Cyber censura e nemici della rete in un report di RSF

13 marzo 2013 • Digitale, Libertà di stampa • by

Il 2011 “resterà nella storia come un anno di una violenza senza precedenti” contro i blogger e i cittadini attivi in Rete, con la morte di cinque di loro e oltre 200 arresti, spiega Reporter Sans Frontieres in occasione della “Giornata Mondiale contro la Cyber Censura”.

RSF ha realizzato un report sul controllo di Internet (http://surveillance.rsf.org/en/) che ha posto l’attenzione su cinque governi e cinque aziende che attuano una censura talmente pervasiva da essere considerati “nemici di Internet”. La triste etichetta è stata affibbiata a Siria, Cina, Iran, Bahrain e Vietnam. Questi paesi alla censura esplicita aggiungono anche un severo filtraggio, i sabotaggi dell’accesso, la sorveglianza contro i cyber-dissidenti e la propaganda online. Altrettante le aziende accusate di fiancheggiare i regimi nell’attività censoria tramite la fornitura di sofisticate tecnologie, i cosiddetti “mercenari digitali”: Gamma, Trovicor, Hacking Team, Amesys e Blue Coat. È la prima volta che l’organizzazione francese include un elenco di aziende che forniscono le soluzioni per la sorveglianza. La californiana Blue Coat, ad esempio, secondo un report prodotto dal CitizenLab dell’università di Toronto, si trova in prima linea nella fornitura di tecnologie per il controllo e la censura del traffico online all’interno di paesi sottomessi a regimi autoritari o dittatoriali. In Siria la Blue Coat ha fornito le tecnologie necessarie a spiare e stroncare il dissenso politico. Il primo dicembre 2011 Wikileaks ha denunciato la presenza di ben 160 aziende in 20 paesi impegnate a realizzare software di intercettazioni delle comunicazioni anche a governi dittatoriali (tra di esse anche l’italiana Hacking team). Il Consiglio dell’Unione Europea ha comunicato un giro di vite sui divieti di export di tecnologie verso il regime siriano, accusato di pratiche contro i diritti dell’uomo, mentre nel maggio 2012 il presidente americano Barack Obama ha imposto sanzioni per le aziende Usa che forniscono a paesi esteri strumenti che minacciano i diritti umani.

In Cina il Partito comunista gestisce uno dei più grandi imperi digitali del mondo, se non il più grande. Qui tutti gli accessi a Internet sono di proprietà dello Stato. Gli individui e le aziende hanno in affitto il loro accesso alla banda larga da parte dello Stato cinese o una società controllata dal partito. La rete è stata ristrutturata nel 2008 e ha portato alla nascita di tre principali fornitori di servizi nazionali, China Telecom, China Unicom e China Mobile, nei quali lo Stato ha un controllo di maggioranza. Anche il controllo tradizionale non è completamente scomparso, il cyber dissidente cinese Hu Jia e sua moglie Zeng Jinyang si sono ritrovati con i poliziotti in pianta stabile sotto il palazzo del loro appartamento per mesi e le agenzie di intelligence continuano a ritenere utile tenere sotto controllo i telefoni dei giornalisti.

L’Iran invece è passato a una fase più avanzata grazie allo sviluppo di una propria rete nazionale, “Halal Internet”, sul modello della Corea del Nord, il paese della “Kwangmyong”, la intranet nazionale nella quale sono comprese solo poche decine di siti approvati dal governo e alla quale può accedere solo una minoranza privilegiata.

In Siria i social network sono continuamente monitorati e difficilmente accessibili (Youtube è stato bloccato nel 2007) e sono comuni le retate della polizia negli Internet cafè. “Il mio computer è stato spento prima di me” è la chiara osservazione di un attivista siriano, Karim Taymour, arrestato e torturato dal regime di Bashar al-Assad. Durante il suo interrogatorio, come ha riportato un giornalista di Bloomberg, la polizia gli avrebbe mostrato centinaia di pagine stampate che riportavano le sue conversazioni su Skype oltre a file che aveva scaricato sul suo computer. Quindi i suoi aguzzini conoscevano bene i dettagli delle sue comunicazioni on line quasi come se fossero stati in stanza con lui. L’estensione del mercato del controllo è ben visibile dagli Spyfiles che Wikileaks ha diffuso nel 2012, da questi si può notare come il giro d’affari superi i 5 miliardi di dollari e come ci sia un alto livello tecnologico dei prodotti. In Barhein dal 2011 con l’inizio delle proteste di piazza, Internet ha dimostrato di essere uno straordinario strumento d’informazione. Molti hanno accesso alla rete da casa e gli attivisti possono utilizzare i collegamenti Internet di qualità per condividere idee e file. Ma mentre la velocità delle connessioni del Bahrain è tra le migliori nel Golfo, il livello di filtraggio e la sorveglianza è uno dei più alti al mondo. La famiglia reale viene rappresentata in tutte le aree della gestione di Internet e dispone di sofisticati strumenti per spiare i suoi cittadini. Poi è la volta del Vietnam dove la connessione Internet si presenta con una qualità mediocre e poco veloce, mentre i service providers sono i principali strumenti di controllo e sorveglianza.

RSF ha inoltre sviluppato un kit di “sopravvivenza digitale”, utile ai reporter quando registrano informazioni sensibili online o le archiviano in computer o telefoni cellulari. Sul sito dell’associazione viene illustrato come ripulire i file dai metadata, che rendono disponibili troppe informazioni a terzi; si indica come usare la rete Tor per l’anonimato online e le Virtual Private Network, che permettono di aggirare i meccanismi di censura e da pochi giorni sono oggetto di un ulteriore giro di vite censorio da parte delle autorità di Teheran in vista delle elezioni presidenziali. Il kit inoltre offre consigli su come rendere più sicure le comunicazioni e gli scambi di dati su diversi dispositivi. I giornalisti e gli utenti della rete devono imparare a valutare il rischio potenziale del controllo ed identificare quali dati vanno protetti e con quali modalità, possibilmente non troppo complicate.

Nella giornata dedicata alla libertà d’espressione in Rete, Reporter Senza Frontiere e Google hanno  attribuito il premio per la cyber dissidenza alla resistenza siriana delle “Local Coordination Comittees of Syria” (LCCSyria), spesso composte da semplici cittadini che riuniscono e diffondono sul web in tempo reale informazioni e immagini sulla rivolta e sulla repressione del regime di Bashar al-Assad. Questi centri mediatici rivestono un ruolo particolarmente importante nella diffusione e nella circolazione di informazioni a livello internazionale, in un momento in cui giornalisti e bloggers siriani vengono vessati e arrestati e i media internazionali estromessi. Nel 2011, lo stesso premio era stato attribuito ad Astrubal, il cofondatore del blog tunisino Nawaat.

 

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