L’Europa della rete contro Acta

29 maggio 2012 • Digitale • by

Urban Art CoreBavaglio alla rete? In principio furono Sopa e Pipa – o almeno così credevamo. Era l’ottobre 2011 quando il repubblicano Lamar Smith presentò al Congresso americano la sua creatura, lo “Stop Online Privacy Act”. Per difendere il copyright, lo metteva nero su bianco la proposta, i titolari dei diritti avrebbero potuto intervenire per bloccare la diffusione dei contenuti online. Sette mesi dopo, a maggio 2011, fece il suo ingresso nell’aula del Congresso Pipa, “Protect IP Act”. Prometteva strumenti per combattere la contraffazione e per tutelare il copyright, era stato battezzato da un senatore democratico, Patrick Leahy, e da altri 11 parlamentari bipartisan. A Sopa e Pipa faceva il coro, nel Belpaese, l’attività del deputato Gianni Fava della Lega, che attraverso emendamenti puntava a introdurre in Italia il criterio per cui il provider è responsabile dei contenuti e deve eventualmente rimuoverli. Ma in confronto ad Acta, definito da alcuni il “bavaglio mondiale”, Sopa, Pipa e i loro cugini d’oltremare sono quasi un’inezia.

Perché il nuovo asso nella manica di alcuni comparti industriali, e di converso il peggiore nemico di tanti estimatori della libertà della rete, promette di condizionare per il futuro il nostro rapporto con Internet, attraverso un accordo di dimensioni globali.  Lo “Anti-Counterfeiting Trade Agreement”, o “accordo commerciale contro la contraffazione”, è in realtà assai più anziano di Sopa e Pipa. Siamo nel 2007 e al tavolo delle trattative globali si discute appunto di contraffazione, quindi di beni materiali come medicine o beni di lusso – o almeno così ci si aspetta, visto che per circa due anni tutto rimane segreto. Poi nel 2009 Wikileaks e altri siti fanno trapelare la discussione in atto nelle alte sfere del globo. Quando finalmente il pubblico viene a conoscenza del testo, si scopre che Acta è molto più di un accordo commerciale. Promette di riformare di fatto l’architettura della rete, costruendo barriere, filtri e persino una sorta di polizia privata in versione digitale.

STOP ALLA CONDIVISIONE

Proponendosi come strumento a tutela della proprietà intellettuale, di fatto Acta disegna per la rete un futuro in cui la condivisione delle informazioni diventa molto più difficile e, conferendo responsabilità ai provider, questi sono tenuti a controllare i contenuti degli utenti. Diversamente dallo schema tradizionale per cui un giudicante terzo valuta le responsabilità e impone le sanzioni sentito l’accusato, nel mondo firmato Acta sono gli stessi privati a formulare le accuse, a scandagliare i dati, a imporre sanzioni. Fino all’”ergastolo virtuale”, ovvero la condanna a star fuori dalla rete. E vista l’indefinitezza di alcune parti dell’accordo, secondo cui basta “favorire” la pirateria per essere sanzionabili, non è così difficile comprendere il pericolo che Acta costituisce per la rete di oggi, dove la condivisione fra utenti è la norma. Perciò già nel 2009 Eddan Katz e Gwen Hinze pubblicavano sul sito della prestigiosa Università di Yale il loro saggio “The Impact of the Anti-Counterfeiting Trade Agreement on the Knowledge Economy” e concludevano che l’intesa, non equilibrata da una adeguata politica a sostegno dell’innovazione, rappresentava una minaccia alla rete e al suo importante ruolo di promozione della creatività e del cambiamento. I due esperti invocavano poi maggiore trasparenza e coinvolgimento democratico. Due aspetti, questi ultimi, che sembrano costituire il vero tallone di Achille dell’accordo. Firmato da molti Paesi tra cui Canada, Stati Uniti e Giappone, Acta porta anche la firma dei Paesi dell’Unione europea.  E se in generale numerose componenti della politica e della società civile denunciano la mancanza di trasparenza nelle procedure e l’assenza di dibattito pubblico, nello specifico nel contesto europeo il Parlamento deve ancora esprimersi sull’accordo, nonostante le firme ci siano già. Non a caso un paio di mesi fa i parlamentari europei non hanno esitato a definire pubblicamente il caso Acta come un esempio di mancanza di trasparenza. Visto che è molto più che un accordo commerciale, sostenevano i MEPs, è necessario che l’assemblea si esprima: il suo consenso è imprescindibile per l’entrata in vigore dell’accordo, e le proteste della società civile vanno prese in considerazione.

L’EUROPA SI MOBILITA

I prossimi giorni rappresenteranno quindi in Europa un importante banco di prova per Acta e per il futuro modo di “abitare” la rete. Prima che il Parlamento europeo si esprima con un sì o un no all’accordo, si realizzeranno alcuni altri passaggi istituzionali. La Commissione europea, finora benevola e difensore delle ragioni dell’accordo,  ha confermato l’11 maggio di aver presentato richiesta alla Corte di giustizia europea perché questa esprima un proprio parere sull’accordo. Un passaggio in più si interpone quindi all’espressione di voto del Parlamento. Alcune commissioni parlamentari europee inoltre a loro volta dovranno istruire i lavori e presenteranno il proprio parere il 31 maggio. Dimitrios Droutsas, il relatore della commissione cosiddetta LIBE (Diritti civili, Giustizia e Affari Interni), si è in ogni modo già espresso con parole molto dure sul pericolo costituito da Acta, che rappresenterebbe un limite allo scambio delle idee, alla comunicazione e allo sviluppo. Una bocciatura che non deve aver fatto piacere ai sostenitori dell’accordo, tra cui spiccano multinazionali del calibro di Monsanto, GlaxoSmithKline, Sanofi-Aventis, Time Warner, Sony, The Walt Disney Company, The Motion Picture Association of America, News Corporation e altre. Nel campo opposto, quello anti Acta, giocano invece molte associazioni europee, che stanno organizzando nel corso dei mesi petizioni, iniziative di sensibilizzazione e manifestazioni. Un importante centro di coordinamento dell’opposizione all’accordo è “La Quadrature du Net”, che considera Acta uno dei più pesanti e gravi attacchi alla diffusione di conoscenza via web. Con questo centro di raccordo collaborano numerose altre associazioni, ad esempio l’italiana Agorà digitale. “E’ importante che i cittadini reclamino un processo democratico, contro le influenze delle multinazionali”, è l’appello che lanciano Marco Scialdone e Guglielmo Troiano di Agorà.  E il fronte si allarga: dal Partito Pirata, passando per la Electronic Frontier Foundation, per Anonymous e Avaaz. Dietro la tastiera fanno rete per combattere il bavaglio cittadini da tutta Europa. “Dobbiamo combattere Acta”, digita al pc Giulio Cesare Cesari, uno dei “pinguini” del software libero a Bologna, che si prepara alla mobilitazione europea anti Acta prevista per il 9 giugno. Vedremo se la neutralità della rete l’avrà vinta, o se sarà invece la rete a rimanere irretita.

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