La grande fortuna di essere irraggiungibili

25 ottobre 2007 • Digitale • by

Il Corriere del Ticino, 24.10.2007

«Non si può non comunicare» sosteneva l’esperto di psicologia analitica Paul Watzlawick, quando ancora internet, cellulari e computer palmari non esistevano: si comunica qualcosa anche nel momento in cui si tace e non si cerca il contatto con l’interlocutore.

Nel nuovo mondo dei computer sempre in rete e dei palmari che si possono portare ovunque pare ci siano sempre più persone che non riescono più a non comunicare semplicemente perché non conoscono il tasto «off» dei propri apparecchi. Persone come voi e come me, seriamente convinte che la professionalità si riconosca anche dal fatto di essere raggiungibili 24 ore su 24. Allo stesso modo esistono sempre più sociopatici ed esibizionisti della comunicazione che ci molestano incessantemente.
Su questo tipo di personaggi, i prigionieri della «Trappola comunicativa», Miriam Meckel indaga nel suo recente libro dal titolo « La fortuna dell’essere irraggiungibili». Questa ricercatrice nel campo delle Scienze della comunicazione sa di che cosa parla: prima di intraprendere il proprio incarico presso l’ Università di San Gallo era responsabile della comunicazione di un primo ministro tedesco, e ancora prima ha fatto carriera come giornalista televisiva e moderatrice. Il sovraccarico di informazioni e i problemi che possono derivarne sono dinamiche che conosce in prima persona.
Ancor più avvincenti sono i dati scientifici che fornisce: nel mondo le mail che si inviano ogni giorno sarebbero 171 miliardi. In più del 70% dei casi si tratta di spam. Inoltre, secondo il parere di alcuni psicologi sociali, siamo in grado di «percepire ed elaborare davvero» solo il due percento delle informazioni delle quali veniamo bombardati, il resto è superflua informazione spazzatura.
Alcuni ricercatori britannici hanno calcolato che i manager sprecano in tutto 3,5 anni della loro vita con e-mail irrilevanti. Molti di noi ogni giorno hanno tra le 250 e le 350 e-mail da ricevere e inviare: da queste cifre si capisce quanto stress possa comportare un giorno offline: «il giorno dopo bisogna leggere, cancellare e rispondere a 500-700 e-mail». In particolare Meckel mette in guardia dal sopravvalutare i nostri talenti «Multitasking». Non si potrebbe comunicare e contemporaneamente fare altro, a meno che si tratti di bla bla senza senso. Il fatto che crediamo di essere dei campioni nel dedicarci a più cose non significa che sia vero. Uno studio condotto dal King’s College in Inghilterra al quale hanno partecipato 1.000 persone ha testato in quale misura siamo in grado di assolvere determinati compiti e ricevere e-mail. Un gruppo anziché le e-mail ha ricevuto della Marijuana. Il risultato è stato sorprendente: i fumatori hanno ottenuto risultati migliori del gruppo delle e-mail.
Quando la Meckel iniziò a riflettere su come si potesse sfuggire alla trappola della comunicazione è approdata a due prospettive. La prima secondo la quale chi è tecnicamente collegato non lo è per forza anche socialmente, al contrario, occorrerebbe «di tanto in tanto uscire dal flusso informativo» e «mettere uno stop sul ciglio dell’autostrada delle informazioni». La seconda secondo la quale chi è sempre raggiungibile alla fine non c’è per niente e per nessuno.
Eppure, per essere irraggiungibili occorre così poco. Premere un tasto il più delle volte è sufficiente. Perché ci risulta così difficile farlo? Nessuno ha il dovere di controllare regolarmente le sue mail, ma in un certo qual modo chi comunica tramite le nuove tecnologie sente la necessità di farlo. «Pavlov vi manda i suoi saluti», ironizza la Meckel richiamando l’idea dei riflessi condizionati scoperti ad inizio secolo dal noto medico russo. E se Watzlawick fosse ancora in vita, anche lui annuirebbe gentilmente con il capo, già solo per il fatto che la ricercatrice di San Gallo gli avrebbe fornito materiale sufficiente per un eventuale nuovo capitolo del suo noto libro «Istruzoni per Rendersi Infelici».

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