Bufale, il fact-checking e la risposta di Facebook

16 febbraio 2015 • Digitale • by

I social media sono uno degli ambienti digitali più importanti per la ricerca, la lettura e la condivisione delle notizie. Facebook, in particolare, è diventato un canale irrinunciabile per le testate giornalistiche di ogni tipo, a tal punto che uno studio recente di Shareaholic ha calcolato che circa il 15% del traffico complessivo delle testate online proviene ora dal social network di Mark Zuckerberg.

Questa grande disponibilità di contenuti, però, ha anche accentuato un problema, quello delle notizie false, le cosiddette “bufale” che appaiono sui nostri News Feed: come su Facebook è possibile trovare condivisi gli articoli del New York Times o di altre prestigiose istituzioni del giornalismo, infatti, anche notizie non verificate o platealmente false, provenienti da dubbie fonti, trovano il loro spazio e, anzi, sono spesso molto difficili da fermare. Le bufale, infatti, sono spesso sensazionalistiche e puntano apertamente a fomentare un’indignazione facile e superficiale che spinge al click sul tasto di “condivisione”.

Per cercare di limitare il fenomeno, Facebook stessa ha lanciato un servizio che consente agli utenti di segnalare le notizie false, al fine di fermare l’avanzata delle bufale tramite un tasto, come quello di “Mi piace” o quello di “Condividi”, disponibile per ogni link postato. Un numero alto di segnalazioni farà in modo che il link in questione appaia agli utenti di Facebook con un avvertimento sulla sua probabile natura di bufala e la sua visibilità sui News Feed sarà conseguentemente ridotta.

Sulla carta, potrebbe sembrare un’eccellente idea: semplice verifica delle notizie svolta in crowdsourcing dagli utenti stessi. In realtà, questo nuovo servizio nasconde anche diversi lati oscuri, sia etici che tecnologici. In primis, Facebook non è un giornale e i contenuti che vi transitano nascono altrove e sono condivisi liberamente da chi usa il social network. Con questo nuovo servizio, Facebook svolgerà inevitabilmente delle scelte editoriali precise, stabilendo quali contenuti possano circolare sulla sua piattaforma e quali no e senza l’appoggio di criteri chiaramente verificabili.

Inoltre, tutto il processo è esclusivamente meccanico e quantitativo e non essendoci alcuna forma di controllo umano, l’analisi dei dati raccolti sarà affidata agli algoritmi. Il rischio è che alcuni contenuti possano essere segnalati come falsi a fini politici o di propaganda, da gruppi organizzati di utenti o che contenuti satirici, come ha sottolineato The Atlantic, possano troppo facilmente finire nel dimenticatoio dell’irrilevanza social.

Al di là delle bufale, i social media sono anche fonti eccezionali per i giornalisti stessi che vi possono trovare possibili notizie o contenuti a loro sostegno, come immagini, video o testimonianze di testimoni oculari di eventi notiziabili. Anche – soprattutto – in questo caso, l’attenzione per la verifica è fondamentale per evitare falsi e disinformazione.

Secondo un nuovo studio del Duke Reporters’ Lab, ad esempio, cresce il fenomeno dei siti di fact-checking online, pagine Web che mettono al vaglio contenuti e articoli per controllarne la veridicità: al momento esistono 64 siti di questo genere in tutto il mondo, dall’Uruguay alla Turchia.

Reported.ly, una nuova testata americana con uno staff sparso in diversi paesi del mondo, vuole invece spingersi ancora oltre la relazione tra giornalismo e social media, proponendo giornalismo “nativo” che si sviluppa sui social network, sfruttando l’aggregazione e la verifica di contenuti postati sui social media, seguendo le notizie mentre nascono.

Una conferma di come, se usati con competenza e attenzione, i social network siano alleati fondamentali per un giornalismo davvero consapevole del contesto in cui opera.

Articolo pubblicato originariamente su Il Corriere del Ticino, nella rubrica “Mondomedia” il 14/02/2015

Photo credits: Simon A / Flickr CC

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