Come le piattaforme colonizzano il giornalismo

8 giugno 2017 • Digitale, In evidenza, Ricerca sui media • by

Maurizio Pesce / Flickr CC / BY 2.0

Emiliy Bell è la Giovanna d’Arco del giornalismo. Bell si occupa impavidamente di ciò che dovrebbe essere il pane quotidiano di chi analizza il giornalismo: attaccare i colossi digitali come Facebook e Google, dimostrando come il loro business colonizzi il giornalismo togliendogli ragione d’essere.

Bell è Direttrice del Tow Center for Digital Journalism (Columbia University) e una delle voci internazionali più di spicco nella ricerca sui media. A suo avviso, l’ecosistema delle notizie negli ultimi cinque anni è cambiato in modo più radicale che negli ultimi 500, e Facebook attualmente sarebbe l’azienda mediatica più potente al mondo. Assieme al collega Taylor Owen, Bell ha analizzato – in un paper che si intitola “The Platform Press: How Silicon Valley reengineered journalism” – l’impatto delle piattaforme social sul giornalismo: i giganti della Silicon Valley non si limitano più a distribuire le informazioni, ma “ora controllano che cosa viene fruito e da quale pubblico, chi viene pagato per l’attenzione ricevuta e persino quali forme e formati giornalistici fioriscono”.

Il 45% dei click a siti di news arriva ora da Facebook, mentre il 31% da Google. Secondo Bell e Owen, queste imprese si sono trasformate in editori in poco tempo, ma occupando sempre più spazio nel mercato: se la convergenza dovesse continuare a questo ritmo, sempre più aziende media potrebbero dover smettere di fare giornalismo. Paradossalmente, gli editori tradizionali hanno ora l’opportunità, grazie alla concorrenza che vige tra le piattaforme e alle loro offerte editoriali come Instant Articles (Facebook) o Google AMP, di raggiungere un’audience più grande che mai, ma individuare i vantaggi e gli svantaggi specifici per ogni sito è però difficile e, soprattutto, gli introiti provenienti da queste attività sono ancora ridotti.

Il giornalismo è influenzato in modo diretto dal potere delle piattaforme: la spinta per il video streaming e la creazione di standard specifici per il design dei contenuti sono esempi di attività editoriali palesi svolte dalle piattaforme. La poca trasparenza degli algoritmi usati per gestire il traffico e il potere delle aziende di intervenire in ogni momento rende, però, difficile una reale pianificazione redazionale, perché si può “scegliere liberamente cosa pubblicare su Facebook, ma è l’algoritmo a decidere che cosa gli utenti vedranno”.

Il dibattito sulle fake news ha mostrato come i social network “dovrebbero assumere più responsabilità editoriali”, ma il vero problema rimane la struttura e i meccanismi economici di queste piattaforme: il giornalismo di qualità è sfavorito in un sistema che vive di massimizzazione dei click e della disponibilità degli utenti a condividere le notizie. Facebook e gli altri giganti non investono più in redazioni umane per risparmiare e per evitare i bias nella selezione delle notizie da favorire.

Ma nel giornalismo i dettagli sono importanti e questi richiedono professionalità nello scegliere le notizie. Il punto debole più evidente degli algoritmi sta proprio nella loro incapacità di distinguere i fatti dalle fake news e per questo le bufale continuano a propagarsi sui social in fretta. Rimane anche un problema di rapporto con il potere: Bell e Owen si chiedono come possa il giornalismo ancora cercare di monitorare questi “snodi del potere” digitale essendo “dipendente da loro per la distribuzione di notizie, per il pubblico e per i gli introiti”.

Articolo pubblicato originariamente dal Corriere del Ticino. Una versione modificata di questo pezzo è disponibile anche in tedesco

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