Aaron Swartz libera la rete

21 gennaio 2013 • Digitale • by

L’informazione è potere, scriveva Aaron Swartz nel suo Guerrilla Open Access Manifesto, e quindi il sapere va condiviso e diffuso. Una sorta di imperativo morale che collega come un filo rosso tutte le brillanti iniziative di Swartz nel mondo della rete: dallo sviluppo di RSS ai Creative Commons, passando per la lotta organizzata contro PIPA e contro i tanti tentativi di imbrigliare la libera circolazione dell’informazione attraverso la rete. La morte prematura di Swartz, sotto accusa per aver diffuso materiali accademici del MIT ad accesso riservato, rischia secondo alcuni di innescare una “guerra culturale” (lo scrive Serena Danna sul Corriere della Sera). O, vista altrimenti, è il momento per innescare un cambiamento. In ogni caso, e in modi differenti, sulla stampa e in rete la morte dell’attivista accende una discussione troppo spesso assente sulla scena pubblica.

Oltre la Rete

Che si tema una guerra o si auspichi una svolta, l’oggetto del contendere è bene inquadrato dalla studiosa di new media Danah Boyd: “come negli altri casi giudiziari contro gli hacker, quello contro Aaron non riguarda semplicemente la possibilità della tecnologia di fornire nuovi strumenti alle persone per agire in modo indipendente e rafforzare la democrazia. Non è neppure una questione di giustizia e sicurezza nazionale. Riguarda una battaglia più ampia, sistemica. Riguarda il potere”. Il cuore della questione appare questo, se si legge appunto Wired. Ma spesso ben altro, e ben poco, trapela invece sulla stampa generalista. Su Repubblica per esempio Angelo Aquaro bolla il caso Swartz come quello di un “morto suicida come un divo del rock: e come tanti, troppi smanettoni depressi come lui, entusiasti delle macchine e con la testa nelle nuvole, nei mille cloud che custodiscono i nostri dati e le nostre vite”. Un caso che riguarderebbe insomma una nicchia di persone lontane dal resto della società. Ribaltando il ragionamento, appare in effetti in tutta la sua evidenza la distanza tra il brulicante mondo della rete e la capacità della stampa di dargli una adeguata rappresentazione sulla scena pubblica. Dopo la morte di Swartz, si affastellano in rete le iniziative autoorganizzate come ad esempio #pdftribute: tanti ricercatori, e non solo, “liberano” sull’hashtag di twitter un lungo elenco di articoli scientifici in omaggio a Swartz e alla sua lotta per la conoscenza aperta. Anche l’informazione che fu non può non tener conto dell’informazione che sarà: succede così che tre giorni dopo la morte dell’attivista informatico, alcuni quotidiani mainstream, ad esempio il Corriere, riprendano la vicenda della morte di Swartz. Anche dopo la notizia della morte, il caso  rimane sulla scena e diventa oggetto di approfondimenti in radio e in televisione. I confini (e i limiti) che separano l’agenda setting di  internet, televisione e stampa vengono in parte travalicati.

Una questione di pubblico dominio

Ma al di là del caso Swartz, se è vero che l’informazione è oggi più che mai potere, qual è la percezione della priorità di questo tema sui media? Qual è lo sforzo di divulgazione da parte dei media generalisti? Come dimostrano i casi di Sopa, Pipa, Acta e inoltre tutte le vicende che girano attorno al tema della “conoscenza aperta”, la libera circolazione dell’informazione e dei beni intellettuali mette in gioco non tanto le smanie di “qualche smanettone” ma anche e soprattutto gli interessi di grandi gruppi industriali. I tentativi di coinvolgere la società civile su questi temi, di portarli fuori da una “nicchia di esperti” per far sì che anche i comuni cittadini possano avere un potere di lobbying, ci sono stati e hanno avuto successo. Tra i protagonisti di questa operazione di traduzione, divulgazione e organizzazione c’è ancora una volta Swartz (si veda alla voce Demand Progress). Ma i fermenti e l’attivismo, ancora una volta, si sono sviluppati in rete con ben poco spazio ed attenzione sui media generalisti. Qui il riscontro è scarso, e ancor più insoddisfacente se dagli Stati Uniti si passa al contesto europeo. Una certa attenzione al tema proviene dalla Gran Bretagna, e se in altri Paesi come ad esempio la Francia qualche tentativo viene abbozzato, l’Italia è tra quelli in cui il gap tra la rete e i media mainstream si avverte più forte. Sono infatti soprattutto le riviste di settore e le pagine di approfondimento a rendere conto (quando lo fanno) del fermento in questi settori, mentre difficilmente chi non è già appassionato al tema arriva a conoscerlo. Ce lo conferma Andrea Zanni, giovane e brillante attivista del mondo dell’open knowledge, oltre che project coordinator di Wikimedia Italia. Eppure il tema del public domain dovrebbe appunto essere… di pubblico dominio, tanto più che, dice Zanni con una metafora, “la proprietà intellettuale è il petrolio del XXI secolo, per dinamiche e fisica della rete: siamo passati dagli atomi ai bit, con la differenza che i secondi si possono copiare. La rete è un ambito di continuazione del potere, e lo stesso Swartz aveva a cuore i diritti. Proprio lui elaborando i Creative Commons aveva contribuito a ripensare per la condivisione, ma non a cancellare, la proprietà intellettuale.”

Open Knowledge, Open Journalism

Se nel mondo accademico la moneta di scambio è la reputazione, di fatto ben pochi gruppi editoriali concentrano nelle proprie mani un intero mercato e succede perciò che il mondo della ricerca pubblica “regali” beni intellettuali in vista di una pubblicazione su una rivista di rilievo, e che poi ancora una volta debba ri-pagare il proprio lavoro perché l’accesso alle riviste viene pagato salatamente dallo stesso mondo accademico. In tutto ciò, tanti rimangono esclusi dalla conoscenza e dalle opportunità di cambiamento che essa apre. Da qui nasce l’open access movement, che ha tra i propri capifila membri di università prestigiose come Peter Suber di Harvard. Si diffondono quindi in tutto il mondo, Italia compresa, la “via verde” e la “via d’oro” dell’accesso aperto. Ma la questione cruciale della condivisione dell’informazione va ben oltre le mura delle università: coinvolge la digitalizzazione del sapere tutto e delle biblioteche (si veda open library), la condivisione dei dati della pubblica amministrazione e delle istituzioni (compresa l’Unione europea), la possibilità di far circolare beni intellettuali di ogni genere e la stessa capacità del giornalismo di raccogliere dati e trasformarli in racconto. E’ insomma la open knowledge, che concerne il mondo del giornalismo sotto svariati punti di vista: anzitutto perché meriterebbe di essere raccontata, poi perché una raccolta di dati ampia e libera significa maggiore potenza informativa, e inoltre perché le nuove possibilità aprono frontiere inedite come quella dell’open data journalism. Di fronte a un panorama come questo, non stupisce che gli addetti al settore, come lo stesso Zanni in Italia, affermino che di tutto questo, compreso il caso Swartz, “in Italia non si è parlato in modo adeguato. Grazie a Swartz però ora più persone conoscono questi temi”. Perché, spiega ancora Andrea Zanni, “il discorso della proprietà intellettuale preme ai grandi gruppi industriali, e non a caso Stati Uniti ed Europa stanno inasprendo i propri regimi, seguendo un trend che mira a controllare i flussi in rete e che in America è cominciato a fine anni Novanta con la cosiddetta legge Topolino. Dall’altra parte ci sono però le enormi opportunità di collaborazione, condivisione e democrazia che il web offre. Per ora il movimento dell’open knowledge coinvolge un gruppo minoritario di attivisti online, ma chissà che anche grazie ad Aaron Swartz più persone se ne interessino e partecipino. Per ora difficilmente sfondiamo il muro dei media e dell’accademia. Se guardiamo poi all’Europa, non abbiamo né la cultura libertaria statunitense né le culture hacker di Stanford, Berkeley e del MIT. Gli inglesi hanno fatto la loro parte, e peraltro proprio il Guardian ha affrontato per la prima volta in Europa apertamente il tema dell’open access”. La strada è insomma ancora lunga, ma la vita e la memoria di Swartz stanno contribuendo a tracciarla.

Crediti foto: Aaron Swartz al Boston Wiki Meetup, Fonte Flickr, Autore Sage Ross

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