné Mizushima / Flickr CC

Negli ultimi anni, la situazione della comunicazione pubblica sui temi scientifici e di ricerca è cambiata. Dopo un breve periodo di fioritura del giornalismo scientifico, è ora la comunicazione scientifica, ovvero la presentazione di lavori di ricerca da parte di università e altri istituti, ad acquisire importanza ovunque, sia perché gli istituti forniscono comunicati stampa alle redazioni in difficoltà telecomandando la cronaca giornalistica più che mai, sia perché i ricercatori e i siti di ricerca comunicano direttamente con i loro target tramite blog e social network.

Secondo le nostre ricerche, sette delle dodici università svizzere hanno ingrandito i loro dipartimenti di comunicazione in tempi recenti. Curiosamente, però, il numero di comunicati stampa inoltrati annualmente dalle università non è aumentato in modo significativo: nel 2008 se ne contavano 671, nel 2014, invece, erano 684. Per quanto riguarda i contenuti, all’opposto, la situazione è cambiata parecchio: nel 2008, infatti, solo due terzi dei comunicati erano dedicati alla comunicazione istituzionale (dalla politica d’istituto alle offerte di studio e i pensionamenti di professori, nda), sei anni dopo, invece, sei comunicati su dieci trattano di ricerche e risultati di studi, mentre la porzione di comunicazione istituzionale si è ridotta a poco più di un terzo.

Fatti importanti per la società
Per il responsabile della comunicazione dell’Università di San Gallo, Marius Hasenböhler, questo cambiamento è “poco sorprendente”: i temi di ricerca e gli esperti sono ormai per i media “più interessanti delle notizie istituzionali” e per questa ragione, già da anni, parte delle strategie di comunicazione degli atenei comprende anche il posizionare “l’università come piazza di riflessione”, specialmente tramite riferimenti a “risultati di ricerca rilevanti per la società”.

Dal punto di vista tematico, nella comunicazione scientifica delle università svizzere, la medicina e la salute sono tuttora al primo posto, seguite dalle scienze naturali. Molto meno attenzione è data invece alle scienze sociali ed economiche, anche se queste ultime sono risalite di qualche punto. Hasenböhler, però, fa notare che “molte cose che non sono particolarmente sofisticate o di politica istituzionale vengono ora comunicate in modo decentralizzato”. In alcune università, ad esempio, ci sono già responsabili della comunicazione all’interno degli istituti e delle facoltà e anche presso l’ateneo di San Gallo, ad esempio, è “cosa gradita” che “studiosi e docenti comunichino essi stessi con il pubblico per ciò che riguarda il loro settore di competenza”, contribuendo così alla strategia di comunicazione dell’università.

Inoltre, le università, con un colorato ventaglio di splendenti riviste che vengono distribuite gratuitamente, fanno concorrenza alle poche testate professionali dedicate alla scienza e pensate per il grande pubblico e vendute in edicola. Queste pubblicazioni universitarie potrebbero potenzialmente adottare un punto di vista più critico e giornalistico verso i risultati di ricerca, caratterizzandosi meno con il bisogno di mettere in buona luce le istituzioni che le pubblicano. Purtroppo, sembra che sempre meno persone siano interessate a farlo.

Denaro, fondazioni e 20 Minuti
Con un’iniziativa probabilmente unica al mondo, le Fondazioni Gebert Rüf e Mercator si sono lanciate in un nuovo progetto per sostenere il giornalismo scientifico nei media, finanziando la cronaca scientifica del quotidiano gratuito multilingue 20 Minuti con la speranza di destare l’interesse per la scienza e la ricerca in nuovi target di lettori, soprattutto tra i giovani e tra chi è tradizionalmente lontano dal mondo scientifico. Per Philipp Egger, direttore amministrativo della Fondazione Gebert Rüf, si tratta non di una sponsorizzazione classicamente intesa, bensì di uno “scambio di prestazioni”. Solo dopo lunghe negoziazioni, infatti, 20 Minuti si sarebbe dichiarato favorevole alla stesura di un contratto.

Alcuni esperti individuano però nel progetto anche dei danni collaterali dal punto di vista della politica mediatica: operando in questo modo, infatti, la Fondazione finanzia direttamente anche l’attore più grande del mercato mediatico svizzero, il gruppo editoriale Tamedia, che invece risparmia in modo ferreo altrove (per esempio nelle pagine del quotidiano di qualità Tages Anzeiger) sulla cronaca scientifica. Egger difende il suo impegno da queste critiche con un paragone con la pubblicità al cinema: “a prima vista può risultare osceno quando prima di film d’intrattenimento che mette in scena violenza, distruzione ambientale e sessismo, viene mostrata pubblicità per iniziative orientate al bene comune. Ma in sala siedono proprio le persone che bisogna raggiungere”.

Entrambe le fondazioni sottolineano anche come il loro obiettivo non sia sostenere il giornalismo di per sé. Olivia Schaub, Project Manager della Fondazione Mercator, aggiunge a questo proposito che “i tagli alla cronaca scientifica e al giornalismo di qualità sono osservati con occhio critico”. Considerando le possibili minacce all’indipendenza giornalistica, è ancora più delicato il fatto che l’Agenzia Telegrafica Svizzera (Ats) lasci ancora che la sua redazione scientifica sia foraggiata da Swissuniversities, organizzazione della Conferenza dei Rettori delle Università Svizzere e dalla ETH Zurigo, il Politecnico federale di Zurigo. Il vice-caporedattore di Ats, Winfried Kösters sottolinea che l’indipendenza redazionale dell’Ats sarebbe “garantita e stabilita nei contratti” e che questo sostegno “non è un modello generale per il finanziamento futuro del giornalismo”. Questo fa almeno sperare che in futuro né la Banca nazionale svizzera, né UBS, né Credit Suisse cominceranno a sponsorizzare la cronaca economica e finanziaria dell’agenzia.

Un posto per le scienze sociali
Più che la comunicazione scientifica, probabilmente è stata la ricerca stessa a essersi trasformata in comunicazione scientifica, differenziandosi. All’università di Zurigo si è recentemente sviluppato un filone di ricerca proprio su questo tema. Il volume “Trasformazione della comunicazione scientifica”, curato da Mike Schäfer, Silje Kristiansen e Heinz Bonfadelli, tratta questo nuovo tema e lo valorizza pure con delle sorprese: una content analysis realizzata da Anna Maria Volpers e Annika Summ, entrambe ricercatrici presso l’Università di Münster, mostra infatti come nei media la copertura dedicata alle scienze sociali e umanistiche non venga affatto trascurata rispetto alla copertura sulle scienze naturali, la tecnologia e la medicina. La copertura dedicata a questi temi è, invece, estesa su tutte le piattaforme mediali.

I ricercatori climatici che raccontano
Particolarmente avvincente è anche il contributo di Senja Post (Università Zurigo) sulla cronaca della ricerca climatica, incluso nel medesimo volume. In questo caso sembra che un gioco fatale tra media e ricercatori porti a considerevoli distorsioni nella percezione del cambiamento climatico, ogni volta che c’è da riportare sulle incertezze della ricerca: da sempre, infatti, i giornalisti si aspettano dai ricercatori delle dichiarazioni chiare e sono sempre pronti a renderle ancora più pungenti. Questo a sua volta conduce apparentemente a una sorta di spirale del silenzio da parte dei ricercatori: gli studiosi del clima, che ritengono importante “palesare incertezza in pubblico”, a quanto pare parlano meno con i giornalisti oppure pubblicano loro stessi sui mass media, mentre proprio coloro che ritengono fermamente che i cambiamenti climatici siano “causati dall’uomo, pericolosi, storicamente unici e prevedibili” cercano più spesso il contatto con i media.

I curatori del libro, nella loro introduzione al volume, sottolineano altri problemi irrisolti all’interno della comunicazione scientifica. Tra questi, anche l’annosa questione del filtraggio di quanto si legge, espresso come “la varietà dell’offerta online [solleverebbe] problematiche di selezione e credibilità”. Proprio in “temi lontani dalla vita comune, su cui le persone nella quotidianità spesso non hanno idee chiare”, scrivono gli autori, un “aiuto all’orientamento da parte del giornalismo scientifico [sarebbe] utile”, ma questo verrebbe offerto sempre meno spesso ai lettori. D’altro canto, “il gruppo degli interessati alla scienza, per cui gli ambienti online rappresentano il paese delle cuccagna, [sarebbe] piuttosto piccolo”. La più grande sfida della comunicazione scientifica in Internet sarebbe quindi “soprattutto raggiungere un pubblico degno di nota”.

I non-interessati potrebbero invece trovarsi a “evitare completamente” i temi scientifici online, temi che sui mass media tradizionali avrebbero incontrato almeno di passaggio. Degli algoritmi accentuerebbero questo effetto, “offrendo soltanto contenuti che corrispondono agli interessi degli utenti, in base a preferenze precedenti”. Potendosi così ognuno rinchiudere nel proprio guscio, il “divario di conoscenza” tra interessati alla scienza e i non-interessati diventerebbe probabilmente più grande.

Mike S. Schäfer/Silje Kristiansen/Heinz Bonfadelli (Hrsg.): Wissenschaftskommunikation im Wandel, Köln: Herbert von Halem Verlag, 2015

L’analisi dei comunicati stampa delle università svizzere è stata svolta da Georgia Ertz, come la traduzione dall’originale tedesco. Questo articolo è stato pubblicato originariamente dalla Neue Zürcher Zeitung il 28/11/2015

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