Il futuro dovrebbe essere tutt’altro che social

24 maggio 2013 • Digitale • by

Facebook, Twitter, tutti i social media che popolano la rete e si fondano sul concetto di condivisione, trasparenza, democrazia non sono altro che una illusione, una tremenda vertigine digitale.Parola di Andrew Keen uno dei più famosi e discussi guru di internet, ospite al Festival del giornalismo di Perugia, che ha recentemente pubblicato il suo secondo libro “Vertigine digitale” nel quale mette tutti in guardia dalla grande bufala del web 3.0, quel luogo virtuale nel quale ormai si consumano tutte le attività e le relazioni umane. Il web inteso come social media non è quello che sembra, quello che Mark Zuckenberg e il resto dell’aristocrazia digitale vogliono far credere e noi utenti, dice Keen,  faremmo bene a controllare la nostra ossessione narcisistica di ipervisibilità, la nostra smania irrefrenabile di condividere ogni cosa, di dire al mondo dove siamo, cosa pensiamo, cosa mangiamo, presi dalla vertigine di far parte di una grande community. In verità la realtà dei social media è un’architettura di isolamento umano. Nella corsa all’attenzione e alla reputazione in rete non ci accorgiamo che i social media stanno frammentando la nostra identità, esistiamo sempre di più al di fuori di noi stessi “Prima vivevamo nelle fattorie, poi nelle città e ora vivremo su internet”. E soprattutto, questo il punto cruciale del pensiero di Keen, ci stiamo privando di due condizioni umane fondamentali per la nostra vita: la solitudine e la privacy “Oltre che creature sociali, come esseri umani siamo anche creature private”. Per dirlo in modo chiaro ricorre all’immagine del “panopticon” (che fa vedere tutto), del carcere ideale che si fonda sulla metafora del potere invisibile, progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. Grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e ad opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici, un unico guardiano è in grado di osservare tutti i prigionieri in qualsiasi momento. I detenuti però non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno vivendo così nella costante ma invisibile onniscienza del guardiano. “Oggi al tramonto dell’epoca industriale e all’alba di quella digitale assistiamo al ritorno di quell’idea architettonica solo che quella che un tempo ritenevamo una prigione oggi viene considerato una sorta di parco giochi”.

Questo è la rete per Keen, un potere invisibile in mano a dei monopoli come google, facebook e altri che in nome della gratuità, della condivisione e della trasparenza si arricchiscono sempre di più. E si arricchiscono grazie agli utenti, ai loro dati personali che alimentano continuamente la rete ”I dati personali rappresentano il petrolio di internet e la valuta del mondo del digitale”. Gli utenti sono i dati personalizzati che Fb e altri vendono agli inserzionisti: “La corsa per conoscere il più possibile su di noi è divenuta la battaglia centrale della nostra epoca per i colossi di internet tra cui Google, Facebook, Apple e Microsoft”, scriveva Eli Pariser nel 2011, presidente dell’organizzazione politica non profit MoveOn.org.

Keen avverte: come nel film di Hitchcock “Vertigo” (La donna che vise due volte) al quale si ispira il titolo del suo libro, i social media sono l’opposto di quel che sembrano. Sono una grande illusione, una grande bugia nella quale viviamo senza accorgerci che le nostre identità e la nostra reputazione sono merce di scambio in quella che di fatto è un’economia dell’attenzione, un’economia che come tutte le altre guarda al profitto e non all’amicizia, ai legami, ai sentimenti o al benessere umano.

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 20.05.2013

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