Giornalisti, imparate dalle startup Usa

22 maggio 2014 • Digitale • by

Il programma del Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism di New York sta per finire. Negli ultimi tre mesi e mezzo, abbiamo discusso con persone di Kickstarter e Contently su chi sarà a finanziare il giornalismo in futuro. Brandon Diamond dell’Huff Post ha ci ha mostrato alcune idee sui cui il team di Huffington Post Labs sta lavorando, mentre Julia Reischel ha spiegato il suo progetto, Watershed Post, un blog collaborativo di giornalismo locale nella zona di Catskills, da dove proviene l’acqua di New York. I giganti di Facebook, invece, ci hanno venduto le loro qualità di marketing, mentre TinyPass ha presentato il suo pionieristico progetto di paywall-per-tutti.

In aggiunta al lavoro sui nostri progetti e le lezioni alla City University nella Grande Mela, per noi fellow le visite di queste aziende sono una parte importante del nostro programma. Questi sono gli aspetti più interessanti che sono emersi dalle nostre conversazioni e dibattiti, tutti molto interessanti e con un punto di vista molto diverso rispetto al mercato europeo dei media.

1) Il giornalismo è (anche) un servizio:
Jeff Jarvis, direttore del programma, sostiene da tempo e con vigore che il termine “giornalismo”, descriva anche altro oltre al canonico “quarto potere” o al mero far luce su argomenti poco battuti. Al contrario, il giornalismo deve essere “un servizio che consente a chi lo utilizza di vivere una vita migliore”. Ma cosa si intende qui con “migliore”? Essere “informati più in fretta”, come nel caso di servizi molto ben fatti come Cir.ca? O “essere piu divertiti”, come nel caso di BuzzFeed? Probabile.

Questi due esempi, comunque, sono anche siti che sanno offrire servizi per alcuni gruppi di interesse specifici, come è per il caso emblematico della pagina Facebook Jersey Shore Hurricane News, creato immediatamente dopo l’Uragano Sandy. All’oggi, le persone colpite dalla tragedia possono ancora trovarci notizie importanti su come affrontare le conseguenze del cataclisma. Si può definire “giornalista” qualcuno che modera i commenti su un sito o chi ne cura i post? Io tendo a pensare di sì. Ma questo fenomeno, per diverse ragioni, si è limitato agli Stati Uniti. I media europei possono imparare da questo aspetto e dovrebbero adottare una definizione piu ampia di “giornalismo”.

CUNY-TowKnight-WordMark2) I personality brand muovono l’innovazione:
Vox.com e FiveThirtyEight cercano di rispondere ad alcune promesse del giornalismo in senso di servizio. Ma rispecchiano anche un altro fenomeno: il nuovo giornalismo contemporaneo negli Usa si affida in modo massiccio ai personality brand. Ci sono molti altri esempi, oltre a quello di Ezra Klein e di Nate Silver, qui ottimanente raccolti da David Carr sul New York Times. Questo genere di “culto della personalità” nel giornalismo non sembra però poter funzionare in Europa, dove ad esempio poche persone ricordano il progetto tedesco Zoomr, un sito di news lanciato dal anchorman Ulrich Wickert oppure gli sforzi di Cherno Jobatey, un personaggio televisivo tedesco, con l’Huffington Post in Germania, recepiti in modo critico in patria. Da quanto ho capito, il giornalismo in Europa – e in particolare in Germania – è visto ancora maggiormente come il progetto congiunto di un team. E ci sono, inoltre, poche personalità giornalistiche che potrebbero monetizzare sul loro brand personale in altri contesti.

3) Esistono nuovi tipi di metriche:
Non voglio nemmeno sapere il numero di redazioni europee in cui i manager ancora pensano che i visitatori unici e un buon ranking su Google siano ancora il Sacro Graal del giornalismo online. O i manager dei media valutano il numero di share e follower come metriche accettabili? Di nuovo, anche da questo punto di vista, il dibattito negli Usa mi sembra molto più elaborato. Un buon esempio viene questo articolo di Contently: il fatto che un articolo venga condiviso non significa in automatico che esso venga letto. Quindi perché non mettere il bottone “share” alla fine del pezzo in modo da garantire che chi legge abbia fatto almeno scorrere l’articolo fino alla fine? Oppure, perché non contare il numero di citazioni condivise, in modo da avere un’idea su come i lettori riflettano su quello che leggono?

Gli strumenti per sostenere tutti questi dibattiti stanno arrivano sul mercato grazie a piccole aziende. Un esempio? La startup Beatroot.co, che sta cercando di aggiungere un nuovo punto di vista olistico alle metriche tradizionali, guardando alle attività offline – come le citazioni degli speaker agli eventi -, in modo da misurare qualcosa di molto simile all’impatto nel “mondo reale” degli articoli. Al momento il sito è ancora in beta, ma offrirà una dashboard con i click, le condivisioni e l’impatto offline, in modo da offrire una panoramica sull’impatto effettivo di un articolo giornalistico. Notoriamente, si potrebbe argomentare contro tutti questi aspetti e la loro maturità sia negli Usa che in Europa.

Abbiamo davvero bisogno di una comprensione moderna del giornalismo, di un’attribuzione di culto per i prodotto giornalistici come per le star e di elaborare nuove metriche di misurazione? Forse no. Ma un dibattito su questi aspetti certamente sembra molto più produttivo che l’ennesimo articolo che si chiede se per caso BuzzFeed sia parte dell’apocalisse del giornalismo o il milionesimo panel sulle opportunità e i problemi dell’introduzione di un paywall. Forse da qui si potrebbe partire per arrivare a buone risposte e progetti.

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente in tedesco su carta.info e in inglese su PBS Mediashift Idealab.

Bildquelle: plewicki / Flickr Cc

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