I giornalisti devono conoscere i dati di traffico degli articoli?

5 gennaio 2016 • Digitale, Più recenti • by

Wikimedia Commons

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I dati sono diventati essenziali nelle redazioni e sono usati, ad esempio, per illustrare come i lettori accedono alle notizie, a che ora e in che modo. I giornalisti e gli editor possono usare queste informazioni per scoprire quali articoli vengono effettivamente letti di più, quali condivisi, fino alle preferenze politiche della loro readership. Ma con così tanta informazione disponibile, sapere come usarla al meglio può essere una vera sfida.

Chris Moran, audience editor del Guardian, è certo che questi dati siano fondamentali affinché il giornalismo del suo giornale sia letto al massimo delle sue potenzialità, ma questo approccio va usato in modo responsabile. “Ci descriviamo come ‘guidati dai dati’, piuttosto che ‘ispirati dai dati”, ha spiegato Moran a una conferenza a Sciences Po a Parigi lo scorso dicembre.

“Sono ossessionato dai dati a disposizione della redazione ma questi non devono essere l’unica cosa a guidare le nostre decisioni. I dati possono però aiutarci a comprendere che giornalismo vogliono le persone sulle diverse piattaforme”, ha dichiarato Moran, “queste sono le cose cui stiamo pensando, non ci interessa esclusivamente scoprire cosa è popolare”.

“Al Guardian produciamo giornalismo di grande qualità e voglio che questo sia letto quanto più possibile e non ho intenzione di scusarmi per questo”, ha aggiunto il giornalista parlando a Parigi. Moran, che lavora alla newsdesk del giornale londinese, crede che le pageview, una delle metriche giornalistiche fondamentali disponibili siano anche le più rivelatrici: “non abbiamo ancora capito davvero come funzioni il giornalismo su Internet e le pageview sono un elemento fondamentale per capirlo”, ha aggiunto, “perché ci possono dare un senso della nostra reach”.

Allo stesso tempo, Moran ha aggiunto che le pageview e gli utenti unici godono di una reputazione piuttosto negativa nel giornalismo, una reputazione che non meriterebbero davvero. La massimizzazione delle pageview, ad esempio, è spesso vista come la responsabile del diluvio di contenuti leggeri, dedicati alle celebrità o ai gattini. Le metriche che misurano il tempo speso su una pagina, ad esempio, sono spesso considerate come indicatori migliori dell’engagement dei lettori.

“Preferireste più tempo ma meno visite?”, ha chiesto Moran ai partecipanti alla conferenza: “possiamo certamente fare qualcosa per l’engaged time”, ha risposto il giornalista del Guardian, “possiamo ad esempio aggiungere dei sottotitoli, delle immagini e far sì di vendere i nostri contenuti in modo accurato, aggiungere video e puntare su tutti questi modi che fanno allungare l’attenzione spesa dai lettori”.

Parte del lavoro di Moran è anche comunicare i dati in modo comprensibile ai circa 1000 giornalisti e membri dello staff del Guardian. Per venire incontro a questa esigenza, lo staff stesso, sotto la guida di Graham Tackley, responsabile dell'”architettuta” del giornale, ha collaborato allo sviluppo di Ophan, il suo sistema interno per le analitiche.

(Nel frattempo, proprio ad Ophan sono state aggiunte nuove funzioni dedicate proprio all’engaged time, scrive Journalism.co.uk, ndr)

Ophan è stato progettato per essere semplice da usare e da comprendere, anche per quei giornalisti, come anche lo stesso Moran si definisce, che sono “tremendi con la matematica”. Lo staff può anche accedere al sistema tramite dispositivi mobile. Lo strumento è organizzato in modo da dare ai giornalisti del Guardian le informazioni di cui hanno bisogno per monitorare come stanno andando i loro articoli e capire il comportamento dei lettori.

Contrariamente ad altri strumenti di analisi, Ophan non paragona però le performance tra singoli articoli: “vogliamo democratizzare i dati”, ha dichiarato Moran, “e abbiamo introdotto queste metriche al Guardian con il fine esplicito di assicurarci che non potessero avere un impatto negativo, abbiamo un forte senso di responsabilità in questo senso”. “Se costruisci uno strumento che sarà negativo, il suo effetto sarà esclusivamente a breve termine”, ha aggiunto Moran.

“Quello che ci interessa è mostrare ai giornalisti che sono parte di una conversazione e far capire loro chi la sta guidando. Quello che stiamo fornendo è enormemente interessante per il loro lavoro e lo stiamo anche contestualizzando ad hoc a seconda dei casi”, ha spiegato ancora Moran.

Al fine di sostenere l’informazione distribuita tramite Ophan e al fine di tradurre i risultati finali per la redazione in un modo narrativo, Moran scrive anche una mail giornaliera allo staff in cui vengono elencate le maggiori storie di successo secondo i dati delle precedenti 24 ore. Nella mail, di norma, sono incluse le cose che hanno funzionato bene e quelle che, al contrario, non sono state un successo. Moran a Parigi ha anche aggiunto che i giornalisti sono soliti incolpare “lo stupido Internet” quando un articolo non raggiunge i risultati sperati, ma sono pronti a complimentarsi con la qualità dei contenuti quando, invece, le cose vanno molto bene.

Quel che è certo è che i dati hanno aiutato sensibilmente i contenuti del Guardian a raggiungere un audience più grande e hanno informato la testata su come i lettori arrivano sul sito, quando e come pubblicare gli articoli, quali storie ottengono maggiore visibilità e quali fanno stare i lettori più a lungo sul sito. La convinzione di Moran è che questo abbia aiutato gli editor a fare decisioni migliori.

“Spesso mi viene chiesto quale sia il momento migliore per pubblicare un articolo”, ha spiegato il giornalista, “io rispondo sempre che il momento è quando le persone se ne possono rendere conto. Sembra ovvio ma è incredibile quanti articoli vengono ancora pubblicati a mezzanotte”.

Ma la redazione del Guardian è davvero guidata dai dati? “Mi dà fastidio quando ci dicono che stiamo cercando di assecondare la nostra audience”, ha concluso Moran, “perché noi siamo in una conversazione con i nostri lettori”.

Articolo tradotto dall’originale inglese

 

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