Il diritto all’oblio e il ruolo delle piattaforme

23 dicembre 2016 • Digitale, Più recenti • by

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Pixabay / Public Domain

Il web continua a espandersi senza rallentamenti e la quantità di dati disponibile costituisce di fatto l’archivio di informazioni più grande della storia dell’umanità. Da qualche anno una nuova problematica è oggetto di dibattito per quanto riguarda Internet e il digitale: la gestione ottimale della memoria pubblica e il suo impatto sull’informazione dei cittadini. La questione ha assunto il nome di “diritto all’oblio” (“right to be forgotten”, in inglese) e scaturisce da una frizione che il digitale ha contribuito a rendere più complessa: quella tra diritto alla privacy e libertà d’espressione.

Quel bilanciamento, più pacifico offline, è stato alterato inevitabilmente dalla potenza dei motori di ricerca – e di Google in particolare – un elemento che ha portato in superficie un nuovo problema: come comportarsi di fronte alla possibilità di intervenire sulla memoria digitale collettiva, eliminandone o celandone dei tasselli, qualora una delle parti coinvolte lo ritenesse necessario?

 Il diritto all’oblio è diventato una questione urgente nel 2014 quando la Corte di giustizia europea, intervenendo in un contenzioso spagnolo, aveva deciso che un cittadino madrileno, Mario Costeja Gonzalez, aveva il diritto di richiedere a Google di non indicizzare più alcuni articoli giornalistici online, risalenti al 1998, in cui veniva riportato come parte dei suoi beni fosse stata venduta al fine di ripagare dei debiti.

I41n8xcx7qrl-_sx318_bo1204203200_ fatti corrispondevano a verità ma, a distanza di anni, potevano ancora mettere in cattiva luce la persona trattata negli articoli. Per la corte Google doveva rimuovere dai risultati di ricerca associati al nome di Costeja i link agli articoli in esame. In seguito alla sentenza spagnola, Google ha de-indicizzato 1.7 milioni di link, rispondendo a 566mila richieste complessive di “oblio”. I dati provengono da The Right to Be Forgotten: Privacy and the Media in the Digital Age, il nuovo libro del Prof. George Brock (City University of London), pubblicato dal Reuters Institute for the Study of Journalism della Oxford University, al momento il più completo testo sull’argomento.

“La collisione tra i diritti di espressione e la privacy non può essere evitata o risolta definitivamente, ma solamente gestitia con il miglior bilanciamento possibile”, spiega Brock all’Ejo, “i framework legali per fare questo dovrebbero consentire e incoraggiare le autorità pubbliche a esprimersi su cosa possa essere rimosso, o reso molto difficile da ritrovare, dalla memoria pubblica al fine di tenere in considerazione entrambi i diritti e quelli di tutte le parti coinvolte. Questo non è quello che garantiscono le leggi europee in fatto di data protection e la sentenza Google Spain del 2014 è vittima dei medesimi problemi”, commenta ancora Brock.

Il problema principale risiede nel fatto che le leggi in materia, in Europa, siano state promulgate in un’epoca pre-Internet e non possano di conseguenza rispondere in modo efficiente al contesto digitale. Il risultato della sentenza europea su Google in Spagna è uno scenario giuridico opaco e incerto, dove non sono chiari i principi sulla base dei quali un tassello di informazione possa essere passibile di oblio: online, infatti, qualcosa che non è indicizzato efficacemente da Google, leader assoluto delle ricerche su Internet, è spesso non rintracciabile e destinato all’invisibilità. Ma i problemi sono anche di ruolo: come conseguenza della sentenza del 2014, infatti, Google, un’azienda privata, è di fatto arbitro unico delle decisioni in materia.

Per George Brock il problema principale di questo stato delle cose è la sua mancanza di trasparenza: “in questo modo giurisprudenza molto importante per il 21esimo secolo, che coinvolge anche lo scontro da diritti fondamentali, è fatta in segreto. Non è di certo lo scenario ideale che debba essere un’azienda privata a contribuire questa giurisprudenza ma al momento non vedo alternative percorribili: né le autorità di protezioni dei dati in Europa né i tribunali sono sufficientemente equipaggiati per rispondere a questa necessità”. Al momento Google gestisce il processo di analisi in-house, ma i criteri non sono chiarissimi. Nel cassetto dell’oblio, ad esempio, sono finiti anche i link ad articoli giornalistici di Guardian, BBC, New York Times e altre testate importanti, pezzi di cronaca di fatto tolti dalla memoria collettiva di Google e resi così difficilmente raggiungibili dai lettori.

Una potenziale armonizzazione potrebbe arrivare dalla General Data Protection Regulation che dovrebbe entrare in vigore nel 2018 ma, in materia di oblio, la sua efficienza sarà data dall’interpretazione, come ha suggerito a inzio anno su Politico Europe la giurista di Stanford Daphne Keller. La soluzione a questa impasse giuridica, per George Brock, che ne scrive diffusamente nel suo libro, passa dalla riforma delle leggi in materia e dal riconoscimento che privacy e libertà di espressione sono spesso in collisione, uno scontro che il digitale ha portato su una scala più ampia.

In un’epoca dove l’erosione della privacy su Internet è parallela al crescente potere quasi monopolistico delle grandi piattaforme che, come nel caso della recente diatriba sulle “fake news”, sempre più spesso sono costrette a venire a patti con funzioni in tutto e per tutto editoriali, il diritto all’oblio è uno snodo cruciale per la dimensione delle libertà fondamentali nel prossimo futuro.

Articolo pubblicato originariamente sull’edizione cartacea del Corriere del Ticino il 22 dicembre 2016

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