Generation E: Data Journalism e migrazione

9 gennaio 2015 • Digitale • by

Si stima che circa 11 milioni di cittadini europei vivano in un paese Ue diverso rispetto a quello dove sono nati. “Generation E”, un progetto di data journalism sovranazionale dedicato agli expat europei punta a raccontare e catalogare le storie di questi europei con la valigia.

Il nuovo progetto pan-europeo raccoglie in crowdsourcing e pubblica le storie di giovani europei, compresi tra i 20 e i 40 anni, che hanno lasciato il loro paese d’origine per ragioni personali, di lavoro o di puro wanderlust.

Finanziato da Journalismfund.eu e lanciato lo scorso settembre, “Generation E” è guidato da quattro data journalist italiani, portoghesi, spagnoli e greci: Jacopo Ottaviani, Sara Moreira, Daniele Grasso e Katerina Stavroula. Grazie ai dati raccolti, oltre a documentare le storie dei giovani europei,  il progetto vuole anche compilare delle statistiche per fare luce sui trend dell’emigrazione europea.

Mentre migliaia di europei si spostano da un paese all’altro della Ue ogni anno, infatti, scarseggiano i dati ufficiali o in alcuni casi sono completamente non disponibili, ci spiega Jacopo Ottaviani, fondatore e coordinatore di “Generation E” e giornalista che in prima persona si è spostato da Roma a Berlino tre anni fa. “Come data journalist”, ci spiega Ottaviani, “siamo stati attratti dalla mancanza di dati e volevamo investigare”: tra le finalità del lavoro, infatti, vi è anche quella di scalfire alcuni stereotipi e dimostrare come l’immigrazione avvenga per una miriade di motivi diversi.

E: dall’Erasmus a EasyJet
La “E” di “Generation E”, ci spiega ancora Ottaviani, ripropone alcune delle parole che rappresentano al meglio i giovani europei: il progetto Erasmus, certo, ma anche “esodo”, “exapt” ed EasyJet, la compagnia aerea low cost che connette le capitali d’Europa.

Con un questionario in sei lingue a chi decide di partecipare alla raccolta dati del progetto viene chiesto di rispondere a tre domande sulle motivazioni che spingono a lasciare il proprio paese d’origine, sulle attività svolte nel paese d’adozione e sull’effettiva esistenza di piani per il ritorno. Finora, circa il 70% dei fin qui 2mila partecipanti ha risposto di essere partito per ragioni di lavoro, mentre più della metà dei rispondenti ha lasciato i propri nomi e le informazioni di contatto.

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“Alle persone interessa davvero che le loro storie siano lette a qualcuno che sia pronto a relazionarsi con esse”, ci spiega invece Sara Moreira, giornalista portoghese che ha assemblato alcune delle storie di “Generation E” in un articolo pubblicato dal portoghese Público a dicembre.

Gli articoli generati dal progetto sono stati pubblicati mensilmente da Il Fatto Quotidiano in Italia, El Confidencial in Spagna, Radio Bubble in Grecia e P3/Público in Portogallo e dal collettivo di giornalisti investigativi tedeschi CORRECT!V, (di cui l’Ejo ha parlato qualche tempo fa, qui, ndr). Il lavoro prodotto da “Generation E” unisce storie crowdsourced, data investigation in profondità, visualizzazioni con mappe e grafici interattivi, oltre a interviste con ricercatori e decision-maker in tutta Europa.

Un gap nelle statistiche
Dall’inizio della recessione nel 2008, decine di migliaia di greci, spagnoli, italiani e portoghesi hanno cambiato paese di residenza in cerca di condizioni economiche migliori. Nonostante la portata del fenomeno, le statistiche spesso non considerano quando queste persone hanno lasciato il loro luogo di residenza, ci dice ancora Ottaviani.

Molti giovani europei, infatti, non sentono il bisogno di de-registrare la loro residenza quando si muovono in un nuovo paese o di certificare quella nuova, ci dice ancora il data journalist italiano, dato che spesso hanno la speranza di tornare a casa. Inoltre, molti temono di perdere la propria assicurazione sanitaria nel loro paese, qualora registrassero ufficialmente la loro residenza all’estero.

Katerina Stavroula, radiogiornalista greca che collabora a “Generation E” ha provato a sua volta a raccogliere dati per il progetto, ma ha scoperto che l’Hellenistic Statistical Authority non tiene traccia dell’emigrazione giovanile. “Per la prima volta che i media greci stanno facendo il lavoro dello stato”, ci racconta Stavroula da Atene, dove risiede.

Nel 2015 “Generation E” entrerà in una nuova fase, che include nuovi formati di storytelling digitale e nuove pubblicazioni in altri paesi, come la Francia. Jacopo Ottaviani spera che il progetto possa contribuire agli sforzi per un giornalismo pan-europeo e multilingue: se molte testate hanno scritto dell’immigrazione dovuta alla crisi, infatti, questo reporting è stato molto concentrato sui casi specifici dei paesi in oggetto, “più che su una questione che supera i confini nazionali”, chiosa Jacopo Ottaviani.

Articolo tradotto dall’originale inglese

Photo credits: Emiliano / Flickr CC | Global Voices

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