Connettività e Ugc: come cambia il reporting sugli esteri

9 giugno 2016 • Digitale, In evidenza • by

aleppo

Il video CCTV ripreso nell’ospedale al-Quds di Aleppo, pochi istanti prima di un attacco aereo, pubblicato da Channel 4

Internet, YouTube e i materiali video forniti dai citizen journalist hanno contribuito alla creazione di una nuova forma di giornalismo che ha migliorato il reporting internazionale, specialmente per quanto riguarda l’attuale conflitto in Siria. A sostenerlo è Lindsey Hilsum, redattrice internazionale di Channel 4 News. Tuttavia, sostiene Hilsum, la tecnologia non potrà mai sostituire del tutto uno dei ruoli primari del giornalista: la testimonianza oculare.

Ad ogni modo, la connettività alla rete ha avuto un impatto significativo nel riorganizzare le comunicazioni globali e superare i confini nazionali, ha spiegato Hilsum al pubblico del Reuters Institute for the Study of Journalism (RISJ) all’Università di Oxford, in una conferenza pubblica dedicata al conflitto siriano e alla crisi dei migranti. Citando Parag Khanna, autore di Connectography, Mapping the Future of Global Civilisation, la giornalista inglese ha ricordato che al mondo vi sono meno di 500mila chilometri di confini, ma più di un milione di chilometri di cavi internet.

Una connettività internazionale più efficiente significa anche che ai giornalisti è data la possibilità di verificare le informazioni, raggiungere contatti e trovare potenziali fonti molto più velocemente, se non addirittura istantaneamente. Questo nuovo status quo si traduce anche in una generale più ampia disponibilità di notizie e informazioni, quasi ovunque. Secondo Hilsum, questo sarebbe particolarmente evidente alla luce della crisi dei migranti in Europa: “ho passato la scorsa estate nei Balcani con i rifugiati. Arrivavano dei piccoli gommoni sulla spiaggia e la prima cosa che ognuno di loro chiedeva, spesso ancor prima di togliersi il giubbotto di salvataggio, era dove si trovasse il wi-fi più vicino. Tutti volevano comunicare ai loro cari che erano arrivati sani e salvi e raccontare del loro viaggio. Anche proprio questa connettività e questo flusso di informazioni hanno reso possibile questo movimento di rifugiati e migranti”, ha detto Hilsum. “In Siria tutti sanno esattamente cosa sta accadendo ai rifugiati in Europa”, ha aggiunto la giornalista di Channel 4 durante il suo intervento al RISJ.

Citando un altro esempio, la giornalista ha parlato di un’esperienza personale avuta con Twitter in Grecia mentre si stava imbarcando su un battello per l’isola di Lesbo. “Un mio amico ha visto il mio tweet e ha notato che anche un’altra persona, un rifugiato di Erbil, aveva postato sui social media che stava salendo su un battello per la stessa destinazione. Mi ha quindi passato l’informazione e un’immagine del rifugiato e entro pochi minuti lo abbiamo trovato sull’imbarcazione. È straordinario quanto istantaneamente si possano fare queste connessioni”, ha raccontato Hilsum. Secondo la giornalista, i social media aiutano i reporter anche in altri modi: “sono uno strumento utile per controllare la veridicità di informazioni. Avevamo ricevuto un filmato dalla Siria e non sapevamo molto altro. Ho chiesto aiuto su Twitter per verificarne la veridicità e abbiamo subito ricevuto una risposta”.

Connettività anche come fonte di difficoltà e pericolo per giornalisti
La connettività può però rendere il giornalismo più difficile e a volte anche più pericoloso. “Si tratta di un’arma a doppio taglio: ai miei inizi, si poteva andare in Paesi come il Sud del Sudan e scrivere tutto ciò che si voleva, e ottenere molte interviste, perché nessuno sapeva cosa si sarebbe scritto. Ora tutti sanno cosa fanno i giornalisti occidentali e locali e le persone sono molto più coscienti di come i giornalisti possono essere manipolati”, ha ricordato Lindsey Hilsum a Oxford.

Filmati amatoriali rilasciati su YouTube diventati “incredibilmente importanti”
YouTube e il citizen journalism hanno cambiato anche il modo in cui i reporter seguono i fatti internazionali e soprattutto i conflitti. Poche organizzazioni mediatiche inviano membri del loro staff in Siria, a causa dei rischi, o non comprano le storie da giornalisti freelance che lavorano nel Paese. “È stata una guerra disastrosamente pericolosa da raccontare”, ha spiegato Hilsum, “YouTube è diventato una parte incredibilmente importante del modo in cui ne riferiamo”. La giornalista ha fatto poi riferimento a un commento riportato tempo fa da Marie Colvin, giornalista del Sunday Times uccisa mentre scriveva dell’assedio di Homs nel 2012: “Marie era solita dire che ogni tanto si sentiva come l’ultima reporter nel mondo di YouTube”.

Dei filmati CCTV hanno invece aiutato a riferire del recente bombardamento dell’ospedale al-Quds di Aleppo. “Dovevamo tutti raccontarne senza essere là di persona, poi è apparsa una clip ripresa da una telecamera di sicurezza dell’ospedale che mostrava il momento esatto dell’impatto della bomba. Era un filmato straordinario, perché mostrava persino gli ultimi momenti di un medico che è poi morto, illustrando il potere delle telecamere di sicurezza e di YouTube nel riferire notizie”, ha spiegato Lindsey Hilsum, che ha ricordato anche come “spesso non si possa varcare il confine di un Paese, ma ora è possibile ottenere filmati originali per mostrare ciò che è successo”. Tuttavia, Hilsum ha rimembrato il possibile e frequente rischio di ricevere e mandare in onda filmati da fonti non verificate: “a volte una clip non racconta la storia per intero e le persone che diffondono filmati spesso hanno una loro agenda”, aggiungendo a questo proposito che Channel 4 News ha un membro dello staff che si occupa specificatamente di verificare i filmati ricevuti da fonti esterne.

Giornalisti come testimoni oculari
YouTube, comunque, non rimpiazzerà mai del tutto il reporting di prima mano, ha dichiarato Hilsum, aggiungendo che “come reporter, sono una testimone oculare. Se non mi trovo in un luogo, non posso catturare tutte le sensazioni necessarie. Il ruolo più importante di un giornalista è sempre quello di essere presente”. Hilsum ha anche descritto la sua recente visita all’antica città siriana di Palmyra. Hilsum è stata una delle prime giornaliste occidentali a visitare il sito ampiamente distrutto dall’Isis. La notizia dell’uccisione del curatore dei monumenti, l’82enne Khaled al-Asaad, era già stata diffusa dai media internazionali, ma Hilsum ha scoperto un’altra esecuzione nella città da parte degli estremisti islamici: un commento da parte di una guardia del corpo governativa aveva infatti condotto Hilsum alla storia di Fatima, una giovane donna che era stata condannata dalla Corte islamica istituita dall’Isis nello scantinato del museo di Palmyra.

La madre di Fatima aveva mostrato a Hilsum un pezzo di carta spiegazzato su cui era scritta la sentenza della Corte, che diceva: “Condannata per apostasia. Tutti gli averi saranno confiscati. Pena di morte. Nessun ricorso possibile”. Fatima è stata giustiziata lo stesso giorno di Khaled. “La storia è diventata quella di un uomo conosciuto e di una donna sconosciuta, e di come entrambi avevano osato opporsi allo Stato islamico. Non è il tipo di storia che si riesce a trovare se non si è sul posto”, ha spiegato Hilsum, aggiungendo: “mi sembrava di aver riportato in vita quella donna per quattro minuti, per quel brevissimo momento quella donna sconosciuta era diventata nota. Credo che anche questo faccia parte del nostro lavoro di giornalisti”.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Georgia Ertz

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