MediaAct: una guida alle Best Practice

7 dicembre 2012 • Cultura Professionale, Etica e Qualità • by

Nell’ambito del progetto di ricerca internazionale “MediaAct”, sui sistemi di accountability e trasparenza occidentali, realizzato da un consorzio di dodici università europee e due arabe, è stato pubblicato il documento “Best Practice Guidebook: Media Accountability and Transparency across Europe” che prende in esame i migliori esempi di strumenti per la trasparenza, il dibattito e l’accuratezza dei media, nei paesi esaminati.
Per l’Italia, nella sezione dei blog editoriali, questo autorevole riconoscimento è stato conferito al blog “Giornalismo d’altri” di Mario Tedeschini Lalli, vice responsabile innovazione e sviluppo del Gruppo Editoriale L’Espressoche abbiamo intervistato (trovate il testo dell’intervista al termine dell’articolo).

Il progetto MediaAct

Il progetto di ricerca “Accuratezza e Trasparenza dei Media in Europa” (MediaAct) esamina l’accuratezza e la trasparenza nei media di dodici paesi europei (Germania, Francia, Italia, Finlandia, Austria, Svizzera, Polonia, Olanda, Romania, Inghilterra, Estonia, Spagna) e due arabi (Tunisia e Giordania).

MediaAct è sviluppato da un consorzio di università dei paesi sopraelencati. Per la Svizzera l’ateneo consorziato è l’Università della Svizzera Italiana di Lugano, coordinata nel progetto dal Prof. Stephan  Russ-Mohl, mentre per l’Italia, l’ateneo di riferimento è l’ Università di Milano, sotto il coordinamento del Prof. Giampietro Mazzoleni. Le attività sono finanziate, nell’ambito del Settimo Programma Quadro della Comunità Europea, per circa 1,5 milioni di euro, sono partite a febbraio del 2010 ed avranno una durata di circa 3 anni e mezzo.

Il progetto analizza lo sviluppo e l’impatto dei sistemi di accuratezza e trasparenza sia dei media tradizionali (es: consigli della stampa, codici etici, etc..), sia quelli dei nuovi media online (blogs, forums, etc…). Obiettivi principali di questo progetto di ricerca sono:

  • investigare la quantità e la qualità dei sistemi di accountability quali prerequisiti per un dibattito pluralistico sull’indipendenza dei media in tempi di grosse concentrazioni monopolistiche
  • comparare l’impatto di questi sistemi sia sui media tradizionali che sui new media tra le differenti culture dei paesi analizzati
  • sviluppare raccomandazioni e policy per i legislatori ed esperti  europei  ed incentivare l’uso di questi sistemi tra utenti e professionisti dei media

 La guida alle Best Practice

Nell’ambito di MediaAct vengono, di volta in volta, sviluppate analisi, indagini e ricerche, volte a definire singoli aspetti delle questioni studiate.  Il 15 novembre è stata pubblicata la “Guida alle Best Practice”, il cui obiettivo è individuare le migliori pratiche di accuratezza, controllo ed auto-regolamentazione per la professione giornalistica, attraverso la ricerca e catalogazione di casi esemplari in alcuni paesi, in prevalenza europei, nei quali è sviluppata la ricerca . Quì è possibile scaricare la guida.

Prendendo spunto dalle discussioni nate a valle dello scandalo delle intercettazioni che ha travolto il settimanale britannico “News  of The World” il documento evidenzia la conflittualità tra principi economici e valori etici nel mondo dell’editoria e come tali valori siano spesso legati a visioni soggettive, non solo dell’impostazione editoriale, bensì variabili da giornalista a giornalista.

La responsabilità cade quindi sui Media-managers che hanno il compito di controllare e definire le linee guida editoriali. Ma nell’era dei media digitali, il  processo di accountability include non solo i “media-professionals” ma paritariamente, i cittadini. Parallelamente ai tradizionali sistemi di autoregolamentazione quali codici etici, consigli della stampa, ombudsmen, alcune organizzazioni hanno sviluppato strumenti propri, quali codici e manuali di istruzioni ed una ampia serie di strumenti web-based: online ombudsmen, blog di redazione, forum, pulsanti di “correzione”, etc.. per incrementare la qualità del giornalismo e facilitare la fiducia dei lettori, attraverso il dialogo con essi.

L’inclusione degli utenti, nel processo di accountability sembra promettente: mentre per la maggior parte degli strumenti tradizionali i problemi vengono risolti dopo la pubblicazione, la natura interattiva dei media online consente di coinvolgere il pubblico , nel processo di analisi morale, già durante la fase informativa e di scrittura.

Differenze culturali producono ambienti mediatici e sistemi di regolamentazione e trasparenza differenti

L’implementazione di sistemi di accuratezza e trasparenza, varia di paese in paese a seconda delle culture.

Mentre in alcuni paesi , caratterizzati da una forte tradizione di educazione al giornalismo, da organizzazioni di categoria, molte testate indipendenti e servizi televisivi pubblici, i giornalisti sono più coinvolti nel processo di trasparenza, in altri paesi la professione è maggiormente basata su codici etici interni.

I sistemi di regolamentazione individuati esprimono anch’essi  le differenze culturali tra i vari paesi. I paesi del mondo anglosassone, dove sono nati i primi codici regolamentali e dove è nato il concetto di libertà di espressione,  sono maggiormente caratterizzati da sistemi di autoregolamentazione: in generale, dove il controllo statale diminuisce, cresce l’autoregolamentazione. In alcuni paesi del Sud ed Est Europa e molti arabi, africani e dell’america latina il controllo politico sui media limita la possibilità per i giornalisti di svolgere il loro ruolo di controllori dell’informazione. In quei paesi i sistemi di trasparenza e accountability sono poco sviluppati. Eppure, anche in quei paesi, sistemi per dibattere ed implementare la trasparenza sono stati implementati: come l’uso dei social media nelle rivoluzioni della primavera araba ha dimostrato.

Effetti economici dei sistemi di Media Accountability per le aziende editoriali

L’utilizzo di strumenti di accountability, trasparenza e partecipazione hanno peraltro dimostrato di avere un impatto positivo sulle performance, sull’immagine pubblica e sull’indipendenza politica delle aziende editoriali.  In un mercato saturo, dove il tempo e l’attenzione del pubblico di riferimento è una risorsa limitata, le attività e gli strumenti per la accuratezza delle informazioni coinvolgono i lettori e contribuiscono a formare il profilo dell’azienda editoriale.

La disponibilità di questi strumenti definiscono il livello qualitativo del giornalismo, induce fiducia nel pubblico costruendo con esso, nel tempo, un rapporto di fedeltà. Questi elementi, rafforzando il rapporto con il lettore, costituiscono anche un motivo di persistenza nel mercato pubblicitario: la sopravvivenza economica delle aziende editoriali dipende anche dalla fedeltà dei propri utenti.

Le Best practice

Nella guida, come dicevamo, vengono individuati , nell’ambito dei paesi analizzati, casi di Best Practice che vogliono significativamente costituire un insieme di riferimenti   sufficientemente completo degli strumenti di accountability e trasparenza.

Sono state quindi redatte 23 schede, relativamente ad altrettanti casi analizzati, suddivisi in categorie, tra cui vale la pena ricordare:

Trasparenza delle redazioni e degli attori

  • Chat Box
  • Blog editoriali
  • Gestione degli errori
  • Ombudsperson
  • Partecipazione al processo di creazione delle informazioni
  • Conferenze aperte di redazione
  • Edizioni partecipate
  • Gestione dei processi di qualità
  • Comitato consultivo dei lettori

I casi vanno dal portale online polacco economico finanziario money.pl che prevede la creazione per i suoi giornalisti di profili Facebook che devono essere disponibili ad interagire con il pubblico, alle chat box per discutere con i lettori ricevere suggerimenti su temi o idee per storie, come nel caso del giornale svedese Norran.

Per l’Italia segnaliamo che è stato individuato come Best practice esemplare, il blog “Giornalismo d’altri” di Mario Tedeschini Lalli, con le seguenti descrizioni e motivazioni:

“The blog of Mario Tedeschini Lalli… primarily covers reflections on journalism. His daily topics in his blog, on Facebook and Twitter include transparency in journalism, current debates and foreign best practices. “

““It is important in particular in the context of Italian media, where such issues are often avoided. His social network accounts and his blog are aggregators. He identifies and highlights good practices in the field of journalism and suggests improvements. … This practice opens journalism to public and initiates a self-reflection process within the industry. It fosters actor, newsroom and production transparency.

Abbiamo quindi contattato, per i lettori di European Journalism Observatory, Mario Tedeschini Lalli per porgli alcune domande.

L’intervista: Mario Tedeschini Lalli

Mario Tedeschini Lalli è vice responsabile innovazione e sviluppo del Gruppo Editoriale L’Espresso. È docente di Giornalismo digitale all’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino e responsabile per l’Italia della Online News Association. Cura il blog Giornalismo d’altri. È stato caporedattore di Kataweb Multimedia fino all’ottobre 2008, sempre per il Gruppo Editoriale L’Espresso; in precedenza ha guidato le redazioni di repubblica.it e di cnnitalia.it.

La ricerca MediaAct, nel rilevare gli strumenti di trasparenza ed accuratezza nei media, evidenzia significative differenze culturali nei 14 paesi presi in esame, europei in gran parte ed arabi. Ma in tutti i contesti i nuovi strumenti “web based” sono riconosciuti come efficaci e necessari nel moderno processo di costruzione delle informazioni: Può darci il suo punto di vista?

L’universo digitale – il web in particolare – è un universo ibrido, dove i confini tra produttori e fruitori delle informazioni, tra giornalisti e “pubblico” si fanno mobili e permeabili. Se prima trasparenza ed accuratezza erano genericamente utili e necessarie per ragioni etiche e di credibilità, oggi sono ineludibili perché le testate giornalistiche e le persone che ci lavorano non sono più gli unici soggetti del sistema delle informazioni e in un universo relazionale, come quello digitale, il giornalismo professionale deve imparare a render conto con maggiore ampiezza e costanza di ciò che fa e come lo fa. Pena la marginalizzazione.

Relativamente alla trasparenza,  in alcuni paesi , caratterizzati da una forte tradizione di educazione al giornalismo, da organizzazioni di categoria, molte testate indipendenti e servizi televisivi pubblici, i giornalisti sono più coinvolti nel processo di trasparenza, In altri paesi la professione è maggiormente basata su codici etici interni alle aziende editoriali. Alla luce della tua esperienza, quali possono essere nel nuovo scenario dell’informazione digitale, punti insostituibili, quali quelli meno importanti?

Nel mondo digitale la trasparenza è in una certa misura una pre-condizione culturale, il cittadino che si avvicina a un pezzo d’informazioni sul web è a un click di distanza dalle fonti che possono smentirlo o confermarlo. In questo senso giocare in campo aperto, aprire la finestra – per così dire – sulla nostra “fabbrica delle salsicce” non può che aiutare il giornalismo. Così facendo sarà  più facile – per noi stessi e per il pubblico – accettare le inevitabili limitazioni delle nostre informazioni, anche gli eventuali errori; è possibile, cioè, superare l’idea propria dell’era pre-digitale della “verità” come dato fermo nel tempo e abbracciare una cultura della “verità come processo”.

In questi giorni in Inghilterra e, più in generale, nel mondo dell’informazione occidentale. il rapporto “Leveson”, ora consegnato nelle mani di Cameron che lo aveva richiesto, a seguito dello scandalo delle intercettazioni che ha portato alla chiusura del settimanale “News of The World”, ha scatenato un ampio dibattito sui sistemi di regolamentazione, nei paesi anglosassoni da sempre affidati all’autonomia delle aziende editoriali. Leveson in sostanza propone un sistema nel quale esista un codice comportamentale con supporto giurdico, ed un consiglio indipendente, che ne verifichi l’applicazione… L’oggetto della discussione sembrerebbe proprio essere quel “supporto giurdico”… 

A titolo puramente personale, ritengo che meno lo Stato legifera sulla liberta dei cittadini di esprimersi in pubblico, meglio è. D’altra parte abito e lavoro nel Paese occidentale che sulla carta ha già probabilmente la più rigida organizzazione professionale del giornalismo, stabilita da decenni per legge, con relativi organismi deputati a controllarne la deontologia: ciò non ha impedito e non impedisce alla stampa italiana collettivamente intesa di essere tra le meno trasparenti nei confronti del pubblico e le meno attente ai problemi deontologici. Il problema, qui e altrove, non è stabilire nuovi e temibili “tribunali della verità”, ma far crescere nelle redazioni e tra i giornalisti una cultura diversa. — Magari cominciando ad accettare di dar conto in modo più ampio e continuativo delle fonti alla base dei nostri servizi.

Si dice “il giornalismo è morto”. Nella forma che conosciamo, dalla sua nascita ad oggi, probabilmente si: quale la nuova identità (se vi potrà essere) per i giornalisti “professionali” nel mondo delle news senza valore?

Il mestiere del giornalista ha sempre avuto sostanzialmente due facce: ricercare, verificare, valutare e diffondere informazioni non note ma rilevanti per una cittadinanza consapevole; selezionare, aggregare, spiegare e contestualizzare le innumerevoli informazioni pubblicamente disponibili. Nel mondo digitale questo non è molto diverso, se non per due aspetti cruciali: se ci si dispone in una relazione aperta, il “pubblico” può essere un fattore di aiuto nella ricerca, nella valutazione delle informazioni e nella “costruzione del senso”; il sistema sarà probabilmente in grado di finanziare solo una frazione del giornalismo professionale per come lo conosciamo attualmente, giornalisti e organizzazioni giornalistiche devono perciò con radicale onestà stabilire quanta parte (e quale) dell’informazione attualmente prodotta sia veramente essenziale per le funzioni democratiche di cui sopra e quale, invece, possa essere con tranquillità lasciata a produttori e professionisti di altro genere, che cioè non è necessario siano guidati dagli scopi e dai criteri che fino ad oggi abbiamo associato alla professione giornalistica.

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