Lezioni giornalistiche dalle elezioni Usa: newsletter e curation

16 novembre 2016 • Digitale, Più recenti • by

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Andy Langager / Flickr CC

Come Hillary Clinton ha scoperto a sue spese in occasione delle ultime elezioni presidenziali, le email rimangono una forza potente nella vita moderna. In parte a causa della riluttanza dell’ex Segretaria di Stato ad abbandonare il suo Blackberry per i server sicuri del Governo, i suoi molteplici messaggi elettronici l’hanno lasciata esposta a diversi attacchi politici da parte del suo rivale. E proprio mentre i suoi tentativi di affermare che quelle email non contenessero alcun tipo di materiale incriminante venivano sovrastati, qualcosa di simile succedeva alla maggior parte dei media tradizionali che tentavano di verificare i fatti e fornire un resoconto equilibrato della questione (e su molto altro) ai propri lettori. Come è stato ampiamente scritto, il giornalismo deve fronteggiare in questa fase la crescente avanzata di dichiarazioni faziose e quello delle falsità che circolano molto spesso su Facebook.

Questo meccanismo ha innescato una feroce analisi retrospettiva post-mortem sul ruolo svolto dal social network di Mark Zuckerberg nelle dinamiche del voto, inclusi i potenziali pericoli rappresentati dai suoi algoritmi nel dare priorità, far circolare e distorcere l’informazione di pubblico interesse. In quella analisi, e in questo contesto complessivo, dovrebbe essere incluso anche il potenziale valore di “controbilanciamento” offerto dalle newsletter editoriali che aggregano notizie e analisi.

Come ho riscontrato nel mio studio svolto per il Reuters Institute for the Study of Journalism, un numero crescente di organizzazioni mediatiche ha reinvestito nuovamente nelle newsletter, comprese testate “storiche” come il New York Times o il Financial Times e altre native digitali come BuzzFeed, oltre a piattaforme come Apple News. Ci sono almeno due ragioni. Primo, nonostante le loro molte limitazioni, le email possono fornire ai lettori contenuti concisi e significativi e guidati da un giudizio editoriale esperto. Secondo, esse sono una strategia per mantenere una relazione diretta con quei lettori che si trovano spesso sopraffatti dalla vastità di informazioni disponibili e dai molteplici canali di distribuzione dei media contemporanei, e che quindi finiscono per rivolgersi automaticamente ai social media per trovare le notizie.

Le email sono un curioso ibrido a metà strada fra gli elementi del il cartaceo e quelli del digitale e offrono alcuni vantaggi e svantaggi di entrambi. Come gli articoli stampati sulla carta, ad esempio, una volta spedite, le mail non possono essere corrette, aggiornate o facilmente modificate in maniera diretta. Esse offrono inoltre un layout limitato, finito, su modello della carta stampata, il quale può includere sì alcune immagini, ma raramente contenuti dinamici più sofisticati come i video. A dire il vero, come è per le notizie a stampa, le email sono però indipendenti e possono fornire una modalità di lettura offline, senza il bisogno continuo di un segnale telefonico o di una rete WiFi. Questo può aiutare a fornire ai lettori un accesso maggiore, più facile e più economico quando navigano in roaming, non hanno connessione o si trovano in luoghi con copertura telefonica scarsa.

I limiti intrinsechi delle newsletter possono però anche generare anche attenzione e innovazione e per diversi motivi: un format e a una selezione limitata di contenuti che può aiutare i lettori nella “scoperta” degli articoli più interessanti in un’era di sovraccarico informativo; l’aggregazione dei contenuti e il contesto circostante preparato dai giornalisti; la serendipità nella selezione di una varietà di articoli differenti; e l’assicurazione di “finibilità”, dato che le newsletter richiedono un tempo limitato per la lettura. Come tutti i prodotti digitali, le email hanno anche dei costi di produzione e di distribuzione di gran lunga inferiori rispetto al cartaceo e offrono una maggiore interattività, soprattutto grazie ai link ad altri contenuti. Infine, le newsletter generano dati di grande valore per le redazioni, come la percentuale di riceventi che le aprono per leggerle e informazioni sui click a ciascun link degli articoli in esse citate.

In tempi di passaggio ai distributed content su Facebook e sulle altre piattaforme, le email forniscono quindi ai gruppi mediatici una strategia per mantenere un collegamento diretto con i propri lettori e per conservare valore e introiti. Quando sono integrate con i sistemi di registrazione dei lettori e con i metadati degli articoli, inoltre, le newsletter possono contribuire a costruire un profilo ampio delle abitudini di navigazione delle audience e a generare analisi dettagliate e raccomandazioni personalizzate. Esse sono per natura (e più di molti altri prodotti digitali) una forma di notifica “push”, che avvisa i lettori senza soluzione di continuità con il loro flusso di lavoro quotidiano.

In confronto ad altri strumenti digitali, le email soffrono però di livelli relativamente bassi di investimento e capacità tecnologiche più limitate e sono spesso messe in ombra da piattaforme più recenti, innovative e attraenti. Inoltre, sono spesso limitate da vincoli normativi stringenti. Le newsletter mancano inoltre di appeal presso la generazione più giovane di lettori, una fascia certamente più concentrata sui social media. Nel lungo periodo, a meno che le email stesse non si evolvano o che gli utenti più giovani, crescendo, tornino a esse, questo potrebbe significare la loro scomparsa come canale di distribuzione per le organizzazioni di news. Ma le caratteristiche e il valore che offrono – incentrato sul giudizio giornalistico, sull’aggregazione e sul collegamento diretto con i lettori – meritano di essere conservati.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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