I politici italiani non sanno usare i nuovi media

12 aprile 2012 • Digitale • by

Parlamento 2.0, Sara Bentivegna

Il primo presidente americano a stabilire un appuntamento fisso tramite messaggi radiofonici con i suoi cittadini, i famosi “incontri del caminetto”, fu Franklin Delano Roosvelt, poi fu la volta di John Kennedy, tra i primi a capire l’importanza della tv e ad usarla a proprio vantaggio, mentre nel 2008 Barack Obama ha dato il via alla terza rivoluzione, quella digitale, sforzandosi di ridurre la distanza tra cittadini e leader grazie al web 2.0. In che condizione versa invece oggi il Parlamento Italiano? Lo spiega un’interessante ricerca trattata nel testo “Parlamento 2.0. Strategie di comunicazione politica in Internet” curato da Sara Bentivegna, docente di Comunicazione Politica e Teorie e tecniche delle comunicazioni di massa e dei nuovi media presso la Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione dell’Università La Sapienza.

La migrazione dal web 1.0 a quello sociale e partecipativo del 2.0 per i politici italiani non è stata certo facile e ancora molta strada c’è da percorrere. Ne abbiamo parlato con Rossella Rega, ricercatrice presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, che ha collaborato alla stesura del libro e alla ricerca stessa. Per un mese (febbraio 2011) sono state monitorate la presenza e l’attività dei parlamentari in Internet e il quadro che emerge non è proprio brillante. È presente nel web solo il 55,5% dei parlamentari, con uno scarto di dieci punti tra Camera (58,3%) e Senato (49,8%). Affiora un’arretratezza estrema dei politici italiani verso i nuovi media, non riescono a cogliere le potenzialità del web. Nell’ottica di una sempre crescente disaffezione della società civile verso la politica, la Rete potrebbe essere un utile strumento per cercare un riavvicinamento con la piazza: “Il fenomeno della disaffezione verso la politica ha radici profonde ed è legato a una crisi di legittimazione della rappresentanza politica che ha investito quasi tutte le moderne democrazie; in Italia ha iniziato a vedersi a partire da Tangentopoli. Il distacco tra corpo politico e corpo sociale con il tempo si è ampliato, accompagnandosi ad altri fattori come la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, e il ruolo importante che ha avuto la tv nell’accentuazione di questi processi, alimentando quindi una certa diffidenza del cittadino nei confronti del politico. Oggi i social media (Facebook e Twitter in particolare) abilitano nuove modalità di partecipazione e consentono forme di engagement personalizzate, centrate sul singolo soggetto, sulle sue esigenze, i suoi tempi, gusti, le sue aspettative. I social network per conformazione, per caratteristiche e natura si sposano bene con la dimensione partecipativa cercata oggi da molti giovani. Dipende poi da come vengono utilizzati, la risposta non è nel mezzo ma nel come”.

E proprio il come vengono usati i nuovi mezzi dimostra l’arretratezza del caso italiano, i nostri politici vivono la Rete in maniera narcisistica e autoreferenziale quasi come fossero meri strumenti propagandistici: “Dalla ricerca è emerso che c’è un approccio ai media digitali caratterizzato dall’imperativo dell’essere ‘update’, al passo con i tempi; il sito prima, Facebook e Twitter oggi, come status symbol e indicatori di modernità. E lo si vede in quei soggetti che magari hanno aperto un profilo Facebook mettendoci le informazioni di base e poi non lo hanno mai usato”. L’interpretazione riduttiva del web è anche ricondotta al sistema elettorale oggi in vigore in Italia, un proporzionale con liste bloccate o più noto come “porcellum”: “Bisogna comprendere la logica che determina l’utilizzo di questi mezzi ed è qui che entra in gioco la legge elettorale che impedisce la scelta della preferenza individuale; il cittadino, infatti, non può scegliere il proprio rappresentante. Questo può indurre molti rappresentanti a sottrarsi da un lavoro di cura della comunicazione online, marginalizzando anche la propria presenza sui social network.

La rilevazione che abbiamo condotto sui siti dei parlamentari ha portato alla luce che molti di questi erano in realtà “morti”, fermi a uno o due anni fa. Per quanto riguarda le attività svolte attraverso i siti (ma il trend in realtà si estende anche alle altre piattaforme), le principali riguardano la self presentation, l’informazione sulle attività parlamentari (interventi in Aula e proposte di legge) e la pubblicazione di comunicati stampa, interviste o articoli ripresi da altri media. A ben vedere, si tratta di attività che rimandano a una concezione della comunicazione di tipo narcisistico e autoreferenziale, intesa inoltre più come un’attività di informazione top-down che non come scambio dialogico in cui sollecitare la partecipazione dei cittadini. Nel caso poi dell’aggiornamento sull’operato del parlamentare, dal momento che l’update degli interventi e delle proposte di legge avviene spesso in automatico dal sito della Camera, è evidente che si tratta di un’attività quasi passiva, che richiede uno sforzo e un impegno minimi da parte del parlamentare.Passando a Facebook, nella ricerca abbiamo distinto i parlamentari, a seconda del livello di attività in Rete, tra dormienti, pigri, tradizionalisti e intraprendenti. I pigri sono la maggioranza e la pigrizia è associata all’idea di utilizzare il profilo Facebook solo per rispondere alle richieste di nuova amicizia, marginalizzando l’attività di pubblicazione di post (del tutto occasionale)”. Pesa molto in questi dati il fattore relativo all’età dei nostri parlamentari e un certo timore di perdere il controllo sul flusso comunicativo: “L’esigenza tradizionale della classe politica è quella di controllare in modo centralizzato i propri flussi comunicativi e anche nel nuovo scenario tecnologico del Web 2.0 continua a prevalere da parte della leadership un approccio alla rete di stampo tradizionale, legato al modello di comunicazione broadcast (top-down) dei mainstream media.  Assistiamo ad una vera contraddizione, in molti casi i leader politici usano i nuovi media come un megafono per amplificare la propria voce, ma non come uno strumento per attivare un vero feedback con la base, un reale confronto che permetta di assumere il punto di vista del cittadino rispetto all’attività politica. Ad esempio nei siti analizzati non ci sono i tools tipici del web 2.0, non ci sono gli strumenti di community né quelli per la consultazione dei cittadini (sondaggi online, forum, etc). Prevale un modello di sito vetrina, che, nella maggior parte dei casi, è stato aperto in prossimità di una tornata elettorale e poi abbandonato o “trascinato dietro” dal parlamentare.

La mentalità e la cultura organizzativa che caratterizza i nostri politici, che hanno sempre concepito l’attività di comunicazione innanzitutto come un attività di informazione centralizzata e piramidale, si riflette anche nel modo in cui vengono utilizzate le tecnologie digitali, spesso “piegate” e “riadattate” per rispondere alla tradizionale esigenza di controllare dall’alto i contenuti informativi. Si registra perciò un evidente contrasto tra la cultura partecipativa che sta emergendo dalla Rete e  la cultura che caratterizza ancora i rappresentanti politici”. I dati rilevano che il PD e i partiti minori, come l’Italia dei Valori, Lega e Fli, sono i più tecnologici, mentre i pionieri su Twitter sono stati Antonio Di Pietro e Antonio Palmieri, il primo parlamentare italiano ad aprire un profilo sulla piattaforma di microblogging.  Il trend però è in crescita, a gennaio 2012 sono 198 i parlamentari italiani iscritti a Twitter, con un incremento di oltre l’85% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

L’internettizzazione dei parlamentari italiani, come l’ha definita la  professoressa Bentivegna, risulta ancora marginale e per darne un’idea chiara basta confrontare i dati relativi all’adozione di un sito con quelli degli altri paesi (forniti dai periodici Rapporti dell’Inter Parliamentary Union): 25% contro 81%. Non va meglio sul fronte social network, i dati registrati nel 2012 vedono i parlamentari italiani presenti nella misura del 21% contro il 70% dei loro colleghi statunitensi e il 49% di quelli inglesi.

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