Il successo dell’Economist

29 novembre 2011 • Digitale • by

Secondo quanto affermato da Andrew Rashbass, ceo dell’Economist, sono più di un milione le persone che ogni mese leggono il magazine settimanale attraverso le edizioni digitali disponibili su dispositivi tablet e smartphone targati Apple e Android. Una storia controcorrente, quella dell’Economist: nonostante la progressiva diminuzione che ha interessato a livello globale gran parte della produzione tradizionale, è riuscito a incrementare sia le vendite della carta stampata sia i lettori digitali. Come mai? “Siamo stati semplicemente fortunati, risponde Rashbass nell’intervista rilasciata al Guardian. La ragione di fondo è che siamo una rivista scritta in inglese, una condizione che ci permette di trarre vantaggio dalla globalizzazione dell’informazione”.

Nei primi sei mesi dell’anno le vendite hanno raggiunto una cifra prossima al milione di copie, precisamente 1.486.838, equivalente a un aumento rispetto allo stesso periodo del 2010, superiore al 3%. Più della metà delle copie, 844 mila, sono vendute negli Stati Uniti, risultato che, per lo stesso Rashbass, rappresenta una vera sorpresa.

La vicenda dell’Economist sembrerebbe dimostrare che chi è nella posizione di poter produrre contenuti orizzontali rivolti a un audience transnazionale, sfruttando la pervasività della lingua inglese, ha i numeri per contrastare la crisi del sistema editoriale. D’altra parte se guardiamo a ciò che avviene in merito alle notizie internazionali, in particolare quelle che hanno attinenza con economia e finanza, ci si rende conto che il tutto è prevalentemente mediato dalla stampa anglofona. Una condizione che fa riflettere sulla scarsa capacità e potenzialità di espansione, se non all’interno di una prospettiva nazionale, di giornali e riviste dei singoli paesi europei, il cui mercato è limitato all’audience locale. Questi ultimi sono di fatto esclusi da una prospettiva di espansione su mercati esteri perché privi di una risorsa fondamentale: la conoscenza diffusa della lingua inglese. L’informazione nazionale è quindi destinata a implodere poiché incapace di contrastare e competere a livello internazionale? Probabilmente, ma potrà contare su una platea di consumatori interni che continueranno a privilegiare l’uso della lingua nativa, sebbene l’effetto della contaminazione esterna sarà sempre più tangibile.

Nonostante le buone performance della rivista come prodotto cartaceo, il ceo dell’Economist è convinto che, nel corso dei prossimi anni, questa componente sia destinata a un graduale regressione. Una dinamica che potrà essere contrastata da un aumento generale del pubblico pagante i prodotti digitali, al momento valutati nell’ordine delle 100 mila sottoscrizioni.

L’importante, per l’Economist, è stato comprendere che vi sono due fondamentali approcci di consumo dell’informazione, uno più riflessivo, quello della carta stampata, e uno, online, che esige immediatezza e, soprattutto, condivisione delle notizie. Per quanto riguarda il web, Rashbass afferma che l’idea vincente è stata quella di differenziare i contenuti rispetto alla carta. “Esiste una profonda differenza tra le aspettative di un lettore della carta stampata e un lettore online: per quanto possa esistere una sovrapposizione tra l’uno e l’altro, ciascuno si attende cose diverse. Siamo riusciti a creare su web un modello collaborativo, basato su una forte interazione con i lettori. Su tablet e smartphone abbiamo invece riprodotto l’esperienza del prodotto cartaceo”.

E’ sul digitale che Rashbass scommette il futuro del giornale. La percentuale di lettori su tablet è attualmente del 28% e un ulteriore 23% degli attuali lettori del settimanale si è detta intenzionata ad acquisirlo nel corso del prossimo anno. A conferma di un trend digitale arrivano i risultati della ricerca svolta negli Stati Uniti in base ai quali emerge che gli attuali lettori dell’Economist sono per il 95% consumatori della carta stampata. Tuttavia, tra circa due anni, solo il 35% di essi ritiene che continuerà a mantenere questa modalità di consumo.

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