HuffPo Italia può funzionare se…

8 ottobre 2012 • Digitale • by

Non ho memoria della nascita di un giornale che abbia suscitato così tante polemiche quante ne sono state riservate all’edizione italiana dell’Huffington Post. Bene. Vuol dire che l’iniziativa tocca alcuni nervi scoperti del giornalismo italiano sui quali, evidentemente, vale la pena riflettere.

Ad aver suscitato il più alto numero d’interventi è stato l’atteggiamento nei confronti dei 200 blogger non retribuiti (in calce all’articolo, o nota, i link agli interventi). Niente di nuovo: è la formula – spazio in cambio di visibilità – con cui è nato l’Huffington Post in America e che viene replicata in tutte le sei versioni sparse nel mondo (Usa, Canada, UK, Spagna, Francia e Italia).

Da noi avrebbe potuto essere diverso? No, logico. A innescare la polemica ha contribuito una dichiarazione, forse infelice, di Lucia Annunziata, direttore della versione italiana, che è stata poi variamente riportata. Meglio, dunque, risalire alla dichiarazione originaria rilasciata a Prima Comunicazione: “I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati”.

Analizziamo la frase: “I blog non sono un prodotto giornalistico”. Vero, ci mancherebbe. I blog sono una miriade di cose diverse. Ma il voler porre una cesura netta tra blogger e giornalisti suona alquanto arcaico. Qualsiasi cittadino, grazie agli strumenti di self-publishing, oggi può compiere atti di giornalismo: dare notizie, anche esclusive, denunciare il malaffare, realizzare, se ha tempo, fonti e competenza in un settore, delle vere e proprie inchieste.  I cittadini, come i blogger, non sono necessariamente giornalisti, ma possono compiere atti di giornalismo.

Proseguiamo: “… sono commenti, opinioni su fatti in genere noti”. Esattamente ciò che i giornali pubblicano tutti i giorni: commenti e opinioni, pagati, per lo più, profumatamente. Il quotidiano, persa la battaglia delle breaking news che ormai circolano in tempo reale ovunque, cerca giustamente il valore aggiunto nell’approfondimento, nell’opinione, nella originale lettura dei fatti. Da due premesse fallaci non può che derivare una conclusione errata: “… ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati”. Se questo non è “uno dei motivi” per cui non vengono pagati, i motivi stanno da qualche altra parte. Probabilmente nel fatto che i blogger dell’Huffington Post, che di altro lavoro evidentemente campano, volontariamente aderiscono a quella iniziativa: perché ne condividono il progetto, perché pensano di riceverne visibilità, perché ne avranno una ricaduta in altri termini, politici, economici, personali. E allora? “E’ la Rete, bellezza” e temo che non potremmo farci niente. Se il giornalismo è in crisi non serve scaricare le colpe sui blogger che lavorano gratuitamente. Facciamocene una ragione e cominciamo a guardarci dentro. La sfida non può essere che il buon giornalismo, la qualità dell’informazione, l’interesse che le nostre scelte suscitano sui lettori. Non serve rimproverare ad Arianna Huffington l’aver avuto una visione che, fino a prova contraria, funziona.

Sul Sole 24 Ore Christian Rocca ha invece spiegato perché l’Huffington Post non può sfondare in Italia. Vediamo: “Il grande successo dell’Huffington Post originale si deve all’introduzione nel panorama informativo americano della commistione tra alto e basso, della contaminazione tra politica e gossip, dell’abbattimento del sacro muro di divisione tra fatti e opinioni. Da noi tutto questo c’è già, mescolato, frullato, digerito. Lo fanno quasi tutti i grandi giornali, da ben prima che nascessero i blog”.

Sottoscrivo la premessa, non la conclusione. L’Huffington Post avrà successo se saprà fare meglio dei concorrenti, come sempre accade nel mondo della libera concorrenza.

L’analisi dell’arrivo dell’Huffington Post in Italia, per Rocca è anche l’occasione per una reprimenda ai giornali italiani e, in particolare, ai loro siti: “Noi abbiamo un solo tipo di giornale. Un giornale con la pretesa di essere di qualità malgrado i titoli gridati, il pathos scandalistico e i rumors da portineria. Un giornale conquistato dalla tabloidizzazione, con poca autorevolezza, di scarsa affidabilità”.

Una prima osservazione: non credo che autorevolezza e affidabilità siano attributi che derivano dagli argomenti trattati. Il Sole 24 Ore è autorevole e affidabile non perché tratta di economia e finanza, ma per il modo in cui affronta questi, ed altri, argomenti. Allo stesso modo People e Vanity Fair non sono giornali inaffidabili perché trattano il mondo delle celebrity: credo sia abbastanza raro trovare smentite nella storia delle due testate. Sono, dunque, affidabili, anche se trattano argomenti che a qualcuno possono non interessare.

Diverso il discorso dell’alto e basso: è vero i siti dei principali quotidiani italiani fanno già commistione di temi alti e bassi. Una “deriva” della quale mi sento co-responsabile, avendo guidato il sito del Corriere della Sera per otto anni. Ma i nostri siti di informazione hanno avuto un successo, altrimenti inspiegabile in Italia, proprio perché sono andati a coprire un vuoto, fatto di quel mix di alto e basso descritto da Rocca. Ma essere più popolari, occuparsi anche dei fatti di cui la gente parla “in portineria”, non comporta l’automatica scomunica in quanto “meno attendibili”.

Nel 2002 il sito del Corriere, come tutti i giornali online, perdeva molti soldi. Solo costi, ricavi zero. Oggi, contribuisce a portare utili nelle casse di Rcs, anche se insufficienti a colmare le perdite dell’editoria tradizionale. Si può criticare la formula dei nostri giornali online, ci mancherebbe, non i risultati. E credo che porsi il problema di sperimentare nuove formule per un giornalismo sostenibile debba essere oggi, più che mai, una delle principali preoccupazioni di ogni editore.

Dell’analisi fatta da Riccardo Luna, sul Post di Luca Sofri, per spiegare perché l’Huffington.it sarà un “game-changer”, cioè destinato a cambiare le regole del gioco, non condivido tutto ma sottoscrivo questa affermazione: “Negli ultimi quindici anni il mondo della editoria cartacea ha dapprima ignorato il web, poi lo ha sottovalutato e infine ha provato a sfruttarlo senza capirne il senso profondo, il fatto per esempio di essere una rete di link, come se invece tutto si riducesse ad un mero calcolo di pagine viste”.

E così entriamo nel cuore del problema Huffington Post e della sua potenziale capacità di portare innovazione nel panorama dell’informazione italiano.

Come ho detto a Federica Cherubini nel corso di una intervista per la Wan-Ifra la vera innovazione che l’Huffington Post può introdurre nel panorama italiano è l’open journalism: coinvolgere il pubblico nella conversazione, nella costruzione del senso giornalistico, selezionare il meglio della rete e presentarlo attraverso link diretti, insieme ai contenuti propri originali. L’HuffPo Usa ha successo perché parla il linguaggio del web. Non è semplicemente un altro sito in rete, fa parte della Rete. Ha capito le potenzialità di Facebook per la diffusione dell’informazione, prima dello stesso Mark Zuckerberg che oggi dichiara soddisfatto di aver superato il traguardo di un miliardo di utenti un terzo dei quali legge le notizie attraverso il social network. Arianna Huffington non ha combattuto gli aggregatori di notizie e i motori di ricerca, come altri editori fanno, ha accettato il terreno del nuovo scontro cercando di fare meglio. Capita spesso di vedere l’HuffPo Usa aprire con una notizia che linka direttamente al Wall Street Journal, al Washington Post ed altri siti americani. Se c’è già l’articolo che racconta tutto in modo chiaro e attendibile, perché farne uno nuovo? Non è meglio per il lettore, oltre che più economico per le risorse del giornale, dedicarsi ad altro? A quello che gli altri non hanno? Certo che è meglio. Oggi c’è un grande bisogno di selezione, un lavoro duro che implica fatica, competenza per trovare il meglio che la Rete già offre. I lettori apprezzano questo lavoro: chi è abituato a informarsi sul web cerca quello che ritiene il meglio e poco gli importa se sta sotto una testata piuttosto che un’altra. Del resto, diversamente, non si spiegherebbe il successo di una rivista come Internazionale che ogni settimana seleziona, traduce e propone i migliori articoli usciti sui giornali nel mondo. Una formula apprezzata anche dai giovani lettori (e poi si dice che gli esteri non interessano: certo, dipende da “quali esteri”).

Questa potrebbe essere la vera carta vincente dell’Huffington Post  in Italia. E se posso dare un consiglio al sito diretto da Lucia Annunziata è di avere più coraggio su questa strada. A differenza della versione Usa non ho ancora visto da noi link diretti dalla home ad altre fonti. Sì, certo, ci sono i link all’interno dei pezzi. Ma è ancora poco. Il lettore ha poco tempo e non vuole leggere due volte la stessa notizia: vuole una perfetta sintesi che lo informi e lo aiuti a capire. E che lo diverta, quando c’è da divertirsi. Se il pezzo ben fatto esiste già, ed è sicuro che il più delle volte esiste, tanto vale linkarlo direttamente. Non serve rimanere legati a una logica puramente quantitativa (+ utenti + pagine viste = + pubblicità) se poi i banner vengono svenduti un tot al chilo. Il giornalismo ha bisogno di altre metriche che, oltre alla quantità, siano in grado di misurare” la qualità. Ci vorrà un po’. I giornalisti italiani vengono, purtroppo, da una cultura che non ama indicare le fonti. Ho fatto una comparazione fra i pezzi di apertura delle varie edizioni dell’HuffPo: quelle di cultura anglosassone, Usa, UK e Canada, erano firmate nell’ordine da Kasie Hunt, reporter politico dell’Ap, Press Association e The Canadian Press; quelli di cultura latina, Francia, Spagna e Italia, non erano firmati. Anche noi abbiamo agenzie autorevoli: l’Ansa è una delle migliori al mondo. Non capita mai di vederla riportata come fonte. Eppure sono certo che la utilizzano tutti. Peccato, un’occasione persa. Per cambiare il giornalismo, dobbiamo cominciare a cambiare noi. Anche nei comportamenti sedimentati nel tempo. Perché “quel tempo”, ci piaccia o no, non esiste più.

Segui Marco Pratellesi anche sul suo blog e su twitter.

Link ad altri siti che ne hanno parlato:

Daniele Chieffi su Linkiesta

Carlo Gubitosa su Lsdi

Pino Bruno su Globalist

Pino Rea su Lsdi

Giovanni Boccia Altieri su I Media-Mondo 

Nicola Bruno su Nicoblog

Pier Luca Santoro su Il giornalaio 

 

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  • Caro omonimo, una parola sola: chapeau.
    Bravo.
    MVP

  • Pingback: L’Huffington Post in Italia e le polemiche sui blogger non ... - Mediablog, il blog di Marco Pratellesi – Vanity Fair()

  • Marco

    Condivido fortemente la visione di Arianna Huffington (“…con la sua miscela di cronaca, piattaforme di blogging, community e impegno sociale”) e anche la Tua affermazione (“Se c’è già l’articolo che racconta tutto in modo chiaro e attendibile, perché farne uno nuovo? … Questa potrebbe essere la vera carta vincente dell’Huffington Post in Italia.”), ma mi sorge una domanda:
    perche – in Italia e anche oltre – gli editori cavalca(ro)no l’alzata di scudi di Murdoch contro la (secondo loro) cannibalizzazione delle loro notizie ad opera di Google News, e ora la soluzione (vincente, secondo me, per entrambi: HuffPo ed editori) di linkare ai contenuti “chiari e attendibili” è considerata “la carta vincente”?
    Cos’è cambiato? Una improvvisa, inaspettata (e anche improbabile) presa di coscienza da parte degli editori delle reali potenzialità del web per le loro inarrestabilmente declinanti testate?
    Una moda passeggera?
    Un malinteso, anche mio?
    Probabilmente l’ultima…

  • Caro Marco,

    Penso che molti editori siano sbarcati sul web senza una strategia precisa, ma perché, in quegli anni, 1999-2000 rendeva bene in borsa. Oggi, stare sul web senza una strategia precisa può essere anche controproducente per certi editori. L’Huffpo può piacere o no, ma ha dimostrato di avere una strategia…
    Grazie
    Prat

  • Pingback: L’Huffington Post Italia un mese dopo « EJO – European Journalism Observatory()