Giornalismo e realtà virtuale: serve un reality check etico

8 settembre 2015 • Digitale, Più recenti • by

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Maurizio Pesce / Flickr CC

Il “virtual reality journalism” è qui per restare e diventerà sempre più realistico e immersivo, seguendo gli sviluppi della tecnologia. Gli esempi migliori in questo settore possono già portare gli spettatori all’interno di una scena a 360 gradi che ricrea una città bombardata in Siria o nella strada buia di Sanford, Florida, dove Trayvon Martin è stato ucciso. È davvero solo questione di tempo prima che questi “doppi digitali” inizino ad assomigliare ancora di più agli eventi e ai luoghi veri e prima che i personaggi che popolano quelle scene virtuali diventino davvero somiglianti a quelli in carne e ossa.

Il potere della realtà virtuale trasforma l’esperienza informativa dello spettatore, spostandola dal semplice imparare su quello che è successo al trovarcisi in mezzo a tutti gli effetti ed è, soprattutto, qualcosa che ha il potenziale di riaccendere l’interesse del pubblico più giovane nei confronti delle news. Ma prima che la tecnologia galoppi ancora più in avanti, è tempo di un “reality check” etico: quanto è “vera” la realtà virtuale? Dove si trova la linea di demarcazione tra un evento e la licenza artistica del produttore? Il giornalismo a realtà virtuale deve essere l’evento di per sé, una concezione artistica di eventi reali, oppure deve essere qualcosa di fortemente connesso a quanto avvenuto e “basato su una storia reale”?

Gli spettatori devono sapere come i produttori di realtà virtuale si aspettano che il loro lavoro venga percepito, cosa è stato fatto per garantire l’autenticità e cosa, invece, all’interno di una produzione, debba essere considerato alla stregua di mera supposizione. Questo tipo di trasparenza può essere ottenuta con un video pre-roll che mostri tutte le avvertenze relative al prodotto finale, oppure con la pubblicazione di un codice etico da parte dei produttori e registi. A questo proposito, il progetto “Build Your Own Ethics Code” della Online News Association introdurrà presto una nuova sezione dedicata proprio al crescente settore della realtà virtuale.

Questi sono alcuni punti cardine che dovrebbero fare parte di questi testi:

Che cosa è reale?
All’Associated Press, il team interactive ha mappato una serie di locali di lusso in una produzione di realtà virtuale ad alta risoluzione dedicato agli hotel prestigiosi, le compagnie di crociera e i viaggi aerei. Ogni elemento, in un progetto del genere, può essere fotografato in modo preciso, ma le cose possono diventare più complicate se un produttore volesse ricreare un evento in movimento in 3D sulla base di immagini o video in 2D, raccolti in precedenza. Mettiamo che si voglia mettere lo spettatore nella posizione di camminare tra le persone e gli oggetti, osservandoli da tutti gli angoli disponibili. Dato che le immagini a due dimensioni non mostrano tutto, il produttore dovrà prendere una decisione: limitarsi a ipotizzare come potrebbero essere i lati nascosti degli oggetti, ad esempio, oppure lasciare qualcosa di poco definito, per esprimere un senso di incertezza. La seconda possibilità potrebbe essere controproducente, in quanto gli spettatori potrebbero scambiarla per un sintomo di bassa qualità. Una soluzione per ovviare a questo problema potrebbe allora essere dichiarare che alcuni elementi del prodotto finale potrebbero essere stati lasciati intenzionalmente grezzi perché la loro accuratezza non poteva essere verificata a dovere.

Altre disclosure di questo tipo potrebbero riferirsi al dialogo, alle espressioni facciali o ai gesti inclusi negli eventi ricreati: provengono da fonti fotografiche solide e verificate? Da ricostruzioni di testimoni oculari o verbali di polizia? O sono, invece, le valutazioni del produttore su come gli eventi potrebbero essere avvenuti? In un’intervista con la Npr, Nonny de la Peña, la più importante regista contemporanea di documentari in realtà virtuale, ha parlato di come utilizza tecniche che nelle sue produzioni “ricreano una scena che forse non è stata catturata da un obiettivo e pertanto penso che ci siano diverse best practice che i documentaristi dovrebbero seguire per verificare che qualcosa sia effettivamente accurato. Io cerco di portarle all’intero di un ambiente virtuale”.

Integrità delle immagini
Inoltre, che tasso di modifica alle immagini originali dovrebbe essere tollerato? Il progetto dell’Ap citato in precedenza comprendeva anche una stanza piena di specchi da 50mila dollari a notte, un ambiente molto difficile da fotografare, a tal punto che in una scena è possibile vedere la fotocamera VR sul suo treppiede. Alcuni potrebbero sostenere che sia corretto, in casi come questo, rimuovere digitalmente il dettaglio fuori posto, dato che non si tratta di un elemento dell’ambiente ritratto. Ma il codice etico dell’Ap proibisce categoricamente le modifiche alle foto, pertanto lo macchina fotografica è rimasta al suo posto nel prodotto finale. Thomas McMullan ha trattato la questione, chiedendosi se gli editor che si occupano di VR e che lavorano su materiali originali debbano rimuovere dettagli disturbanti come i corpi insanguinati. Questi aspetti dovrebbero essere chiariti in modo esplicito in una sezione apposita di un codice etico dedicato alla realtà virtuale.

Esistono punti di vista in conflitto tra di loro su cosa è avvenuto?
Spesso, il modo in cui un evento notiziabile prende forma è controverso. Per questo motivo i produttori dovrebbero mettere a disposizione la propria policy in termini di verifica e pluralismo delle fonti utilizzate. Il Reynolds Journalism Institute e Dan Archer di Empathetic Media, ad esempio, hanno prodotto insieme a Fusion una presentazione in realtà virtuale dedicata all’omicidio di Michael Brown che ha mostrano gli eventi dalla prospettiva di diversi testimoni e fonti.

● Qual è l’obiettivo di una presentazione?
La tecnologia della realtà virtuale ha la capacità di creare empatia con le persone incluse nelle produzioni, a tal punto che TechCrunch, ad esempio, ha parlato della realtà virtuale come della “macchina dell’empatia”. Chiaramente, il lavoro del giornalismo è quello di portare in superficie drammi umani per audience distanti, ma quello di creare empatia è un obiettivo che va oltre il mero raccontare una storia. Se l’obiettivo finale allora è generare emozioni, un giornalista potrebbe essere tentato di omettere informazioni che potrebbero interferire con l’effetto emotivo desiderato. Questo succede anche con i media tradizionali quando la volontà di dipingere una causa o una persona in modo favorevole va in conflitto con un giornalismo imparziale. Ma il potenziale per l’empatia è ancora più grande nel contesto della realtà virtuale, dato che gli spettatori possono legarsi molto più facilmente a un personaggio che si staglia davanti a loro in 3D e che possono praticamente toccare. Se anche il giornalismo obiettivo è in grado di generare emozioni, i produttori di realtà virtuale dovrebbero fare di tutto per rendere esplicito quale sia l’obiettivo fondamentale del loro giornalismo.

Articolo pubblicato originariamente su Medium e tradotto dall’originale inglese

 

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