La strategia globale del Guardian

18 aprile 2013 • Digitale • by

Non c’è verso di “conformare”Alan Rusbridger ed il suo Guardian sui discorsi che, da un po’ di tempo a questa parte, attraversano in lungo ed in largo il mondo dei giornali. Ci ha provato  in qualche modo Matthew Ingram, senior writer di  Gigaom, sito di informazione e ricerca sul mondo dei media, che produce PaidContent intervistando Rusbridger al “PaidContent live 2013”. Certo “provato” è una parola grossa se, come si è sentito in dovere di chiarire lo stesso Ingram, Guardian è azionista di Gigaom.

Insistentemente e su vari livelli, Ingram ha posto la questione metered paywall, il sistema di sottoscrizioni per i giornali online ormai largamente diffuso sia in Europa che negli Stati Uniti, trovandosi però di fronte un Rusbridger abbastanza in linea con quanto sempre affermato, ovvero sostenendo che l’ ”Open  Journalism” del Guardian è basato essenzialmente sulla relazione con le persone, la loro possibilità di partecipare e condividere i contenuti e questo, principalmente, è il motivo per cui non è possibile mettere il Guardian dietro un “muro” a pagamento. Anche se in finale di frase ha lasciato una piccola finestra aperta, affermando “ma siamo attenti a come si sviluppa il discorso”.

Inoltre, considerazione che a nostro avviso è sempre stata determinante nella strategia del Guardian sia in UK che fuori, Rusbridger ha affermato “it would be a big statement, in the U.K., to go and charge for what the BBC is giving away for free.” Evidenziando che non solo BBC, ma anche Sky News ed ATN, tra gli altri, perseguono questa linea. E ricordando che, se è vero che il gruppo Guardian ha avuto considerevoli perdite lo scorso anno fornendo le sue news senza farle pagare, testate storiche e prestigiose come Times e Sunday Times che si sono schermate dietro un paywall integrale, abbiano perso, in termini economici e di audience, molto più di Guardian.

Ma l’intenzione del Guardian di proporsi come testata globale è l’elemento che ha fatto da collante alle varie parti del discorso. “Il pubblico globale di Guardian è di circa 40 milioni di lettori” ha affermato Rusbridger “e di questi un terzo vengono dagli USA, un terzo dall’Inghilterra ed un terzo dal resto del mondo”.

È evidentemente prerogativa di queste testate in lingua inglese la possibilità di rivolgersi ad un pubblico globale, come ricordavamo a proposito del New York Times, non molto tempo fa. Ma se nel caso del New York Times la strategia appare essere quella di puntare alle sottoscrizioni su un audience vasta e globalizzata, per  Guardian  l’obiettivo appare ancora essere quella di sottrarre ai propri competitors la stessa audience attraverso il  giornalismo gratuito e partecipato, almeno per il momento.

Strategia che sembra riscontrare il favore del pubblico se, come ha ricordato Rusbridger, nell’ultimo anno il pubblico statunitense è aumentato del 37%, a fronte di un incremento globale del 25%. Numeri al di sopra di ogni sospetto.

In ultima analisi bisogna anche inquadrare la strategia di Guardian sull’epocale cambiamento del modo di fruire le informazioni da parte degli utenti: i lettori di news online sono ormai prevalentemente mobile e, su tali dispositivi,nelle versioni “ad hoc”,  anche Guardian si paga.

Il  tutto (alla ricerca di un filo conduttore) ci ricorda uno studio della prestigiosa Annenberg  School  for Communication and Journalism della University of South California (USC), secondo il quale la maggior parte dei quotidiani statunitensi cesserà la propria versione cartacea entro i prossimi cinque anni e  sopravviveranno in formato cartaceo quelli con un audience di tipo globale, come il New York TimesUSA Today, il Washington Post, ed il Wall Street Journal e le edizioni domenicali di alcuni quotidiani locali, dei quali potrà resistere la versione online, a patto che gli editori trovino il modo di sostenerla economicamente.

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