No profit, con quale successo?

23 settembre 2011 • Digitale • by

Più vengono smantellati drasticamente posti di lavoro nelle redazioni tradizionali dei giornali e nelle infrastrutture di ricerca, più cresce la speranza, soprattutto negli Stati Uniti, dove il processo è maggiormente avanzato rispetto al centro Europa, che nel giornalismo si affermino «nuovi attori»: organizzazioni no-profit, fondazioni e mecenati riempiono i vuoti e compensano la perdita di memoria collettiva che si crea quando in pochi anni intere redazioni vengono dimezzate.

Ma con quale successo? Il progetto per l’eccellenza nel giornalismo («Project for Excellence in Journalism») della fondazione americana Pew ha cercato di dare una risposta a questa domanda nel suo rapporto sulle «notizie no-profit». I ricercatori hanno osservato da vicino 46 siti web, fondati negli Stati Uniti dal 2005, che sono riusciti ad attirare l’attenzione e che, con la loro offerta di notizie nazionali in generale e sui singoli stati, sono entrati in concorrenza con i quotidiani tradizionali.

Inoltre hanno cercato di scoprire chi fossero i principali finanziatori di questi siti web. Solo sette dei siti web considerati sono progetti commerciali, gli altri appartengono tutti al settore no-profit. I risultati sono allarmanti: il 56 per cento dei nuovi siti web perseguono chiaramente  scopi ideologici. Però i siti ideologicamente più politicizzati cercano di nasconderlo, fregiandosi di titoli come «indipendente» o definendosi «cani da guardia». I ricercatori  riferiscono che la maggioranza delle notizie presentate su questi siti sono di parte. Nella metà di tutti i temi indagati veniva addirittura data un’opinione da un’angolatura unilaterale su argomenti controversi. Solo il due per cento delle storie offrivano più di due prospettive. Più l’offerta è partigiana e ideologica, meno le fonti di finanziamento a monte sono trasparenti. Al contrario, vengono spesso indicati come finanziatori uomini di paglia qualunque, senza però chiarire da chi costoro ricevano il denaro.

Il Centro di ricerca della fondazione Pew ha scoperto aspetti assai interessanti su come in questo «nuovo e mirabile mondo del giornalismo» vengono date le informazioni su una delle più antiche istituzioni del mondo, sulla Chiesa e sulla religione. Secondo il rapporto «La religione nei notiziari» («Religion in the News») l’islam ha soppiantato il cristianesimo nell’agenda dei media. Sono stati tre gli avvenimenti che durante il 2010 hanno calamitato il 40 per cento delle cronache in America su temi inerenti alla religione: il progetto di costruzione di una moschea a Ground Zero, l’intenzione di un pastore integralista in Florida di bruciare pubblicamente il Corano e le commemorazioni degli attacchi terroristici al World Trade Center. Il 18 per cento delle notizie a sfondo religioso era dedicato ai preti pedofili e agli abusi sessuali.

Ma al tempo di Internet come comunica la chiesa cattolica, una delle organizzazioni no-profit maggiormente diffuse nel mondo? Nel loro libro «Religious Internet Communication» («Comunicazione religiosa in Internet») Daniel Arasa, Lorenzo Cantoni e Lucio A. Ruiz prendono in esame la presenza on-line della chiesa cattolica. È comunque un punto di vista da insider, poiché tutti e tre sono impegnati attivamente nel cattolicesimo. I tre ricercatori della comunicazione (l’uno spagnolo, l’altro italiano, il terzo argentino), che insegnano attualmente in Italia, in Svizzera e in Columbia, giungono a risultati differenziati ma in fondo benevoli. Sebbene la comunità religiosa venga descritta a più riprese come conservatrice, «nonostante tutti gli stereotipi, la chiesa ha da lungo tempo incorporato nel suo lavoro quotidiano gli strumenti e il potenziale di Internet». Sicuramente nella loro dinamica i singoli precedono le istituzioni ufficiali della chiesa ma «lo stesso vale per tutti gli ambiti della vita sociale, in politica, in economia e nel settore dell’intrattenimento».

Istituzioni come la Chiesa cattolica si troveranno a loro agio anche nel mondo della rete, anzi le reti sociali on-line offrono loro nuove e maggiori possibilità di comunicazione. Tuttavia aumenta il pericolo che un simile sviluppo vada a scapito della giusta distanza e dell’indipendenza del giornalismo dalla politica, dalle istituzioni e da altri detentori di potere. Indipendenza e distanza che le grandi redazioni hanno accumulato nel secolo passato nell’interesse dei lettori, dei radioascoltatori e dei telespettatori e grazie all’inesauribile e sempre crescente afflusso di risorse pubblicitarie.

 

 

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