Dentro il New York Times

23 ottobre 2012 • Digitale • by

Giovedì scorso il settimanale Newsweek, un tempo uno dei punti di riferimento per l’informazione della middle class americana, ha annunciato che cesserà le pubblicazioni cartacee: il settimanale, dal gennaio 2013, sarà disponibile solo in versione digitale, a pagamento. Mentre il Guardian smentisce la paventata svolta all-digital, Newsweek cede il passo ai 40 milioni di dollari di perdite annuali e concretizza quella che dall’inizio della crisi è sempre stata considerata la chimera del futuro del giornalismo: la fine della materialità. Paradossalmente, è proprio con il mantra della scomparsa della carta che si apre Page One: Inside the New York Times, il documentario di Andrew Rossi che Feltrinelli manda in libreria in questi giorni. Siamo all’inizio della crisi americana e i quotidiani negli Usa muoiono uno dopo l’altro o sono costretti a drastici tagli ai loro staff redazionali.

Persino il New York Times, il più autorevole quotidiano del mondo, considerato “prova dell’esistenza del mondo” dagli ambienti diplomatici, è al centro di rumours che ne annunciano la scomparsa imminente. Potrebbe la democrazia americana sopravvivere intatta senza il più autorevole dei suoi quotidiani? È cercando di rispondere a questa domanda che Andrew Rossi varca la soglia della sede progettata da Renzo Piano, svenduta per metà proprio per fronteggiare la repentina crisi del settore: il documentario è il risultato di un anno di riprese all’interno della redazione del paper newyorkese, vissuto al fianco dei giornalisti del Media Desk, l’osservatorio sull’industria mediatica del giornale, in cui lavorano giornalisti di fama assoluta come Brian Stelter, Bruce Headlam e David Carr, con ogni probabilità il più influente media journalist dacché esiste il media journalism. Ma attraverso la messa in scena della vita di redazione il film affronta un discorso più ampio: quale sarà il destino della carta stampata nell’immediato futuro? Quali le migliori strategie per rispondere alle sollecitazioni della Rete? C’è, di fatto, un futuro per il giornalismo come l’abbiamo fin qui conosciuto?

L’esplosione dell’affaire WikiLeaks prima, il collasso del gruppo editoriale Tribune poi e altre vicende giornalistiche che hanno interessato il mondo dei media in prima persona sono saggiamente utilizzate da Rossi per strutturare il suo discorso sul giornalismo nel complesso, fornendo anche allo spettatore non avvezzo a questi temi una panoramica precisa ma accattivante della situazione dell’editoria periodica in crisi, vista per di più dall’intero della più autorevole delle redazioni. David Carr e la sua clamorosa vicenda personale sono il filo conduttore del girato: è lui a battibeccare sull’etica della professione con lo staff di Vice pronto a prendere accordi con la Cnn ed è lui a smontare in un dibattito tv Michael Wolff, fondatore dell’aggregatore di news online Newser. Ma sono molte altre le personalità dell’ambiente a comparire sullo schermo: c’è l’allora neoeletto executive editor Bill Keller, il guru dei social media Clay Shirky, c’è Jeff Jarvis e numerosi altri giornalisti americani appaiono per narrare il presente del giornalismo, mutuato dalle vicende nel New York Times. Il fallimento del giornale viene così progressivamente smentito e profeticamente sventato proprio da Bill Keller che, alla fine del documentario – siamo nel 2010 -, annunciando i vari Pulitzer vinti dal suo giornale, chiosa “il giornalismo pare godere di ottima salute, soprattutto al New York Times”.

Page One qui si ferma, un attimo prima di dover prospettare il futuro del giornalismo e della old grey lady. Nei suoi 92 minuti di documentario, però, un messaggio passa chiaro: qualunque sarà il formato in cui lo leggeremo, il giornalismo professionale, la sua etica, i suoi metodi e i suoi scoop non scompariranno. Come lo stesso Carr afferma nel film, “il medium non è il messaggio, i messaggi sono il medium”. Che siano sulla carta o uploadati su un dominio Web, essi si possono adattare alla piattaforma senza dover necessariamente perdere di qualità giornalistica. Qualità, infine, quella che dal 1851 fa del New York Times quello che è e il cui abbandono è invece stato concausa del disastro del gruppo Tribune, che ha lasciato alle sue spalle 4200 posti di lavoro. Qualità, infine, di cui Page One: inside the New York Times è un più che efficace esempio.

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