Il web “mangerà” i giornali di carta?

20 aprile 2009 • Digitale • by

Corriere del Ticino, 16.04.2009
Lo abbiamo chiesto a due esperti al Festival del giornalismo di Perugia
C’è chi, come Sergio Romano, noto editorialista del Corriere della Sera e collaboratore della nostra testata, si augura che ilgiornale di carta possa continuare, anche in futuro, ad essere la «preghiera del mattino dell’uomo laico»… e chi, come il più giovane Eric Ulken, esperto di nuove tecnologie per il giornale online del Los Angeles Times, si dice convinto che è solo una questione di tempo prima che venga sostituito da quello online.

Se è pur vero che «del diman non v’è certezza» e che per ogni paese ci sono ricette e soluzioni proprie, bisogna però essere attenti e preparati nell’individuare e cogliere per tempo alcune tendenze e dinamiche fondamentali
che – se anche in misura diversa – in questa delicata congiuntura economica interessano editori,giornali e giornalisti al di qua e al di là dell’Oceano. Ben notando – come sottolinea Erik Ulken – che le problematiche legate al web e alla carta, di cui tanto discutiamo oggi in Europa, negli States erano all’ordine del giorno già due anni fa. E quanto sta accadendo nel panorama editoriale americano parla chiaro: sopravvive solo chi è pronto a stare al passo con i tempi. Questo vale tanto per il prodotto, quanto per chi lo realizza. Anche i giornalisti, infatti, sono chiamati a rimettersi in gioco, tornando a fare più giornalismo di inchiesta e meno selezione di notizie di agenzia, imparando a masticare le innovazioni e gli strumenti tecnologici che oggi il web offre e, soprattutto,riconoscendo una realtà ormai imprescindibile: l’importanza del lettore e della sua partecipazione attiva nel processo di produzione e di fruizione della notizia.Ne sono un esempio lampante i video e le testimonianze,arrivati nelle redazioni dei più importanti quotidiani nazionali italiani, sul terremoto in Abruzzo di questi giorni. Dunque le regole del giornalismo – sia in quanto mestiere sia in quanto impresa – stanno cambiando.
Come, perché e, soprattutto, in quale forma? Lo abbiamo chiesto a Erik Ulken – direttore, fino a poco tempo fa, di tecnologia interattiva al quotidiano del Los Angeles Times (il suo blog «Avventure nel giornalismo online» si trova all’indirizzo: http://ulken.com ) – e a Luca Conti – esperto di nuovi media, e collaboratore di Nòva24 de IlSole 24Ore (il suo blog «Ambiente, rete, media e tecnologia» si trova all’indirizzo: http://www.pandemia.info ).
Li abbiamo incontrati in occasione della terza edizione del Festival di giornalismo di Perugia.

Informazione di qualità anche nelle edizioni online

 Erik UlkenSignor Ulken, di che cosa si occupa esattamente un direttore di tecnologia interattiva?
«Cerca di sviluppare nuovi modi di raccontare delle storie attraverso diversi strumenti di visualizzazione come mappe,grafici,database, immagini audio-video…».
Spesso si sente dire che le nuove tecnologie offrono molti strumenti, ma che sono sinonimo di contenuti poveri e scadenti. In particolare i blog…è realmente così?
«No, anche perché quasi tutto il contenuto che appare sulla carta stampata si trova anche online,certo nelle forme e nei modi più appropriati a questo tipo di media. Per quanto riguarda i blog bisogna capire che sono solo uno strumento del quale un blogger può disporre come meglio crede: fare della disinformazione, pubblicare contenuti personali,oppure fare del giornalismo di qualità. Il Los Angeles Times,ad esempio, ha 40 blog, gran parte dei quali fanno del buonissimo giornalismo di informazione. Ripeto, il blog è un semplice strumento, nulla di più, nulla di meno».
Sfogliare e leggere un giornale sono gesti che fanno parte del nostro retaggio culturale. Lo stesso non vale ancora per i giornali online, almeno non per tutte le generazioni. C’è una sorta di alfabetizzazione all’uso della rete?
«Assolutamente sì. Innanzitutto bisogna considerare che la maggior parte dei siti hanno un design e una grafica obsolete che risalgono a 15 anni fa. Ci sarebbbe molto lavoro da fare per migliorare in questo senso. L’altro aspetto è che oggi c’è una grande responsabilità da parte dei lettori nel voler comprendere comefunzionano i nuovi media e le nuove tecnologie. Non credo vi sia nulla – a livello professionale – che possiamo fare, se non cercare di spiegarli e raccontarli. Non possiamo costringere i lettori a diventare dei migliori consumatori e fruitori di notizie. L’iniziativa deve partire da loro, noi possiamo aiutarli ad imparare a muoversi. A questo proposito credo nell’importanza di insegnare l’alfabetizzazione ai media e all’informazione nelle scuole elementari. Un compito che dovrebbe stare a cuore anche alle aziende mediatiche».
Pierre Harski – fondatore e direttore del giornale online Rue89.com – crede nel valore aggiunto del giornalismo partecipativo, ma solo se integrato con le conoscenze e il mestiere del giornalista di professione.
«In generale sono d’accordo, anche perchè molte delle storie coperte dai giornalisti di professione non sono di interesse per chi invece fa informazione per puro piacere e interesse. Inoltre il giornalismo investigativo richiede tempo e soldi di cui un normale lettore o cittadino non dispone. E per farlo bene bisogna anche avere la giusta preparazione. Tutto ciò però non preclude, a chi non è del mestiere,la possibilità di essere coinvolto nel dare la notizia o nel fare un’analisi. Molti giornali, anzi, si stanno rendendoconto di quanto i loro lettori siano disposti ad aiutare e a partecipare alla produzione e al commento delle notizie».
Si pone anche il problema della pubblicità che abbandona le edizioni cartacee e migra lentamente sul web – troppo lentamente, però, perché oggi dai siti di giornalismo online si possano trarre profitti.
«Devo confessare che sono un inguaribile idealista e ottimista, e sono convinto che il modello pubblicitario, alla lunga, verrà in soccorso del giornalismo.È evidente infatti che la pubblicità sul web oggi funziona e il giornalismo online attira parecchi lettori. Si tratta solo di trovare la giusta formula. Uno dei problemi che vedo è il surplus di offerta: pensiamo soltanto a quanti siti hanno pubblicato la medesima storiasul G20. Bisogna smettere diduplicare contenuti e pensare, invece, a pubblicare dei contenuti unici, esclusivi e di qualità che nessun altro sito di informazione propone. Così si guadagnano credibilità, lettori affezionati e inserzionisti».
Arriviamo alla domanda fatidica: il giornale cartaceo scomparirà? Oppure coesisterà con quello online, proponendo approfondimenti e giornalismo investigativo, il primo, e breaking news 24 ore su 24, il secondo?
«Credere che i due modelli coesisteranno fa parte di una visione datata che vede l’edizione cartacea al centro del sistema informativo.Non credo accadrà.Qualche tempo fa – ora non più – anche negli Stati Uniti ho sentito dire che ilweb è il luogo delle breaking news mentre il cartaceo quello degli approfondimenti e del giornalismo investigativo. È semplicemente ridicolo pensare che la carta possa rimanere il luogo privilegiato del giornalismo tradizionalmente inteso. I tempi sono cambiati. Io stesso leggo il giornale solo nella versione online. Il Los Angels Times conta 20 milioni di lettori sul web e 1 milione di copie vendute al giorno. Detto questo, azzardo una previsione: gli editori migreranno sempre più rapidamente e con maggiore astuzia dal giornale all’online e penso che tra 5-10 anni al massimo, il web sostituirà completamente la carta stampata».

Si è così immersi nel flusso che si segue il flusso
 Luca Conti
Signor Conti, i problemi del giornalismo di cui sentiamo parlare oggi qui sono gli stessi di cui si parlava due anni fa negli Usa. E la crisi economica ha fatto accelerare il passaggio dalla carta al digitale…
«Rispetto agli Stati Uniti siamo indietro da diversi punti di vista e in un certo senso, considerando gli effetti della crisi economica, potremmo esserne contenti.Certo, ancora l’anno scorso il futuro dei giornali di carta era un problema che ci si poneva ma non era sentito come urgente. Oggi – un po’ per la crisi, un po’ per il calo delle entrate pubblicitarie e un po’ per le tendenze che si osservano all’estero (dove il lettore si sposta sempre di più sul web, comprando sempre meno giornali)- anche i nostri editori e, di riflesso, i giornalisti, sono preoccupati in maniera crescente da questo fenomeno».
Secondo John Byrne – direttore del sito del settimanale Businessweek.com – non si può più pensare il giornalismo senza il coinvolgimento attivo dellettore a più livelli.
«È vero, ma negli Stati Uniti non sono tutti come lui o come Businessweek. Lui, probabilmente, rappresenta la parte più avanzata di come un settimanale può considerare la partecipazione e il rapporto con il lettore. Detto questo, non significa che da noi questi modelli non siano replicabili – noi ancora decidiamo se aprire omenoai commenti un articolo e questo la dice lunga su quanto siano state comprese le potenzialità di un rapporto così stretto con il lettore».
Paragoniamo il New York Times online ai quotidiani italiani…
«Se prendiamo il sito del New York Times rispetto al sito dei giornali italiani è evidente come le strade aperte per dialogare con il lettore inAmerica siano sicuramente di più rispetto a quelle aperte dall’Italia. Anche se ci sono dei quotidiani come Repubblica che hanno fatto dei passi in avanti e investito molto nell’online,tra l’altro, sollecitando il contributo dei lettori non solo con il commento, il sondaggio,ma anche con la testimonianza diretta. Rimane tuttavia un gap tecnologico,sia dal punto di vista della comprensione degli strumenti da parte dei giornalisti che li usano, sia da parte della macchina del giornale che può sfruttare la tecnologia per aumentare le possibilità di partecipazione. Occorre una competenza tecnica che in Italia, credo permancanza di conoscenze e di risorse, non è mai stata sviluppata mentre in Europa si trovano degli ottimi esempi come El Pais o ElMundo. In quei giornali ci sono teamche si occupano di queste cose con ottimi risultati. Per esempio, di recente,con l’aiuto dell’infografica, dei commenti audio, dell’elenco di testi, dell’animazione grafica, e soprattutto grazie alla partecipazione dei lettori, avevano ricostruito i momenti dell’incidente aereo avvenuto all’aereoporto di Madrid. Se non lo fai sul web questo, non puoi farlo da nessuna altra parte».
Carta stampata uguale contenuto di alta qualità e Internet uguale contenuto di bassa qualità?
«Se con questo si intende carta uguale più spazio per l’approfondimento e vezzo dei giornali online che riprendono minuto per minuto le notizie di agenzie, senza un minimo di approfondimento e di analisi, anche a posteriori, posso essere daccordo».
Stiamo andando in questa direzione?
«Potrebbe essere, anche se non mi piacerebbe.Oggi è così. I principali giornali online italiani seguono in tempo reale le notizie di agenzie, a mano a mano che c’è una breaking news la rilanciano…ma se cerchi un pezzo che ti faccia l’analisi approfondita, su un fatto accaduto nelle ultime 24ore, ti dia un respiro più ampio, magari un’opinione, un’interpretazione da editoriale di un fatto, trovi soltanto articoli ripresi dalla carta e pubblicati sul web. Perché chi fa il web oggi è così immerso nel flusso che segue il flusso. E questo a mio avviso è un grosso punto debole dell’informazione online.Come lettore, mi accorgo che leggere testi lunghi sullo schermo è difficile e, io stesso, preferisco leggere articoli lunghi sulla carta».
Si pone dunque un problema di fruizione del mezzo?
«Sì. Per me, la navigazione, la fruizione di un sito e la lettura del giornale sono due comportamenti,due abitudini, completamente diversi.Quando compro un giornale – in particolare l’edizione domenicale del New York Times – lo sfoglio dalla prima all’ultima pagina, mentre è quasi impossibile fare lo stesso con la medesima edizione online. Magari scorro i titoli, ma anche dai titolti soltanto, non riesco a farmi un’idea equivalente che invece posso farmi nel vedere mezza pagina di un giornale con un titolo, una foto, un occhiello…»
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