Digital First, un modello di business per l’editoria locale

12 settembre 2011 • Digitale, Editoria • by

Grandi manovre nell’ambiente nell’editoria americana. Due grandi gruppi, Media News Group e Journal Register Company, compiono un’operazione di consolidamento integrando le due realtà in un’unica compagine, Digital First. Un nome, quest’ultimo che lascia intendere la logica cui si ispira la strategia del gruppo: un modello di business focalizzato primariamente nella dimensione digitale considerato il vero futuro dell’editoria. Complessivamente le due aziende hanno un portafoglio di 880 prodotti, una presenza geografica in 18 diversi stati e un pubblico complessivo valutato in 57 milioni di utenti, 41 dei quali sono già oggi persone che fruiscono di servizi esclusivamente digitali. Un’azienda, quindi, che nasce già con una base di clienti ampiamente orientata al consumo digitale ma che necessita di ottimizzare risorse e processi per trarre  massima efficienza dal nuovo paradigma informativo che, dimensionalmente, ha ormai ampiamente superato quello della carta.

Obiettivo primario è accelerare la trasformazione, rendere la struttura coerente con la nuova realtà di mercato. John Paton, Ceo del gruppo, è convinto delle potenzialità che possono essere colte da un più incisivo ed efficiente assetto delle strutture: “Si dice che l’industria dei giornali non sia capace di compiere il cambiamento necessario, che i ricavi digitali non potranno mai sostituire i ricavi della stampa…. Si è convinti che l’editoria sia orma arrivata al capolinea che non abbia idee, denaro, energie per procedere a una reale riconversione, che non sia all’altezza delle attuali sfide. Nulla di tutto questo. Per quanto complesso e difficile, lo scenario si presenta ricco di opportunità. Digital dimes can replace print dollars, i centesimi digitali possono sostituire i dollari della stampa, afferma Paton. E il processo di trasformazione preserverà la qualità del giornalismo. Cambiare non significa deprimere il giornalismo. Il passaggio a un diverso assetto digitale può condurre a una migliore informazione”.

Ovviamente un processo di trasformazione come quello indicato da Paton deve necessariamente passare per una razionalizzazione dei costi. Significa tagliare spese e rendere più efficiente l’organizzazione, eliminare ridondanze, centralizzare le risorse che possono produrre un contenuto orizzontale a più redazioni. Un esempio concreto: poiché il core business di Digital First è l’informazione locale si preferisce pagare un contributor editoriale esterno per l’approvvigionamento di notizie nazionali. Altri canali informativi potrebbero essere acquistati all’esterno, l’importante è concentrare la produzione sul vero valore aggiunto: local news.

Ci si interroga se l’operazione Digital First si ispiri essenzialmente a una logica finanziaria-economica che ha l’obiettivo di dare vita a modelli di business digitali sostenibili.

Ken Doctor, sul sito del Nieman Lab, pur apprezzando le manovre complessive che intende mettere in atto Digital First, si chiede se tutto questo possa realmente portare ad avere un giornalismo che sappia soddisfare la domanda dei cittadini. Una domanda che rimane ancora senza risposte. Ma l’importante, in questo momento, è che si individui l’assetto che permetta di essere competitivi e dare un un futuro all’editoria. E il giornalismo? Non dovrà semplicemente adeguarsi alle nuove regole, una posizione di questo tipo sarebbe perdente. Dovrà piuttosto avere il coraggio di cambiare. Per il meglio, ovviamente.

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