Fascino ed evoluzione del giornalismo scientifico

30 gennaio 2012 • Digitale, Giornalismi • by

Un’analisi che mette a confronto la comunicazione scientifica negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Italia.

Quando si parla di comunicazione della scienza, vengono subito in mente dei vecchi professori barbuti, intenti a tenere delle noiose lezioni in polverose università per ricchi studenti dalla carriera assicurata. Tuttavia, specialmente negli ultimi anni, la divulgazione di tematiche scientifiche è diventata un’attività sempre meno irregimentata, andando a incrociarsi e a sovrapporsi con altri settori del giornalismo tradizionalmente più popolari. E questo, fondamentalmente, per due ordini di ragioni: da un lato, il crescente interesse dell’opinione pubblica, in tutto il mondo, per argomenti percepiti giustamente come vicini alle attività quotidiane; dall’altro, la remuneratività della scienza, in termini culturali ed economici, per chi opera professionalmente nel campo dei media. Senza tirare in ballo personaggi noti (almeno in Italia), come Piero Angela e Giorgio Celli, è chiaro che, rispetto a diversi decenni or sono, il divulgatore scientifico è oggi una figura più affascinante, a cavallo tra il mondo dello spettacolo e quello della ricerca, e in quanto tale sembra godere dei privilegi di entrambi i profili. Ma la realtà è ben diversa: coloro che lavorano ogni giorno per la diffusione di argomenti utili al progresso dell’umanità sono, nella maggior parte dei casi, giornalisti o scienziati spinti da una passione che li fa guardare oltre gli stipendi (bassi) e i riconoscimenti ufficiali (pochi).

Benché l’avvento di Internet abbia apportato dei cambiamenti radicali anche in questo settore, rimangono ancora molti i difetti della comunicazione scientifica. C’è però anche la faccia positiva della medaglia: la pubblicazione e l’accesso ai materiali originali e alle notizie, resi molto più facili dalla rivoluzione del web, hanno migliorato la conoscenza diffusa dei temi scientifici. Soprattutto a livello del cittadino medio, il contributo più importante è venuto dai siti e dai blog, gestiti da professionisti dell’informazione o da semplici appassionati, che si sono impegnati e si impegnano tuttora nel rendere fruibili a tutti contenuti di difficile comprensione.

Non parleremo della comunicazione scientifica interna a laboratori e centri di ricerca, bensì di quella, spesso etichettata come superficiale ma in realtà altrettanto utile, rivolta all’audience comune. Proveremo inoltre a tracciare una sintetica descrizione di questa branca del giornalismo scientifico, così come si presenta nella nazione più avanzata, almeno dal punto di vista quantitativo: gli Stati Uniti. L’intenzione è quella di proporre in seguito un confronto tra il panorama statunitense e quello di altri due paesi, la Gran Bretagna e l’Italia; nella speranza che una maggior consapevolezza dei pregi e difetti del proprio Paese, in questo specifico ambito, serva per incrementare la qualità dell’informazione scientifica fornita ai cittadini italiani. Ma per far ciò è innanzituttto necessaria un’introduzione, che metta in luce quantomeno le tendenze generali.

È ormai chiaro a tutti come le tecnologie della comunicazione e dell’informazione (comunemente definite ICT) incidano profondamente sulla divulgazione di contenuti di ogni tipo. Tuttavia, l’importante posizione da esse occupata nella storia della scienza è un argomento non altrettanto risaputo. Soprattutto nella fase di strutturazione degli scambi, della natura e della circolazione delle informazioni, coincidente con la fine del XVI secolo e i decenni immediatamente successivi, la tecnologia ha giocato un ruolo decisivo. A quell’epoca, la vita scientifica in Europa era in un momento di grande fermento: è nel Settecento che iniziano a nascere dei centri propriamente scientifici. Nonostante la fioritura delle accademie e la moltiplicazioni delle figure di studiosi illustri fossero al tempo fenomeni presenti sull’intero continente, le redini della situazione furono presto prese in mano dalla Royal Society, la celebre istituzione londinese nata nel 1660 che esercitò per molto tempo una vera e propria leadership nella produzione e nella diffusione del sapere scientifico. L’abilità dei suoi presidenti si manifestò anche nella pubblicazione, a partire dal 1665, dei “Philosophical Transactions”, il periodico (tuttora pubblicato) che oltre a solidificare la reputazione di questo campo allora nascente, stabilì gradualmente gli standard retorici ed epistemici che si sarebbero imposti nella letteratura scientifica.

Questa premessa, strumentale alla comprensione dell’impatto che una transazione tecnica (in quel caso, la stampa a caratteri mobili e le pubblicazioni periodiche che ne derivarono) può avere sulla comunicazione, anche in ambito scientifico, ci riporta al presente, caratterizzato dal successo definitivo di Internet nel panorama mediatico mondiale. Se, da un lato, le innovazioni nelle ICT sembrano offrire ai ricercatori nuovi strumenti di comunicazione, più economici e rapidi, dall’altro alcune caratteristiche storiche delle pubblicazioni scientifiche minano l’applicabilità di alcuni dei vantaggi più importanti che la Rete porta potenzialmente con sé.

La trasformazione vissuta dal campo scientifico negli ultimi quindici anni è per molti tratti simile a quella che ha investito le altre branche della cultura: un mercato di opere intellettuali (con degli autori, dei distributori e degli acquirenti di varia natura) convive ormai con un sistema di pratiche di scambio e divulgazione che, sebbene variegato, conserva alcuni tratti tipici del passato. Anche in esso, l’avvento del digitale ha però favorito lo sviluppo di un sistema alternativo, che districandosi al di fuori del mercato ufficiale, inizia a incidere anche sulla sua struttura e, non soltanto economicamente, sull’intero campo.

È, però, ancora fortissimo il controllo esercitato dai grandi editori sulle stampe scientifiche: secondo i dati di un white paper pubblicato nel settembre 2006 su commissione dell’Association of Learned and Professional Society Publishers, un’associazione internazionale costituita da più di 300 editori non profit di quaranta Paesi, gli editori commerciali raccoglievano il 64% delle pubblicazioni, con la quota restante suddivisa per lo più tra le associazioni scientifiche (30%) e le università (4%).

Il documento fornisce una serie di dati interessanti – benché ormai vecchi di un lustro – anche di natura economica. A partire dal giro d’affari dell’intero settore dei giornali STM (scientifici, tecnici, medici) in lingua inglese, che all’epoca ammontava a cinque miliardi di dollari. Ma, il punto per noi più interessante è quello in cui si afferma:

The development of online electronic versions of journals has revolutionised scientists’ access to the literature. Over 90% of STM journals are now online, and in many cases their publishers have retrospectively digitised earlier hard copy material back to the first volumes. More content is available to more users than at any time in history while the cost of use of each article is falling to well below one euro. The industry has made this possible through the application of sustainable business models and the collective investment of hundreds of millions of euros in electronic developments”.

Niente di strano, dunque, se quello della comunicazione scientifica online diventa, all’inizio del nuovo millennio, un mercato su cui investire. E niente di strano se i detentori del potere provano a riprodurre, nel nuovo ambiente del web, teoricamente libero e democratico, le classiche gerarchie, cercando di tutelare la propria posizione dominante persino nel passaggio al digitale.

Quale però, in questo panorama in continua tensione tra la ricerca del profitto degli editori commerciali e il perseguimento della conoscenza di quelli indipendenti, il contributo dei siti e dei blog esterni a queste categorie professionali? Hanno davvero un peso, nella società dell’informazione, coloro che si occupano di scienza non per mestiere ma per desiderio di informare (retribuiti o meno che siano per farlo)?

Del resto, se così non fosse, non si spiegherebbe la pubblicazione, all’inizio del 2012, di un articolo di The Guardian, in cui si afferma sin dal sottotitolo che “se i reporter scrivessero le loro storie nel modo in cui alcuni scienziati vorrebbero, poche persone leggerebbero contenuti scientifici”. Non è un atto d’accusa, ma la semplice constatazione di come, per divulgare adeguatamente la scienza presso il lettore comune, sia necessario un cambio di prospettiva rispetto al materiale originale dell’esperto.

 

 

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