La forza di Twitter

28 novembre 2011 • Digitale • by

Il social media si profila e si afferma sempre di più come strumento di lavoro dei giornalisti. Le recenti dimissioni del Presidente del Consiglio Berlusconi e il modo con il quale sono state lanciate, twittate e ritwittate ne sono un esempio.

Si può fare giornalismo anche sui social media. Se, da un lato, è vero – come illustrato dall’articolo di Piero Macri su EJO del 16 novembre scorso – che la maggioranza delle redazioni non utilizza al meglio strumenti come Facebook e Twitter, dall’altro ci sono occasioni e tendenze che mostrano come si stia instaurando una cultura (o, forse, una sottocultura) che vede nello stile delle piattaforme sociali una potenzialità, e non un limite, per il giornalismo. Anche per quello politico.

A dimostrarlo non sono  le grandi aziende mediatiche, ma piuttosto i singoli professionisti dell’informazione, che nell’utilizzo dei propri account personali trovano uno spazio comunicativo probabilmente assente sul posto – reale o virtuale – di lavoro. Inoltre, l’impiego più “efficiente” che costoro fanno di strumenti per definizione partecipativi, permette l’emersione in chiave social di quel famoso citizen journalism, tanto elogiato ma solitamente poco favorito dalle grandi testate.

In particolare, Twitter si conferma un vero e proprio laboratorio, dove si sperimentano sia nuovi linguaggi giornalistici, sia nuove modalità di diffusione dei contenuti. Per verificare questa tesi, si prenda una vicenda politica tra le più dissertate degli ultimi tempi: le dimissioni del Presidente del  Consiglio Silvio Berlusconi. L’analisi di hashtag e trending topic potrebbe far emergere alcune sorprese, in merito alla qualità dell’informazione twittata da professionisti e non.

L’account Twitter di Palazzo Chigi. Dopo un acceso dibattito sui social media, si è scoperto essere un fake (“falso”).  

Se, nel corso del 12 novembre, un blog molto seguito come Il Post predilige il rimando dei lettori agli articoli pubblicati sul proprio indirizzo web (pur esibendo un geniale editoriale contenuto nei limiti di un tweet), Luca Sofri, che ne è stato il fondatore, esegue una diretta tutta particolare della giornata segnata dalla caduta del governo: utilizzando un sintetico “#dai”, ad esempio, invita i propri follower a unirsi ai festeggiamenti presso l’Arco della Pace di Roma; sintetizza, nei 140 caratteri concessi, un’analisi del ventennio berlusconiano, criticando in un altro tweet il comportamento opportunista di tanti propri colleghi, pronti a salire sul carro del nuovo vincitore. Trova poi modo di rispondere ai messaggini di Concita De Gregorio, Peter Gomez e Riccardo Luna, alcuni tra i giornalisti più noti in Italia, anch’essi particolarmente attivi sulla Rete; e, sfruttando la flessibilità del mezzo, pubblica un eloquente titolo di The Independent, «Ciao, Bello!», retwittando (neologismo che indica la pubblicazione sul proprio profilo di un messaggio letto sul profilo di qualcun altro), infine, BBCWorld. Ma, cosa ancora più interessante, il direttore de Il Post imbastisce con un gran numero di utenti un dibattito continuo e orizzontale, perennemente in bilico – come forma e come sostanza – tra la disamina dell’esperto e l’opinione del passante. Di conseguenza, la narrazione degli avvenimenti politici si arricchisce del parere di decine, centinaia di cittadini, tutti ugualmente leggibili da parte dell’opinione pubblica digitalizzata.

Anche uno dei più autorevoli quotidiani del Paese, Il Sole 24 Ore, si limita, con il proprio profilo Twitter, a pubblicizzare dei contenuti ortodossi: una selva di articoli, commenti e fotoreportage. Contemporaneamente, il suo business reporter, Daniele Lepido, commenta con ironica moderazione il cambio della guardia a Palazzo Chigi: dopo aver linkato il comunicato ufficiale del Quirinale sulle dimissioni del premier, ripubblica un metaforico “Uninstalling #berlusconi complete ███████████████ 100%”, per poi divulgare una foto della prima pagina del Financial Times, che recita «Italy races to install Monti». Costante, naturalmente, il dialogo con i follower, che benché molto meno numerosi di quelli della testata, si dimostrano tuttavia più coinvolti nello scambio di opinioni. Un dato in linea con quanto detto all’inizio.

La conclusione è che non è tanto il numero di tweet quotidiani a garantire un’impiego corretto di questo social media, quanto il livello di interazione insito nello stile adottato. Trattandosi di un mezzo dalla natura particolarissima, non ha senso concepirlo come una protesi del giornalismo tradizionale; occorre, invece, trovare nuove strade per renderlo uno strumento efficace, nella sua autonomia, anche in ambito professionale.

Del resto, è probabilmente lo strumento di comunicazione più democratico e immediato che sia mai esistito. Di conseguenza, è quello privilegiato da dissidenti e rivoluzionari, non solo nei Paesi arabi, e, al contempo, il più temuto dai dittatori.

Sarebbe avventato, però, esaltare i social media come luogo eletto di manifestazione della democrazia. Come afferma nel suo recente libro, L’ingenuità della rete, il giornalista bielorusso Evgeny Morozov, Internet non è inequivocabilmente buona; è, come tutti quelli che l’hanno preveduta, un mezzo neutro, che adotta di volta in volta la connotazione scelta da chi lo utilizza. Per realizzare il cambiamento sociale, non basta creare una community virtuale: bisogna coinvolgere anche i non diginativi, bisogna scendere nelle piazze, bisogna votare. Insomma, rimanere ancorati alla realtà. Tuttavia, smentire la gerarchia che ha dominato fino a oggi il panorama del giornalismo online – il sito come centro di gestione dell’attività dell’impresa mediatica, e gli altri media come semplici portatori di traffico – rappresenterebbe almeno un primo passo verso una Rete più coerente con la propria mission naturale; e verso una narrazione più fedele, in quanto più plurale, della realtà.

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