Crisi dei giornali: stringono i tempi per il cambiamento

29 giugno 2011 • Digitale, Editoria • by

E’ molto dura e impietosa l’analisi sviluppata da James O’Shea, nel suo libro “The deal from hell”, sul perchè del disastro editoriale della stampa americana. Da osservatore privilegiato O’Shea, una lunga esperienza nel Chicago Tribune e Times Mirror, giornali di proprietà di Tribune Co., uno dei più grandi gruppi editoriali americani – narra delle vicende editoriali che si sono susseguite negli ultimi anni e non usa tanti giri di parole… “la colpa non è di internet, del declino delle vendite della carta stampata. La colpa va ricercata nella incapacità degli editori di rispondere in modo adeguato a queste nuove sfide… è la mancanza di investimenti, l’incompetenza, la corruzione, l’ipocrisia l’arroganza delle persone che mettono davanti a tutto i propri interessi….”. Affermazioni che a Jack Shafer, giornalista del Washington Post appaiono, in parte, fuori luogo.
E’ un dibattito che prosegue da anni, alimentato dalla continua trasformazione dell’assetto dell’industria editoriale tradizionale e che continuerà per molti anni ancora. Un dibattito che non è confinato al perimetro del territorio americano, ma che si estende a tutte le aree dei paesi avanzati. Certo, è vero, ritardi sono stati commessi, ma credere che tutto sarebbe potuto essere diverso se solo gli editori avessero immaginato un mondo diverso, avessero sostenuto internet e il web come debitamente consigliato dai visionari della nuova era digitale, è forse eccessivo. E’ piuttosto un concorso di colpe, da cui non si possono sottrarre gli stessi giornalisti: la trasformazione di un modello industriale implica la creazione di nuove regole e queste ultime, è bene ricordarlo emergono da un confronto tra le parti in causa, giornalisti ed editori.
Ma poi, ne siamo veramente convinti? Se per pura ipotesi oggi esistesse il solo giornalismo digitale, sarebbe un giornalismo economicamente sostenibile? Occorre la quadratura del cerchio, salvaguardare il giornalismo e la sua indipendenza e autonomia finanziaria. E’ un percorso già compiuto da altri settori colpiti da cambiamenti strutturali di mercato. E il cambiamento genera comunque delle vittime per poi lasciare spazio a nuove forme e modelli di business alternativi. I vincitori? Gli “incumbent” che hanno saputo rinnovarsi in tempo, così come le aziende nate in base ai nuovi paradigmi. E nell’editoria non sta accadendo nulla di diverso.
La pubblicità come unico motore della profittabilità dei giornali può già oggi essere una realtà? Forse e comunque per pochi, ma non per tanti. Occorrerebbe rifondare l’intera struttura editoriale per fare i conti con una reddittività di gran lunga inferiore al passato. E cancellare le regole che hanno garantito l’esercizio di una professione, quella giornalistica, a livelli retributivi superiori a quelli che può garantire la nuova emergente economia. Eppure i tempi si stanno stringendo. Come ha ricordato di recente l’Ad del Guardian, la finestra temporale concessa ai giornali per cambiare definitivamente strategia è solo questione di una manciata di anni; tre, cinque, forse qualcuno di più. Alla fine del decennio lo scenario dell’editoria sarà profondamente mutato. Come e cosa sarà il giornalismo è tutto da scoprire, ma è bene scoprirlo in fretta.
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