Il Modello Misto del New York Times

4 giugno 2012 • Digitale, Editoria • by

Dopo la lunga serie di analisi di testate europee, questa settimana attraversiamo l’oceano per occuparci di quello che è senza ombra di dubbio uno dei quotidiani più autorevoli e noti al mondo: il New York Times.

Il quotidiano statunitense da marzo 2011 ha adottato un modello misto introducendo un “soft paywall” limitando la lettura gratuita della propria versione online prima a 20 articoli mensili e di recente, forte dei buoni risultati ottenuti, scendendo a soli 10 articoli mensili. Limitazioni all’accesso che in realtà hanno le maglie ben più larghe con la possibilità di leggere online il giornale in, almeno, altri 7 modi.

Nel complesso i ricavi da vendite crescono, con la versione cartacea che nell’ultimo semestre si assesta a 779,731 copie medie durante i giorni feriali (-4,5%) e raggiunge 1,265,839 la domenica(-1,1%), mentre per l’edizione digitale, secondo quanto dichiarato, raggiunge 807,026 copie pagate nei feriali e 737,408 la domenica, portando il totale delle copie a 1,586,757 nei giorni non festivi e raggiungendo 2,003,247 nell’edizione domenicale.

Risultati che sono indubbiamente frutto della elevata qualità del quotidiano ma anche di promozionalità spinta, evidenziata da una crescita del 73% di copie pagate (carta + digitale/online) alla quale corrisponde una crescita “solo” del 6,1% di ricavi da vendite del giornale,  e/o della combinazione offerta, ancora una volta a prezzi estremamente ridotti, di abbonarsi alla versione cartacea che include quella digitale che resta lo zoccolo duro degli abbonati con 845,000 sottoscrizioni di durata biennale.

Forte attenzione e grande cura nella presenza sui social media come emerge dall’intervista a Alexis Mainland, social media editor del NYTimes, che, tra l’altro, rilascia una dichiarazione da scolpire nella pietra dichiarando: “le diverse piattaforme dei social media sono come nazioni diverse con lingue differenti che, dunque, richiedono un approccio distinto”

Positività sia nelle vendite e attenzione alla relazione con le persone in Rete che ahimè allo stato attuale non è sufficiente a ristabilire un equilibrio economico per il quotidiano che vede complessivamente un calo costante dei ricavi generato dal crollo della raccolta pubblicitaria dal 2009 in poi che ora colpisce anche gli investimenti pubblicitari per la versione digitale/online del giornale.

Il futuro del quotidiano visto dal suo direttore Jill Abramson è affascinante ma, nonostante si noti un appiattimento, una tenuta della flessione dei ricavi negli ultimi due anni, ipotizzando la stabilizzazione anche del calo dei ricavi dalla vendita di pubblicità dell’edizione cartacea con un -7% costante anno per anno da qui al 2017, il giornale newyorkino dovrebbe, nel pari periodo veder crescere del 14% le revenues derivanti dalla vendita di spazi pubblicitari per la propria edizione digitale/online; ipotesi che attualmente non pare verosimile.

Se dunque il paywall del  New York Times funziona ma non compensa il calo della pubblicità, come avevo avuto già di modo evidenziare, si ha l’ennesima conferma che la pubblicità non può bastare a tutto ciò che serve al giornalismo e che è necessario andare oltre i CPM per quanto riguarda l’industria dell’informazione ricercando sia modalità nuove di attrazione dell’audience, dei lettori, che anche forme diverse di ricavo quali la fornitura di contenuti a terzi, per citarne almeno uno.

Se perfino un grandissimo quotidiano come il NYTimes non riesce a venirne a capo, probabilmente è il modello, l’idea di quotidiano generalista che segna il passo, e c’è, anche in questo caso, chi dice che è destinato ad un cambiamento radicale entro il 2015.  Il giornalismo del presente avanzato affascina ma stenta, oltre a quando accadrà è opportuno verificare come accadrà e con quale sostenibilità economica. E’ quello che stiamo facendo da ormai oltre due mesi con la serie di case studies proposte.

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